Copertina
Autore Enzo Mazzi
Titolo Il valore dell'eresia
Edizionemanifestolibri, Roma, 2010, Incisioni , pag. 144, cop.fle., dim. 14,5x21x1 cm , Isbn 978-88-7285-600-0
LettoreRiccardo Terzi, 2011
Classe religione , movimenti , filosofia , psicologia , relativismo-assolutismo
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Indice


I.   L'ERESIA COME PROCESSO VITALE IN TRE STORIE ERETICHE EMBLEMATICHE

Eresia come valore in sé, forza storica e non solo storia            7
Gioacchino da Fiore                                                 14
Giordano Bruno                                                      17
Ernesto Bonaiuti                                                    24

II.  L'ERESIA COME ARCHÉ

I nuovi sviluppi della storiografia eresiologica                    27
L'eresia del Big Bang                                               34
L'eresia dell'amore                                                 40
L'eresia della convivialità nella cultura ancestrale                50

III. L'ERESIA DEI PROFETI DISARMATI

Le tappe della Repubblica popolare fiorentina                       57
La città del Rinascimento                                           66
Il mito di Savonarola                                               74
I "profeti disarmati"                                               92
La gestazione della modernità                                      101
La scomunica                                                       108

IV.  L'ERESIA COME PREZIOSA RISORSA IN TEMPO DI CRISI

"Creare il cambiamento partendo dal basso"                         115
L'eresia creativa nei movimenti della liberazione post-moderna     122
L'eresia del relativismo                                           133


 

 

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Pagina 7

I
L'eresia come processo vitale
in tre storie eretiche emblematiche



ERESIA COME VALORE IN SÉ, FORZA STORICA E NON SOLO STORIA

La consuetudine vorrebbe che un discorso sull'eresia iniziasse con l'etimologia: dal greco àiresis che significa scelta nel senso anche di svolta. Per poi passare alla storia, specialmente quella cristiana che nel quarto secolo (Concilio di Nicea 325 d.C.) inventa la contrapposizione tra ortodoxia e àiresis, ortodossia e eresia, che resiste fino ad oggi lasciando una orrida scia di sofferenze, umiliazioni, annullamenti, sangue e roghi. Per finire con il senso comune che ormai include in una dilatazione del termine eresia tutto ciò che si presenta o è visto come "controcorrente", "trasgressione", "discontinuità", non solo in campo culturale ma anche politico (es. il marxismo eretico), economico o perfino di costume.

La mia riflessione vorrebbe andare oltre queste consuetudini, senza tuttavia ignorarle, e applicarsi all'eresia come realtà positiva, dinamica, forza generativa in eterna espansione, anima della trasformazione cosmica, storica, personale. Realtà osteggiata da un'altra forza opposta, il potere, la stabilità de-generativa in perenne implosione.


Mi rendo ben conto di correre alcuni rischi. Uno è il rifiuto pregiudiziale. Vedere l'eresia come realtà positiva e addirittura principio creativo cozza contro il sentire comune che ha ormai introiettato una connotazione radicalmente negativa dell'eretico. L'eresia considerata e studiata soprattutto dal punto di vista dell'ortodossia, come ci dirà uno storico, Corrado Morese, ha portato a vedere le eresie come deviazioni, imperfezioni, errori o snaturamenti dell'unico criterio di verità rappresentato dall'ortodossia e dall'ortoprassi. È l'impostazione inquisitoriale, che sopravvive anche oggi. Il rischio di un rifiuto pregiudiziale lo ritengo inevitabile, a meno di non restare muti. Va corso. "È più facile rompere un atomo che un pregiudizio" diceva Albert Einstein.

Ma c'è un rischio ancor più pericoloso: mitizzare l'eresia o anche solo dar l'impressione di volerlo fare. Mi sforzerò di evitarlo. Prevedo però molte difficoltà. È vero che le eresie e gli eretici, come tutte le realtà umane, sono un insieme complesso di luci e ombre, da avvicinare con senso critico. Ben venga il senso critico e cercherò di usarlo. È l'acqua in cui mi muovo costantemente. Ma non ho e non voglio svolgere il ruolo di giudice col bilancino per misurare il bene e il male, i torti e le ragioni, il vero e il falso, la perla e il marciume di ogni singola esperienza eretica. Ritengo di essere semplicemente un testimone. Il carattere di fondo positivo, dinamico, creativo dell'eresia è una "intuizione" frutto di esperienze di vita e di reti complesse di relazioni che hanno condotto a una vera e propria impostazione dell'esistenza e hanno consentito una verifica diretta niente affatto superficiale o cervellotica. È quell'intuizione che vorrei indagare ulteriormente esaminando diverse esperienze eretiche. Lo faccio con i modesti mezzi a mia disposizione per seminare speranza e invitare chi ha strumenti più idonei a proseguire la ricerca.

Dico "intuizione" e non "constatazione" per sottolineare il senso di non-certezza, di non assolutizzazione, di non definitiva presunzione di verità. Per restare fedele all'etica del viandante. Per tenere aperto il cammino della ricerca sul senso dell'eresia.

È da quell'intuizione che nascono alcuni interrogativi. L'eresia? E se fosse proprio lei la grande madre? Tanto amata e tanto odiata, come tutte le madri? L'origine creatrice iscritta in ogni atomo di materia e in ogni lampo di intelligenza eppure capace di trascendere tutto il creato? La forza generativa primordiale? Il principio eterno che gli antichi filosofi greci nella loro appassionata ricerca chiamavano "arché", origine di ogni cosa, pur nella diversità di ogni sostanza terrena, e che determina il divenire del mondo?

Questi interrogativi appaiono oscuri, se non enfatici e deliranti, a chi l'eresia la guarda dall'esterno, per chi l'avvicina come oggetto di studio o per curiosità intellettuale.

Se li pone invece con serietà chi ha l'eresia come compagna di vita. All'inizio, quando l'eresia si abbatte sulla propria esistenza come un marchio infamante, si è portati a rinchiudersi o a reagire. Nessuno accetta di buon cuore il saio della proscrizione. L'accusa di eresia è vista e sentita come perdita, negatività, colpa, lutto. Si è assaliti da un senso di vittimismo o di rabbia impotente.

Poi, chi sopravvive alle aggressioni, comincia a elaborare, come si dice, il lutto e a vedere e vivere l'eresia nei suoi aspetti positivi: liberazione da angosce, paure, costrizioni, dipendenze, paraocchi, blocchi mentali e affettivi, vuoto dell'anima. Le stesse relazioni personali acquistano un significato nuovo, di freschezza, libertà, importanza. E appare in una luce piena il senso della vita.

L'eresia vissuta nei suoi aspetti positivi diviene nella sostanza un cammino di liberazione dal dominio del sacro che soffoca il senso del vivere. Nel mio Cristianesimo ribelle, (Manifestolibri, Roma 2008) ho avuto modo di analizzare la liberazione storica e personale da questo dominio del sacro. Desidero qui riproporre alcuni spunti essenziali.

La vita è sacra in quanto parte di un tutto in divenire che comprende finitezza e morte. La cultura sacrale invece separa la vita dalla sua finitezza. La vita viene sacralizzata come dimensione astratta e contrapposta alla dimensione altrettanto astratta della morte. La sacralità, intesa come astrazione, separazione e contrapposizione fra le varie dimensioni della nostra esistenza, è la proiezione di un'angoscia irrisolta, di una frattura interna, di una mancanza di autonomia e infine di una alienazione della propria soggettività nelle mani del potere. Sbaglieremmo se identificassimo il sacro solo con la sua espressione di tipo religioso. La sacralità è una funzione del potere, del dominio e dell'espropriazione dell'uomo e della donna. Ovunque si afferma lo spazio sacro ivi c'è l'interdizione dell'uomo e della donna a gestire la propria esistenza con la ragione e con l'azione responsabile. E s'impone il potere assoluto di un dio, sia il Dio delle religioni in senso proprio o il dio delle religioni profane, le religioni del danaro, della scienza, della tecnica, della guerra. Questo travaso del sacro dalla cultura religiosa tradizionale alla razionalità moderna non andrebbe sottovalutato.

L'istinto di sopravvivenza, sia della specie sia delle identità individuali, di fronte all'angoscia della morte e della finitezza dell'esistenza ha voluto e forse ha dovuto passare attraverso la cultura dell'immortalità. Per questo ha inventato il possesso, l'appartenenza, il potere, l'antagonismo, il "mors tua vita mea", il sacro e la guerra. A tutto questo ha dato i connotati della razionalità, informando di violenza tutti gli aspetti delle civiltà: produzioni di beni, diritto, religioni, relazioni interpersonali e di genere.

Dalle nebbie dei millenni emerge non solo l'angoscia derivante dalla consapevolezza della morte ma anche gli affannosi tentativi per darle un senso. Da quando l'uomo e la donna hanno preso coscienza della propria individualità è iniziato anche un arduo esodo verso la liberazione dall'angoscia. La forza di questo esodo è una delle spinte più importanti che animano il cammino umano. E, per lo più, è una forza che agisce a livello inconscio.

All'interno di questo cammino storico di esodo dall'angoscia della morte si è sviluppata, quasi per contraddizione, la cultura degli assoluti. In questa cultura siamo ancora immersi. Se ci si guarda un po' dentro e al tempo stesso si esamina la storia con lo sguardo del viandante, si capisce come gli assoluti non siano affatto ciò che pretendono, ma solo una tappa dell'evoluzione psichica e culturale. Culto dei morti; miti dell'origine; mitizzazioni dei grandi personaggi; invenzione degli dèi e del dio unico assoluto e onnipotente; eternizzazíone delle grandi opere artistiche, letterarie, urbanistiche (ad esempio le città eterne), architettoniche (le piramidi ... ); sacralizzazione delle strutture religiose (chiese, libri sacri, riti, dogmi, funzioni, caste sacerdotali); divinizzazione dei salvatori; assolutizzazione dei sistemi ideologici e infine la cultura della guerra: tutto questo non è che l'espressione del grande lavorio storico dell'umanità per affrontare l'angoscia della morte sognando l'immortalità. Non si tratta di dare giudizi moralistici su questo che ho chiamato lavorio storico. Ma semplicemente di prenderne atto. L'umanità è in cammino e in continua evoluzione. Il problema è che quel sogno d'immortalità tende a fossilizzare le varie tappe del cammino, a illudersi e a illudere che le conquiste della civiltà siano al riparo dalla finitezza. Nascono così gli assoluti. I quali tendono a bloccare il cammino.

Ma la forza dell'esodo resta operante e continua a spingerci perennemente oltre. A dispetto di ogni apparenza contraria, la forza dell'esodo anima anche oggi il cammino di liberazione dalla paura della finitezza che chiamiamo morte.

La maturazione della coscienza personale sul senso della vita e della morte non è puro conato individuale, non è affidata soltanto a un volontarismo isolato o di piccole minoranze profetiche che navigano controcorrente. C'è un "oltre" che ci aspetta e ci attira. Non è il paradiso tradizionale. È un'ansia di pacificazione fra ciò che di noi è emerso e ciò che vive inesplorato nella parte oscura del nostro essere, un bisogno congenito che preme per venire alla luce e che, partendo dal profondo, è capace di coinvolgere psiche, sentimenti, relazioni, razionalità, comportamenti, scelte di vita. È un "oltre" già intuito e intravisto fin dai primordi dell'umanità. In quell'"oltre" è riposta la speranza di un'umanità globalmente pacificata. "Spes contra spem" (Lettera di Paolo ai Romani 4, 18).

Non c'è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici: è una delle grandi verità del Vangelo. Il culmine dell'amore è dare la vita. Ma non in senso sacrificale. Non come martirio né immolazione né castrazione delle pulsioni vitali. A quante deformazioni è andato incontro nella storia e in particolare nella cultura cattolica questo "dare la vita"! Il senso più vero e autentico del "dare la vita", per quanto ho creduto di capire e tentato di vivere, si raggiunge come pacificazione fra la vita e la morte.

Proprio in questa pacificazione profonda fra la vita e la morte sta il senso pieno dell'eresia. È qui il punto di arrivo e di ripartenza di tutta la mia riflessione. Se c'è una definizione dell'eresia che colga il suo nucleo più profondo può essere proprio questa: dare se stessi fino all'accettazione gioiosa della morte. Accettare la morte perché altri possano venire alla vita. Mentre al contrario, il dominio dell'io, il senso di onnipotenza dell'io, l'illusione paranoica dell'immortalità che sfocia nel rifiuto della morte costituisce l'ortodossia, il dogma. Da quel dogma ogni altro dogma è generato. Da lì, dall'antieresia per eccellenza che è "rifiuto della morte" nasce il sistema dogmatico delle religioni e ogni altro sistema dogmatico anche laico.

Entrare nella dinamica liberatoria dell'eresia è dunque sostanzialmente svuotarsi di sé fino ad accogliere in quel vuoto, che si è creato, tutto l'universo compresa la finitezza del "sé" proprio e del "sé" collettivo, sociale, istituzionale.

E l'eretico si trova a passare dalla perdita inconsapevole e dall'angoscia alla ricerca di senso e di speranza. Volendo, si potrebbe anche vedere il paradigma della resurrezione in questo processo spirituale, intellettuale, psichico, relazionale e storico: la morte, anche la morte morale e sociale rappresentata dall'eresia, la morte che annulla la persona, non più nemica assoluta ma intrinseca alla vita e vita in divenire. È un processo esistenziale e vitale che si ritrova entrando con sim-patia nelle esperienze di molti eretici. "Entrare con sim-patia" non significa parteggiare acriticamente. Vuol dire invece avvicinare queste esperienze dal di dentro, con "attenzione amorosa", col minimo di pregiudizi, distaccandosi il più possibile sia dalle mitizzazioni sia dalle demonizzazioni, esaminandole globalmente senza frantumarle in singoli episodi staccati fra loro, partendo dal loro compimento e risalendo fino agli inizi in modo da illuminare tutto il loro svolgimento con la luce che irradia dalla maturità.


Possiamo entrare così, solo a mo' di esempio e succintamente, nelle esperienze di tre grandi eretici: Gioacchino da Fiore, Giordano Bruno, Ernesto Bonaiuti. Sono tre storie viste nel loro carattere emblematico di altrettante distinte epoche: la prima relativa al Medioveo, la seconda all'umanesimo rinascimentale, la terza alla modernità. Altre storie si aggiungeranno via via durante la ricerca.

Non mi propongo qui di esaminare compiutamente le tre esperienze e le altre che incontreremo, né di misurare il bene e il male, il vero e il falso, il torto e la ragione, che ci sono in esse, ma solo di vedere se e come si realizza in ciascuna, emblematicamente, quel processo vitale che porta l'eretico a sublimare l'iniziale spontanea reazione di negatività e distruttività prodotta dall'accusa di eresia e a trasformarla in liberazione, fino a vedere e vivere l'eresia come "arché", forza primordiale creatrice di ogni trasformazione.

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