Copertina
Autore Cormac McCarthy
Titolo Figlio di Dio
EdizioneEinaudi, Torino, 2000, Supercoralli , pag. 172, dim. 140x220x20 mm , Isbn 978-88-06-15070-9
OriginaleChild of God [1973]
TraduttoreRaul Montanari
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe narrativa statunitense
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Pagina 5

Arrivarono come una sfilata di carri da fiera, e sotto il sole del mattino salirono su per la collina fra i campi di ginestre, con il camioncino che traballava e beccheggiava lungo i solchi del sentiero mentre i musicisti, seduti sulle loro sedie sopra il cassone, vacillavano all'unisono e accordavano gli strumenti, e il grassone con la chitarra sorrideva e gesticolava verso altri che li seguivano in macchina, e si piegava per dare una nota al violinista che girava un bischero e ascoltava con la faccia tutta grinze. Passarono sotto meli in fiore, rasentarono una mangiatoia fatta di grossi tronchi fra cui si aprivano fessure tappate con fango secco arancione, e giunsero in vista di una vecchia casa di assi che sorgeva nell'ombra azzurra sotto il fianco della montagna. Dietro la casa c'era un granaio. Uno degli uomini sul camioncino diede un pugno sul tetto della cabina e il camion si fermò. Macchine e autocarri proseguirono fra le erbacce che infestavano il cortile, e qualcuno andava a piedi.

Sulla porta del granaio, un uomo guarda tutto ciò scaturire da un mattino bucolico e per il resto completamente muto. piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient'altro che un figlio di Dio come voi, forse. Le vespe attraversano i fasci di luce che erompono scalati uno sull'altro fra le assi del granaio, si aggirano dorate e tremolanti fra buio e buio, come lucciole nella fitta oscurità del sottotetto. L'uomo tiene le gambe divaricate, ha appena fatto nella terra scura una pozzanghera ancora piú scura su cui galleggiano fili di paglia e una schiuma biancastra. Mentre si riabbottona i jeans cammina lungo il muro del granaio. La luce gli dà una sagoma di violino, una cosa da niente che barbaglia dietro la finestrella sul muro.

Ora si staglia sulla porta d'ingresso del granaio e sbatte gli occhi. Alle sue spalle una corda pende dal soffitto. Le sue mascelle coperte di setole sottili si contraggono e distendono come se stesse masticando qualcosa, ma non sta masticando niente. Il sole lo costringe quasi a chiuderli, gli occhi, e attraverso le palpebre sottili e venate di azzurro si scorgono globi mobili, guardinghi. Un uomo vestito di blu sta gesticolando dal cassone del camioncino. Qualcuno prepara un baracchino di limonate. I musicisti attaccano un motivo della Virginia, il cortile si riempie di gente e dall'altoparlante escono i primi suoni striduli.

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Pagina 60

Se vi va di aspettare un momento, vi farò vedere come si prepara un'ascia che taglierà il doppio di qualsiasi merdoso arnese che potreste comprare nuovo di zecca qui all'emporio.

Quanto mi verrà a costare?

Con il manico e tutto, volete dire.

Già, con un manico nuovo.

Vi costa due dollari.

Due dollari.

Il conto è giusto. I manici vengono un dollaro e venticinque.

La mia idea era solo di farle rifare il filo e lasciare giú venticinque cent, qualcosa del genere.

Non vi trovereste mai bene con un arnese del genere, disse il fabbro.

Posso comprarne una nuova per quattro dollari.

Io preferirei tenermi questa e sistemarla come si deve piuttosto che averne due nuove.

Bene.

Ditemi voi.

D'accordo.

Il fabbro ficcò l'ascia nel fuoco e diede qualche giro alla manovella. Fiamme giallastre uscirono da sotto la lama. I due guardavano.

Bisogna tenere alto il fuoco, disse il fabbro. Una decina di centimetri dal livello delle bocchette. Bisogna che sia un bel fuoco pulito, con del buon carbone che non abbia preso sole.

Girò la lama con le tenaglie. Bisogna che si prenda una prima scaldata fino a diventare bella gialla, poi abbassiamo il fuoco poco per volta. Ma adesso non è ancora calda abbastanza. Per fare queste osservazioni aveva alzato la voce, benché dalla fucina non uscisse alcun suono. Azionò di nuovo la manovella, e sotto i loro occhi il fuoco si ravvivò.

Non troppo in fretta, disse il fabbro. Piano. cosí che va scaldata. Tenete d'occhio i colori. Se per caso diventa bianca è rovinata. Ecco, adesso ci siamo.

Tolse la lama dal fuoco e le fece descrivere un semicerchio a mezz'aria, tutta vibrante per il calore e luminosa di un giallo traslucido, fino ad appoggiarla sull'incudine.

Adesso attenzione, bisogna lavorare solo sui due lati, disse, prendendo il martello. E cominciare dal taglio. Calò il martello, e l'acciaio ammorbidito rispose al colpo con uno strano suono smorzato. Martellò il taglio da entrambi i lati, poi rimise la lama sul fuoco.

Le diamo un'altra scaldata, ma meno di prima, stavolta. Basta che prenda un bel rosso. Appoggiò le tenaglie sull'incudine e si sfregò forte i palmi delle mani sul grembiule, tenendo gli occhi fissi sul fuoco. Guardatela bene, disse. Mai lasciare l'acciaio sul fuoco piú di quanto gli basta per scaldarsi. Certa gente se ne va in giro a fare qualcos'altro, e cosí mandano in malora lo strumento che stanno scaldando, invece la cosa giusta da fare è toglierla proprio nel momento in cui prende il colore perfetto. Vogliamo vedere un bel rosso. Vogliamo un bel rosso. Ecco, ci siamo.

Prese la lama con le tenaglie e la rimise sull'incudine, e il taglio era di un colore arancio acceso, percorso da venature brillanti dove il calore era piú forte.

Vedete, adesso che l'abbiamo scaldata la seconda volta lavoriamo di martello andando dal taglio verso il grosso.

Il martello calava e colpiva l'acciaio, mandando quel suono che non sembrava nemmeno di metallo.

Bisogna stare staccati dal taglio di tre o quattro centimetri circa. Vedete come si svasa. Lasciate pure che si allarghi come una pala, se ne ha voglia, ma non picchiate mai il martello sui bordi, altrimenti le togliete tutto il nerbo che mettete nei due lati.

Calava il martello con un ritmo costante, senza sforzo, e il taglio si raffreddò gradualmente finché la sua brillantezza non si ridusse a un color sangue che pulsava quasi impercettibilmente. Ballard lasciò girare per un attimo lo sguardo nell'officina. Il fabbro appoggiò il filo della lama sul tagliolo dell'incudine, e con il martello diede un profilo regolare ai bordi svasati. cosí che le togliamo spessore, disse. E adesso ancora una scaldata per indurirla.

Ficcò la lama nel fuoco e girò la manovella. Stavolta la teniamo a bassa temperatura, disse. Solo per un minuto. Solo finché non la vediamo brillare, poi basta. Ecco, ci siamo.

Adesso lavoriamo di martello sui due lati, e la sistemiamo. Cominciò a picchiare a colpi brevi e robusti. Poi girò la lama e lavorò sull'altro lato. Vedete come si annerisce, disse. Nera e lustra come il culo di un negro. Cosí l'acciaio si compatta e diventa duro. Adesso è pronta per la tempra.

Rimasero in attesa mentre l'ascia si scaldava. Il fabbro tirò fuori dalla tasca del grembiule un mozzicone di sigaro tutto schiacciato, e se lo accese con un carbone preso dalla fucina. Vogliamo scaldare solo la parte su cui abbiamo lavorato, disse. E meno la scaldiamo per temprarla meglio verrà. Un rosso ciliegia smorto, piú o meno. Certi preferiscono temprare l'acciaio nell'olio, ma con l'acqua si può fare a una temperatura piú bassa. Un pizzico di sale, per ammorbidire l'acqua. Acqua morbida, ferro duro. Ecco, ci siamo, ma fate caso che quando la togliete dal fuoco per cacciarla nell'acqua, bisogna puntarla verso nord. Il taglio va tenuto in giú, cosi. Immerse la lama vibrante nel secchio, e ne uscí una nube rotonda di vapore. Il metallo fischiò per un attimo, poi rimase muto. Il fabbro alzava e abbassava la lama. Raffreddatela un po' alla volta e non si romperà, disse. Ecco. La lucidiamo e rifiniamo la tempra.

Rese brillante il taglio passandoci sopra una bacchetta avvolta in tela smerigliata. Reggendo la lama con le tenaglie cominciò a muoverla lentamente avanti e indietro al di sopra del fuoco. Si tiene fuori dal fuoco, e si continua a muoverla. Cosi la tempra sarà uniforme. Adesso sta diventando gialla. Per certi attrezzi va bene cosí, ma per questa vogliamo una tempra azzurra. Ecco che diventa marrone. Guardatela, adesso. Vedete?

Tolse la lama dal fuoco e la appoggiò sull'incudine. Bisogna stare bene attenti a non lasciare che la tempra scappi dagli angoli. Il fuoco va regolato ogni volta per il lavoro che si deve fare.

a posto? disse Ballard.

A posto. Adesso dobbiamo solo metterle il manico e affilarla, e siete servito.

Ballard annuí.

come tante altre cose, disse il fabbro. Si sbaglia un particolare, e tanto vale sbagliare tutto quanto. Stava scegliendo fra i manici che teneva dentro una botte. Pensate di poterlo fare da voi, adesso che avete visto? disse.

Fare cosa? chiese Ballard.

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Pagina 96

Quando arrivò all'estremità di quella piccola valle si fermò, si voltò e rimase per un po' a guardare dietro di sé. L'acqua ristagnava nelle tracce che aveva seguito nella neve, e le tracce salivano su per la montagna ma non tornavano giú. Piú tardi le perse, ne trovò altre diverse da quelle e passò il pomeriggio a camminare fra i boschi come un qualsiasi cacciatore, ma quando tornò nella caverna appena prima che calasse la notte, i piedi completamente intirizziti negli scarponi che non tenevano piú, non aveva trovato una sola goccia di whisky e non era riuscito a vedere Kirby.

Il mattino dopo si imbatte in Greer. Aveva cominciato a piovere, una fredda e sottile pioggia invernale che Ballard maledisse. Abbassò la testa, si ficcò il fucile sotto un braccio e si scostò per passare, ma l'altro non aveva intenzione di fare lo stesso.

Salve, disse.

Salve, disse Ballard.

Voi siete Ballard, vero?

Ballard non alzò la testa. Guardava le scarpe dell'uomo, a terra, tra le foglie umide di quel sentiero da boscaioli, pieno di erbacce. Disse: No, e proseguí.

Dio santo, mi hanno beccato, Lester, disse Kirby.

Beccato?

Mi hanno dato tre anni con la condizionale.

Ballard girò lo sguardo nella stanzetta con il pavimento di linoleum e i mobili da due soldi. Be', vaffanculo, disse.

Non è una bella sfiga? Non l'avevo mai pensato che potevano essere negri.

Negri?

Hanno mandato dei negri. E a loro che l'ho venduto. Gliel'ho venduto tre volte. Uno di loro si è messo a sedere proprio lí, su quella sedia, e se n'è bevuto mezzo litro. Ha bevuto, si è alzato, è uscito ed è andato alla macchina. Non ho idea di come faceva a stare in piedi. Be', a guidare ci sarà riuscito, immagino. Cosí hanno incastrato tutti. Hanno incastrato perfino la vecchia Bright, su nella contea di Cocke, e lei non aveva mai smesso di vendere whisky da quando io sono al mondo.

Ballard si piegò e sputò in una lattina vuota appoggiata sul pavimento. Be', che cazzo, disse.

Di sicuro non avrei mai pensato che potevano arrivare a mandare in giro dei negri, disse Kirby.

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Pagina 142

Be', quello fu giusto l'anno in cui nacqui, perciò i miei ricordi sono piuttosto vaghi.

Quale fu l'anno in cui impiccarono quei due, signor Wade.

Fu nel '99. Erano Pleas Wynn e Catlett Tipton, e avevano assassinato i Whaley. Li avevano tirati giú dal letto e gli avevano fatto saltare la testa davanti alla figlia piccola. Poi erano rimasti in prigione per due anni, facendo ricorsi in appello e cose del genere. Nella faccenda era implicato anche un tale Bob Wade, e sono fiero di poter dire che non era affatto mio parente. Se non sbaglio finí al penitenziario. Invece Tipton e Wynn li impiccarono nel prato davanti al tribunale, proprio laggiú. Mi pare che fosse giusto il primo dell'anno. Mi ricordo che c'erano ancora in giro rami di agrifoglio e candele natalizie. Costruirono un grosso patibolo di legno, e nel palco c'erano due botole, una per ciascuno. La gente aveva cominciato ad arrivare in città fin dalla sera prima. Molti di loro dormirono sui carri. Altri stesero le loro coperte sul prato davanti al tribunale. Dappertutto. Era impossibile andare a cena in città, davanti ai locali la gente si metteva in fila per tre. C'erano donne che vendevano panini per la strada. Allora Tom Davis era già sceriffo. Li portò fuori dalla prigione, con due pastori e le mogli abbracciate ai condannati e tutto il resto. Come se stessero andando in chiesa. Salirono tutti insieme sul patibolo e si misero a cantare, e là sotto tutti si misero a cantare insieme a loro. Non c'era un uomo che non si fosse tolto il cappello. Io avevo tredici anni, ma me lo ricordo come fosse ieri. Tutta la città e una buona metà della contea di Sevier che cantava Resta con me, Signore. Poi il nostro pastore recitò una preghiera, le mogli salutarono i mariti baciandoli, scesero dal patibolo e si voltarono a guardare, e anche il pastore scese e si fece un gran silenzio. Le botole si spalancarono sotto di loro, e quei due caddero giú e rimasero lí appesi a scalciare e dimenarsi per non so quanto, forse dieci, quindici minuti. Non pensate che l'impiccagione sia una morte rapida e pietosa. Non lo è. Comunque quella fu la fine dei Cappucci Bianchi nella contea di Sevier. E ancora oggi alla gente non piace parlarne.

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