Copertina
Autore Frank McCourt
Titolo Le ceneri di Angela
EdizioneAdelphi, Milano, 2001 [2000], gli Adelphi 174 , pag. 378, dim. 126x196x25 mm , Isbn 978-88-459-1561-1
OriginaleAngela's Ashes [1996]
TraduttoreClaudia Valeria Letizia
LettoreAngela Razzini, 2001
Classe narrativa irlandese , narrativa statunitense
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 11

Era meglio se i miei restavano a New York dove si erano conosciuti e sposati e dove sono nato io. Invece se ne tornarono in Irlanda che io avevo quattro anni, mio fratello Malachy tre, i gemelli Oliver e Eugene appena uno e mia sorella Margaret era già morta e sepolta.

Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un'infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un'infanzia infelice irlandese è peggio di un'infanzia infelice qualunque, e un'infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora.

Gente che si vanta o si lamenta delle tribolazioni patite nei primi anni di vita se ne trova dappertutto, ma niente regge il confronto con la versione irlandese: la povertà; il padre alcolizzato chiacchierone e buono a nulla; la madre pia e derelitta che geme accanto al fuoco; i preti boriosi; i maestri arroganti; gli inglesi e le cose tremende che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni...

E poi, tutta quell'umidità.

Sull'oceano Atlantico si formavano grandi quinte di pioggia che risalivano lentamente il fiume Shannon per stabilirsi a Limerick in eterno. La pioggia bagnava la città dalla Circoncisione a Capodanno, scatenando uno sgangherato concerto di tossi secche, raspi bronchiali, rantoli asmatici e gracchi tubercolotici. Trasformava i nasi in fontanelle, i polmoni in spugne batteriche, e dava la stura a una marea di rimedi: per sciogliere il catarro bisognava lessare una cipolla nel latte nero di pepe; per le congestioni si faceva un impiastro di farina e ortiche bollite, che andava messo in uno straccio e poi sbattuto, ancora sfrigolante, sul petto del malato.

Da ottobre ad aprile i muri di Limerick luccicavano di umidità. I vestiti non si asciugavano mai; i cappotti di lana e tweed ospitavano organismi viventi e a volte ci cresceva una vegetazione misteriosa. Al pub, il vapore che saliva dai corpi e dagli indumenti bagnaticci arrivava alle narici mischiato al fumo di sigaretta e di pipa e ai miasmi del whiskey e della birra stantia corretti dall'odore di piscio dei cessi all'aperto dove in molti finivano a vomitare la paga della settimana.

La pioggia ci spingeva in chiesa, il solo rifugio, il solo conforto, il solo posto asciutto che conoscevamo.

Durante la messa, la benedizione, le novene, ci stringevamo in crocchi folti e umidi e sonnecchiavamo con la litania del prete che ci ronzava nelle orecchie, mentre il vapore si levava di nuovo dai nostri abiti per mescolarsi alla dolcezza dell'incenso, dei fiori e delle candele.

Limerick aveva fama d'essere una città molto religiosa, ma noi lo sapevamo che era solo la pioggia.


Mio padre, Malachy McCourt, era nato in una fattoria di Toome, nella contea di Antrim. Come suo padre prima di lui, finì di diventare uno scapestrato sempre nei guai con gli inglesi, e con gli irlandesi, o con tutti e due. Aveva combattuto tra le fila dell'IRA di allora e dopo un'azione disperata si era dato alla macchia. Così gli avevano messo una taglia sulla testa.

Da bambino guardavo mio padre, i suoi capelli sempre più radi, i suoi denti traballanti, e mi domandavo perché mai qualcuno volesse buttare il suo denaro per una testa come quella. Quando compii tredici anni, sua madre mi confidò un segreto: da piccino, il tuo povero papà è caduto e ha picchiato la testa; dopo quell'incidente non è stato più lo stesso. Perciò ricordati: chi picchia la testa a volte diventa un po' strano.

Con una taglia che gli pendeva su quella sua testa picchiata, mio padre dovette sparire dall'Irlanda e fu così che a Galway s'imbarcò su un mercantile. Arrivato a New York, dove imperava il proibizionismo, credette di essere sprofondato all'inferno per tutti i suoi peccati. Poi scoprì gli spacci clandestini e si tirò su.

Dopo aver bevuto e vagabondato per l'America e l'Inghilterra, negli ultimi anni sentì il desiderio di fermarsi e starsene in pace. Ritornò a Belfast; intorno a lui la città esplodeva. Che gli venisse un colpo a tutti quanti, disse allora, e si mise a chiacchierare con le signore di Anderson-town. Quelle lo tentavano con leccornie prelibate, ma lui rifiutava con un cenno della mano e beveva il suo tè: adesso che non fumava e non toccava più neanche un goccio che gusto c'era? Ormai era arrivato il momento di andarsene e infatti poco dopo morì al Royal Victoria Hospital.

Mia madre, che da ragazza si chiamava Angela Sheehan, era cresciuta invece in una catapecchia di Limerick con la mamma, i due fratelli Thomas e Patrick e la sorella Agnes senza conoscere mai suo padre, scappato in Australia qualche settimana prima che lei nascesse.

Dopo una serata trascorsa a bere birra scura nei pub di Limerick, Nonno cammina barcollando per la via, e canta la sua canzone preferita:


       Chi ha tuffato il suo tutino
       nel brodino di Miss Murphy?
       Ma nessuno osò parlare
       e così dové strillare:
       è uno scherzo da irlandese
       mo' lo mando a quel paese.
       Chi ha tuffato il suo tutino
       nel brodino della Murphy?

Tutto sommato si sente in gran forma e allora quasi quasi gioca un po' col piccolo Patrick, un anno compiuto. Che amore di bimbo. Adora il suo papino. Ride sempre quando Papino lo fa volare in aria. E vola vola vola, chicco Paddy, vola vola in aria al buio, e quant'è buio, Oggesù, stavolta l'hai mancato e il povero piccolo Patrick picchia la testa per terra, manda un gorgoglio, piagnucola, tace. Nonna si tira su dal letto, appesantita dalla creatura che porta nella pancia, mia madre. Con gran fatica solleva il piccolo Patrick. Lo guarda, lancia un lungo lamento e poi dice a Nonno: Vattene via. Fuori. Se non te ne vai subito, ti faccio a pezzi con l'ascia, brutto ubriacone scervellato. Quant'è vero Iddio, mi faccio pure impiccare. Fuori.

Nonno l'affronta da uomo. Io, dice, c'ho diritto di restare a casa mia.

Lei gli si getta addosso e allora, davanti a quel derviscio rotante con un bambino rotto in braccio e una bambina intera che le scalcia dentro, lui crolla. Esce incespicando, risale di corsa il vicolo e non si ferma più fino a Melbourne, Australia.

Da quel giorno il piccolo Pat, mio zio, non fu più lo stesso. Venne su con qualche rotella di meno in testa e la gamba sinistra che andava per i fatti suoi. Non imparò mai né a leggere, né a scrivere, ma Dio l'aiutò in un'altra maniera: quando a otto anni si mise a vendere giornali, risultò che a contare i soldi era più bravo del ministro del Tesoro. Nessuno sapeva perché l'avessero soprannominato l'Abate, ma tutta Limerick gli voleva bene.

I guai di mia madre ebbero inizio la notte in cui venne al mondo. Mia nonna è a letto con le doglie che ansima e boccheggia, e intanto prega san Gerardo Maiella, patrono delle partorienti. L'infermiera O'Halloran, la levatrice, le sta accanto tutta in ghingheri. l'ultimo dell'anno e l'infermiera O'Halloran non vede l'ora che la creatura nasca per correre a cenoni e feste varie. Dice a mia nonna: Spingi, forza, spingi. Gesù, Giuseppe e Maria, se non ti sbrighi 'sta creatura nasce l'anno prossimo, e se nasce l'anno prossimo dove me lo sbatto il vestito nuovo? Lascialo perdere, a san Gerardo. Foss'anche un santo, in un momento così che se ne fa una donna di un uomo? Ma mandalo affanculo, a san Gerardo.

Allora mia nonna si mette a pregare sant'Anna, patrona dei travagli difficili. Ma la creatura non vuole uscire. E l'infermiera O'Halloran dice a mia nonna: allora meglio san Giuda, patrono dei casi disperati.

San Giuda mio, patrono dei casi disperati, aiutami tu che sono disperata. Nonna grugnisce e spinge e finalmente spunta la testa, ma solo la testa: mia madre. E scocca la mezzanotte, è l'anno nuovo. Tutta Limerick è un tripudio di fischi, corni, sirene, bande d'ottoni, gente che grida e canta Un giorno tu mi lascerai e più non tornerai! e dappertutto le campane suonano l'angelus e l'infermiera O'Halloran scoppia in singhiozzi per il vestito sprecato, la creatura sta ancora nella pancia e io qui tutta in ghingheri. Ma vuoi uscire, creatura mia, vuoi uscire? Nonna spinge forte forte e dà alla luce una bambina, una bella femminuccia con i riccioli neri e due occhi azzurri e tristi.

Ah, sant'Iddio, dice l'infermiera O'Halloran, com'è che 'sta pupa mi va a cavallo del tempo, com'è che mi è nata con la testa nell'anno nuovo e il culo in quello pas- sato, o era la testa nell'anno passato e il culo in quello nuovo? Signora mia, a te ti toccherà scrivere al papa per sapere in che anno è nata 'sta pupa e a me mi toccherà mettere da parte il vestito pe l'anno venturo.

E alla bambina fu dato il nome di Angela per via dell'angelus che annunciò la mezzanotte, il nuovo anno, l'ora del suo arrivo, e comunque anche perché era un angioletto.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 82

Alla Scuola statale Leamy ci sono sette maestri e tutti quanti hanno una cinghia di cuoio, una verga, una bacchetta di prugnolo. Con la bacchetta ti picchiano sulle spalle, sulla schiena, sulle gambe e soprattutto sulle mani. Quando ti picchiano sulle mani si dice bacchettata. Ti picchiano se arrivi in ritardo, se hai un pennino che sgocciola, se ridi, se parli e se non sai le cose.

Ti picchiano se non sai perché Dio ha creato il mondo, se non sai chi è il santo patrono di Limerick, se non sai il Credo, se non sai guanto fa diciannove più quarantasette, se non sai quanto fa quarantasette meno diciannove, se non conosci i capoluoghi e i prodotti delle trentadue contee d'Irlanda, se non riesci a trovare la Bulgaria sulla carta geografica del mondo appesa al muro che è tutta macchiata di sputi, moccio e inchiostro che ci hanno tirato sopra scolari imbestialiti sospesi vita natural durante.

Ti picchiano se non sai dire come ti chiami in irlandese, se non sai dire l'Ave Maria in irlandese, se non sai chiedere il permesso di andare al gabinetto in irlandese.

Conviene ascoltare i bambini più grandi che stanno nelle classi avanti perché ti possono informare sui gusti del maestro che hai al momento, cosa gli piace e cosa non sopporta.

C'è un maestro che ti picchia se non sai che Eamon De Valera è il più grand'uomo mai vissuto sulla terra. Ce n'è un altro che ti picchia se non sai che il più grand'uomo mai vissuto sulla terra è stato Michael Collins.

Il maestro Benson odia l'America perciò bisogna ricordarsi di odiare l'America, sennò lui ti picchia.

Il maestro O'Dea odia l'Inghilterra perciò bisogna ricordarsi di odiare l'Inghilterra, sennò lui ti picchia.

E se per caso dici una cosa bella qualsiasi su Oliver Cromwell ti picchiano tutti quanti.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 135

Nonna non vuole più parlare con Mamma per via di quello che le ho combinato con Dio nel giardinetto. Mamma non parla né con sua sorella, zia Aggie, né con suo fratello, zio Tom. Papà non parla con la famiglia di Mamma e la famiglia di Mamma non parla con lui perché è di su e ha quel modo di fare strano. Nessuno parla con Jane, la moglie di zio Tom, perché è di Galway e sembra spagnola. Tutti parlano con zio Pat, il fratello di Mamma, perché ha picchiato la testa, è scemo e vende giornali. Tutti lo chiamano l'Abate o Abate Sheehan e nessuno sa perché. Tutti parlano con zio Pa Keating perché è stato gassato in guerra e perché ha sposato zia Aggie ma anche se non gli parlassero lui ci scoreggerebbe sopra e per questo motivo giù al pub South dicono che è un tipo gasato.

Così mi piacerebbe diventare nella vita, un tipo gasato, uno che ci scoreggia sopra, e allora lo dico all'Angelo del settimo scalino ma poi mi viene in mente che davanti a un angelo scoreggia non si dice.

Zio Toni e Jane di Galway hanno due figli ma noi non ci dobbiamo parlare perché i nostri genitori non si parlano. I figli sono un maschio, Gerry, e una femmina, Peggy, e se Mamma si accorge che parliamo con loro ci strilla ma noi non sappiamo come fare a non parlare con dei cugini.

La gente che abita nei vicoli di Limerick ha una maniera tutta sua di non parlarsi che richiede anni di esercizio. Ci sono famiglie che non si parlano perché nella guerra civile del '22 i padri stavano in fazioni opposte. Se uno prende e si arruola nell'esercito inglese tanto vale che la sua famiglia traslochi in un'altra zona di Limerick e vada a abitare fra altre famiglie con qualcuno nell'esercito inglese. Se negli ultimi ottocento anni qualcuno della tua famiglia si è dimostrato anche un minimo amichevole con gli inglesi prima o poi te lo sbatteranno in faccia e tanto vale che traslochi a Dublino dove non gliene importa niente a nessuno. Ci sono certe famiglie che si vergognano perché durante la Carestia i loro antenati rinunciarono alla propria religione per una scodella di minestra protestante e da allora sono soprannominate le famiglie dei mangiaminestra. Essere un mangiaminestra è tremendo perché uno è condannato a finire nella parte dell'inferno dei mangiaminestra. Ma peggio ancora è essere una spia. A scuola il maestro ci ha detto che ogni qual volta gli irlandesi stavano per battere gli inglesi in un combattimento alla pari una sporca spia li ha traditi. Chi viene scoperto a fare la spia merita la forca, anzi, no, merita che nessuno gli parli perché se non ti parla nessuno è meglio che ti impicchi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 159

Fintan Slattery alza la mano. Signor maestro, io lo so chi stava ai piedi della croce.

Ovvio che Fintan sappia chi stava ai piedi della croce. Come potrebbe non saperlo? Fintan va sempre a messa con la madre, che è nota per la sua santità. La madre di Fintan è così santa che suo marito è scappato in Canada a tagliare i boschi, felice e contento di sparire e di non farsi più sentire da nessuno. Tutte le sere Fintan e la madre si mettono in ginocchio in cucina a recitare il rosario e leggono ogni genere di riviste religiose: «Il piccolo messaggero del Sacro Cuore», «La lanterna», «L'estremo oriente», come pure qualunque opuscoletto stampato dalla Società della verità cattolica. Vanno a messa e si comunicano che piova o faccia bello e tutti i sabati si confessano ai gesuiti che notoriamente sono interessati ai peccati intelligenti e non a quelli soliti della gente dei vicoli che notoriamente si ubriaca e certe volte mangia carne di venerdì per non farla andare a male e oltretutto bestemmia. Fintan e sua madre abitano in Catherine Street e i loro vicini di casa l'hanno soprannominata L'offro in Sacrificio perché qualunque cosa succeda, se qualcuno si rompe una gamba, se si rovescia una tazza di tè, se sparisce un marito, lei dice: Be', questo l'offro in sacrificio e con tutte le indulgenze che guadagno ci vado in paradiso. Fintan non è meglio della madre: se gli dai una spinta nel cortile della scuola o lo prendi a parolacce lui sorride e ti informa che dirà una preghiera per te e l'offrirà in sacrificio per la sua anima e la tua. I ragazzini della Leamy non vogliono che Fintan preghi per loro e minacciano che se lo beccano a farlo gli mollano un bel calcio in culo. Lui risponde che da grande vuole diventare santo, il che è assurdo perché finché non muori santo non ci diventi mica ma lui insiste che i nostri nipoti pregheranno davanti alla sua immagine. Un ragazzino grande gli fa: I miei nipoti ci pisceranno sopra alla tua immagine, e Fintan si limita a sorridere. La sorella è scappata in Inghilterra a diciassette anni e tutti sanno che a casa Fintan si mette la sua camicetta e il sabato sera si arriccia sempre i capelli con le molle arroventate così la domenica a messa ci fa un figurone. Se ti incontra che stai andando a messa, ti chiede sempre: Frankie, che dici, non ho dei capelli stupendi? Stupendi è una parola che Fintan adora e difatti nessun altro bambino la vuole usare mai.

Ovvio che Fintan sappia chi stava ai piedi della croce. Probabilmente sa pure com'era vestito e che cosa aveva mangiato a colazione e adesso sta rispondendo a Puntino che ai piedi della croce c'erano le tre Marie.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 355

Ho davanti a me tutta la giornata perché dalla signora Finucane non devo andarci prima di stasera così passeggio per Henry Street finché la pioggia non mi spinge a entrare nella chiesa francescana dove trovo san Francesco con i suoi uccelli e i suoi agnelli. Lo guardo e mi domando perché mai l'ho pregato. No, non pregato: supplicato.

L'ho supplicato di intercedere per Theresa Carmody ma lui non ha mosso un dito, se n'è rimasto là sul suo piedistallo con il sorrisetto, gli uccelli e gli agnelli, e su me e Theresa ci ha scoreggiato sopra.

San Francesco, ti saluto, con te ho chiuso. Francis. Chissà come gli è saltato in mente di chiamarmi così. Sai quanto stavo meglio se invece che col nome di un santo famoso mi chiamavano Malachy che è un nome di re? Perché non hai guarito Theresa? Perché l'hai lasciata finire all'inferno? A Mamma l'hai lasciata salire in soffitta. A me m'hai lasciato la condanna al supplizio eterno. E scarpette di bambini tutte sparpagliate per i campi di concentramento. M'è tornato l'ascesso. Ce l'ho nel petto e ho fame.

San Francesco non serve a niente, non ferma neanche le lacrime che mi stanno colando giù, i singhiozzi soffocati e gli oddio oddio che mi fanno cadere in ginocchio con la testa sul banco e mi sento così debole per la fame e i pianti che quasi svengo vi prego Dio o san Francesco aiutatemi voi che ogci faccio sedici anni e ho dato uno schiaffo a mia madre e ho spedito Theresa all'inferno e mi sono fatto le seghe per tutta Limerick e dintorni e adesso c'ho il terrore di finire buttato a mare con una pietra al collo.

Un braccio mi cinge le spalle: una veste marrone, il ticchettio di un rosario nero, un frate francescano.

Bambino mio, bambino mio, bambino mio.

Sono un bambino e allora mi appoggio a lui, il piccolo Frankie sale sulle ginoccchia di suo padre, Papà, raccontami di Cuchulain, la storia che è mia e che non deve essere né di Malachy né di Freddie Leibowitz sull'altalena.

Bambino mio, siediti qui accanto a me e dimmi cos'è che ti tormenta. Ma solo se ne hai voglia. Io sono Padre Gregory.

Padre, oggi faccio sedici anni.

Bene, benissimo, ma perché questo fatto dovrebbe tormentarti?

Ieri sera ho bevuto la mia prima birra.

E poi?

Hò picchiato mia madre.

Bambino mio, che Dio c'aiuti! Ma il Signore ti perdonerà. C'è qualcos'altro?

Padre, non glielo posso dire.

Ti vuoi confessare?

Non posso, Padre. Ho fatto delle cose tremende.

Dio perdona chiunque si penta. E ci ha mandato l'amato Figlio suo unigenito affinché morisse per noi.

Non posso, Padre. Non posso.

Ma con san Francesco ti potresti confidare, no?

San Francesco non m'aiuta più.

Ma tu gli vuoi bene, giusto?

Sì. E poi io mi chiamo Francis.

E allora parla con lui. Ce ne stiamo seduti qua tutti e due e tu gli parli di quello che ti tormenta. Se io resto e ascolto è solo per prestare un paio d'orecchie a san Francesco e a Nostro Signore. Non pensi che ti sarà d'aiuto?

Allora parlo con san Francesco e gli racconto di Margaret, di Oliver e Eugene, di mio padre che cantava Roddy McCorley e non portava a casa i soldi, di mio padre che non mandava i soldi dall'Inghilterra, di Theresa e del divano verde, dei miei peccati tremendi a Carrigogunnell, e perché non sono riusciti a impiccare Hermann Goering per quello che ha fatto ai bambini con le scarpette sparpagliate per i campi di concentramento, del fratello cristiano che mi ha chiuso la porta in faccia, della volta che non mi hanno voluto come chierichetto, di mio fratello Malachy che risaliva il vicolo con la scarpa rotta che sbatteva, dei miei occhi malati che mi fanno vergognare, del frate gesuita che mi ha sbattuto la porta in faccia, delle lacrime di Mamma quando le ho dato lo schiaffo.

Ti va di rimanere un po' qua in silenzio magari a dire qualche preghiera? mi chiede Padre Gregory.

Sento la stoffa ruvida del suo saio marrone sulla guancia e un odore di sapone. Padre Gregory guarda san Francesco e il tabernacolo e annuisce, dal che deduco che sta parlando con Dio. Quindi mi dice di inginocchiarmi, mi assolve, mi dice di recitare tre Ave Maria, tre Padre Nostro e tre Gloria. Poi aggiunge che Dio mi perdona e che anch'io devo perdonare me stesso, che Dio mi vuole bene e che anch'io devo volere bene a me stesso perché solo quando si ama Dio in se stessi si possono amare tutte le sue creature.

Ma Padre, io voglio sapere che fine ha fatto Theresa Carmody all'inferno.

Bambino mio, Theresa sta sicuramente in paradiso. Quella ragazzina ha sofferto come le martiri dei tempi antichi e Dio sa che una penitenza del genere basta e avanza. E sta' certo che le suore dell'ospedale non l'hanno lasciata morire senza un prete accanto.

Padre, è sicuro?

Sì, bambino mio.

Padre Gregory mi benedice di nuovo, mi chiede di pregare per lui, è io mi ritrovo a gironzolare felice per le strade piovose di Limerick sapendo che Theresa sta in paradiso senza più la tosse.

| << |  <  |