Copertina
Autore Ian McEwan
Titolo L'amore fatale
EdizioneEinaudi, Torino, 1997, Supercoralli , Isbn 88-06-14660-2
OriginaleEnduring Love [1997]
TraduttoreSussanna Basso
LettoreRenato di Stefano, 1997
Classe narrativa inglese
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Pagina 3 [ inizio libro ]

L'inizio è facile da individuare. Eravamo al sole, vicino a un cerro che ci proteggeva in parte da forti raffiche di vento. lo stavo inginocchiato sull'erba con un cavatappi in mano, e Clarissa mi porgeva la bottiglia - un Daumas Gassac del 1987. L'istante fu quello, quella la bandierina sulla mappa del tempo: tesi la mano e, nel momento in cui il collo freddo e la stagnola nera mi sfioravano la pelle, udimmo le grida di un uomo. Ci voltammo a guardare dall'altra parte del prato, e intuimmo il pericolo. L'attimo dopo, correvo in quella direzione. Si trattò di un rivolgimento assoluto: non ricordo di aver lasciato cadere il cavatappi, né di essermi alzato, di aver preso una decisione, né di aver sentito la raccomandazione che Clarissa mi rivolse. Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti, allontanandomi di volata dalla nostra felicità, tra l'erba tenera di primavera accanto al cerro. Un altro grido e l'urlo del bambino, affievolito dal vento che spazzava le chiome alte degli alberi lungo le siepi. Accelerai la mia corsa. A quel punto, improvvisamente, da angolazioni diverse del prato, altri quattro uomini stavano convergendo sul luogo dell'incidente, correndo come me.

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Pagina 10

Le strinsi piú forte la mano senza parlare. Di Keats e della sua poesia sapevo poco, ma ritenevo possibile che, date le condizioni disperate in cui versava, non avesse voluto scriverle proprio perché l'amava moltissimo. Di recente avevo pensato che l'interesse di Clarissa nell'esistenza di quelle ipotetiche lettere avesse qualcosa a che fare con il nostro rapporto, e con la sua convinzione che un amore non può essere perfetto se non trova espressione in forma scritta. Nei mesi successivi al nostro incontro, e prima dell'acquisto dell'appartamento, mi aveva scritto alcune meraviglie, appassionatamente astratte nello svisceramento di ciò che faceva del nostro amore qualcosa di diverso e migliore rispetto a qualunque altro sentimento mai esistito. Forse è questa l'essenza di ogni lettera d'amore: la celebrazione dell'unicità. Io mi ero sforzato di eguagliarla, ma la franchezza mi aveva concesso solo di attingere ai fatti, che a me parevano comunque abbastanza miracolosi di per sé: una donna bellissima amava e voleva essere riamata da un uomo massiccio, goffo, stempiato e incredulo.

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Pagina 11

La conversazione su Keats si esauri mentre preparavamo la colazione sull'erba. Clarissa estrasse la bottiglia dal sacco e me la porse tenendola dal fondo. Come ho già detto, il collo mi stava sfiorando la pelle quando udimmo il grido. Era un tono baritonale su note via via piú alte dettate dalla paura. Quel grido segnò l'inizio e, naturalmente, una fine. In quell'istante si chiuse un capitolo, o meglio, un intero stadio della mia vita. A saperlo, e a poter disporre di un secondo in piú, valeva la pena di concedersi un pizzico di nostalgia. Il nostro matrimonio d'amore senza figli durava da sette anni. Clarissa Mellon amava anche un altro uomo; ma con l'approssimarsi del bicentenario dalla sua nascita, il fastidio che mi arrecava era in fondo modesto. Anzi, mi dava persino una mano fornendo spunti per gli scambi di idee che erano parte integrante del nostro equilibrio, il nostro modo per discutere di lavoro. Abitavamo in un edificio art déco nella zona settentríonale di Londra con un fardello di preoccupazioni al di sotto della media: piú o meno un anno di ristrettezze economiche, il passeggero timore per un cancro inesistente, i divorzi e le malattie degli amici, l'intolleranza di Clarissa verso i miei occasionali e furiosi accessi di insoddisfazione per il mio lavoro - ma nulla poteva minacciare l'autonoma intimità delle nostre vite.

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Pagina 50

Ora che l'inquieto perditempo se n'era andato, trasferii la mia irritazione sui responsabili della biblioteca. L'edificio era tristemente famoso, per la sua rumorosità, in particolar modo per il ronzio delle luci al neon tra gli scaffali al quale nessuno era riuscito a porre rimedio. Forse sarei stato meglio alla biblioteca Wellcome. La sezione scientifica qui era scarsissima. Sembrava si fosse ritenuto che romanzi, testi storici e biografie fossero piú che sufficienti a comprendere il mondo. Possibile che gli analfabeti che gestivano questo posto e che avevano l'audacia di considerarsi colti, vivessero nella convinzione che la letteratura fosse il piú alto risultato intellettuale della nostra civiltà?

Questa tirata interiore poté forse durare un paio di minuti. Ne ero come avvolto, invisibile a me stesso. Mi riebbi in virtú di un elementare recupero di autoconsapevolezza che persino il signor... non avrebbe saputo attribuire al cane del mio amico. Ovviamente non erano stati né lo scricchiolare nel pavimento, né l'inettitudine della direzione ad agitarmi. Si trattava di un mio stato d'animo, di una condizione tra il viscerale e il mentale che ancora stentavo a comprendere. Mi abbandonai sulla sedia e raccolsi gli appunti. A quel punto non avevo ancora registrato gli stimoli prodotti dalla calzatura e dalla macchia di colore. Fissavo lo sguardo sulla pagina che tenevo in grembo. Le ultime parole scritte prima di

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