Copertina
Autore Mario Mendoza
Titolo Satana
EdizioneEinaudi, Torino, 2003, Tascabili Stile libero 1139 , pag. 234, dim. 120x195x14 mm , Isbn 978-88-06-16625-0
OriginaleSatanás [2002]
TraduttorePaola Tomasinelli
LettoreGiovanna Bacci, 2003
Classe narrativa colombiana , thriller
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Indice

  3 Capitolo I    Una presenza maligna

 25 Capitolo II   Le oscure tenebre dell'Ade

 47 Capitolo III  Tra due dimensioni

 70 Capitolo IV   Luna piena

 93 Capitolo V    Diario di un futuro assassino

116 Capitolo VI   Forze straordinarie

138 Capitolo VII  La vita è cosi

161 Capitolo VIII Circoli infernali

184 Capitolo IX   Cercare e inventare di nuovo

206 Capitolo X    Satana

229 Epilogo
 

 

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Pagina 3

Capitolo I

Una presenza maligna


Una luce intensa e giovane si diffonde dall'alto, dalle tegole trasparenti del soffitto e dalle profonde aperture dei muri, e si sparge lungo tutta la piazza del mercato. Sono le sette di mattina. I venditori annunciano la loro mercanzia, i prezzi, le occasioni e le offerte con voci forti e allenate provocando uno schiamazzo che attraversa le pareti del fabbricato fino a raggiungere le strade che circondano la parte esterna della piazza. L'abbondanza salta agli occhi negli innumerevoli corridoi che si estendono paralleli da sud a nord e da ovest a est: arance, mandarini, maracuyás, manghi, guanábanas, limoni, carote, cipolle, peperoni, pomodori, ravanelli e una lista infinita di frutta e verdure che aspettano i compratori a mucchi, in casse di legno e vassoi di cartone e di plastica sistemati a portata di mano. Gli odori delle erbe bombardano le narici gelate dei passanti: il basilico, la limoncina, il coriandolo, il prezzemolo, il cedro. In un angolo, occupando tutto lo spazio dal pavimento al soffitto, ci sono i banchi di artigianato e di piante ornamentali: felci, cactus, pini in miniatura, e accanto, proliferando dagli interstizi e dagli anfratti, ceste, recipienti per il mate, cucchiai di legno e oggetti lavorati con corde di fibra vegetale e di agave. All'angolo opposto ci sono le macellerie e i banchi che vendono animali vivi: galline, tacchini, conigli, criceti e galli da combattimento.

Qui e là uomini e donne trasportano viveri in piccoli carretti di metallo, caricano casse di legno zeppe di pomodori e barbabietole, spostano sacchi di patate o di piselli. Paiono formiche che compiono certe funzioni predeterminate nelle vicinanze del formicaio.

All'improvviso, una voce femminile spicca tra gli innumerevoli rumori della folla:

- Caffè! Tisane!

Maria, la venditrice di bevande calde, che cammina per i corridoi della piazza offrendo caffè nero, infusi di cannella o di menta, sciroppo di zucchero di canna, semplice o con pezzetti di zenzero e succo di limone. E una donna bianca, dai fianchi torniti e le cosce sode, gli occhi neri e lunghe ciocche di capelli ricci dello stesso colore, una chioma abbondante raccolta indietro in una coda agreste e selvaggia che contrasta con la finezza dei suoi tratti, con la delicatezza della sua bocca e con il disegno rettilineo del naso. Misura un metro e settanta d'altezza e questo la obbliga a emergere - contro la sua volontà - sulla statura media delle altre donne, e di molti uomini che appena le si mettono al fianco sentono la superiorità fisica di questa ragazza, bellissima e fiera, di diciannove anni.

- Caffè! Tisane!

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Pagina 41

- Sai bene che ciò di cui questa gente ha bisogno è rivendicare i propri diritti, esigere dallo Stato piu investimenti, organizzarsi e lottare per un futuro migliore.

- Siamo d'accordo.

- Non hanno piu bisogno di racconti sovrannaturali. I pretini che giocano allo stregone o al profeta vadano a quel paese. E scusa. se ti parlo con tanta franchezza.

- Su questo non ho nulla da ridire.

- Allora cos'è che mi rimproveri? Padre Ernesto prende fiato e parla con scioltezza:

- L'amore non è un'equazione matematica, Enrique. Tu pensi al benessere degli altri, si, ma non li ami, non ti consegni a loro, non senti un affetto autentico per i loro figli, i loro nipoti. Non vedi oltre i tuoi pensieri razionali. L'unico cristianesimo che puoi comprendere è il cristianesimo marxista. La ragione ti limita e ti impedisce di vedere un po' piu in là. questo che critico.

Padre Enrique si alza, muove qualche passo per il salone in cui stanno conversando, alza le braccia e dice:

- Calmiamoci. Cosi non andiamo a parare da nessuna parte.

- E scusa se ti parlo con tanta franchezza, - dice padre Ernesto ripetendo la frase a doppio taglio.

- Va bene, va bene, basta veleno, torniamo a parlare di quel tale.

Si siede, respira profondamente e rimane a osservare il compagno con le mani incrociate sul grembo. Padre Ernesto riprende il filo della conversazione:

- Ti ho già raccontato che ha ucciso tutta la sua famiglia.

- Allora che lo arrestino e lo mettano sotto osservazione psichiatrica.

- La cosa terribile, Enrique, è che quell'uomo è come te e come me. Non è uno schizofrenico o uno psicopatico incurabile. un individuo normale, un uomo buono oppresso dalle forze oscure, della necessità, vittima di una malvagità superiore. questo che mi impressiona, che mi turba e mi confonde.

- Tu però non sei colpevole di quella situazione.

- In un certo senso sí, ciò che ha a che vedere con il tuo prossimo ha a che vedère con te. L'amore verso gli altri deve essere pieno di responsabilità.

- Non essere cosi estremista.

- Ricorda le parole del Vangelo: «Ama il prossimo tuo come te stesso».

- Quelle parole le dice Gesú a un giovane ricco, e sappiamo come sono i ricchi: a loro interessa piú accumulare che condividere.

- La cosa terribile di questo caso è che l'uomo ha ucciso spinto da sentimenti nobili: la compassione e la pietà.

- Com'è possibile?

- La sua famiglia era affamata e denutrita, lui parlava delle malattie e dei dolori che pativano le figlie e la moglie come conseguenza dei rigori della fame.

- Non ti credo.

- L'ha ripetuto durante l'interrogatorio della polizia. Ha detto che non sopportava piú i gemiti, la magrezza estrema, lo sguardo supplicante delle bambine.

- Non può essere.

- Dopo l'assassinio è andato in chiesa a chiedere perdono a Dio, ma anche a reclamare, a dirgli che il vero colpevole era Lui, a domandargli perché aveva torturato la sua famiglia in questo modo, perché si accaniva contro persone innocenti, e che l'aveva obbligato a liberarle da simili tormenti.

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Pagina 108

25 ottobre: Nell'oscurità della mia stanza vedo gli elicotteri alzare polveroni sulle piste di atterraggio degli accampamenti. Il sole inclemente che brucia i nostri corpi, il magnifico profumo della marijuana prima di dormire, il sapore dei fagioli in scatola e dei cartoni di succo di frutta vitaminizzato. Per i soldati occidentali il Vietnam non fu un Paese o una zona di guerra, ma uno stato psicologico, un'atmosfera che includeva zanzare, insonnia, sete, paranoia costante, desiderio di sopravvivenza, malinconia, ansia, e soprattutto una voglia frenetica di uccidere quei nani gialli camuffati che in ogni istante saltavano fuori dalla giungla con le baionette inastate, i dardi di legno lucido e i coltelli bene affilati. Porci orientali, capaci di camminare per chilometri e chilometri senza stancarsi, in assoluto silenzio, sempre attenti al minimo scricchiolio che indicasse la presenza del nemico.

In alcune occasioni mi trovai con un compagno portoricano che era stato con me nella stessa divisione, e il tipo, dopo qualche bicchiere in un bar, mi aveva chiesto:

- Sei riuscito a dimenticare?

- No, - risposi senza pensare.

- Ci sono notti in cui mi sveglio con la bocca secca, agitato, e sento l'imminenza di un attacco -. Il soldato prese aria e scolò il bicchiere in un sorso. - Allora mi alzo con la pistola carica e ispeziono tutta la casa con calma, con attenzione, pronto a qualsiasi sorpresa. Capisci cosa voglio dire?

- Si.

- A te succede lo stesso?

- Peggio -. Abbassai la voce perché nessuno potesse sentirmi. - Mi manca l'azione, le imboscate, gli spari, il sangue di quei bastardi, i villaggi rasi al suolo, gli innumerevoli morti che lasciavamo al nostro passaggio. Non credo che ora sopporterei un lavoro normale, una famiglia, dei vicini simpatici e uno stipendio alla fine del mese. Morirei di noia.

- Per questo mi sono arruolato di nuovo.

- Di nuovo?

- Vado in Nicaragua. Sono felice.

- Presto ci vedremo là.

- una buona occasione, non sprechiamola.


26 ottobre: Durante la mia seconda permanenza in Vietnam riuscii a stare una settimana a Saigon sulle spiagge di Vung Tau. Poi mi trasferirono in un distaccamento speciale a Houng Hoa, vicino alla frontiera con il Laos. Una notte, la recluta John Morris e io ci perdemmo nei dintorni di Dong Nai. La nostra divisione doveva pattugliare tutto il settore fino a Quang Thri, in prossimità del 17 parallelo, in piena zona rossa. Deviammo di qualche metro dal percorso originale e ciò fu sufficiente a disorientarci. La recluta era morta di panico e ripeteva sottovoce:

- Ci prenderanno.

La frase era molto significativa: Morris non aveva paura della morte, ma delle torture.

Alle tre del mattino, assetati e stanchi, individuammo una capanna in mezzo a una spianata. Entrammo con le armi pronte a sparare. Non c'era nessun uomo in vista, si trattava di una famiglia composta da una nonna sdentata, una ragazza di età indefinibile e un bambino di quattro o cinque anni. Legammo loro mani e piedi e gli infilammo dei fazzoletti in bocca per non farli gridare.

- Dobbiamo riposare almeno un paio d'ore. Non ce la faccio piú, - mi disse Morris esausto, incapace di muoversi.

- Prima bisogna regolare questa faccenda.

- gente indifesa.

- Non possiamo fidarci. Sono dei Vietcong, sicuro.

- Non starà pensando di...

- Si, Morris, dobbiamo farlo.

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Pagina 127

- L'altra posizione è accettare che la gente sia portata a situazioni estreme e deliranti come conseguenza del ritmo di vita che conduciamo. Mi capisci? Importa solo il denaro, la classe sociale, nessuno parla con i vicini di casa, la famiglia è disintegrata, non c'è lavoro, viviamo in grandi città e tra la gente ma senza amici, sempre piu soli. Finché qualcuno, come un termometro sociale che misura l'irrazionalità generale, esplode, ammazza, rapina una banca o si butta giu da un ponte. Se la pensiamo in questo modo, la resonsabilità di tali delitti è nostra, di tutti, poiché stiamo costruendo un mostro che finirà per inghiottirci e distruggerci.

- Credo che esageri, come sempre. La pressione è la stessa per tutti. Allora perché alcuni studiano e lavorano e conducono una vita normale, e altri finiscono per sequestrare o massacrare i propri simili?

- Gradi di sensibilità. Alcuni si lasciano abbrutire facilmente; altri, che sono piú sensibili e a volte piu intelligenti, non riescono a sopportare ed esplodono.

- Non parlare cosi, Ernesto, questo significa stravolgere il mondo. Adesso non mi verrai a dire che la gente buona e lavoratrice sia imbecille e insignificante, e che i mascalzoni e gli assassini siano brillanti e sensibili. Se continui a pensarla cosi finirai malissimo.

- Si, sembra orribile.

- Ma certo, questo significa pensare le cose al contrario.

- Non so, era solo un'idea.

- Pessima, di certo.

- E non ti ho raccontato il peggio.

- Ancora?

- Mi è capitato un caso di possessione demoniaca.

Padre Enrique si alza in piedi e si appoggia allo scrittoio della biblioteca. Dice stancamente:

- Sai già ciò cosa penso in proposito. Metti immediatamente quella persona nelle mani di uno psichiatra.

- Si, meglio che non te lo racconti neanche.

- Finiremmo certo per litigare.

- Non so cosa stia succedendo, da un po' di tempo a questa parte. Suppongo che l'umanità stia crollando, sia vinta e distrutta da forze sconosciute. E sto seduto nel centro dell'uragano.

- Credo che stai attraversando una gran brutta crisi.

- vero.

- Prenditi un po' di vacanza, viaggia, rilassati da tanto stress.

- Credo sia piu grave.

- A cosa ti riferisci?

- Tu hai mai perduto la fede?

- Ho dubitato, Ernesto, non posso negarlo. Ma questo capita a tutti.

- Non hai mai avuto la sensazione di non voler piú essere sacerdote?

- No, questo no. Sai che ho una visione politica del mio sacerdozio. una convinzione verticale, senza dubbi di alcun tipo.

- Io non ho questa tua sicurezza.

- Stai pensando di ritirarti?

- Si.

- Sul serio?

- Si, Enrique.

- Ma alla tua età...

- Non importa, qualcosa farò.

- Ma perché?

- Ho perso la fede e la voglia di essere sacerdote.

- Tu sei sempre stato un modello per gli altri, i giovani sacerdoti ti ammirano.

- C'è una superbia nel nostro ministero, una specie di superiorità idiota, non so come spiegarti. Non siamo come gli altri, ci crediamo diversi, il nostro ritmo di vita ci impedisce di mescolarci e di soffrire con la gente da pari a pari. Siamo una razza di privilegiati che giocano a fare gli umili.

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