Copertina
Autore Jules Michelet
Titolo La strega
SottotitoloLa rivolta delle donne nel romanzo-verità dell'inquisizione
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2005, eretica speciale , pag. 288, cop.fle., dim. 150x210x17 mm , Isbn 978-88-7226-857-5
OriginaleLa Sorcière
EdizioneLibrairie de L. Hachette et C.ie, Paris, 1862
TraduttoreStefano Lanuzza
LettoreRenato di Stefano, 2005
Classe classici francesi , religione , storia moderna , storia sociale , storia criminale , esoterismo , paesi: Francia
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Indice

La strega necessaria.
    Prefazione di Stefano Lanuzza                 3

LA STREGA                                        11

Introduzione                                     13

LIBRO PRIMO                                      23

La morte degli dèi                               25
Perché il medioevo disperò                       31
Il diavoletto del focolare                       38
Tentazioni                                       46
Possessione                                      53
Il patto                                         63
Il re dei morti                                  67
Il principe della natura                         73
Satana medico                                    79
Incantesimi, filtri                              87
La comunità ribelle. I sabba. La messa nera      94
Seguito. L'amore, la morte. Satana scompare     102

LIBRO SECONDO                                   109

La strega della decadenza.
    Moltiplicazione e volgarizzazione di Satana 111
Il martello delle streghe                       117
Cent'anni di tolleranza in Francia. Reazione    127
Le streghe basche. 1609                         132
Satana si fa prete. 1610                        138
Gauffridi. 1610                                 144
Le indemoniate di Loudun.
    Urbain Grandier. 1632-1634                  160
Indemoniate di Louviers.
    Madeleine Bavent. 1633-1647                 172
Satana trionfa nel XVII secolo                  182
Padre Girard e la Cadière. 1730                 187
La Cadière in convento. 1730                    208
Il processo della Cadière. 1730-1731            225

EPILOGO                                         242

Note [di J. Michelet]                           246
[Altre note e chiarimenti dell'Autore]          259
Fonti principali [testo di Michelet]            275
[Altre fonti]                                   276
Commento dell'Autore alla seconda edizione
    [ed. Lacroix]                               277
Vita e opere di Jules Michelet                  278

Bibliografia essenziale                         281
Altri titoli [in edizione italiana]             281

 

 

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Pagina 13

Introduzione


Prima del 1500, Sprenger dice: "Bisogna parlare di eresia delle streghe, non degli stregoni; questi contano poco". E qualcun altro, al tempo di Luigi XIII: "Per ogni stregone, diecimila streghe".

"La natura le ha fatte streghe". È la vera indole della donna, il suo temperamento. Nasce fata. In ricorrenti celebrazioni, è sibilla e, in amore, maga. Per scaltrezza e malizia (spesso capricciosa e benefica), è strega che svela il destino e magari placa o evita i malanni.

Viaggiando, vediamo che ogni popolo primitivo ha uguale inizio: l'uomo caccia e combatte, la donna s'ingegna, immagina, crea sogni e divinità. Certi giorni è veggente, padrona delle immense ali del desiderio e della fantasia. Per meglio prevedere il tempo, osserva il cielo. Ma non ha meno a cuore la terra. Volgendo gli occhi sui teneri fiori, anche lei giovane fiore, li conosce intimamente e, come donna, a loro chiede di guarire chi ama.

Semplice, commovente avvio di religioni e scienze. In seguito, ogni cosa si separa e vediamo giungere lo specialista: il giullare, astrologo o profeta, negromante, prete o medico. Tuttavia, in principio la donna è tutto.

Il paganesimo greco, religione potente e vitale, comincia dalla sibilla e finisce con la strega. La prima, vergine bella e luminosa, lo cullò circondandolo d'una magica aureola. Più tardi, deluso, malato, nelle tenebre medievali, per deserti e boschi, la strega lo protesse e, pietosamente, gli diede il nutrimento che lo tenne in vita. Così, per le religioni, la donna è madre, custode amorosa e nutrice fidata. Gli stessi dèi, come gli uomini, nascono e muoiono sul suo grembo.

[...]

Unico medico del popolo fu, per mille anni, la strega. Imperatori, re, papi, i più ricchi baroni avevano qualche dottore di Salerno, qualche moro o ebreo; ma la grande massa, un po' tutti e d'ogni condizione, consultavano solo la Saga o Saggia-donna. Non guarendo, la insultavano e le dicevano strega. Ma di solito, per rispetto e anche timore, la chiamavano Buonadonna o Belladonna: lo stesso nome dato alle fate.

Le capitò quanto ancora capita alla sua pianta preferita, la belladonna, e alle pozioni benefiche da lei usate, rimedi dei grandi flagelli del medioevo. Il ragazzo e l'ignaro passante maledicono queste livide erbe senza conoscerle. I colori indefiniti li terrorizzano. Arretrano, s'allontanano. Eppure si tratta solo di lenitivi (solanacee) che, somministrati con misura, hanno spesso guarito e alleviato molti mali.

Li trovate nei luoghi più sinistri, solitari e pericolosi, tra macerie e ruderi. Anche in questo somigliano a chi li utilizzava. Dove se non in lande selvagge avrebbe potuto vivere quell'infelice così perseguitata, quella maledetta, reproba, avvelenatrice che guariva e salvava? La sposa promessa del diavolo e del Male in persona, colei che ha fatto tanto del bene, come dice il gran dottore del Rinascimento Paracelso: che, nel 1527, fece a Basilea un falò di tutta la medicina, dichiarando di non sapere niente oltre a quanto appreso dalle streghe.

Meritavano un premio. L'ebbero. Le compensarono con torture e roghi. S'escogitarono appositi supplizi, inediti strazi. Venivano giudicate in massa e condannate per una parola. Mai ci fu più spreco di vite umane. Per non dire della Spagna, classica terra di roghi dove non c'è moro né ebreo senza strega, se ne contano settemila a Trèviri e non so quante a Tolosa. A Ginevra, cinquecento in tre mesi (1513); ottocento a Würzburg, quasi in un'infornata; e millecinquecento a Bamberg (due piccolissimi vescovadi). Ferdinando II in persona, il bigotto e crudele imperatore della guerra dei trent'anni, fu costretto a controllare i suoi bravi vescovi: non avrebbero risparmiato un solo suddito. Nella lista di Würzburg trovo uno stregone undicenne, uno scolaro e una strega di quindici anni; a Bayonne due di diciassette, per loro disgrazia graziose.

[...]

Neppure i moderni hanno troppo studiato la cronistoria morale della stregoneria. S'attardano eccessivamente sui rapporti tra medioevo e antichità. Rapporti reali, ma labili e di poco conto. La vecchia maga, la veggente celtica e quella germanica non sono ancora la vera strega. Le innocue Sabasie (da Bacco Sabasio), modesti sabba campestri continuati nel medioevo, niente hanno in comune con la messa nera del XIV secolo, questa grande, solenne sfida a Gesù. Tali terribili concezioni non provengono dalla tradizione. Uscirono dall'orrore del tempo.

A quando risale la strega? Rispondo senza esitare: "Ai tempi della disperazione". Della profonda disperazione causata dal mondo della Chiesa. Senza esitare, dico che "la strega è il suo delitto".

Nemmeno mi soffermo su ipocrite spiegazioni che vorrebbero minimizzare: "Debole, fragile era la creatura, facile alle tentazioni. La concupiscenza l'ha spinta al male". Ma, nell'indigenza e nella carestia dell'epoca, come poteva una passione portarla alla furia diabolica? Se la donna innamorata, trascurata e gelosa, se la ragazza scacciata dalla matrigna o la madre malmenata dal figlio (vecchi temi di leggende), hanno avuto la tentazione d'invocare lo spirito maligno, tutto questo non è la strega. Che queste povere creature invochino Satana, non significa che vengano accettate. Sono ancora lontane, ben lontane, dall'essere pronte per lui. Non hanno l'odio di Dio.


Per capire un po' meglio, leggete gli odiosi registri tramandati dall'Inquisizione non negli estratti di Llorente e Lamothe-Langon, ma in ciò che resta degli originali di Tolosa. Leggeteli nella loro piattezza, nella loro lugubre aridità così spaventosamente feroce. Bastano poche pagine, per sentirsi gelare. Vi assale un freddo crudele. La morte, la morte, la morte: ecco cosa si sente a ogni riga. Siete alfine nella bara, o in una stretta cella di pietra dai muri ammuffiti. I più fortunati vengono messi a morte. La cella, l' in pace, è l'orrore. Tale formula ricorre all'infinito, come una campana d'infamia che suoni e risuoni per avvilire i morti in vita. Sempre la stessa parola: Murati.

Orrifico sistema per annientare e opprimere, spietata pressa per schiacciare l'anima. Un giro di vite dopo l'altro, strozzata, zoppicante, schizzò dal marchingegno cadendo nell'ignoto. La strega, al suo apparire, non ha padre né madre; non ha figli, marito, famiglia. È un mostro, una meteora giunta chissà da dove. Chi, gran Dio, oserebbe avvicinarla?

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Pagina 25

1. La morte degli dèi


Alcuni autori affermano che, poco prima della vittoria del cristianesimo, una voce misteriosa percorresse le rive del mare Egeo dicendo: "Il grande Pan è morto".

L'antico Dio universale della Natura non c'era più. Grande gioia. Si credeva che, morta la natura, fosse morta la tentazione. Così lungamente squassata dalla tempesta, l'anima umana sta dunque per trovare riposo.

Si trattava solo della fine dell'antico culto, della sua disfatta, dell'eclisse di vecchie forme religiose? Per niente. Consultando i primi monumenti cristiani, si trova in ogni riga la speranza che la natura sparisca, la vita si spenga, e che finalmente giunga la fine del mondo. Finiscano gli dèi della vita, fin troppo ne hanno prolungata l'illusione. Tutto cade, crolla, s'inabissa. Il tutto diventa il niente. "Il grande Pan è morto".


Non era una novità che gli dèi dovessero morire. Diversi antichi culti sono fondati proprio sull'idea della morte degli dèi. Muore Osiride, muore Adone, è vero; ma per resuscitare. Anche in teatro, in quei drammi rappresentati solo per le feste degli dèi, espressamente Eschilo, con la voce di Prometeo, li avvisa che un giorno dovranno morire. Ma in che modo? Vinti e sottomessi ai Titani, alle antiche potenze della natura.

Però qui è ben diverso. In generale e in particolare, per il passato e il futuro, i primi cristiani maledicono la stessa natura. La condannano totalmente, fino a vedere il male incarnato e il demonio in un fiore. Giungano allora al più presto gli angeli che già inabissarono le città del Mar Morto; strappino e torcano come un velo la vana faccia del mondo, liberando finalmente i santi da questa lunga tentazione.

Il Vangelo dice: "Il giorno avanza". Dicono i Padri: "Fra poco". Il crollo dell'Impero e l'invasione dei barbari fanno sperare a sant'Agostino che, ben presto, d'ogni città non resti che la Città di Dio.

Però quant'è duro a morire, questo mondo; e ostinato a vivere! Come Ezechia, chiede una giornata di proroga. Va bene, sia: fino all'anno Mille. Ma poi, non un giorno di più.


È proprio sicuro — l'hanno detto e ripetuto — che gli antichi dèi fossero finiti, pure loro annoiati e stanchi di vivere? Che, scoraggiati, si fossero praticamente dimessi? Che al cristianesimo restasse soltanto da soffiare su queste vane ombre?

Tali dèi vengono esposti a Roma in Campidoglio, dove sono stati ammessi solo dopo morti; cioè a patto che perdessero ogni linfa vitale, rinnegassero la loro patria e cessassero d'essere i numi tutelari delle loro nazioni. Infatti, per accoglierli, Roma li aveva sottoposti a una dura operazione, snervandoli e rendendoli scialbi. Nella loro vita ufficiale, questi importanti dèi s'erano trasformati in tristi funzionari dell'Impero romano. Ma tale aristocrazia dell'Olimpo non aveva completamente trascinato nella sua decadenza la folla delle divinità indigene, il popolo degli dèi ancora padroni delle immense campagne, dei boschi, dei monti, delle sorgenti, intimamente fusi con la vita della contrada. Questi numi celati nel cuore delle querce, nel fragore delle acque profonde, non potevano esserne scacciati.

E chi lo afferma? La Chiesa, che si contraddice pesantemente. Ha proclamato la loro morte e s'indigna se vivono. Secolo dopo secolo, con la voce minacciosa dei suoi Concili, ordina loro di morire... Ma che succede, vivono?

"Sono demoni", dunque vivono. Non potendo dominarli, si consente al popolo ignorante di vestirli e camuffarli. Nella leggenda, il popolo li battezza imponendoli alla Chiesa stessa. Ma si sono almeno convertiti? Non ancora. Li sorprendono mentre, di nascosto, perseverano nella loro natura pagana.

Dove sono? Nel deserto, sulla pianura desolata, nella foresta? Sì, ma soprattutto nella casa. Intimamente stanziati nelle abitudini domestiche. La donna li custodisce e nasconde sotto il suo tetto e anche nel letto. Ed essi trovano quanto di meglio c'è al mondo (meglio del tempio): il focolare.

Mai rivoluzione fu più violenta di quella di Teodosio. Nell'antichità non vi è traccia d'una uguale proscrizione d'ogni culto. Il persiano, adoratore del fuoco, nella sua eroica innocenza poté oltraggiare le divinità visibili, ma le lasciò sopravvivere. Fu molto accogliente con gli ebrei, li protesse, se ne servì. La Grecia, figlia della luce, si burlò degli dèi inferi, i panciuti Cabiri, ma li tollerò e ingaggiò come operai, dando vita al dio Vulcano. Roma, nella sua maestà, accolse non solo l'Etruria ma gli dèi rustici del vecchio contadino italico. Perseguitò i druidi solo come una dannosa resistenza nazionale.

Il cristianesimo vincente pensò, o credette, di eliminare il nemico. Censurando la logica, smantellò la scuola e sterminò letteralmente i filosofi: che furono massacrati sotto Valente. Distrusse e saccheggiò il tempio, demolì i simboli. La buona novella avrebbe potuto favorire la famiglia, se non avessero annullato il padre in san Giuseppe e se la madre fosse stata valorizzata come educatrice, madre morale di Gesù. Una strada feconda, subito abbandonata per l'ambizione d'una sterile purezza metafisica.

Così il cristianesimo intraprese il solitario cammino del celibato sul quale il mondo andava già per proprio conto, invano combattuto dalle leggi degli imperatori. Su tale china, precipitò col monachesimo.

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Pagina 46

IV. Tentazioni


In questa descrizione, ho escluso le terribili ombre che avrebbero crudelmente oscurato quel tempo. Intendo soprattutto l'incerta sorte della famiglia contadina, l'ansia e la paura quotidiana del sopruso inatteso che, da un momento all'altro, poteva piombare dal castello.

Il regime feudale aveva, appunto, due prerogative che, insieme, fanno un inferno. Da una parte, l' estrema fissità: l'uomo stava legato alla terra e l'emigrazione era impossibile; dall'altra parte, una grandissima insicurezza.

Gli storici ottimisti che chiacchierano di canoni stabili, di contratti e franchigie comprate, dimenticano la dominante mancanza d'ogni garanzia. Bisogna pagare tutto al signore, ma costui può prendersi anche il resto. Questo, precisamente, si chiama diritto di requisizione. Lavora e lavora, buon uomo. Mentre tu stai nei campi, la temuta masnada può calare sulla tua casa depredando ciò che vuole: "al servizio del signore".


Guardate, pertanto, quest'uomo scuro in volto e con la testa bassa... Sta sempre così, con la fronte china e il cuore stretto come chi attenda un brutta notizia.

S'aspetta un brutto tiro? No, ma due pensieri l'ossessionano; due punteruoli lo pungono a fondo. "In che stato troverai la tua casa, stasera? Oh, se la zolla smossa mi facesse trovare un tesoro! Se il buon demone m'aiutasse a riscattarci!".

È sicuro che, a tale appello (come il genietto etrusco, che in forma di bambino saltò un giorno da sotto il vomere), un nano, uno gnomo piccolo piccolo, possa uscire di terra drizzandosi dal solco e dicendogli: "M'hai chiamato?". Ma il poveretto, stordito, non voleva più niente. Impallidiva, si segnava; e allora tutto svaniva.

Ma poi non se ne rammaricava? Non diceva tra sé: "Stupido che non sei altro, sarai sempre un disgraziato"? Lo credo bene. Penso, poi, che una barriera d'insormontabile terrore lo paralizzasse. Non credo proprio, come vorrebbero far supporre i monaci raccontandoci le faccende della stregoneria, che il Patto con Satana sia stato l'imprudente colpo di testa d'un avido innamorato. A confidare nel buonsenso e nella natura, si sente, al contrario, che s'era raggiunto il limite, la fine d'ogni speranza, sotto la tremenda pressione di oltraggi e miserie.


"Ma" dicono "queste grandi miserie furono assai alleviate all'epoca di san Luigi, che proibisce le guerre private tra i signori". Io credo proprio il contrario. Negli ottanta o cento anni che dividono quel divieto dalle guerre con gli inglesi (1240-1340), i signori, senza più l'abituale divertimento d'incendiare e saccheggiare la terra del signore vicino, furono deleteri per i propri vassalli. Per costoro, quella pace fu una guerra.

A leggere, nel Journal d'Études Rigault (pubblicato recentemente), dei signori ecclesiastici, dei signori monaci, eccetera, si rabbrividisce. C'è il quadro aberrante d'uno scatenamento sfrenato e barbaro. I signori monaci si gettavano soprattutto sui conventi femminili. L'austero Rigault, confessore del re santo, arcivescovo di Rouen, svolge personalmente un'inchiesta sulla situazione in Normandia. Giunge ogni sera in un monastero e dappertutto trova quei monaci a godersi la bella vita feudale: armati, ubriachi, duellanti, a caccia furibonda nei campi coltivati. Abbracciano le religiose in orge caotiche, e ovunque le ingravidano.

Se questa era la Chiesa, che dovevano essere i signori laici? Com'erano in quelle nere torri, guardate con tanto terrore da laggiù? Due racconti, che senza dubbio sono storia, Barbablù e Griselda, ce ne dicono qualcosa. Cos'era, per i suoi vassalli e i suoi servi, quel cultore di torture che trattava così la sua famiglia? Noi lo sappiamo dall'unico che abbia subito un processo, fin troppo tardi, nel XV secolo: Gilles de Retz, rapitore di bambini.

[...]

In futuro si stenterà a credere che, presso i popoli cristiani, la legge abbia fatto ciò cui non giunse mai l'antica schiavitù: espressamente fissando, per contratto e diritto, l'oltraggio più sanguinoso che possa ferire il cuore dell'uomo.

Il signore ecclesiastico e il signore laico hanno questo sporco diritto. In una parrocchia nei pressi di Bourges, il curato, in quanto signore, reclamava espressamente l'iniziazione della sposa, ma in pratica cercava di vendere al marito, per denaro, la verginità della donna.

Troppo facilmente s'è creduto che tale offesa fosse una formalità mai realizzata. Ma il prezzo fissato in certi paesi, per esserne dispensati, superava di molto le possibilità di pressoché tutti i contadini. In Scozia, per esempio, si esigevano "molte mucche". Insostenibile enormità! Così la povera giovane era a disposizione. Del resto, i tribunali del Béarn affermano chiaramente che il diritto veniva pagato in natura: "Il primogenito del contadino è considerato un figlio del signore, poiché può essere opera sua".

Tutte le norme feudali, anche senza menzionare quella in particolare, impongono alla sposa di salire al castello e portarvi i "cibi piccanti del matrimonio". Odioso insulto obbligarla ad avventurarsi così, esporre la poveretta al sopruso d'una banda di scapoli impudenti e svergognati.

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Pagina 117

II. Il martello delle streghe


Le streghe si curavano poco di nascondere il loro gioco. Piuttosto se ne vantavano, ed è dalla loro stessa bocca che Sprenger ha raccolto gran parte delle storie che illustrano il suo manuale: un libro pedante, ridicolmente calcato sulle distinzioni e sottodistinzioni dei tomisti, ma molto ingenuo e credulone, opera d'un uomo assai spaventato; il quale, nel terribile duello fra Dio e il diavolo, dove generalmente Dio permette che il diavolo abbia la meglio, non vede altro rimedio se non di perseguirlo con la fiamma in mano, bruciando al più presto i corpi da quello eletti a domicilio.

Sprenger ha l'unico merito di fare un libro davvero completo, che corona un vasto sistema e tutta una letteratura. Ai vecchi penitenziali, ai manuali dei confessori per l'inquisizione dei peccati, seguirono i directoria per inquisire l'eresia, il peccato maggiore. Ma per l'estrema eresia, la stregoneria, si fecero dei directoria o manuali speciali, ossia i Martelli per le streghe. Questi manuali, costantemente arricchiti dallo zelo dei domenicani, raggiungono la loro perfezione nel Malleus di Sprenger, libro-guida anche per lui nella sua gran missione in Germania e, per un secolo, bussola e luce dei tribunali dell'Inquisizione.

In che modo Sprenger giunse a studiare tali materie? Egli narra che a Roma, nel refettorio dove i monaci ospitavano i pellegrini, vide due boemi, cioè un giovane prete insieme al padre. Il padre sospirava e pregava per il buon esito del suo viaggio. Caritatevolmente, Sprenger gli chiede il motivo della sua preoccupazione. È perché il figlio è invasato. Con grande pena e spesa, lo sta conducendo a Roma, alla tomba dei santi. "Dov'è, questo figlio?" dice il monaco. "Accanto a voi". "A tale risposta, ebbi paura e indietreggiai. Guardai il giovane prete, sorpreso nel vederlo mangiare con aria assai modesta e rispondere con dolcezza. Mi disse che aveva trattato un po' duramente una vecchia e questa gli aveva gettato una malia, ora nascosta sotto un albero. Quale? La strega s'ostinava a non dirlo". Sprenger, sempre per carità, condusse l'invasato di chiesa in chiesa e da una reliquia all'altra. A ciascuna stazione, esorcismo, furore, crisi, contorsioni, biascicamento in ogni lingua e grandi calci. Il tutto, davanti a un pubblico sbigottito e tremante. I diavoli, comuni in Germania, erano più rari in Italia. Ben presto, a Roma non si parlava d'altro. La vicenda, che suscitò gran clamore, stimolò la massima attenzione del domenicano. Costui studiò e compulsò tutti i Mallei e gli altri trattati manoscritti, divenendo il massimo esperto in procedura demoniaca. Il suo Malleus dev'essere stato composto – credo – nei vent'anni che separano quell'avventura dalla grande missione affidata a Sprenger dal papa Innocenzo VIII nel 1484.


Era indispensabile scegliere l'uomo adatto per tale missione in Germania, un uomo d'ingegno ed esperto, capace di vincere la netta ripugnanza germanica per l'orribile sistema che si voleva introdurre. Roma, fautrice dell'Inquisizione, aveva subito nei Paesi Bassi un grave scacco; che, di conseguenza, provocò il dissenso della Francia (solo Tolosa, antico paese albigese, subì l'Inquisizione). Verso il 1460, un penitenziere romano, divenuto decano d'Arras, pensò di terrorizzare le Camere di retorica (o riunioni letterarie) che cominciavano a discutere di materie religiose. Bruciò come stregone uno dei retori e, con lui, dei ricchi borghesi e anche alcuni cavalieri. La nobiltà, così colpita, s'irritò e l'opinione pubblica insorse violentemente. L'Inquisizione fu vituperata e maledetta, soprattutto in Francia. Il parlamento di Parigi sbarrò la porta e Roma, per la sua malaccortezza, perse l'occasione d'instaurare in tutto il nord il suo regime terroristico.

Il momento sembrò migliore verso il 1484. L'Inquisizione, che in Spagna aveva assunto proporzioni terribili e dominava il governo, sembrava essere diventata uno stato conquistatore che dovesse marciare da solo, penetrando e invadendo tutto. Trovava, è vero, un ostacolo in Germania per il contrasto geloso dei principi ecclesiastici, che, avendo i propri tribunali e un'autonoma inquisizione, non erano mai stati disposti ad accettare quella romana. Ma le circostanze e le forti inquietudini causate dai moti popolari li rendevano più deboli. Il Reno e la Svevia, lo stesso oriente verso Salisburgo, sembravano profondamente minati. Di continuo, scoppiavano rivolte di contadini. Si sarebbe detto un immenso vulcano sotterraneo, un invisibile lago di fuoco che, di volta in volta, emergesse con getti fiammeggianti. L'Inquisizione straniera, temuta più di quella tedesca, giungeva prontamente a terrorizzare il paese, stroncare gli spiriti ribelli e bruciare oggi, come stregoni, coloro che domani potevano diventare degli oppositori. Eccellente arma popolare e diversivo per schiacciare il popolo. Si tendeva a spostare la tempesta sugli stregoni, come, nel 1349 e in tante altre occasioni, la si era riversata sugli ebrei.

Ma occorreva un solo uomo, un uomo abile: l'inquisitore che per primo, dinanzi alle gelose corti di Magonza e Colonia, davanti al popolo burlone di Francoforte o Strasburgo, avrebbe innalzato il suo tribunale. Occorreva che la sua personale abilità bilanciasse e talora facesse dimenticare il suo odioso ministero. Roma, del resto, ha sempre preteso di sapersi scegliere gli uomini. Poco preoccupata dei problemi e molto delle persone, ha creduto, non senza ragione, che il successo negli affari dipendesse dall'indole particolare degli agenti inviati nei diversi paesi. Sprenger era l'uomo giusto? Innanzitutto era tedesco, domenicano, sostenuto dal suo temibile ordine con tutti i suoi conventi e le sue scuole. Era necessario un degno figlio delle scuole, buon scolastico ferrato nella Summa teologica, fermo a san Tommaso e pronto a citare i sacri testi. Sprenger era tutto questo. Ma, ancor più, era un imbecille.

[...]

La massima gioia del diavolo, questo grande logico, è di proporre al dottore, per voce della falsa vecchia, argomenti imbarazzanti e questioni insidiose; cui si sfugge solo facendo come la seppia che, mentre scappa, intorbida l'acqua e l'annerisce come inchiostro. Per esempio: "Il diavolo non agisce, se Dio non lo permette. Perché punire i suoi strumenti?". Ovvero: "Noi non siamo liberi. Dio permette, come per Giobbe, che il diavolo ci tenti e ci sospinga, costringendoci con la violenza... Si deve punire chi non è libero?". Sprenger se la cava dicendo: "Voi siete degli esseri liberi (lo dicono i testi). Non siete schiavi che del vostro patto col Maligno". La risposta sarebbe troppo facile: "Se Dio consente al Maligno di tentarci a fare un patto, egli rende possibile tale patto; eccetera".

"Sono troppo buono" dice "a dare retta a certa gente! Sciocco chi discute col diavolo". L'intero popolo è con lui. Tutti applaudono ai processi; e tutti sono commossi, frementi, ansiosi dell'esecuzione. Si vedono tanti impiccati. Quanto allo stregone e alla strega, sarà una bella festa vedere questi eretici crepitare nella fiamma.

Il giudice ha il popolo con lui. Non ha imbarazzi. Col Directorium, gli bastano tre testimoni. Non li trovi tre testimoni, soprattutto per testimoniare il falso? In ogni città di maldicenti, in ogni villaggio di invidiosi pieni d'odio per i vicini, i testimoni abbondano. Del resto, il Directorium è un libro superato, vecchio d'un secolo. Nel XV, secolo di luce, tutto viene perfezionato. In mancanza di testimoni, è sufficiente l' opinione pubblica, il grido generale.


Grido sincero, grido di paura e lamento di vittime, dei poveri stregati. Sprenger ne è tanto commosso. Lui non fa parte della categoria degli insensibili, aridi e astratti scolastici. Lui ha un cuore. È appunto per questo che uccide così facilmente. È pietoso e così caritatevole! Ha pietà di quella donna implorante, da poco incinta, cui l'occhiata d'una strega ha soffocato il bambino. Compiange il poveretto al quale lei ha devastato il campo con la grandine. Ha pietà del marito che, senza essere per niente stregone, s'accorge che sua moglie è strega e la trascina, corda al collo, da Sprenger perché la bruci.

Con un uomo crudele, forse ci sarebbe scampo; ma, col buon Sprenger, non c'è niente da sperare. Troppo forte è la sua umanità: s'è bruciati senza scampo, a meno che non si abbia furbizia e gran presenza di spirito. Un giorno gli portano la denuncia di tre brave dame di Strasburgo che, nello stesso giorno e alla stessa ora, sono state percosse da colpi invisibili. Come? Possono solo accusare un uomo dall'aspetto losco, che ha gettato loro il malocchio. Mandato davanti all'inquisitore, l'uomo protesta, giura su tutti i santi di non conoscere quelle signore: non le ha mai viste. Il giudice non vuole credergli. Lacrime, giuramenti: tutto inutile. La gran compassione per le dame rendeva Sprenger inesorabile, offeso dagli insistiti dinieghi dell'accusato. E già s'ergeva. Che quell'uomo sia torturato: così avrebbe confessato, come facevano i più innocenti. Senonché quello ottiene di parlare, e dice: "In effetti, mi ricordo che ieri, a tale ora, ho bastonato... chi? Non creature battezzate, ma tre gatte furiose venute a mordermi le gambe". Uomo acuto, il giudice inquadrò il problema: il pover'uomo era innocente, in certi giorni le dame si trasformavano in gatte e il Maligno si divertiva a gettarle contro le gambe dei cristiani per rovinarli facendoli passare per stregoni.

Un giudice meno abile non l'avrebbe azzeccata. Ma non sempre si può avere un simile uomo. Era soprattutto necessario che sul tavolo dell'Inquisizione ci fosse un buon manuale di asinerie capace di rivelare al giudice ingenuo e inesperto le furbizie del vecchio Nemico, i modi per gabbarlo, la tattica abile e profonda così felicemente usata dal grande Sprenger nelle sue campagne del Reno. A tal fine, il Malleus, un libro da tenere in tasca, fu sempre stampato in foggia inusuale: un piccolo 'diciottesimo'. Perché sarebbe stato imbarazzante, nel corso dell'udienza, vedere il giudice aprire sulla tavola un 'in folio'. Poteva, con discrezione, sbirciarlo da sotto la tavola e sfogliare il suo manuale della sciocchezza.

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III. Cent'anni di tolleranza in Francia. Reazione


La Chiesa delegava al giudice e all'accusatore la confisca dei beni degli stregoni. Laddove il diritto canonico è forte, i processi di stregoneria si moltiplicano arricchendo il clero. Ove tali questioni siano avocate dai tribunali laici, esse diventano rare e spariscono: da noi almeno per cent'anni, dal 1450 al 1550.

Un primo sprazzo di luce, a metà del XV secolo, sorge in Francia. Il parlamento riabilita Giovanna d'Arco dopo averne esaminato il processo, facendo riflettere sul mercato degli spiriti buoni o cattivi e sugli errori dei tribunali ecclesiastici. Strega per gli inglesi e per i più grandi dottori del Concilio di Basilea, per i francesi lei è una santa, una sibilla. La sua riabilitazione inaugura da noi un'epoca di tolleranza. Il parlamento di Parigi riscatta anche i cosiddetti valdesi d'Arras e, nel 1498, ricusa come pazzo uno stregone che gli avevano presentato. Nessuna condanna sotto Carlo VIII, Luigi XII e Francesco I.


Viceversa, la Spagna con la pia Isabella (1506) e il cardinale Ximénés comincia a bruciare le streghe. Ginevra, allora sotto il suo vescovo (1515), ne bruciò cinquecento in tre mesi. L'imperatore Carlo V, nelle costituzioni tedesche, tenta invano di stabilire che "la stregoneria, causando danno a beni e persone, è una questione civile (non ecclesiastica)". Invano abolisce la confisca (salvo nel caso di lesa maestà): i piccoli principi-vescovi, cui la stregoneria frutta uno dei più cospicui introiti, insistono a bruciare furiosamente. In una volta sola, l'inconsistente vescovado di Bamberga brucia seicento persone, e quello di Würtzburg novecento! Il procedimento è semplice. Usare dapprima la tortura sui testimoni, inventandone col dolore e il terrore alcuni a carico. Estorcere all'accusato, a forza di sofferenze, una confessione, credendovi contro l'evidenza dei fatti. Esempio: una strega confessa d'avere sottratto dal cimitero il corpo d'un bambino morto di recente, al fine d'usarlo nelle pozioni magiche. Suo marito dice: "Andate al cimitero. Il bambino c'è". Lo dissotterrano e lo trovano nella bara. Ma, contro la testimonianza dei propri occhi, il giudice decide che trattasi d' ,cor una apparenza, un'illusione del diavolo. Al fatto vero, preferisce la confessione della donna. Che viene bruciata.

Presso questi buoni principi-vescovi le cose si spinsero così avanti che, in seguito, l'imperatore più bigotto d'ogni epoca, quello della guerra dei Trent'anni, Ferdinando II, è costretto a intervenire: stabilendo a Bamberga un commissario imperiale affinché s'osservino le leggi dell'impero e il giudice episcopale non inizi i processi con una tortura che subito li interrompe, sfociando nel rogo.


Era molto facile prendere le streghe per le loro confessioni, talora senza torture. Sovente si trattava di mezze pazze. Confessavano di trasformarsi in bestie. Spesso le italiane si trasformavano in gatte e, passando sotto le porte, succhiavano – dicevano loro - il sangue dei bambini. Nel paese delle grandi foreste, in Lorena e nel Giura, volentieri le donne diventavano lupe e, per chi ci crede, divoravano i passanti (anche quando non passava nessuno). Venivano bruciate. Alcune ragazze assicuravano d'essersi concesse al diavolo, ma venivano trovate ancora vergini. Al rogo. Molte sembravano avere fretta, bisogno d'essere bruciate. Talora follia, furore. Talaltra disperazione. Un'inglese, condotta al rogo, disse al popolo: "Non accusate i miei giudici. Sono io che ho voluto perdermi. I miei genitori s'erano allontanati da me con orrore. Mio marito m'aveva ripudiata. Sarei tornata nella vita con disonore... Ho voluto morire... Ho mentito".


La prima parola chiara di tolleranza contro quello sciocco di Sprencer col suo spaventoso Manuale e i suoi domenicani fu pronunciata da un legale di Costanza, Molitor. Costui disse qualcosa di sensato: che non potevano prendersi sul serio le confessioni delle streghe poiché a parlare in loro era, appunto, il padre della menzogna. Ridicolizzò i miracoli del diavolo, sostenendo che erano fasulli. Indirettamente, Hutten ed Erasmo, deridendo nelle loro satire le idiozie dei domenicani, assestarono un grave colpo all'Inquisizione. Dice precisamente Cardano: "Per ottenere la confisca, erano sempre gli stessi che accusavano e condannavano; inventandosi, a sostegno, mille fandonie".

L'apostolo della tolleranza Chàtillon, il quale, contro cattolici e protestanti, sostenne che non si dovevano bruciare gli eretici, senza parlare di stregoni indicò una strada migliore. Agrippa, Lavatier e soprattutto Wyer, l'illustre medico di Clèves, giustamente affermarono che, se queste miserabili streghe sono lo zimbello del diavolo, più che con loro è col diavolo che bisogna prendersela. Guarirle, non bruciarle. Ben presto alcuni medici di Parigi alimentano l'incredulità sostenendo che le possedute, le streghe, sono soltanto delle ciarlatane. Esagerazione: la maggior parte erano delle malate lunatiche.

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XII. Il processo della Cadière. 1730-1731


Figurarsi gli effetti d'un tale spaventoso colpo sulla famiglia Cadière. Le crisi della malata divennero frequenti e gravi. Ciò suscitò come una crudele epidemia tra le sue amiche intime. La sua vicina signora Allemand, che aveva anche lei le estasi, ma credendole finora di Dio, precipitò nella paura e sentì l'inferno. Questa brava donna cinquantenne si ricordò che, in effetti, aveva avuto spesso pensieri impuri. Si credette preda del diavolo, non vide che diavoli e, malgrado fosse assistita dalla figlia, scappò dalla propria abitazione e chiese alloggio ai Cadière. Da quel momento la casa divenne inabitabile, il commercio impossibile. Il fratello maggiore, infuriato, inveiva contro Girard: "Come Gauffridi... Anche lui sarà bruciato!". E il giacobino aggiungeva: "Anche a costo di mangiarci tutti i beni della famiglia".

Nella notte dal 17 al 18 novembre, la Cadière urlò, soffocò. Si credeva che stesse per morire. Il fratello maggiore, il commerciante, preso dal panico chiamò dalle finestre gridando: "Aiuto! Il diavolo strangola mia sorella!". I vicini accorrevano, semisvestiti. Medici e chirurghi definirono il suo stato una soffocazione uterina, e vollero applicarle delle ventose. Mentre le andavano a cercare, riuscirono a disserrarle la bocca e farle ingoiare una goccia d'acquavite che la fece rinvenire. Intanto arrivavano in fila anche i medici dell'anima, un vecchio prete, confessore della Cadière madre, poi alcuni curati di Tolone. Tanto chiasso e tante grida, l'arrivo di questi preti in pompa magna, l'apparato esorcistico, avevano riempito la strada di gente. Chi arrivava, chiedeva: "Che c'è?". "È la Cadière, strega da Girard". S'immagini la pietà e l'indignazione del popolo.

Molto impauriti ma volendo reagire allo spavento, i gesuiti fecero qualcosa di barbaro. Tornarono dal vescovo, ordinarono e pretesero che si perseguisse la Cadière attaccandola quello stesso giorno; e che la povera ragazza, sul letto dove continuava a rantolare dopo l'orribile crisi, ricevesse un'improvvisa irruzione giudiziaria.

Sabatier non lasciò il vescovo prima di far chiamare il suo giudice, il vicario generale Larmedieu col promotore di fede (o procuratore episcopale) Esprit Reybaud, dicendogli di procedere subito.

Ciò era impossibile, illegale secondo il diritto canonico. Prima dell'interrogatorio, occorreva un'istruttoria preliminare sui fatti. Altre difficoltà: il giudice ecclesiastico non aveva diritto di fare simile irruzione che per un rifiuto di sacramento. Sicuramente i due giuristi ecclesiastici obiettarono, ma Sabatier non ne volle sapere: se le cose si fossero trascinate in un'asettica legalità, sarebbe mancato il colpo di terrore.

Larmedieu, o Lacrima-Dio, con questo nome così toccante era un giudice amico e favoreggiatore del clero. Non era uno di quei rudi magistrati che procedono dritto avanti, come cinghiali ciechi, sulla gran via della legge, senza vedere o distinguere le persone. Aveva avuto gran riguardo nel caso di Aubany, il guardiano di Ollioules. L'aveva perseguito con tutta lentezza, affinché si salvasse. Poi, quando lo seppe a Marsiglia, come se Marsiglia fosse stata lontana dalla Francia, ultima Thule o la Terra incognita degli antichi geografi, cessò d'impegnarsi. Qui, fu ben altra cosa: questo giudice, paralizzatosi nel caso Aubany, per la Cadière mise le ali, le ali del fulmine. Erano le nove del mattino quando gli incuriositi abitanti del vicolo videro giungere dai Cadière un bellissima processione, messer Larmedieu in testa e il Procuratore della corte episcopale con la scorta d'onore di due vicari della parrocchia, dottori in teologia. Invasero la casa e interrogarono la malata. Le fecero fare il giuramento d'accusare e diffamare se stessa, riferendo alla giustizia quanto apparteneva alla coscienza e alla confessione.

Lei poteva astenersi dal rispondere, poiché nessuna formalità era stata rispettata. Ma non s'oppose. Giurò, disarmandosi e consegnandosi nelle loro mani. Essendosi ormai legata col giuramento, disse tutto, anche cose vergognose e ridicole: confessione crudelissima, per una ragazza.

Il processo verbale di Larmedieu e il suo primo interrogatorio indicano un ben preciso piano tra lui e i gesuiti, quello di far passare Girard come ingenua vittima delle astuzie della Cadière. Un uomo di cinquant'anni, dottore, professore, direttore di religiose, purtuttavia rimasto così innocente e credulone che, per raggirarlo, è bastata una ragazzina, una bambina! La furbacchiona, la svergognata, l'ha ingannato a proposito delle visioni, ma non trascinato nei propri traviamenti. Furibonda, si è vendicata attribuendogli ogni infamia che le poteva suggerire un'immaginazione da Messalina.

Ben lontano dal confermare alcunché di tutto questo, data la dolcezza della vittima l'interrogatorio è assai commovente. Risulta chiaro che lei s'accusa perché costretta e forzata dal giuramento fatto. È dolce coi suoi nemici, anche (dice suo fratello) con la perfida Guiol che l'ha compromessa, ha fatto di tutto per corromperla e, in ultimo, l'ha rovinata facendole restituire le lettere indispensabili per difendersi.

I Cadière rimasero spaventati dal candore della sorella. Nel suo rispetto per il giuramento, s'era, ahimè, abbandonata senza riserva, umiliata per sempre, da allora derisa e presa in giro dagli stessi nemici dei gesuiti e dagli sciocchi buontemponi libertini.

Poiché la cosa era fatta, la vollero almeno completa: affinché il processo verbale dei preti potesse essere controllato da un atto più serio. Da accusata come sembrava, la fecero accusatrice passando all'offensiva e ottenendo dal magistrato del re, il luogotenente civile e criminale Marteli Chantard, che andasse a riceverne la deposizione. In quest'atto, breve e conciso, si trova stabilito con chiarezza l'elemento della seduzione e, in più, i rimproveri da lei rivolti a Girard per le sue carezze lascive, di cui aveva sempre riso; poi, il consiglio da lui dato di lasciarsi invadere dal demonio; inoltre, la suzione con cui quell'impostore le teneva aperte le piaghe; eccetera.

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