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| << | < | > | >> |Pagina 11 [ inizio libro ]La porta si aprì: dal corridoio proruppe una folata di luce. La sagoma di un servitore sganciò le persiane, le apri e lì stette, sfregandosi le mani e contemplando i tetti innevati di Dux. Alle sue spalle, il vecchio sprofondato in poltrona e con il cane accucciato ai piedi cessò di bofonchiare e sospirare e, alzato il viso, fiutò la luce del giorno."Avete visite, mein Herr," gli disse il servitore, voltandosi e guardandolo come avrebbe guardato una delle figure nei grandi arazzi del Conte Waldstein appesi alle pareti nelle sale dabbasso: un uomo di tela, scarno e consunto al punto che non ci sarebbe stato da stupirsi se attraverso il suo busto si fosse intravisto lo schienale della poltrona. "Visite?" "Una 'dama', mein Herr. Sehr schöne." Fattosi adesso più ardito - giacché il conte era in viaggio e Feldkirchner, il maggiordomo, quel vecchio si divertiva a chiamarlo cadavere e relitto e altri epiteti ben più insolenti -, il servitore strizzò l'occhio, scoccò un bacio all'aria, e filò via dalla stanza mentre l'uomo, vinte a fatica coperte e gravità, lo inseguiva fin sulla porta, coi pugni levati e frementi come antenne di una lumaca furibonda. "Sciacquapitali! Giacobino! Lo riferirò al tuo padrone, rettile immondo che non sei altro!... Pensa piuttosto ad accendere il camino, pelandrone! Vuoi farmi morire di freddo? Che ti venga un accidenti!" Ma la sua rabbia era vana. Stava urlando in italiano, o, più precisamente in veneziano: e quei barbari non potevano capirlo. | << | < | > | >> |Pagina 18Eccolo adesso a trentott'anni, mento grosso, naso grosso, occhi grossi in un volto di "tinta africana", spalle e torace possenti - mentre dalla passerella sbarcava sul molo del porto di Dover, alle spalle del Duca di Bedford, col quale, dopo una nobile disputa, aveva condiviso le spese del viaggio da Calais, ossia le tre ghinee a testa pagate al capitano del brigantino. Gli staffieri, trascinati sulla banchina i bagagli dei due gentiluomini, li allinearono uno accanto all'altro."L'Inghilterra!" "Già, proprio l'Inghilterra, monsieur," disse il duca, nell'impeccabile francese che era lecito aspettarsi dall'inviato inglese a Fontainebleau. "E auguriamoci che la permanenza qui vi sia propizia." Per qualche istante stettero fermi sul molo a bilanciarsi sulle gambe per ritrovare l'equilibrio e la confidenza con la terra firma, inalando una brezzolina che sapeva di sale e pece e interiora di pesce. Un marmocchio mezzo nudo, alto poco più del bastardino che teneva per la collottola, li mirò - le loro giubbe inamidate, i guanti aderenti, l'elsa delle spade scintillanti al sole - come se fossero calati da una nube appesa a funi crepitanti, semidei in una pantomima di paese. Casanova ricambiò lo sguardo - l'insolenza del benessere e l'insolenza della miseria. Di marmocchi come quello era pieno il mondo, certo: erano una sorta di ubiqua spazzatura umana; eppure non gli riusciva mai di guardarli senza vedere se stesso, stolido figlio della danzatrice Zanetta, correre per le calli e poi fermarsi di botto, stupefatto, a contemplare senatori dalla mantella rossa, forestieri rivestiti d'oro, dame barcollanti sotto cappe di gioielli. Cavò di tasca una piccola moneta, un nulla d'argento, e la gettò al bimbo. La moneta rimbarzò sul selciato e finì in una pozzanghera di pioggia putrida. Il marmocchio, senza smettere di guardare i due gentiluomini, tastò con le dita fina a trovare la moneta. Casanova si voltò. Si era ripromesso di evitare quanto più possibile i pensieri sgradevoli. | << | < | > | >> |Pagina 98Quello era il punto cui era giunto il gioco conturbante, quando, congedandosi una sera dalla casa in Denmark Street, e temendo che anche un solo altro giorno di venditori ambulanti e bottegai xenofobi lo avrebbe indotto a brandire il suo piccolo squarciabudella veneziano, il Cavaliere aveva chiesto a Madame Augspurgher, in presenza della figlia, quando potesse sperare - a quando, madame, la notte beata... E, dopo molte esitazioni, dopo qualche affettazione di imbarazzo e qualche risolino, era stato invitato a cena per la sera successiva, cena dopo la quale - se avesse gradito - sarebbe stato ospite delle Augspurgher per la notte.
Il giorno prestabilito, Casanova si svegliò da un
sonnellino nel soggiorno di Pall Mall. Non sapeva cosa
l'avesse destato: forse una folata di foglie contro la
finestra; fatto sta che appena sveglio udì rintoccare le
cinque sulla pendola nell'atrio e sull'orologio
all'ingresso della Smyrna Coffee House. Si alzò, si sfregò
gli occhi e andò alla finestra. Da oriente si vedeva
avanzare rapidamente una notte di fumo e nubi torve, mentre
a occidente l'ultima porzione di sole sbirciava tra le case
che costeggiavano il parco e proiettava sulla strada un
reticolo di polverosi raggi dorati. Non v'era traccia di
Jarba, e in casa nessun segno di vita, sicché Casanova
accese da sé le lampade e ne portò una su per le scale e in
camera. Tutti i suoi pensieri erano ormai concentrati su
come trarre il massimo piacere dalla Charpillon, su come
suscitarsi nelle carni quell'estasi che con gli anni
sembrava essersi fatta sempre più inafferrabile. Da un
cassetto del comodino cavò la fida copia delle
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