Copertina
Autore Alain Minc
Titolo Diavolo di un Keynes
SottotitoloLa vita di John Maynard Keynes
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2008 , pag. 244, cop.ril.sov., dim. 15,5x23,7x2 cm , Isbn 978-88-02-07947-9
OriginaleUne sorte de diable. Les vies de John M. Keynes
EdizioneGrasset & Fasquelle, Paris, 2006
TraduttoreFranco Motta
LettoreRenato di Stefano, 2009
Classe economia politica , storia economica , biografie , paesi: Gran Bretagna
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Indice


VII  Prefazione

  3  Capitolo 1   Quel pedigree così «british»

 15  Capitolo 2   Un'educazione di lusso

 31  Capitolo 3   Un dandy, più che un funzionario

 37  Capitolo 4   I primi passi del grande curioso

 45  Capitolo 5   Bloomsbury, o la marginalità trionfante

 51  Capitolo 6   La guerra. Keynes mobilitato sul fronte delle idee

 65  Capitolo 7   «Le conseguenze economiche della pace»,
                  o Keynes finalmente libero

 79  Capitolo 8   L'inizio della metamorfosi

 91  Capitolo 9   Un'ossessione: la ricostruzione d'Europa

101  Capitolo 10  In guerra contro la barbara reliquia

115  Capitolo 11  Alle prese con un paese in declino

125  Capitolo 12  Un crac keynesiano: il 1929

137  Capitolo 13  Da Keynes al keynesismo

161  Capitolo 14  Il lento apprendistato del tragico della storia

173  Capitolo 15  Dall'economia del fronte al fronte economico

183  Capitolo 16  Alla ricerca dell'oro americano

193  Capitolo 17  Alla ricerca di un nuovo ordine mondiale

207  Capitolo 18  L'ambigua consacrazione di Bretton Woods

217  Capitolo 19  L'ultimo duello

229  Conclusione  L'eredità paradossale

235  Bibliografia
239  Indice dei nomi


 

 

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Pagina VII

Prefazione



Perché Keynes? Riverenza verso l'opera? Riconoscenza per un keynesismo che ha plasmato l'ultimo mezzo secolo, inventando senza saperlo l'"economia sociale di mercato"? Riflesso anglofilo? Tutte queste cose, forse, ma soprattutto altro. La convinzione che l'uomo Keynes sia ancora più grande della sua opera. Il fascino che emana da un ficcanaso senza pari. L'ammirazione per una permanente alchimia dei contrari: quella dell'obiettore di coscienza che serve il proprio paese in guerra, dell'emarginato che si insedia nel cuore dell'establishment, del gran borghese elitista che diventa l'idolo delle sinistre di tutto il mondo, dello speculatore che diffida del mercato, dell'esteta che si consacra alle discipline più austere, dell'intellettuale che si sogna uomo di Stato, del consigliere che s'immagina uomo d'azione... I Keynes sono tanti, ma ne compongono uno solo. Si trattò, per usare l'espressione che lui stesso impiegò per Freud, di «una specie di diavolo», di un essere che avrebbe potuto essere dilaniato da quella complessità che, invece, ne plasmò l'unità. Nessun sospetto di schizofrenia, nessun senso d'incoerenza. Keynes non mancò mai di tenere con mano ferma i fili della sua strana personalità. Cocteau affermava che «il talento fa ciò che vuole, il genio ciò che può». In questo senso Keynes possedeva un talento immenso. Condurre una vita plurale, in fondo, è affare da pessimisti, da scettici e da agnostici: poiché non c'è che una vita sola, e per di più assai breve, tanto vale viverne più d'una allo stesso tempo. Anche da questo punto di vista Keynes ci è maestro.

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Pagina 31

Capitolo 3
Un dandy, più che un funzionario



Al suo ingresso nella vita attiva Keynes ha ventitré anni. L'uomo possiede una sua allure: alto, espressivo, reca ancora i segni della bruttezza che da bambino lo ha fatto soffrire. Ama imporsi, e sa come farlo. Pochissimo disposto a compromessi, conosce il proprio valore – meglio: lo sopravvaluta. Impregnato senza saperlo di una visione nietzschiana della vita, è affabile con gli άbermenschen, i superuomini, ossia i suoi eguali, come è scostante verso gli Untermenschen, i sottouomini, cioè tutti gli altri. Individuo d'élite in una nazione d'élite: tale, in fondo, la sua cosmogonia. Non sono esattamente le qualità più adatte per accomodarsi in un'immensa macchina burocratica. A quell'epoca l'Amministrazione britannica non dà alcun tipo di formazione alle sue nuove reclute, e Keynes entra nell'Indian Office come semplice funzionario. Addetto alla contabilità, dunque alla noia; questa, per ora, la sua sorte. Lo distaccano presso il dipartimento militare, al massimo un'ora di effettivo lavoro al giorno, con missioni esaltanti come l'imbarco di dieci tori provenienti dalla Scozia e diretti a Bombay. Trasferito qualche mese più tardi al dipartimento di statistica, fisco e commercio, può mettere le mani su faccende più stimolanti: negoziati commerciali con la Germania, un conflitto con la Russia nel Golfo Persico, la regolamentazione dell'oppio e il commercio della iuta nelle Indie.

E tuttavia nulla, nella natura di Keynes, lo predispone alla vita burocratica. «Tutta la macchina è governata da mummie; la metà almeno dei membri presenti mostra segni manifesti di decrepitezza, e gli altri se ne stanno zitti»: tale la sua descrizione della prima grande riunione ufficiale cui assiste. A un anno dall'arrivo è già stanco: «Sono completamente sfinito da questo posto — scrive a Strachey –, credo che darò le dimissioni. Ora che la novità è svanita mi annoio per il novanta per cento del tempo, e mi sento irragionevolmente irritato per il restante dieci per cento, ogni volta che mi bloccano durante i ragionamenti. Ti fa impazzire vedere trenta persone che ti riducono all'impotenza quando sei praticamente sicuro di avere ragione». Di qui l'accanimento con cui prosegue una tesi in matematica statistica, per riaprire all'occorrenza i giochi accademici e tornare in una Cambridge abbandonata forse troppo in fretta. Keynes consacra dalle due alle quattro ore al giorno a lavorare sulla teoria delle probabilità, senza che questo gli pesi perché sembra avere trovato, finalmente, una branca della matematica meno spiacevole delle altre. L'essenziale, però, è evidentemente altrove, nella vita privata, nelle attività mondane. Alloggiato in un appartamento di servizio a Saint James Court, con compiti burocratici fondamentalmente stanziali, padrone della propria agenda accademica, ha tutto il tempo di gettarsi a corpo morto nella vita londinese. Certo, si lamenta dell'«epidemia di cene, cinque in sei giorni», ma in realtà vi si adatta con piacere.

Non è nemmeno un Rastignac inglese: i circoli del potere non l'attirano granché. Come al solito, ha più voglia di coltivare le proprie reti di amici — gli etoniani, i cantabrigiani, e davanti a tutti gli Apostoli —, ma anche di crearsi nuovi interlocutori e centri d'interesse imprevisti. La mondanità, in fondo, non è che uno strumento della sua curiosità. Che può prendere la forma di un gusto nascente per la pittura — farà il suo primo acquisto nel 1907, rendendone immediatamente conto a Florence —, oppure del sostegno a un femminismo in piena ascesa, sotto la sferza di un'amica di lady Strachey, o ancora della vita culturale più classica — teatro, opera, balletto, sotto l'influenza di questo e quest'altro. Ma la mondanità è soprattutto il pretesto per fare nuovi incontri, alcuni puramente intellettuali, altri diretti dal desiderio omosessuale.

Da questo secondo punto di vista fa irruzione nella vita di Maynard un uomo che diventerà il suo contemporain capital, Duncan Grant. Come di frequente, all'origine dell'incontro sta la filiera di conoscenze di Strachey. Cresciuto in India, Duncan esprime un'originalità che non può che affascinare Maynard: un vero spostato — c'è qualcosa di più eccitante? Meno colto del gruppo degli Apostoli, in compenso possiede qualità che a essi risultano poco familiari: la bellezza – gli Apostoli, Maynard per primo, sono per lo più brutti –, la vivacità di spirito – di contro alla loro serietà che può diventare pomposità –, un'acutezza di sguardo e di giudizio poco comuni – il resto del gruppo, al confronto, sembra fatto di conformisti. E poi, per tutti quei giovani che hanno sognato l'arte mentre studiavano la matematica, Grant può contare su quell'insigne superiorità che gli dà il fatto di essere un artista, un pittore per la precisione. In questo ambiente omosessuale che pratica lo scambio senza saperlo, e senza proclamarlo, si produce quello che doveva succedere: Duncan e Maynard si innamorano l'uno dell'altro. Lytton soffre come un martire, a giudicare da quanto scrive a Leonard Woolf: «Puoi immaginarti che tortura sia sapere come un fatto acquisito che qualcuno per il quale ti faresti sventrare si sta prostituendo con Keynes».

Il legame fra Grant e Keynes non sarà un'avventura, ma durerà fino al 1914; coabiteranno in appartamenti separati per salvare ancora le apparenze, ma vivranno di fatto insieme. Keynes si lascia andare a una dipendenza amorosa che gli è poco familiare. Così scrive a Duncan, il 2 agosto 1908: «Purtroppo riesco a lavorare solo il minimo, ma passo i più radiosi dei miei giorni a pensare a te, con amore». Abituati, come siamo divenuti per la maggior parte, alla legittimità delle coppie omosessuali, per noi è difficile rendersi conto delle tensioni che possono avere toccato l'anima di Keynes. Funzionario di uno Stato che, sotto la regina Vittoria, aveva eretto il pudore in arte di vivere, prigioniero di una vita di famiglia onnipresente, rispettoso di convenzioni sociali che detesta, è condannato alla doppiezza, alla dissimulazione, all'ipocrisia.

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Pagina 125

Capitolo 12
Un crac keynesiano: il 1929



Malgrado sia uno speculatore accorto, Keynes non possiede il sesto senso di certuni che riescono ad annusare in anticipo le scosse di Borsa, e quindi ad anticiparle con loro grande profitto. Nel 1926 aveva addirittura scritto: «Nella nostra vita non conosceremo più alcun crollo di Borsa». E il Giovedì nero, il 24 ottobre del 1929, non misura le conseguenze dell'avvenimento, lanciando dalle colonne del «New York Evening Post» l'errata profezia per cui «l'economia mondiale conoscerà un periodo di bassi tassi d'interesse con tanto maggior profitto del mondo degli affari». L'uomo di mercato non scorgeva il colpo in arrivo, e nemmeno il macroeconomista. Considerando unicamente l'inflazione dei prezzi, non si era preoccupato del fenomeno dell'inflazione degli attivi. Come trader, peraltro, aveva la testa altrove, avendo investito parecchio sul mercato delle materie prime ed essendo stato totalmente preso in contropiede, al punto di vedere la propria fortuna ridotta di quattro quinti alla fine del 1929. In una banca di investimenti si può essere licenziati per molto, molto meno... Keynes fa dello smacco una lezione e rinuncia, secondo l'espressione dei piccoli operatori di Borsa, a «battere il mercato» per optare definitivamente per quello che si chiamerebbe oggi il metodo Warren Buffett, ossia scegliere con attenzione alcune azioni e conservarle a lungo termine, contro venti e maree.

Lo shock di Borsa ha comunque un effetto positivo su di lui: come scrive a Lydia, «ritorna di moda». La tradizione politica vuole, in effetti, che i governi reagiscano agli imprevisti moltiplicando libri bianchi, commissioni tecnocratiche, consulte di esperti; è una maniera poco costosa di occupare il terreno, e nulla può ancora escludere che queste riflessioni non producano qualche idea recuperabile. Ramsay MacDonald aveva avuto modo di apprezare Maynard in occasione di tre «pranzi di teste» — altro vecchio metodo degli uomini di potere — nell'autunno del 1929. Ora se ne avvale doppiamente, nominandolo alla testa di un Economic Advisory Council — un comitato di consulta economica — e designandolo membro della Commissione Macmillan. Per un uomo che aspira sempre a giocare il ruolo di eminenza grigia tali nomine sono una mano santa: gli permettono di far progredire le sue idee attraverso vie trasversali senza rischiare di urtare contro opposizioni troppo personalizzate. Keynes, dai tempi della sua prima prestazione, prima della guerra, in seno alla Commissione reale per la moneta indiana, non ha mai perduto il gusto per questo genere di attività. Così si getta a corpo morto nel lavoro al fine di pesare sui dibattiti di questi due collegi di esperti.

La missione della Commissione Macmillan, è vero, non era semplice. Il ritorno al gold standard a una parità eccessiva esigeva il mantenimento dei tassi d'interesse a un livello sufficientemente elevato per attirare capitali esteri ed evitare trasferimenti d'oro oltreconfine, ma proprio tassi di quel livello provocavano il languore degli investimenti produttivi e dunque frenavano la crescita. Keynes riesce a far adottare nel rapporto finale conclusioni in linea con la filosofia che sta contemporaneamente elaborando nel Trattato della moneta, in particolare la necessità di pilotare ormai la moneta in funzione dell'obiettivo del pieno impiego. In compenso, è solo attraverso l'«opinione dissenziente» di alcuni membri riuniti attorno a Maynard che sarà evocata l'idea dì un grande programma di lavori pubblici.

Ma è in merito a un tema che non ci si attenderebbe da un rampollo della tradizione liberale britannica che Keynes prende in contropiede i colleghi. Nelle commissioni cui partecipa si mette a difendere l'instaurazione di misure protezionistiche in nome della priorità dell'impiego: per lui si tratta di rendere possibile un programma massiccio di spese pubbliche sotto l'ala protettrice, per tutta la durata della crisi, dei diritti doganali. La ricerca febbrile ed empirica di soluzioni può spingere Keynes a passare sopra le fedeltà personali, come ha dimostrato la rottura con Asquith, come le tradizioni ideologiche. Rinunciare al libero scambio equivale, da parte di un whig, a quello che per un cattolico sarebbe il dogma dell'Immacolata concezione. Non c'è dubbio che Maynard viva con disagio una tale inversione di marcia. Da lì la sua collera verso Lionel Robbins, beniamino della Commissione e speranza più brillante della comunità economica britannica, quando questi gli si oppone e pretende di esprimere un'opinione divergente in calce al rapporto. Ricordando questo episodio nella sua autobiografia, Robbins, divenuto nel frattempo lord Robbins, scriverà che Maynard poteva «avere accessi di rabbia praticamente incontrollabili». L'abbandono del gold standard da parte della Gran Bretagna nel 1931 e il relativo ribasso della sterlina permetteranno a Keynes di ricredersi sulla questione del protezionismo, ma due anni più tardi arriverà un nuovo voltafaccia: l'instaurazione dei diritti doganali, in fondo, non è ai suoi occhi che una misura tecnica reversibile, e non un mutamento fondamentale di filosofia economica. Ma quello che non riesce a capire, nella sua indifferenza per le lobby e gli altri gruppi di pressione, è che i tanti attori sociali che traggono vantaggio dalle protezioni doganali faranno di tutto per perpetuarle ad aeternum.

I lavori della Commissione Macmillan permettono a Keynes di evadere un poco dal suo ghetto accademico e borghese. Θ in quest'occasione che scopre Ernest Bevin, segretario generale delle Trade Unions. I due si lanciano in un'operazione di mutua seduzione, al punto che il sindacalista vedrà in Maynard «un economista pieno di simpatie per la classe operaia». Θ vero che la dimostrazione di Keynes della rigidità dei salari e del peso delle forze sociali e storiche nella determinazione di quelli non poteva che piacere a un sindacalista, che vi poteva trovare la definizione teorica di quello che egli poteva sperimentare nella vita quotidiana. Su questo punto Keynes precisa il suo pensiero a Macmillan: «Io non credo a una legge economica in grado di spiegare perché i salari si devono ridurre con facilità più che a una legge che dica il contrario. Θ una questione di fatti. Le leggi economiche non cambiano i fatti; si limitano a dire quali sono le loro conseguenze». Fatto sta che davanti agli ortodossi della Commissione i due nuovi compari, Bevin e Maynard, sí trovano dalla stessa parte della barricata, ostili al gold standard e alla flessibilità salariale; per la prima volta Keynes si allontana dalla gauche caviar britannica per tessere legami con la classe operaia e le sue organizzazioni di rappresentanza. Ma di certo né lui né Bevin possono immaginare che il loro duo sia una prefigurazione del compromesso sociale dei «Trenta gloriosi».

L'esercizio dei libri bianchi ha bisogno, per ben funzionare, che ciascun membro della Commissione trattenga i colpi, non pretenda di avere l'ultima parola, non cerchi di imporre il suo dominio intellettuale, insomma metta il proprio esprit de finesse al servizio dell' esprit de géométrie. Keynes fa esattamente il contrario. Chiunque abbia presieduto tavoli di questo genere non avrà alcuna difficoltà a immaginare che per lord Macmillan Maynard doveva essere più o meno un incubo. La Commissione diventa un ring e il dibattito una successione di colpi ben assestati. Keynes propina ai colleghi un résumé del Trattato: oltre al combattimento sui salari condotto di conserva con Bevin, martella con la sua dottrina dell'equilibrio fra risparmio e investimento, con la sua concezione del «sistema chiuso» in cui la banca centrale può ridurre i tassi fino al raggiungimento di quell'equilibrio, con la sua certezza di avere trovato la chiave esplicativa della disoccupazione inglese.

Proseguendo questo suo one man show intellettuale, infila anche i rimedi: la svalutazione come ultima istanza, ma prima di essa una riduzione negoziata di tutti i redditi, l'instaurazione del reddito minimo – una prefigurazione dell'RMI francese – piuttosto che del salario minimo, l'erezione di diritti doganali temporanei, e soprattutto una politica di investimenti pubblici finanziata attraverso il prestito. Senza contare la creazione di imposte tese a scoraggiare gli investimenti all'estero, la fondazione di un'istituzione finanziaria dotata di risorse a lungo termine che dovranno essere trasformate in mutui alle piccole imprese, una politica di concertazione fra le Banche centrali per fissare parità compatibili con i costi di produzione di ciascun paese. Quella che, senza saperlo, Keynes enuncia è la politica economica del mezzo secolo seguente: politica dei prezzi e dei redditi, gestione della domanda pubblica, trasformazione finanziaria lungo-breve termine, accordi monetari internazionali.

Dietro stimolo dello shock del 1929 Keynes si stacca dal plotone degli economisti per diventare anticipatore e profeta, e cominciare a meritare quella posizione d'eccezione che occuperà, un po' come Einstein per le scienze fisiche. La sua relazione davanti alla Commissione Macmillan dura nove ore in totale, con una incredibile performance fisica e intellettuale. Agli altri membri dell'areopago è subito evidente che quello cui stanno assistendo è un avvenimento di primaria importanza, ma, passato il primo stupore, le istanze istituzionali riprendono i propri diritti. La lobby della Bank of England, in particolare, respinge l'accusa di essere il principale colpevole della disoccupazione. Il Tesoro rifiuta di essere trascinato in un ciclo non controllato di spese di bilancio, e avanza abilmente l'argomentazione che un indebitamento pubblico troppo elevato spingerebbe al rialzo i tassi d'interesse, determinando un effetto contrario all'obiettivo di Keynes che è quello di abbassarli per incoraggiare gli investimenti. Gli economisti classici non si rassegnano alla rigidità dei salari. Il padronato continua a sognare un aggiustamento verso il basso delle remunerazioni. Quando il gruppo passa alla fase di redazione del rapporto, le suggestioni di Keynes sono smussate una dopo l'altra. Il loro peso è assai scarso a fronte dell'alleanza fra i conservatori di ogni estrazione, benché i colleghi ne riconoscano l'ascendente intellettuale. Maynard trae da quest'esperienza una lezione decisiva: definire empiricamente una nuova politica economica è una scommessa, se prima non se ne definiscono i fondamenti concettuali. La necessità di stabilire una Teoria generale è a questo punto, per lui, un'urgenza.

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Capitolo 13
Da Keynes al keynesismo



Al netto della sua vita agitata, del suo attivismo giornalistico, della sua bulimia relazionale, del suo smodato desiderio di influenza, Keynes resta un intellettuale convinto del primato della riflessione e della teoria. Faccia a faccia con il disastro della Grande depressione non può accontentarsi di influenzare marginalmente l'azione degli uomini politici come un tecnocrate di alto rango o di lanciare nel dibattito pubblico qualche idea iconoclasta come un giornalista di grido. Quello che vuole è inventare una teoria sufficientemente ampia da spiegare la crisi e spiegare i mezzi per uscirne, e non limitarsi a raccogliere alla bell'e meglio i concetti di una scienza economica di cui lo stato del mondo, all'inizio degli anni Trenta, basta a dimostrare i limiti. Θ Einstein alla ricerca della relatività generale. Nel 1932 scrive che «gli economisti, nella loro devozione alla teoria dell'equilibrio di autoaggiustamento, si sono complessivamente ingannati nei loro consigli pratici... mentre l'istinto degli addetti ai lavori si è rivelato nell'insieme più solido». Ora, ai suoi occhi non è conforme all'ordine delle cose dello spirito che gli esperti d'economia pratica siano più sagaci dei teorici. Di qui l'urgenza di rendere alla riflessione l'importanza che le spetta. Deciso a lanciarsi all'inseguimento della teoria vincente, Keynes per ora non entra in lizza, imponendosi un abito di scienziato ritirato nell'ascesi del contatto esclusivo con carta e penna. Procede in questo modo, secondo il suo temperamento, stando dappertutto e da nessuna parte, discutendo con ognuno, muovendo le idee come i pezzi sulla scacchiera.

Con il passare degli anni l'uomo non diventa più facile. Questo ci dice l'esperienza vissuta da Isaiah Berlin, a sedere di fianco a Keynes nella sala da pranzo del King's College. Keynes si volta verso di lui solo all'ultima portata: «Come mai siete qui? Cosa fate?». Risposta di Berlin: «Tengo una conferenza al Moral Science Club questa sera». «Su che cosa?». «Il piacere». «Davvero! E un argomento idiota». Keynes prende il menù e aggiunge: «Che si mangia? Zuppa? Perché non fare una conferenza sulla zuppa? In fondo è un buon argomento» – e si gira di nuovo, lasciando Berlin sconcertato, senza più rivolgergli la parola. Sicuro di essere il più intelligente in ogni consesso non si trattiene dal far schioccare la propria arroganza come un domatore la sua frusta. Uomini politici, amministratori della National Mutual, colleghi universitari, tutti devono sopportare il suo sarcasmo e il suo disdegno. Eppure è lo stesso uomo che dà prova, a momenti, della credulità tipica degli spiriti superiori, come quando nel 1930 investe denaro in un procedimento destinato a trasformare il piombo in oro! Ugualmente è capace di fare affermazioni che, involontariamente, sono colorate di dadaismo: nel 1932, davanti a una commissione pubblica, dichiara che il gusto per la speculazione di Borsa è eccezionalmente sviluppato negli Stati Uniti perché non vi cresce abbastanza erba da permettere il progresso delle corse dei cavalli... Ed è sempre lo stesso uomo capace di bombardare di lettere il consiglio comunale della località in cui risiede in vacanza perché gli si è indebitamente chiesto di donare una somma microscopica a titolo di contribuzione per le attività della squadra dei vigili del fuoco. Aggressività, malafede, naοveté, comportamenti ossessivi: non sono forse altrettanti tratti assai classici dei geni? E adesso Keynes è ormai pronto a dimostrare, per la prima volta, che un pizzico di genio lo possiede davvero.

Tuttavia, come se si trattasse di sgombrare la strada alla sua impresa intellettuale sbarazzandosi definitivamente dei suoi orpelli di saggista, nell'autunno del 1931 pubblica Esortazioni e profezie – nel titolo originale Essays in Persuasion, «tentativi per convincere» –, raccolta dei suoi principali testi non teorici, «grida di una Cassandra – scrive – che non riesce mai a influenzare a tempo debito il corso degli avvenimenti». Quel senso di malinconia tipico di ogni saggista... Come tutte le Cassandre Maynard pensa senza dubbio che le sue due vittorie tardive, la fine delle riparazioni e l'abolizione del gold standard, avrebbero potuto essere anticipate se gli uomini politici l'avessero ascoltato con il rispetto che merita. Un'idea del genere presuppone di trascendere completamente la realtà: un saggio, un articolo, una tribuna non sono che bottiglie gettate in mare che, sballottate dagli avvenimenti, possono a volte toccare terra. Nondimeno non si nega il piacere di complimentarsi con MacDonald, che nel luglio del 1932 presiede la conferenza di Losanna, incaricata di porre un termine alle riparazioni: «Ne è passato di tempo da quando nel giugno del 1919 diedi le dimissioni dalla delegazione britannica a Parigi con rabbia e tormento. Il pasticcio di tutti questi anni ha qualcosa di prodigioso, ma è consolante vedere che, alla fine, è stato spazzato via». Cassandra non riesce a resistere al desiderio di autocongratularsi.

Passare da un saggio a una grande opera teorica non è una mossa semplice. Non si tratta di dar mano a un secondo Trattato della moneta, che Maynard stesso riconosce astruso e oscuro, e che non sfugge ai difetti dei compendi accademici che sommano una comunicazione universitaria dopo l'altra, più interessante per le sue digressioni che per il filo della dimostrazione. Non è strofinando le proprie idee con quelle dei colleghi stranieri che Keynes pensa di trovare la sua pietra filosofale. Gli economisti francesi gli sono sempre sembrati «antidiluviani»; in Germania trova interesse a dialogare con banchieri, industriali e sindacalisti, ma ignora superbamente gli universitari; per quanto riguarda il mondo accademico americano, la diffidenza è la stessa che prova per tutto quanto viene da Oltreoceano; riconosce l'esistenza di scuole economiche in Svezia e in Austria, ma le guarda con condiscendenza. Intriso, una volta di più, del sentimento della superiorità britannica e della convinzione che l'élite dell'élite risiede nel Regno Unito, dalle parti di Oxford e Cambridge, non dialoga in realtà che con i propri pari, pur giudicandoli inferiori a lui.

Keynes crede alle virtù dell'intelligenza nel 1932 più ancora che al debutto della sua carriera. Θ sinceramente convinto che la crisi sia il risultato di errori intellettuali, e che la soluzione verrà quando si sarà trovata la vera direzione concettuale. I suoi riflessi lo collocano ora più che mai agli antipodi di Marx. Non c'è spazio né per la dialettica, né per lo scontro delle forze sociali; solo l'intelligenza ben applicata può rimettere la storia sul suo cammino. Di qui il suo interesse per «strofinare le meningi» con altri esseri superiori. In questo spirito Keynes tiene un'abbondante corrispondenza, fra il 1931 e il 1933, con Hawtrey, Robertson e Hayek; trova in Richard Kahn un interlocutore privilegiato; riprende gusto per le conversazioni e i dibattiti in cui, da oltre dieci anni, svolge gli onori del padrone di casa; mette alla prova l'evoluzione del proprio pensiero sulle platee più sofisticate; ruota attorno alle idee chiave di moltiplicatore o di trappola della liquidità, che lancia a caso in innumerevoli conferenze.

Al di là delle apparenze resta però un lavoratore solitario capace di restare inchiodato al tavolo, come un matematico alla ricerca della soluzione di un problema. Non sa resistere alla semplice gioia del ricercatore fortunato che fa una scoperta. Dopo avere affermato che «in tutte le circostanze ordinarie il volume dell'impiego dipende dalla quantità d'investimento» esclama: «Noi siamo in grado di galvanizzare le nostre ovvietà, sono generalizzazioni di un'importanza pratica considerevole. Credo in effetti che chiunque avrà perfettamente colto il truismo AQ = AI — AF — AE e avrà lasciato questo liquido privo di colore, inoperante di per sé, penetrare le proprie ossa sino al midollo, non sarà più la medesima persona». Pronunciate in pubblico, parole simili non possono naturalmente che lasciare interdetto un pubblico tradizionale e razionalista. Stupefacente fusione di innovazione intellettuale, lirismo affettivo e arroganza conclamata! Ma si tratta dello stesso uomo capace di affermare, con umiltà, che «Richard Kahn mi ha dimostrato che l'importante scoperta che ho fatto la settimana scorsa è un errore totale» — tale è il suo desiderio di arrivare allo scopo. Ed è sempre lui che informa Lydia «di avere scarabocchiato diciannove pagine in tre ore e mezzo», impresa che lo fa assomigliare, quanto a energia da grafomane, a un Balzac dell'economia.

Solitario e comunitario, tracotante e modesto, individualista e cooperativo, autistico e conversatore al tempo stesso, il Keynes che prepara la sua Teoria generale dell'occupazione è un uomo in trance. Usa ogni mezzo a sua disposizione, si attiva, si agita, si innervosisce, si concentra, si sconvolge, si riprende. Dalle conferenze agli articoli, dagli scambi epistolari ai dibattiti, i temi della Teoria generale emergono poco a poco, ma in modo impressionista. Una volta è la petizione di principio secondo cui, se la domanda è insufficiente, le imprese subiscono perdite quale che sia la flessibilità dei salari, una tesi contraria alla vecchia teoria dell'equilibrio fra impiego e salario. Un'altra volta emerge il concetto della preferenza per la liquidità, indipendentemente dalla redditività degli investimenti. In occasione di una controversia entrano in scena i primi passi verso l'idea del moltiplicatore d'investimento e le premesse di una filosofia monetaria che assegna alla Banca centrale l'obiettivo di fissare il tasso d'interesse al livello che conduce all'investimento ottimale.

Assai stranamente, più Keynes manifesta la propria originalità concettuale, più sente il bisogno di inventarsi una filiazione intellettuale. Così decide di mettersi all'ombra di Malthus. Non è la prima volta che si occupa delle idee di questo vecchio presbiteriano, ma quale può essere la bizzarra attrazione che lo spinge ad affermare, nel corso di una conferenza, che «Malthus tratta dell'economia monetaria tale quale essa è, mentre Ricardo si muove in un'economia monetaria neutra, ossia fittizia?» Com'è possibile che il padre della teoria della domanda si ponga nella scia del creatore del sottoconsumo? Keynes arriva addirittura, il 30 ottobre del 1932, a scrivere a Lydia — che tali controversie lasciano ovviamente indifferente — che «se solo Malthus, invece di Ricardo, fosse stato l'ispiratore degli economisti del diciannovesimo secolo, in quale mondo più saggio e più ricco vivremmo oggi». Sorprendente confessione, se ancora ce ne fosse bisogno, della sua convinzione che lo stato delle cose non è null'altro che l'espressione delle idee di alcuni happy few!

Tornando, in una lettera a Harrod del 1936, sulla gestazione della Teoria generale durante quegli anni, spiega di avere avuto tre intuizioni successive, improvvise come la mela di Newton: la legge secondo cui, quando il reddito cresce, lo scarto fra tale reddito e il consumo aumenta; la certezza che il tasso d'interesse manifesta la preferenza per la liquidità; infine, la convinzione, seguita a una caterva di errori e a innumerevoli tentativi di comprensione, che l'efficienza marginale del capitale è il legame fra i due precetti precedenti. Alla fine del 1932 Keynes ha già in mano i mattoni della sua costruzione, e ora non gli resta che concludere la Teoria.

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Questo periodo di lavoro intenso è inasprito da un'inattesa e violenta discussione fra Keynes e George Bernard Shaw. Motivo del litigio: Marx. Punto di partenza: il resoconto di Shaw, sul «New Statesman», di una visita a Stalin dalla quale era tornato convinto dei meriti dell'Unione Sovietica. Pretesto: una reazione in cui Keynes marca il proprio disaccordo circa il fatto che «il tempo, le società per azioni e la Pubblica amministrazione hanno silenziosamente collocato la classe salariata al potere. Non ancora il proletariato, ma i salariati certamente». Meno impressionabile di altri dall'oracolo di Cambridge, Shaw replica che Marx è un «best seller», e che «la Rivoluzione russa è stata fatta da uomini ispirati da lui, in modo più diretto e più esclusivo di quanto non fosse stato per la Riforma in rapporto a Lutero e Calvino e per la Rivoluzione francese in rapporto a Rousseau e Voltaire». Punto sul vivo, Keynes replica: «I miei sentimenti verso il Capitale sono gli stessi che verso il Corano. Riconosco la sua grande importanza storica, e so che tanti, che non possono essere tutti classificati come idioti, lo vedono come una specie di fonte d'ispirazione. Ma quando lo apro non riesco proprio a capire come possa fare questo effetto. Le sue lugubri controversie sono datate, e sembrano straordinariamente inintelligibili per essere adottate come base di discussione. Com'è possibile che un libro simile abbia potuto mettere a ferro e fuoco metà del globo?» Shaw non si lascia sopraffare: «Potrei accumulare ogni sorta di fatti che datano dagli anni Ottanta [dell'Ottocento] e che vi proverebbero che sono le vostre idee a essere indietro di quarant'anni... Cambridge ha dimenticato tutto questo, e vi ha lasciato con l'impressione che io sia una specie di parroco scoraggiato dopo avere letto il Villaggio abbandonato di Goldsmith. Che Dio vi aiuti, voi non sapete nulla di tutto questo mentre Cambridge vi ha convinto di sapere tutto, tipico risultato dell'università. Vi consiglio di scuotervi di dosso tutto questo o Cambridge vi annienterà completamente, allo stesso modo in cui il Parlamento ha annientato MacDonald... Siete un giovane brillante e promettente, con il tremendo handicap costituito dal processo di nullificazione di Cambridge e qualche scintilla di cultura che vi rende interessante. Proprio per questo ho scritto quello che ho scritto, per salvarvi da una o due gaffe sulle cose che vi hanno preceduto».

La radicale messa in causa di una Cambridge che Maynard considera l'unico "sale della terra", il ritorno allo statuto di giovane dotato, il tono paternalistico di Shaw sono, naturalmente, altrettante provocazioni. Che portano Keynes a tagliar corto: «Grazie della vostra lettera. Proverò a prendermi a cuore i vostri consigli... Ma per comprendere il mio stato d'animo dovete sapere che sto scrivendo un libro sulla teoria economica che, mi pare, rivoluzionerà ampiamente – non in un colpo solo, immagino, ma nel corso dei dieci anni a venire – il modo in cui il mondo si avvicina ai problemi economici. Quando la mia nuova teoria sarà stata debitamente assimilata e vi si mescoleranno politica, sentimenti e passioni, non posso prevedere quale ne sarà finalmente l'effetto sugli intrighi e gli affari. Ma ci sarà un grande cambiamento, e in particolare i fondamenti ricardiani del marxismo finiranno in frantumi».

Esistono, per Keynes, due diverse filiazioni economiche: una discendente da Ricardo, alla quale appartiene Marx ma la cui validità attuale è pari a zero, e una costituita dall'eredità di Malthus, nella quale si colloca, e che può sboccare grazie a lui in una vera e propria rivoluzione intellettuale. Keynes manifesta, una volta di più, la sua cecità davanti alla dimensione non strettamente economica del marxismo: né le forze sociali, né i meccanismi che regolano la società trovano spazio nel suo modo di ragionare. Ma la brutalità della polemica con un George Bernard Shaw, che non può fingere, come con tanti altri, che sia una nullità, lo obbliga ad assumere su di sé il peso della propria ambizione. Che è immensa. Letta nel 1934, una frase simile sembra avere il marchio della hybris, e senza dubbio tale fu la sensazione di Shaw. Ma con il passare dei decenni essa suona incredibilmente premonitrice. E davvero, come scrive Maynard, sarà mescolandosi a «politica, sentimenti e passioni» che il keynesismo diverrà uno dei miti chiave del ventesimo secolo.

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Nonostante creda di lavorare per salvare il mondo trovandone la chiave economica, Maynard prova sempre il bisogno di condurre più vite in una — speculatore, collezionista, fondatore, donatore. E in ogni occasione lo fa con il medesimo insieme di entusiasmo e meticolosità, eccesso e inventiva. Come potrebbe non irritare gli accademici, i borghesi e gli artisti calpestando i loro giardini nel momento stesso in cui, entrato in scena, prepara «la propria Teoria della relatività»? Simbolo dell'ubiquità di Maynard, la pubblicazione della Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta e l'inaugurazione dell'Arts Theatre hanno luogo lo stesso giorno, il 4 febbraio 1936.

Libro di una vita, la Teoria generale è naturalmente marchiata dalle ambiguità dell'autore. Θ un libro teorico con una finalità pratica. La presenza imponente della matematica è temperata da innumerevoli digressioni, artistiche e storiche. La logica fa bella coppia con il lirismo. I concetti sfidano direttamente le consuetudini della City. Universitari, banchieri, uomini politici si sentono chiamati in causa allo stesso modo, chi in un capitolo chi in un altro. La freddezza del ragionamento maschera appena la passione dell'autore. Come tutti i libri che sono di per sé una rivoluzione, questo è una specie di UFO: coerente e prolifico, lineare e destrutturato, ordinato e irrazionale, cartesiano e intuitivo, moralista e scettico, poetico e oscuro.

A opera multiforme, reazioni diverse. Malgrado sia punto nel vivo dalle critiche che l'opera gli rivolge, è Pigou colui che descrive meglio questo oggetto improbabile: «Abbiamo seguito un artista che lancia frecce alla luna». Operazione poetica, certo, che però va a scatenare una guerra di religione nel mondo degli economisti. Θ questo scontro a fondare il keynesismo. Keynes, come si dice, svolge un servizio di "assistenza clienti". Malgrado gli appelli alla calma di Lydia, si butta a corpo morto nella battaglia d'opinione. «Ho un gusto così tremendo per la discussione — scrive alla moglie — che mi è difficile restare fuori dal dibattito». Per questo restituisce colpo su colpo ai suoi detrattori senza curarsi di ringraziare chi lo elogia. Senza dubbio, del resto, gli omaggi che riceve gli sembrano mera manifestazione di lucidità e di buon senso. La difesa del libro fa nascere una setta, questa penetra fra le élite, e queste ultime creano un dibattito d'opinione: alla fine, l'universo economico si dividerà fra keynesiani e antikeynesiani, senza lasciare spazio a quanti si rifiutano di arruolarsi nell'uno o nell'altro dei due campi. I giornali popolari entreranno nel gioco non meno delle riviste più specialistiche.

Lo spartiacque nel mondo universitario, come ha notato Samuelson, diviene di ordine generazionale: «La Teoria generale si è diffusa tra gli economisti con meno di trentacinque anni come un'epidemia... Quelli che hanno più di cinquant'anni, invece, sono totalmente immuni dal virus». Per i primi si tratta, secondo le parole di Bensusan-Butt, «meno di un lavoro di teoria economica che un manifesto in favore della ragione e della felicità... Stabilisce una base razionale e un'ambizione morale all'interno di un progresso possibile dello spirito umano che le persone della mia generazione non possono trovare da nessun'altra parte». Al contrario le maggiori cattedre universitarie, americane soprattutto, si sentono aggredite, e reagiscono con un misto di ostilità e incompresione, benché alcune fra esse non osino negare l'importanza dell'opera.

I suoi quattro grandi critici d'Oltreatlantico sono Hansen, Schumpeter, Knight e Viner. Il primo rifiuta il principio di equilibrio della sottoccupazione. Il secondo va più lontano – è il temperamento di Schumpeter – vedendo nella Teoria una «regressione scientifica» dotata di tutti i «vizi ricardiani», piena di «tautologie paradossali e di errori, ma soprattutto un lavoro che combina la ricerca e la politica, il che svilisce la prima senza migliorare la seconda». Gli ultimi due, docenti a Chicago, prefigurano quella che sarà appunto la «scuola di Chicago»: ortodossi e monetaristi ante litteram, si rifiutano di fare propria la preferenza per la liquidità e il culto del deficit pubblico. In compenso è proprio negli Stati Uniti che emerge quel luogo da cui parleranno i portavoce di Keynes. Harvard, naturalmente. Tutto predispone l'élite wasp, democratica, rooseveltiana, europea nel cuore e nello spirito, a sentirsi dalla stessa parte del maestro di Cambridge. Paul Samuelson, Galbraith, Tobin, Solow diventeranno i missionari del keynesismo.

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La tentazione, davanti a un simile scalpore, è sempre quella della "ricerca della paternità intellettuale". La novità ha più di un padre? C'è intuizione comune, concomitanza di tempi, plagio? Θ l'eterna questione della relatività ristretta: Einstein ne è stato l'unico inventore? Ha utilizzato i lavori di Henri Poincaré? E quest'ultimo è stato vittima di un'ingiustizia? Lo Henri Poincaré del nostro caso si chiama Michal Kalecki. Θ un economista polacco che, fra il 1933 e il 1935, ha pubblicato tre articoli nella sua lingua, con le idee fondamentali della Teoria generale. Leggendo quest'opera, dichiara di avere vissuto «la sensazione straordinaria di leggere praticamente parola per parola i propri pensieri, espressi da qualcun altro. Persino le battute erano le stesse». Kalecki è certamente una pasta d'uomo; non spinge più in là la "ricerca della paternità". Così come Gunnar Myrdal, il celebre economista svedese, non attacca briga con Keynes, quando il suo Equilibrio monetario aveva fatto ben più che aprire la strada alla Teoria generale. In realtà, Maynard è stato protetto dalla propria immagine di franco tiratore geniale. I suoi colleghi poterono contestare l'opera, ma non presero nemmeno in considerazione che l'autore avesse potuto commettere plagio, copiare o semplicemente essere influenzato...

Cosa nasconde dunque quest'opera che fa epoca, nei suoi diciassette capitoli e nelle sue quattrocento pagine? Nulla sulle forze sociali, i comportamenti collettivi, i fattori di produzione, la società, l'economia-mondo. Nulla dunque sui mutamenti tecnologici, sulla dinamica del capitalismo, il movimento della storia. Nulla, in una parola, sui fenomeni di lungo periodo. Θ un libro consacrato all'immediato, al breve termine, alla ricerca del pieno impiego. Nemmeno la demografia, per la quale Maynard nutre una predilezione e che l'ha spinto sulle tracce di Malthus, gioca il minimo ruolo, pur essendo l'unica tendenza di fondo che lui sia disposto a prendere in considerazione. Se, scrivendo il suo Trattato della moneta, Keynes aveva dimenticato quello che definisce il suo talento di saggista – l'ossessività, la focalizzazione, l'univocità della tesi –, nella Teoria generale non compie lo stesso errore. Quest'opera, malgrado la complessità, mira a un messaggio subliminale, semplicissimo, alla portata dell'opinione pubblica: il balzo economico non è né automatico, né rapido; solo una politica appositamente disegnata può provocarlo. Al servizio di questo postulato, un'idea cardine pensata per rispondere allo smarrimento nato dal perpetuarsi della crisi: abbandonata a se stessa, l'economia liberale rischia di sprofondare in un equilibrio persistente di sottoccupazione. A sostegno di quest'affermazione, infine, una concatenazione teorica articolata attorno ai principi di base del keynesismo: la propensione al consumo, la preferenza per la liquidità, l'efficienza marginale del capitale, la politica monetaria attiva. Come si conviene a ogni libro emblematico, c'è anche la grande querelle, in questo caso la critica a trecentosessanta gradi dei classici, ossia, per Keynes, di tutti gli economisti, Malthus escluso. Θ presente in lui una dedizione all'idea di tabula rasa che nemmeno Marx aveva fatto propria. L'autore del Capitale aveva riconosciuto dei predecessori; Maynard no. Infine, ogni libro seminale esige pezzi di bravura e digressioni che possono essere letti separatamente rispetto al filo dell'argomentazione; e da questo punto di vista i lettori della Teoria generale hanno mille occasioni di divagazione. Il comportamento del consumatore, l'ossessività dello speculatore, il cromosoma dell'imprenditore, la cecità del governatore della Banca centrale: tanti personaggi che, sotto la penna tagliente di Maynard, fanno parlare, riflettere, reagire. Tutto si connette in una dimostrazione che, in un autore il cui prisma intellettuale è così tipicamente anglosassone, ha un inatteso sentore cartesiano.

Keynes congegna un puzzle concettuale. Primo pezzo: la preferenza per la liquidità. Vista a distanza di tanto tempo, l'idea ha qualcosa da «Caffè Commercio». La ripartizione, da parte di un individuo, del proprio risparmio fra moneta e titoli traduce la sua preferenza per la liquidità. Bella scoperta... Più interessante l'idea che il tasso d'interesse non giochi nella determinazione del livello di risparmio, ma nella parte che gli individui conservano liquida. Ossia pesa su uno degli elementi che fondano la preferenza per la liquidità: il desiderio di speculazione.

Di qui, il secondo pezzo: la determinazione del tasso d'interesse. A differenza degli economisti classici, per i quali il tasso d'interesse pareggia risparmio e investimento, Keynes vi vede la risultante del confronto tra domanda e offerta di moneta. Tanto i motivi di transazione e di precauzione non dipendono dal tasso d'interesse, tanto quest'ultimo determina la parte di domanda di moneta legata a fini speculativi. Il processo può andare lontano: più basso è il tasso più i risparmiatori conservano i propri averi sotto forma di liquidità: è la celebre «trappola della liquidità». Quanto all'offerta di moneta, essa è esogena al sistema poiché è determinata dalle sole autorità monetarie.

Il tasso, dunque, a credere a Keynes, è «il prezzo che equilibra desiderio di detenere ricchezza sotto forma di moneta e quantità di moneta disponibile». Aumentare tale quantità fa diminuire il livello del tasso, fino al momento in cui si spalanca la trappola della liquidità, e allora nulla serve più. Da questa angolatura, la situazione del Giappone degli ultimi quindici anni è un'illustrazione perfetta del precetto di Keynes.

Terzo pezzo: il legame fra impiego e domanda. Keynes critica più radicalmente la concezione che gli economisti classici hanno dell'impiego che non le loro teorie monetarie. Rigetta il postulato secondo il quale il salario reale si stabilizza in modo da «attirare sul mercato tutto il volume di lavoro effettivamente impiegato». In queste condizioni, nulla garantisce più l'automaticità del pieno impiego. Keynes in realtà parte dal presupposto per cui i salari reagiscono in funzione non del salario reale, ma di quello nominale: «Θ possibile – scrive – che entro un certo limite le esigenze della manodopera poggino su un minimo di salario nominale anziché su un minimo di salario reale... Mentre la manodopera abitualmente resiste alla riduzione dei salari nominali, non è nelle sue abitudini ridurre il lavoro a ciascun rincaro dei prezzi dei beni di consumo». Dunque si può assistere a una diminuzione dell'impiego che corrisponde a una riduzione dei salari nominali e a un rialzo dei salari reali. Ed effettivamente il livello dei salari reali non è in alcun modo determinato dal negoziato sociale, bensì da un fascio di forze economiche. In condizioni simili nulla stabilisce che, al livello del salario reale raggiunto, tutta l'offerta di lavoro arrivi a essere occupata. Questo dipende da tutt'altro parametro, la domanda effettiva.

Con questo siamo alla quarta tessera del puzzle. Keynes si serve di parole castigate per definirla: «Il volume dell'impiego, tanto nelle singole imprese e industrie quanto nel loro insieme, è governato dall'ammontare di "prodotto" che gli imprenditori sperano di ottenere dal volume di produzione che gli corrisponde». Contrariamente a quanto stabilito dalla legge di Jean-Baptiste Say, questa domanda non è automaticamente uguale all'offerta. Può accadere quando si è al pieno impiego, ma resta possibile anche il contrario: «Il solo fatto che esista un'insufficienza della domanda effettiva può arrestare, e frequentemente arresta l'aumento dell'impiego prima che esso abbia raggiunto il proprio livello massimo». Dunque tutto si gioca sulla domanda effettiva. La quale si compone «dell'ammontare che ci si aspetta di vedere che la comunità spenda per il consumo e per i nuovi investimenti». L'uno e gli altri sono funzione della propensione al consumo e dell'incentivo a investire, rispettivamente quinto e sesto pezzo del nostro puzzle keynesiano.

Alla base della propensione al consumo si colloca una legge psicologica: «In media, e per la maggior parte del tempo, gli uomini tendono ad accrescere i propri consumi a misura dell'aumento del proprio reddito, ma non di una quantità grande quanto l'aumento del reddito». La parte di reddito consacrata al consumo diminuisce man mano che il reddito cresce; ossia, l'aumento del reddito «si accompagna a un aumento più marcato del risparmio». Indipendentemente dal ruolo che Keynes assegna alla propensione al consumo all'interno del proprio macchinario macroeconomico, essa costituisce, senza un'esplicita volontà da parte dell'autore, la sola apertura ideologica nella quale la sinistra possa inserirsi: l'egualitarismo accresce la propensione a consumare, dunque la domanda effettiva e l'impiego. Se la propensione al consumo è stabile ogni progressione dell'occupazione suppone una crescita degli investimenti per il gioco del moltiplicatore, settimo pezzo del puzzle.

Prendiamo, come si dice nelle enunciazioni matematiche, un investimento pari a 100. Esso genera un reddito di 100 che gli individui ripartiranno, in funzione della loro propensione al consumo, fra, ad esempio, un consumo pari a 80 e un risparmio pari a 20. Gli 80 consumati andranno ad altri attori che a loro volta li ripartiranno pure secondo una proporzione 80/20. Il gioco continuerà a funzionare finché i 100 inizialmente investiti avranno generato un reddito di 500, esso stesso diviso fra 400 di consumo e 100 di risparmio. L'impatto dell'investimento sull'occupazione dipende dalla propensione marginale al consumo: più questa è forte, più il moltiplicatore sarà elevato, più l'occupazione salirà. Una vera benedizione per i sacerdoti del «rilancio popolare»... Il risparmio non appare più, come era per gli economisti classici, il frutto di un comportamento virtuoso, con il finanziamento dell'investimento come risultato; il risparmio è invece un freno al motore economico, poiché riduce l'impatto del moltiplicatore. Θ un pilastro della morale borghese quello che Keynes, silenziosamente, liquida.

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