Copertina
Autore Bernard Moitessier
Titolo Capo Horn alla vela
Sottotitolo14.000 miglia senza scalo
EdizioneMursia, Milano, 1998 [1969], Quelli di Capo Horn
OriginaleCap Horn à la voile - 14.000 milles sans escale [1967]
TraduttoreRenato Prinzhofer
LettoreRenato di Stefano, 1999
Classe mare
PrimaPagina








 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


Presentazione                       pag. 5

                    I

    IL RADUNO DEGLI UCCELLI D'ALTO MARE

CAP.
I   - Una barca in carta da giornale     9
II  - Come uno scimpanzé ammaestrato    19
III - Cane randagio                     27
IV  - La ruota gira                     32
V   - A galla finalmente                43
VI  - In viaggio per i tropici          54
VII - In mare aperto!...                61
VIII- Aliseo?                           67
IX  - Al raduno degli uccelli
      d'alto mare                       78
X   - Atlantico                         91
xI  - La grande svolta                 102
XII - Panama - Galapagos               111
XIII- Scalo in un mondo immune
      da paura                         127
XIV - Alle porte della Polinesia       152
XV  - Questo è il prezzo del sogno     173

                  II

           LA ROTTA LOGICA

CAP.
I   - Preparazione                pag. 187
II  - Una partenza come un'altra       191
III - La burrasca                      197
IV  - Nel mare delle alte latitudini   218
V   - Una macchia azzurrina, Diego
      Ramirez: Capo Horn è passato     225
VI  - Buona guardia per ghiacci
      alla deriva                      237
VII - Vento di prua... vento
      favorevole!                      260
VIII- Gli alisei... d'ovest            270

Appendici
Nota dell'architetto                   285
Note dell'autore                       293

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9 [ inizio libro ]

CAPITOLO I
Una barca in carta da giornale


«FIGLIOLO, le vie del Signore sono imperscrutabili.» Mentre tentavo disperatamente di tirare le somme, mi ballava dinanzi agli occhi questo messaggio di pace offerto dal missionario di Honolulu a Eric de Bishop dopo il naufragio di Phu-Po. Ma non mi rimaneva piú la forza morale per ribellarmi, come aveva invece fatto Bishop. Totalmente, inebetito, non avevo voglia di niente se non d'addonnentarmi, finalmente, e non svegliarmi piú.

- Ma no, Bernard, lascia tempo al tempo. Vieni, andiamo a far fuori una bottiglia, ho soldi.

Questo me lo dice Adolfo, il mio buon compagno argentino che, informato da «radio noce-di-cocco», è venuto ad accogliermi all'arrivo della goletta locale che mi riporta a Trinidad dopo il naufragio di Marie-Thérèse II, la mia barca. Compagno ottimo, Adolfo, compagno vero; ma non capisce che la molla s'è spezzata sul serio, questa volta.

- Su, Bernard, non ti lascerai mica crepare... Vieni, si fa fuori insieme una bottiglia, e domani andrà meglio. Ti decidi a venire o devo spaccarti il muso? Sei sposato con la vita nella buona come nella cattiva sorte.

Non sai che cosa significhi perdere una barca, Adolfo caro, tu non l'hai provato... Pensa a un Bernardo l'Eremita, a un paguro cui abbiano rotto la conchiglia, senza fargli, «a parte ciò», alcun male, e lo stanno a guardare mentre lui si dibatte contro la sorte. Se penso che ai tempi dell'infanzia ho giocato a questo gioco crudele! Eh, sí! Triste a dirsi, eppure l'ho fatto. Adesso mi ritrovo a mia volta senza conchiglia sulla spiaggia.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 46

Il turbine nel quale viviamo ormai da due mesi si avvicina alla fine. Iersera tutto era in buon assetto pulito, spazzato nelle cabine. Il motore è a posto, allineato col suo albero, con l'elica sistemata; ma il pressatreccia presenta un problema che Henry non ha ancora risolto interamente: in linea di massima, ci riuscirà domani.

Ad ogni modo, motore o no, Joshua è pronto a prendere il mare, con le vele inferite (Mezza le ha consegnate ieri sera, come promesso, quattro giorni prima della data limite)! Ma che vita pazzesca. E' spaventoso quanto si deve dimenare una squadra di tre individui, per trasformare in due mesi uno scafo in un'imbarcazione attrezzata e allestita.

Fa un tempo bellissimo, stamane, con una brezza leggera dal quadrante settentrionale, e usciamo sotto vela per la prima prova. Fino a questo istante Joshua era soltanto un cantiere nel Vieux Port. Oggi è diventato «la mia barca». Questa prima presa di possesso fra un veliero e il suo skipper ha un che di dolce e terribile insieme. Esige che si abbia intorno una grande pace, e perciò ho voluto rimanere solo con Henry, che sa ascoltar parlare un'imbarcazione e partecipa con me a questa comunione, senza pronunciar parola che non sia necessaria per la manovra. Bisogna infatti che si possa ascoltare il silenzio, quel silenzio apparente del vento che scivola nelle vele, il fruscio dell'acqua che scorre lungo il bordo col suo sciacquio dietro il timone, un silenzio popolato da tutti quei piccoli suoni quasi impercettibili, emessi da un'imbarcazione che comincia a vivere. Tutto ciò si può sentire solo in virtú d'uno stato di grazia raggiunto nella solitudine, o in compagnia d'un compagno di bordo che sappia ascoltare il silenzio e capirne il significato nascosto.

Solo allora il marinaio può incorporarsi nell'insieme meravigliosamente equilibrato che lo circonda e afferrare, a tratti, il significato reale delle lunghe conversazioni della carena col mare, delle vele col vento.

Joshua vira bene, risponde prontamente al governo del timone e allunga il passo se appena il refolo rinforza e aumenta il suo sbandamento. I miei sensi tesi ad afferrare i rumori emessi da questa imbarcazione molto bella, col suo tagliamare fendente e la sua scia rapida, mi dicono che siamo veramente usciti dal lungo tunnel e che tutti i debiti adesso sono cancellati. Certo la lotta non è terminata, non terminerà mai; questo è normale, ed è meglio che cosí sia. Ma il grosso boccone amaro è ormai andato giú, poco piú di tre anni dopo la fine di Marie-Thérèse II: un miracolo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 52

I progetti, nel corso di queste riunioni notturne con le nostre imbarcazioni bordo a bordo, nascono come razzi, sempre centrati sulle Antille e sul Pacifico. Che piacere, aver modo di evocare verdi lagune, quando si ha sotto i piedi una buona imbarcazione e la ruota gira ormai senza cigolare.

Finalmente l'abbiamo, questa vita ideale d'uccelli d'alto mare: ritrovarsi agli scali in parecchi compagni, riuniti in una piccola cala appartata e simpatica, formando come un minuscolo villaggio galleggiante; e poi ripartire, a intervalli di qualche giorno, nella stessa direzione, dandosi appuntamento alle Galapagos o altrove, intorno a un piatto fumante di testuggini o d'aragoste.

Sembra un sogno eppure c'eravamo arrivati, Henry ed io, già fin da Durban, ed è assai piú «vero» navigare cosí, in gruppo (ognuno per sé, beninteso), per potersi ritrovare sani e salvi, dopo qualche settimana, con gli occhi pieni di progetti e con mucchi di cose da raccontare.

Avverto meglio, adesso, a qual punto la navigazione solitaria, se in un certo senso sa rivelarsi feconda, porti a un impoverimento, in ultima analisi, poiché l'uomo medio sente un bisogno immenso di scambi e di contatti umani. Ora, tranne qualche eccezione, noi tutti siamo degli uomini medi, anche se alcuni possiedono la potenza inaudita d'un Wakelam o di un Fricaud. Ma per noialtri, «zingari» del mare, il fossato che ci divide dai terraioli sembra molto largo, a voler guardare le cose come sono.

Ci rimangono, quindi, quelli della nostra stessa specie, gli altri nomadi del mare, ai quali ci legano aspirazioni, profumi d'avventura e problemi quasi identici, che farebbero sorridere i non iniziati se sapessero quale importanza ad essi annettiamo e a quali mezzi (potremmo dire «riti») ricorriamo talvolta per risolverli.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 70

Tra un'ora, dovrebbe essere la guardia di Claude. Lo lascerò dormire e farò il turno al posto suo. Non già ch'io non mi fidi di Claude: è un tipo saldo, sicuro, si può contare su di lui. «Sente» il mare, me ne sono reso conto fin dal primo giorno. Se fosse di guardia, Claude saprebbe socchiudere il coperchio scorrevole del tambucio per dirmi, in tempo: «Bisognerà forse fare qualcosa». Intendo questo, quando dico che si può contare su qualcuno; e posso contare su Claude.

Ma «Passi felpati» non sa ancora quel che vuole, e devo aspettare, è compito dello skipper. Questa depressione resterà ferma e in tal caso ci renderà un po' dura la vita, oppure se ne andrà a spasso verso oriente per dare la sveglia ai pescatori portoghesi. Ma il mio compito è quello di restare nel pozzetto, di restare con la mia barca, di ascoltare ciò che mi dice, a capo scoperto sotto la pioggia perché Joshua s'esprime a monosillabi appena mormorati, come tutte le barche. In questo momento, ad esempio, Joshua mormora che probabilmente tutto andrà a posto, perché se esistesse una vera depressione avremmo già qui il mar lungo da ovest. Invece, non c'è. Ma ho ugualmente voglia di ammainare la grande trinchetta per sostituirla con la trinchetta bomata, piú piccola, e che può essere ancora ridotta prendendo una mano di terzaruolo se le cose peggiorano. Sarebbe semplice, senza necessità di svegliare gli altri, poiché la trinchetta bomata è già inferita sul secondo strallo. Ma la mia barca mormora che sarebbe un errore di tattica: eseguirei facilmente questo cambiamento di trinchetta anche se il vento rinfrescasse. Se lo facessi ora e poi il vento cedesse (com'è probabile), avrò la pigrizia di non alzare di nuovo la grande trinchetta; e questo è un po' vero, Joshua non ha del tutto torto. La mia barca è invece d'accordo per le mani di terzaruolo che abbiamo preso preventivamente alla vela maestra e alla mezzanella, poiché cammina bene cosí, e se occorresse mettersi alla cappa rapidamente, col tempo di «veder venire» fumando una sigaretta, non sarebbe un problema, sotto questa velatura un po' ridotta.

Ma Joshua pensa che presto sarà passato tutto; forse non avremo proprio bel tempo, ma neanche cattivo. Forse si tratta d'una specie di «fronte meteorologico» (e che cos'è un «fronte»? Mah!). Del resto, la pioggia comincia a diminuire e da dieci minuti il vento ha smesso di ridondare.

- Vuoi essere rilevato? Tra due ore è giorno.

- No, va bene cosí, Lo´ck, non sono stanco. Accendimi una sigaretta, vuoi?

- Se c'è qualcosa, mi chiami. Ho infilato il cappotto cerato. Eccoti la sigaretta.

Quel Loick! L'offerta era sincera; ma lui sa che uno skipper ha il diritto di restare steso per una settimana, se tutto è chiaro da prua e se sono state date le disposizioni per l'avvenire, e sa anche che il posto dello skipper è in coperta quando c'è o rischia di esserci buriana. In coperta. per quarantott'ore o per piú giorni. E' la regola del gioco. Ha messo fuori la testa perché un marinaio non è mai completamente addormentato, quindi ha sentito che il tempo migliorava e forse ha pensato che avrei voluto sciogliere una mano di terzaruolo. Ma se Lo´ck fosse lo skipper, vorrebbe rimanere in pozzetto ancora un poco, da solo, per non rischiare d'essere disturbato in questa fusione dell'uomo e della sua barca.

- Franšoise, dormi?

- Stavo per venire a sedermi un poco vicino a te. E' quasi giorno e si direbbe che il tempo migliora. Non vuoi dormire un poco e tra un'ora mi faccio dare il cambio da Claude, mentre preparo la colazione?

- No, va bene cosí. Barometro?

- Non è sceso, rispetto a iersera. Il tempo migliora nettamente. Ti accendo una sigaretta e ti preparo un caffè ben caldo.

- Oh, sí!

E' una perla, questa qui. Una perla rara.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 106

Che strano, quei pesci volanti sono sempre esistiti, ne ho viste a decine in vita mia senza mai vederli veramente. E quei delfini hanno sempre parlato eppure non li udivo, mentre adesso li odo con la stessa chiarezza con cui si possono udire gli uccellini nel bosco. Perché mi è stato necessario tanto tempo?

Cosí pure, odo qualcosa di nuovo nel vrum-vrum della prora, qualcosa di diverso dal canto di un'imbarcazione felice di vivere... Dàmmi vento e ti darò miglia...

L'odo in modo sempre piú netto. Vuoi rientrare presto... Dàmmi vento... L'odo dal ponte, l'odo dal pulpito dell'asta di fiocco, dove talvolta rimango seduto piú di un'ora a contemplare la spuma polverizzata dal tagliamare, l'odo anche adesso dalla mia cuccetta dove ho in mano il piccolo mappamondo da scolari che i nostri figli m'hanno m'hanno mandato per Natale. E' una voce ch'esce dall'onda di prua, chiara come quella dei delfini, e la sento attraverso la pelle: Sono una buona barca... ma non sbagliare la strada... dàmmi vento e ti darò miglia... migliaia di miglia...

- Bernard!... Bernard, svegliati. Che cosa stai misurando, sul mappamondo?

- Guardavo una cosa.

- Già, ma perché da sotto? Bernard, non vorrai rientrare da laggiú? Guardami, Bemard, non vorrai rientrare da laggiú?

- Senti, Franšoise: non lo so ancora.

- Ma sei impazzito? Hai dimenticato Tzu-Hang.

Per il momento non voglio discuterne. Non so ancora, del resto. E' prematura. Mai lanciarsi a capofitto in un'idea di tal mole (... dàmmi vento e ti darò miglia...); ma nemmeno sbagliare la strada, e non sempre quelle piú sicure lo sono veramente (... non ci sono scogli, laggiú, solo vento... ti darò miglia...), perché se rientriamo andando per occidente come s'era previsto in partenza si dovrà usare la frusta in permanenza nel Pacifico, per passare Torres prima della brutta stagione, rischiando quindi d'odiare il Pacifico quanto ho odiato, otto anni fa, il mare delle Antille.

- Bernard, guardami. Non vorrai rientrare da laggiú...

- Senti, Franšoise, e ricordalo: ho già perduto due imbarcazioni, questa non voglio perderla. Quindi, noi riporteremo Joshua a casa seguendo la strada che giudicherò piú sicura e piú logica. Sono tuo marito, ma a bordo di Joshua sono, ancor prima, lo skipper.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 114

Il ritorno via Capo Hom è dunque molto piú rapido. Se può avverarsi molto duro, a tratti, in compenso si ha tutto sgombro davanti all'asta di fiocco: niente scogli. E ci rimangono a disposizione lunghi mesi per approntare Joshua, prima dell'estate australe (dicembre-gennaio) ch'è il periodo favorevole, cosa che ci permetterebbe forse di rivedere i nostri figli per le vacanze di Pasqua, con sei mesi o un anno d'anticipo sul programma e dopo avere veramente goduto il Pacifico.

Ho letto da poco Once is enough di Miles Smeeton, regalo di un compagno del Club. E' un documento di prim'ordine, in cui Smeeton analizza le cause del sinistro di Tzu-Hang in modo rigoroso: ciò che ha veduto, ciò che non ha veduto, ciò che ritiene vero. Affinché possa essere utile ad altri.

Bisognerà anche ch'io vada a trovare Robinson, che sta a Tahiti, e che ha tenuto il mare in un uragano, con un mare incredibile, sulla rotta che abbiamo l'intenzione di seguire. Ha scritto un libro in proposito, lo troverò a Papeete. Secondo il compagno di Balboa che me n'ha parlato, le conclusioni di Robinson collimerebbero con quelle di Smeeton: frenare al massimo l'imbarcazione, con mare in poppa. Penso anch'io lo stesso, dai tempi di Durban, a proposito del cattivo tempo di marca «super» che non ho ancora mai visto. Proprio per questo motivo Joshua ha cabina doppia, con pozzetto centrale.

A Tahiti fabbricheremo una cupola impernata sul tetto della cabina, con visibilità su tutto il cerchio dell'orizzonte e all'interno, sotto la cupola, accanto alla ruota del timone ausiliaria, un buon sedile. Sarà una vera «cabina di pilotaggio», al riparo dal freddo e dal mare, che moltiplicherà la nostra sicurezza dieci, cento volte, o fors'anche all'infinito, se ci capitasse lo stesso scherzo che a Tzu-Hang.

Ma alla partenza da Tahiti avremo una mano di carte eccellente. In primo luogo, Joshua è indistruttibile ad opera del mare, essendo in acciaio. Avrà una timoniera interna, tutta la tela di rispetto conservata negli stipetti resterà asciutta come sempre (viva l'acciaio!). Infine, possiamo tenere il mare, riempiendo solo due delle quattro tanche d'acqua potabile, per cinque mesi, ed anche se in Atlantico, passato l'Horn, ci capitasse una grossa tegola fra capo e collo, non moriremmo di sete perché siamo attrezzati per il recupero dell'acqua piovana. Sono già quattro grossi carichi di briscola in mano.

Ce n'è un quinto, e robusto. Avremo il vantaggio dell'esperienza altrui. Quelli che sono passati aiutano gli altri a passare, in modo particolare, qualche volta, quelli che si sono fatti stendere. E' un po' come per l'alpinismo. Abbiamo dunque le briscole per vincere, tanto piú che non siamo soli. Joshua non esisterebbe, se non ci fossero stati Knocker e Fricaud. E senza Smeeton e il suo libro ci mancherebbe forse quel piccolo non so che supplementare che consente talvolta di riuscire a venir fuori da un malpasso.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 140

La nostra prima grande conquista, in questo mondo che sembra essere rimasto immune da paura, è un piccolo trampoliere grigio perLaceo, tutto zampe e tutto collo, che prima pescava per conto suo, ma adesso, appena sbarchiamo, accorre chiedendoci i suoi molluschi sgusciati.

E' accaduto per gradi, come sempre in natura. Per prima cosa, Franšoise gli aveva lanciato un pezzo di tartaruga col quale si era quasi strangolato, ed io gli avevo offerto, che il cielo mi perdoni, un po' di granchio saltatore tagliato in pezzetti minuscoli. In capo a una decina di giorni d'approcci pazienti, è venuto a mangiarci in mano. Da allora, non ci abbandona un attimo quando andiamo lungo le rocce per trovare i granchi verdi e le conchiglie per la cena. E quando pesco col fucile subacqueo m'aspetta, buono buono, su uno scoglio, accanto a Franšoise.

Incontriamo numerose iguane di mare, a gruppi da 3 a 15 esemplari, nel corso di queste «spedizioni di cambusa». Quelle di Barrington non sembrano superare la lunghezza di settantacinque centimetri, con una coda piatta formata come quella d'un coccodrillo, e non si lasciano avvicinare a meno di due o tre metri. Sono d'un nero opaco, con una piccola cresta, e non s'immergono che a certe ore, temendo assai l'acqua durante le ore calde: se si trovano messe alle strette su uno scoglio strapiombante in mare, faranno del loro meglio per scappare senza doversi bagnare. Eppure, si nutrono d'alghe raccolte sott'acqua.

Le iguane terrestri sono molto piú rare, a Barrington, e ne vedremo solamente sette o otto, sempre isolate. Molto grosse, sono diffidenti, benché quelle dell'isolotto siano diventate, alla lunga, meno selvatiche. Una, enorme, sicuramente vecchissima, riposa tutti i giorni nello stesso luogo presso un folto di vegetazione, e ci lascia avvicinare (a condizione che non si faccia il minimo rumore, poiché ha il sonno leggero). Deve pesare una buona ventina di chili e spesso siamo rimasti seduti per lunghi minuti accanto a quest'animale quasi preistorico, di cui rispettavamo il sonno con precauzioni infinite, religiosamente.

Ci sentivamo come affascinati, contemplando questo drago verde, tutto grinzoso, che pareva dormire da migliaia e migliaia d'anni sotto i cactus giganti dell'isolotto. Forse provavamo l'impressione, in presenza di questa bestia cosí inconsueta, di trovarci a bordo di una navicella che risale il corso del tempo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 150

Attratti dal miraggio di queste isole, molti sono venuti. Molti sono ripartiti, sopraffatti dalla realtà di questo paese durissimo, che non tollera le mezze misure.

Una percentuale molto ristretta ha retto il colpo, superando prima la tappa fisica dei primo anno, poi quella dei cinque anni (una delle piú aspre, a quanto pare: quella che fa capire che cos'è la solitudine). Alle Galapagos si vive di se stessi, su se stessi. Non è una cosa che si possa spiegare in poche righe e nemmeno in cento pagine.

In seguito viene la tappa dei dieci anni, legata al problema dei figli: potranno adattarsi, un giorno, se vorranno cambiare orizzonte? In realtà è un problema che non esiste, poiché la facoltà d'adattamento umana è quasi infinita.

Una parte di queste famiglie d'immigrati vive «lassú», sugli altipiani verdeggianti immersi tutto l'anno nelle nubi. Coltivano ortaggi, allevano bestiame, scendono al villaggio di tanto in tanto per barattare i prodotti della terra e forse anche per vedere il sole. Perché, «in alto», ci sono le nuvole.

In compenso, per quelli che stanno in basso, il sole esiste sul serio. Il sole, la terra polverosa surriscaldata, le colate di lava tagliente, e cactus, cactus, cactus...

Ma in alto come in basso, qui esiste ciò che altrove assai difficilmente si troverebbe: una vita semplice, primitiva nel senso nobile della parola, liberata da ogni valore falso. Questo non significa, però, che tutti i valori veri coesistano in ottima armonia in seno a questa comunità fuor del comune.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 152

CAPITOLO XIV
Alle porte della Polinesia


VIRIAMO a lasciare il cavo dell'àncora il 1░ giugno sul far del giorno e ritroviamo l'aliseo con una gioia intensa nonostante un mare molto mosso durante le prime ventiquattr'ore: nei paraggi delle Galapagos varie correnti si dànno battaglia, a tal punto che si ha l'impressione di andare dritto nei frangenti. Poi tutto si mette a posto, il vento rinfresca e Joshua corre verso le isole Marchesi.

Nove giorni dopo la partenza eccoci già quasi a metà strada, avendo percorso 1.471 miglia alla media di 163 miglia al giorno, tra cui due tragitti di 187 e 192 miglia, durante i quali siamo rimasti talvolta quattro o cinque secondi sulla cresta di un'onda. Mi butto, non mi butto? Mi chiedo se Joshua, con una tonnellata di meno nella pancia, non avrebbe sul serio «preso l'onda» in surf.

Nonostante la velocità, la pesca rende. Un tonno di circa cinque chili, un'orata due giorni dopo, poi quattro orate una dietro l'altra. E qualcosa ci dice che non è finito. Tutti in coperta a salar pesce. Gioia di correre su un mare aperto con le vele piene di vento, prora sulle isole dei Pacifico, mentre la Croce del Sud si leva ogni notte un po' piú alta in un cielo d'aliseo.

Il tagliamare fa le fusa dal piacere, durante questa navigazione senza storia. Una retta di sole verso le dieci, una latitudine a mezzogiorno, un tratto di matita sulla carta di navigazione per conoscere la distanza percorsa dal punto nave del giorno prima. Poi la domanda di Franšoise, sempre la stessa:

- Quanto?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 156

Nasce infine l'alba, mentre costeggiamo Hiva Oa, con le vele a farfalla sotto una brezza languente. E tutta la stanchezza svanisce di colpo di fronte a questo paesaggio d'una grandiosità pazzesca.

Si direbbe che si siano precipitate in mare delle montagne intere, come gigantesche cateratte di pietra. Qua e là un formidabile colpo di scure: i burroni. Non un solo rumore, non un grillo, non un canto d'uccello. Abbiamo veramente l'impressione d'udire il silenzio, affascinati dalla bellezza terribile di questa costa che rasentiamo quasi da poterla toccare.

Ciò che vediamo non potrebbe spiegarlo nessuna descrizione fedele, neanche una fotografia. Mancherebbe l'essenziale, una specie d'emanazione magnetica che si sprigiona a sbuffi da questa massa un poco spaventosa per la forza del suo incantesimo. Forse un pittore di grande talento saprebbe trasmettere il messaggio delle Marchesi a qualche anima privilegiata capace di sentire una dimensione fluida, che non esiste né nelle parole né nelle immagini. Le une e le altre, infatti, non possono rendere questo formidabile silenzio verde della vegetazione, bianco e grigio della pietra, alle Marchesi. Ma per i comuni mortali c'è una sola soluzione: venire a vedere di persona. E val la pena del viaggio.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 162

- Lascia che batta io il caffè per un po'. Sei stanca.

Da principio, non mi lasciava battere il caffè. Adesso, le fa piacere. Non voleva che Franšoise grattugiasse il cocco. Adesso sorride, felice, quando Franšoise grattugia il cocco per aiutarla a preparare l'olio della lampada che rischiara questa casa quando viene la notte. Qui occorrono dodici noci per ricavare un litro d'olio. In Indocina ne bastavano dieci, erano piú grosse. Si spreme in un pezzo di stoffa la polpa grattugiata, per estrarre il latte, poi si fa bollire. L'acqua evapora e resta l'olio.

Da principio si vergognava del passato del suo popolo e rispondeva, ostinatamente: - Erano pagani, noi siamo cristiani. Non so com'era, prima.

Si vergogna ancora, ma le siamo entrati nel cuore e quindi parla un poco del passato dei suo popolo. L'argomento le vien fuori a pezzi e bocconi, confuso, con grandi vuoti; tanto tempo è passato da quando la nonna, di nascosto, le raccontava...

- ... Certi forni grandi. Ci si potevano metter dentro venti persone per le grandi cerimonie. Certe piroghe grandi, tre volte grandi come la vostra imbarcazione, con cento guerrieri in ogni piroga per attaccare le altre valli o le altre isole. Ma erano dei pagani. E quand'ero bambina era pericoloso uscire di notte a causa di quelli dell'altra valle... Le cerimonie... Eppure i padri cattolici c'erano da molto tempo e anche il gendarme francese... Ma non bisognava mai andare al fiume da sola... A causa delle cerimonie... C'erano ancora molti pagani quand'ero bambina... Ma ora tutti sono cristiani.

Parla, parla, e noi vediamo le grandi piroghe uscire dalla baia in una notte di luna nuova per andare a regolare un vecchio conto con quelli dell'isola di fronte. Le clave di legno duro. Le picche. Il carico di corpi tatuati che si porta a casa dopo l'attacco, per il «kai-kai» gigante (banchetto di cerimonia). Il bagliore delle torce, le danze di guerra e di amore, col gonnellino fatto di capelli umani che spiovono fin sotto il ginocchio, ondulano al ritmo del tamburello di legno e lanciano riflessi di seta splendenti come la gioia di vivere, di combattere, d'amare il vinto e d'amare altrettanto colui che un giorno v'ucciderà.

- ... Ma erano dei pagani... adesso siamo tutti cristiani...

Si avverte un'angoscia immensa quando ricorda, per noi, il passato del suo popolo. Si direbbe che alla vergogna in lei si mescoli la paura. Salvo quando evoca le piroghe, perché allora si legge la fierezza nel suo sguardo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 164

Joshua parte da Taa hu ku il 10 luglio con un bel chiaro di luna, per raggiungere Fatu Hiva (45 miglia) dove gettiamo l'ancora due ore prima del tramonto, nello scenario inaudito di Hanavave (la baia delle vergini).

E' un piccolo seno, dall'acqua liscia come la palma della mano, aperta solo a ovest, dominata da dirupi rossi che raggiungono 200 metri d'altezza con strapiombi impressionanti punteggiati d'enormi rocce nere incastrate nella muraglia. In fondo, una valle stretta, quasi un burrone, e la spiaggia di ciottoli, le palme di cocco, la vegetazione tropicale e, come no, il torrentello. Che canta gaiamente scendendo a cascata sulle rocce.

Ne ho visti di begli angolini, nella mia esistenza di nomade. Ma come questo, mai. Lo so, lo so, si dice spesso cosí, perché la cosa nuova sembra sempre la piú bella. Ma né Franšoise né io abbiamo mai contemplato uno scenario che riunisse in modo altrettanto concentrato tutti gli elementi d'una totale bellezza. La bellezza di Hanavave è radiosa. Nulla in comune con la maestà colossale e severa delle coste di Hiva Oa. Hanavave è il capolavoro puro. La piú bella meraviglia che abbiamo mai contemplato. Il piccolo villaggio, tutto steso in lunghezza, è mascherato da una sporgenza del dirupo che forma a sinistra della baia un bacino minuscolo, comodissimo per sbarcare. Un piano inclinato in cemento serve ad alare in secco le piroghe. Ma tutto ciò, dal nostro ormeggio, rimane invisibile.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 178

- Vira, Franšoise. Devo riflettere.

Non so piú che cosa fare. Attraccare alla vela a quella banchina è fuor di discussione, ci capiterebbe un guaio, lo vedo come se ci fossi già. E con questo vento il nostro piccolo motore non servirebbe a niente.

Scendo dalle crocette terribilmente turbato.

- Vira ancora, Franšoise.

Quel canale agisce come una calamita, bisogna entrare subito approfittando della fase di stanca, oppure strapparsi alla svelta di qui per andare a fare il tappo di sughero al largo delle Tuamotu. Ma dall'alto ho visto quella laguna di cristallo, luminosamente dolce.

- Franšoise, si va. Resta pronta alla scotta di mezzanella. Sta' attenta. Si va.

Forse ci sarà, tutto sommato, un po' di corrente al traverso. Forse qualche mulinello pericoloso farà guizzare Joshua. Se l'imbarcazione orza, Franšoise filerà rapidamente la scotta di mezzanella. Se poggia, Franšoise cazzerà a ferro e cioccherà subito, dopo la strapoggiata. La mezzanella è d'importanza capitale, se ci sono risucchi.

- Franšoise, ci siamo. Attenta, attenta alla mezzanella.

E là! Si entra a piú di 7 nodi, con i nervi tesi da spezzarsi, con tutti i sensi a fior di pelle, piú il sesto senso che si sveglia. Navigo da quand'ero bambino, ma non ho mai sentito come oggi una tale pienezza nel manovrare alla vela. Nessuna entrata di notte, nessuna finezza tecnicamente perfetta d'attraccaggio a banchina tra due imbarcazioni, nulla di ciò che ho conosciuto fino a quel momento può paragonarsi, nemmeno alla lontana, all'intensità di quello scatto a vela nel canale del mio primo atollo. A dritta e a sinistra, il corallo affiorante fila a una velocità vertiginosa, smagliante dei colori verdi, bruni, violaceí, rossi, neri, tutto ciò rimescolato nella piccola increspatura superficiale di una leggerissima corrente portante. E in questo gioiello di luce è incastrato il canale, lunga trincea d'un verde chiaro, lastricata di grosse chiazze brune là dove il corallo sale formando un mulinello nel quale andiamo a gettarci. Si gira allora la ruota quasi tutta alla banda da una parte, poi dall'altra, mentre Franšoise alla mezzanella fila un poco la scotta, la riprende, la fila, la riprende. Viviamo, in questo momento. alla velocità della luce.

- Pronto a mettere in panna.

Ancora cinquanta metri prima di fare una grande accostata a sinistra per sboccare in acqua libera. Si vede benissimo la differenza di colore che indica l'accostata ad angolo retto. Ancora trenta metri. Il grande vortice di Bluche: non sembra malvagio (è la stanca, o quasi). Joshua va a precipizio. Non sono mai stato tutt'uno come ora con la mia barca... e là! Siamo nell'azzurro della laguna, quasi senza voce, ma parlando di restare per tutta la vita nelle Tuamotu, per ritrovare ancora la magia di questi canali dal corallo luminoso dove l'atollo intero si cristallizza in ciò che vi è di piú puro attorno a una vela. Forse comincio a capire meglio Gerbault: i canali d'entrata fatti a vela pura, questa luce intorno all'imbarcazione, questa straordinaria scarica elettrica che vi prende alle viscere e vi conduce senza mai mollarvi fino allo sbocco nella laguna verde e azzurra, con quest'impressione d'aver sfiorato la perfezione formale. E' la piú bella cosa che mi sia capitata da quando navigo.

Corriamo adesso nella pace dell'acqua profonda, con i nervi distesi, guidati dal gioco dei colori, che vanno dall'azzurro cupo al giallo vivo, passando per tutta la gamma dei verdi, a mano a mano che il fondo si avvicina alla superficie. S'incontrano spesso dei colori bruni: enormi funghi di corallo che sorgono da un abisso d'azzurro, o vaste dighe di madrepore affioranti, sottovento alle quali, in acqua liscia, frughiamo alla ricerca d'un bel tratto verde-giallo dove gettare l'àncora molto vicino alle palme di cocco.

Abbiamo preso una mano di terzaruoli alla mezzanella e ammainato il fiocco per ridurre la velocità pur conservando abbrivo per governare. C'infiliamo in una strettoia per trovare l'angolo ideale protetto da tutti i venti, quanto piú vicino possibile alle palme di cocco. No, questo, per un motivo o per l'altro, non ci garba. Allora, si vira di colpo, mettendo contro vento mezzanella e trinchetta perché c'è appena acqua sufficiente a far fare un'abbattuta a Joshua, e si esce di bolina stretta, rasentando i coralli punteggiati di ricci neri e di stelle di mare rosse per andare alla ricerca di un altro angolino che possieda tutti i requisiti del paradiso terrestre... Una vera gioia, questa ricerca bordeggiando nella luce e nei colori di quest'acqua liscia, sottovento ai banchi di madrepore disposti «a contrasto» a cura del Creatore.

- Bernard! Passi troppo vicino al giallo. Toccheremo!

- No, vedrai. Si passa.

Si stringe il vento al massimo. E si passa. Forse schiacciando un riccio; ma senza toccare. Franšoise afferma che abbiamo toccato. Che malalingua!

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 216

Né Joshua né l'equipaggio si sono visti sul punto di perdersi. Franšoise, quando ce n'è stato bisogno, si è dimostrata timoniere d'eccezione. Il barometro ha continuato nella sua regolare caduta, poi si è fermato, senza però voler risalire. Cominciò a salire, molto lentamente, esitando, il terzo giorno. I groppi soffiavano probabilmente con forza d'uragano e, a partire dal 16 dicembre, abbiamo guardato correre dei cavalloni d'una lunghezza da 150 a 200 metri, che raggiungevano una ventina di metri in larghezza e che frangevano senza interruzione per parecchie centinaia di metri. Come facevano a continuare a ricadere cosí, senza mollare la cresta che li portava? Da che cosa traevano questo soprappiú di potenza che li metteva in grado di rinnovarsi seduta stante? Infatti, quando l'onda ricade, il ricciolo di schiuma se ne stacca e abbandona la cresta che, un po' piú tardi, potrà alzarsi e ricadere nuovamente. Ma qui si tratta d'un altro fenomeno, incomprensibile, che abbiamo visto prodursi una ventina di volte in due giorni: la cresta di schiuma non mollava piú la sommità dell'onda, si rifor- mava subito e ricadeva senza soluzione di continuità. Il brontolio del mare era diventato forte. Tuttavia, non l'abbiamo udito ruggire. Forse perché eravamo al riparo dietro mm 5 di lamiere d'acciaio.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 234

I nostri rilevamenti pomeridiani indicano una velocità... da 9 a 10 nodi (dunque da 2 a 3 nodi di corrente favorevole). E sono giuste, perché... perché... Il mio cuore ha un balzo di gioia: la piccola macchia azzurrina dell'isola Diego Ramirez, nel punto in cui la cercavo!

- Franšoise! Vieni a vedere!

Franšoise si mette a piangere piano, stringendosi a me. Siamo quasi nell'Atlantico.

Il vento fresco che ci spinge da alcune ore raggiunge a poco a poco quasi la forza di burrasca. Il barometro non si muove, rimane dunque una speranza che tutto si svolga per benino. Ma il mare non tarda a diventare pericoloso, perché i fondi di 100 metri sui quali ci troviamo sollevano ondate alte, incurvate, nonostante la corrente che porta e nonostante che si sia già sottovento alla Terra del Fuoco (questa platea poco profonda si stende molto al largo di Capo Horn e della Terra dei Fuoco).

Joshua, avendo raggiunto la sua massima velocità, guizza volentieri d'una ventina di gradi col timone a vento, e sembra aspettare l'occasione di «prendere l'onda» approfittando d'una guizzata, per piantarsi in un'onda secondaria.

Ammainiamo la maestra: la barra diventa meno dura, ma il vento aumenta ancora senza che il barometro si muova d'un millimetro. Siamo a una trentina di miglia al largo della Terra del Fuoco e mi chiedo se questo vento non sia in qualche modo parente dei Williwaws, venti locali che imperversano talvolta nei canali di Patagonia e possono spingersi piú lontano all'entrata delle valli.

Non si tratta d'una depressione, poiché, grazie al cielo, il barometro rimane stabile. Grazie, gigante dell'ovest, urrà! Fa bel tempo! Ma presto ammaino la mezzanella, lasciando che Joshua corra sotto il fiocco di cappa, dopo avere regolato la ventola per dirigere al largo e ritrovare fondali maggiori, dove il mare non abbia modo di riservarci qualche colpo mancino.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 255

22 GENNAIO

Vento teso di sud-ovest, con cielo coperto di cumulinembi. Pesanti piovaschi, carichi di grandine. Il mare ingrossa molto e frange; ma noi fuggiamo il mare e il pilota a vento lavora ch'è un incanto.

Ahimè! La piccola voce non tarda a mormorare che bisogna far qualcosa, e ammainiamo la maestra, nonostante abbia tutte le mani di terzaruolo, poiché, durante un piovasco crepitante di chicchi di grandine «grossi cosí», Joshua si è divertito a mettersi quasi a planare, nonostante le sue 13 o 14 tonnellate, senza che il mare c'entrasse per niente; e ciò mi fa temere che si produca un'avaria nell'attrezzatura. Sarebbe troppo stupido!

La prossima volta, nessuna sàrtia sarà d'un diametro inferiore a 10 millimetri, per poter sforzare Joshua (che ne sarà altamente soddisfatto) senza riserve mentali, in qualsiasi circostanza. Ho capito da parecchio tempo che, alle andature con vento a favore, è un errore fare troppo poche vele su un'imbarcazione da crociera in acciaio. Ecco infatti come vanno le cose, tra due continenti, con tempo instabile:

- E' in arrivo un groppo, lo skipper riduce saviamente la velatura affinché l'albero non se ne vada durante una rinfrescata un po' nervosa, e anche per evitare che le vele si spacchino lungo le cuciture.

- Il groppo è passato, l'imbarcazione batte la fiacca a 4 o 5 nodi sotto la sua velatura ridotta, ma sopraggiungeranno altri groppi. Mollare i terzaruoli? Cambiare fiocco fino al groppo successivo? Il navigante per diporto che attraversa un oceano corre in una regata, che lo voglia o no. Ma sarà una regata di parecchie migliaia di miglia con un equipaggio ridotto talvolta a un sol uomo. Questo cambia tutto, eppure non dovrebbe produrre alcuna differenza, se l'imbarcazione è attrezzata in modo razionale per la grande crociera o, se preferite, per la grande regata, ch'è probabilmente lo stesso.

| << |  <  |