Copertina
Autore Bernard Moitessier
Titolo Capo Horn alla vela
Sottotitolo14.000 miglia senza scalo
EdizioneMursia, Milano, 1998 [1969], Quelli di Capo Horn
OriginaleCap Horn à la voile - 14.000 milles sans escale [1967]
TraduttoreRenato Prinzhofer
LettoreRenato di Stefano, 1999
Classe mare
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Indice


Presentazione                       pag. 5

                    I

    IL RADUNO DEGLI UCCELLI D'ALTO MARE

CAP.
I   - Una barca in carta da giornale     9
II  - Come uno scimpanzé ammaestrato    19
III - Cane randagio                     27
IV  - La ruota gira                     32
V   - A galla finalmente                43
VI  - In viaggio per i tropici          54
VII - In mare aperto!...                61
VIII- Aliseo?                           67
IX  - Al raduno degli uccelli
      d'alto mare                       78
X   - Atlantico                         91
xI  - La grande svolta                 102
XII - Panama - Galapagos               111
XIII- Scalo in un mondo immune
      da paura                         127
XIV - Alle porte della Polinesia       152
XV  - Questo è il prezzo del sogno     173

                  II

           LA ROTTA LOGICA

CAP.
I   - Preparazione                pag. 187
II  - Una partenza come un'altra       191
III - La burrasca                      197
IV  - Nel mare delle alte latitudini   218
V   - Una macchia azzurrina, Diego
      Ramirez: Capo Horn è passato     225
VI  - Buona guardia per ghiacci
      alla deriva                      237
VII - Vento di prua... vento
      favorevole!                      260
VIII- Gli alisei... d'ovest            270

Appendici
Nota dell'architetto                   285
Note dell'autore                       293

 

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Pagina 9 [ inizio libro ]

CAPITOLO I
Una barca in carta da giornale


«FIGLIOLO, le vie del Signore sono imperscrutabili.» Mentre tentavo disperatamente di tirare le somme, mi ballava dinanzi agli occhi questo messaggio di pace offerto dal missionario di Honolulu a Eric de Bishop dopo il naufragio di Phu-Po. Ma non mi rimaneva piú la forza morale per ribellarmi, come aveva invece fatto Bishop. Totalmente, inebetito, non avevo voglia di niente se non d'addonnentarmi, finalmente, e non svegliarmi piú.

- Ma no, Bernard, lascia tempo al tempo. Vieni, andiamo a far fuori una bottiglia, ho soldi.

Questo me lo dice Adolfo, il mio buon compagno argentino che, informato da «radio noce-di-cocco», è venuto ad accogliermi all'arrivo della goletta locale che mi riporta a Trinidad dopo il naufragio di Marie-Thérèse II, la mia barca. Compagno ottimo, Adolfo, compagno vero; ma non capisce che la molla s'è spezzata sul serio, questa volta.

- Su, Bernard, non ti lascerai mica crepare... Vieni, si fa fuori insieme una bottiglia, e domani andrà meglio. Ti decidi a venire o devo spaccarti il muso? Sei sposato con la vita nella buona come nella cattiva sorte.

Non sai che cosa significhi perdere una barca, Adolfo caro, tu non l'hai provato... Pensa a un Bernardo l'Eremita, a un paguro cui abbiano rotto la conchiglia, senza fargli, «a parte ciò», alcun male, e lo stanno a guardare mentre lui si dibatte contro la sorte. Se penso che ai tempi dell'infanzia ho giocato a questo gioco crudele! Eh, sí! Triste a dirsi, eppure l'ho fatto. Adesso mi ritrovo a mia volta senza conchiglia sulla spiaggia.

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Pagina 46

Il turbine nel quale viviamo ormai da due mesi si avvicina alla fine. Iersera tutto era in buon assetto pulito, spazzato nelle cabine. Il motore è a posto, allineato col suo albero, con l'elica sistemata; ma il pressatreccia presenta un problema che Henry non ha ancora risolto interamente: in linea di massima, ci riuscirà domani.

Ad ogni modo, motore o no, Joshua è pronto a prendere il mare, con le vele inferite (Mezza le ha consegnate ieri sera, come promesso, quattro giorni prima della data limite)! Ma che vita pazzesca. E' spaventoso quanto si deve dimenare una squadra di tre individui, per trasformare in due mesi uno scafo in un'imbarcazione attrezzata e allestita.

Fa un tempo bellissimo, stamane, con una brezza leggera dal quadrante settentrionale, e usciamo sotto vela per la prima prova. Fino a questo istante Joshua era soltanto un cantiere nel Vieux Port. Oggi è diventato «la mia barca». Questa prima presa di possesso fra un veliero e il suo skipper ha un che di dolce e terribile insieme. Esige che si abbia intorno una grande pace, e perciò ho voluto rimanere solo con Henry, che sa ascoltar parlare un'imbarcazione e partecipa con me a questa comunione, senza pronunciar parola che non sia necessaria per la manovra. Bisogna infatti che si possa ascoltare il silenzio, quel silenzio apparente del vento che scivola nelle vele, il fruscio dell'acqua che scorre lungo il bordo col suo sciacquio dietro il timone, un silenzio popolato da tutti quei piccoli suoni quasi impercettibili, emessi da un'imbarcazione che comincia a vivere. Tutto ciò si può sentire solo in virtú d'uno stato di grazia raggiunto nella solitudine, o in compagnia d'un compagno di bordo che sappia ascoltare il silenzio e capirne il significato nascosto.

Solo allora il marinaio può incorporarsi nell'insieme meravigliosamente equilibrato che lo circonda e afferrare, a tratti, il significato reale delle lunghe conversazioni della carena col mare, delle vele col vento.

Joshua vira bene, risponde prontamente al governo del timone e allunga il passo se appena il refolo rinforza e aumenta il suo sbandamento. I miei sensi tesi ad afferrare i rumori emessi da questa imbarcazione molto bella, col suo tagliamare fendente e la sua scia rapida, mi dicono che siamo veramente usciti dal lungo tunnel e che tutti i debiti adesso sono cancellati. Certo la lotta non è terminata, non terminerà mai; questo è normale, ed è meglio che cosí sia. Ma il grosso boccone amaro è ormai andato giú, poco piú di tre anni dopo la fine di Marie-Thérèse II: un miracolo.

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Pagina 52

I progetti, nel corso di queste riunioni notturne con le nostre imbarcazioni bordo a bordo, nascono come razzi, sempre centrati sulle Antille e sul Pacifico. Che piacere, aver modo di evocare verdi lagune, quando si ha sotto i piedi una buona imbarcazione e la ruota gira ormai senza cigolare.

Finalmente l'abbiamo, questa vita ideale d'uccelli d'alto mare: ritrovarsi agli scali in parecchi compagni, riuniti in una piccola cala appartata e simpatica, formando come un minuscolo villaggio galleggiante; e poi ripartire, a intervalli di qualche giorno, nella stessa direzione, dandosi appuntamento alle Galapagos o altrove, intorno a un piatto fumante di testuggini o d'aragoste.

Sembra un sogno eppure c'eravamo arrivati, Henry ed io, già fin da Durban, ed è assai piú «vero» navigare cosí, in gruppo (ognuno per sé, beninteso), per potersi ritrovare sani e salvi, dopo qualche settimana, con gli occhi pieni di progetti e con mucchi di cose da raccontare.

Avverto meglio, adesso, a qual punto la navigazione solitaria, se in un certo senso sa rivelarsi feconda, porti a un impoverimento, in ultima analisi, poiché l'uomo medio sente un bisogno immenso di scambi e di contatti umani. Ora, tranne qualche eccezione, noi tutti siamo degli uomini medi, anche se alcuni possiedono la potenza inaudita d'un Wakelam o di un Fricaud. Ma per noialtri, «zingari» del mare, il fossato che ci divide dai terraioli sembra molto largo, a voler guardare le cose come sono.

Ci rimangono, quindi, quelli della nostra stessa specie, gli altri nomadi del mare, ai quali ci legano aspirazioni, profumi d'avventura e problemi quasi identici, che farebbero sorridere i non iniziati se sapessero quale importanza ad essi annettiamo e a quali mezzi (potremmo dire «riti») ricorriamo talvolta per risolverli.

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Pagina 70

Tra un'ora, dovrebbe essere la guardia di Claude. Lo lascerò dormire e farò il turno al posto suo. Non già ch'io non mi fidi di Claude: è un tipo saldo, sicuro, si può contare su di lui. «Sente» il mare, me ne sono reso conto fin dal primo giorno. Se fosse di guardia, Claude saprebbe socchiudere il coperchio scorrevole del tambucio per dirmi, in tempo: «Bisognerà forse fare qualcosa». Intendo questo, quando dico che si può contare su qualcuno; e posso contare su Claude.

Ma «Passi felpati» non sa ancora quel che vuole, e devo aspettare, è compito dello skipper. Questa depressione resterà ferma e in tal caso ci renderà un po' dura la vita, oppure se ne andrà a spasso verso oriente per dare la sveglia ai pescatori portoghesi. Ma il mio compito è quello di restare nel pozzetto, di restare con la mia barca, di ascoltare ciò che mi dice, a capo scoperto sotto la pioggia perché Joshua s'esprime a monosillabi appena mormorati, come tutte le barche. In questo momento, ad esempio, Joshua mormora che probabilmente tutto andrà a posto, perché se esistesse una vera depressione avremmo già qui il mar lungo da ovest. Invece, non c'è. Ma ho ugualmente voglia di ammainare la grande trinchetta per sostituirla con la trinchetta bomata, piú piccola, e che può essere ancora ridotta prendendo una mano di terzaruolo se le cose peggiorano. Sarebbe semplice, senza necessità di svegliare gli altri, poiché la trinchetta bomata è già inferita sul secondo strallo. Ma la mia barca mormora che sarebbe un errore di tattica: eseguirei facilmente questo cambiamento di trinchetta anche se il vento rinfrescasse. Se lo facessi ora e poi il vento cedesse (com'è probabile), avrò la pigrizia di non alzare di nuovo la grande trinchetta; e questo è un po' vero, Joshua non ha del tutto torto. La mia barca è invece d'accordo per le mani di terzaruolo che abbiamo preso preventivamente alla vela maestra e alla mezzanella, poiché cammina bene cosí, e se occorresse mettersi alla cappa rapidamente, col tempo di «veder venire» fumando una sigaretta, non sarebbe un problema, sotto questa velatura un po' ridotta.

Ma Joshua pensa che presto sarà passato tutto; forse non avremo proprio bel tempo, ma neanche cattivo. Forse si tratta d'una specie di «fronte meteorologico» (e che cos'è un «fronte»? Mah!). Del resto, la pioggia comincia a diminuire e da dieci minuti il vento ha smesso di ridondare.

- Vuoi essere rilevato? Tra due ore è giorno.

- No, va bene cosí, Loïck, non sono stanco. Accendimi una sigaretta, vuoi?

- Se c'è qualcosa, mi chiami. Ho infilato il cappotto cerato. Eccoti la sigaretta.

Quel Loick! L'offerta era sincera; ma lui sa che uno skipper ha il diritto di restare steso per una settimana, se tutto è chiaro da prua e se sono state date le disposizioni per l'avvenire, e sa anche che il posto dello skipper è in coperta quando c'è o rischia di esserci buriana. In coperta. per quarantott'ore o per piú giorni. E' la regola del gioco. Ha messo fuori la testa perché un marinaio non è mai completamente addormentato, quindi ha sentito che il tempo migliorava e forse ha pensato che avrei voluto sciogliere una mano di terzaruolo. Ma se Loïck fosse lo skipper, vorrebbe rimanere in pozzetto ancora un poco, da solo, per non rischiare d'essere disturbato in questa fusione dell'uomo e della sua barca.

- Françoise, dormi?

- Stavo per venire a sedermi un poco vicino a te. E' quasi giorno e si direbbe che il tempo migliora. Non vuoi dormire un poco e tra un'ora mi faccio dare il cambio da Claude, mentre preparo la colazione?

- No, va bene cosí. Barometro?

- Non è sceso, rispetto a iersera. Il tempo migliora nettamente. Ti accendo una sigaretta e ti preparo un caffè ben caldo.

- Oh, sí!

E' una perla, questa qui. Una perla rara.

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Pagina 106

Che strano, quei pesci volanti sono sempre esistiti, ne ho viste a decine in vita mia senza mai vederli veramente. E quei delfini hanno sempre parlato eppure non li udivo, mentre adesso li odo con la stessa chiarezza con cui si possono udire gli uccellini nel bosco. Perché mi è stato necessario tanto tempo?

Cosí pure, odo qualcosa di nuovo nel vrum-vrum della prora, qualcosa di diverso dal canto di un'imbarcazione felice di vivere... Dàmmi vento e ti darò miglia...

L'odo in modo sempre piú netto. Vuoi rientrare presto... Dàmmi vento...

[...]

 


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