Copertina
Autore Rafael Moneo
Titolo Costruire nel costruito
EdizioneAllemandi, Torino, 2007 , pag. 64, ill., cop.fle., dim. 12x19,5x0,6 cm , Isbn 978-88-422-1510-3
CuratoreMichele Bonino
LettoreFlo Bertelli, 2007
Classe architettura
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Indice


  7 Costruire nel costruito

 45 MICHELE SONINO e PIERRE-ALAIN CROSET
    Intervista a Rafael Moneo

 53 PIERRE-ALAIN CROSET
    La lezione di Rafael Moneo

 61 Bibliografia

 

 

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Pagina 7

Costruire nel costruito


È motivo di gioia trovarmi oggi al cospetto di tutti voi, qui a Torino: una città sempre attraente per l'architetto, che riconosce nel suo tracciato regolare un chiaro esempio di quanto possa produrre l'esercizio razionale della disciplina e, visitando opere singolari - come quelle di Guarini, Vittone, Juvarra, Antonelli, Gabetti e Isola - può constatare come sia possibile fare di questa disciplina un'arte. Torino ha avuto inoltre la fortuna di essere una città cui molti scrittori, che vi hanno vissuto, hanno reso un meritato tributo, servendosene come sfondo della loro opera e stimolando la fantasia e la curiosità dei lettori non torinesi, ormai abituati da quel «lessico familiare» di Natalia Ginzburg a riconoscere nella sua architettura e nelle sue colline la personalità dei suoi abitanti.

Come lettore e come architetto, il viaggio a Torino perciò mi è sempre gradito. Ma in questa occasione, al piacere che si prova sempre tornando in questa città, si aggiunge l'emozione di venirci per celebrare il ricordo di un architetto come Roberto Gabetti, che ebbi la fortuna di conoscere. Incontri brevi ma intensi mi permisero di godere di quella sua gentilezza, mancanza di affettazione ed eleganza che rendevano l'incontro, quale ne fosse il motivo, sempre piacevole. Per il rispetto e l'ammirazione che nutro sin dall'inizio della mia carriera professionale per l'opera di Roberto Gabetti e Aimaro Isola, non vorrei dare inizio alla presentazione delle mie opere senza avere detto alcune parole, con la brevità che l'occasione richiede, sugli aspetti del loro lavoro che più apprezzo e mi colpiscono.

In primo luogo vorrei ricordare qualcosa di risaputo, e cioè la loro appassionata, illuminata, brillante precocità. Infatti, ben pochi architetti iniziano la loro carriera professionale con una dichiarazione programmatica così potente come la Bottega d'Erasmo. Il fatto che architetti così giovani - nel 1953, quando progettano la Bottega d'Erasmo, Gabetti ha 28 anni e Isola 25 - osino non solo mettere in dubbio l'ortodossia dominante, ma anche proporre alternative stilistiche e linguistiche, è sorprendente e al tempo stesso ammirevole. E, soprattutto, è indizio di una capacità critica non comune in persone di così giovane età. La volontà di stabilire una continuità tra i materiali con cui si lavora e gli elementi architettonici con cui si compone una facciata, facendo riferimento a una disposizione planimetrica che si può definire convenzionale, si risolve in un preciso e delicatissimo disegno, che farà parlare di un ritorno all'ornamento; ma anche della volontà di dare spazio alla ragione e alla logica. La Bottega d'Erasmo è la prova di come l'architettura, a metà degli anni cinquanta, non abbia ancora abbandonato il debito contratto con i mestieri, con l'artigianato, e Gabetti e Isola lo esprimono con una determinazione in grado di spiegare l'impatto dell'opera sui loro contemporanei. La Bottega d'Erasmo non passa inosservata: riscuote anzi l'approvazione degli architetti italiani più inquieti, che si sentono rappresentati dalla sua sorprendente capacità di reagire alla paralisi del linguaggio delle avanguardie, a quell'epoca indiscriminatamente assorbito dalle istituzioni. Non è certo questo il momento di ricordare la controversia tra i critici italiani (Rogers, Zevi) e quelli anglosassoni (Banham), ma di segnalare come la determinazione di Gabetti e Isola nell'affrontare il dibattito disciplinare non li avrebbe più abbandonati nel corso della loro carriera. In seguito all'approvazione riscossa con la Borsa Valori di Torino e la Bottega d'Erasmo, negli anni sessanta i due architetti lavorano con coerenza e continuità rispetto a questi primi traguardi.

Si potrebbe parlare di realismo, di perfetta coscienza dei mezzi con cui si lavora. I materiali e i sistemi costruttivi sembrano essere all'origine di un'architettura che non teme il passaggio da una tipologia all'altra, quando l'occasione lo richiede. Infatti, vediamo la carriera di Gabetti e Isola svilupparsi affrontando con estrema libertà i più diversi incarichi professionali: residenze collettive ma anche abitazioni unifamiliari, case di riposo per anziani e padiglioni sportivi, industrie ed esposizioni, locali commerciali e tombe, monumenti commemorativi, conventi, chiese... Se dovessi mettere in luce una virtù, un tratto caratteristico del loro fare architettonico, credo che si potrebbe parlare di indipendenza, di mancanza di pregiudizi, di libertà. E così, pur potendo affermare che essi partono da un patrimonio di conoscenze consolidato, sia nel campo delle tecniche sia delle tipologie, bisogna riconoscere che l'adattamento alle condizioni specifiche richieste dal progetto dimostra l'estrema libertà con cui si muovono; ed è per questo che progetti a prima vista tradizionali rivelano la propria carica innovativa e risultano sorprendenti, se studiati con attenzione. Per Gabetti e Isola non bisogna temere le condizioni imposte dal contesto, ma neppure aver paura di introdurre nel progetto sorprese e anomalie impreviste. Questo coraggio nell'affrontare il progetto ci permette di riconoscere, nella freschezza, uno degli attributi più pregevoli del loro lavoro. Facendo riferimento al realismo, Manfredo Tafuri, devoto ammiratore dell'architettura di Gabetti e Isola, ha detto queste stesse cose con parole così precise che non posso fare a meno di citarle: «[...] un realismo, cioè, in cui la carica introspettiva è potenziata a contatto con il genius loci e in cui il gusto artigiano per il buon prodotto fa i conti con una spregiudicatezza formale che deriva ancora dal diretto rapporto con le cose, ma in assenza delle disperate tensioni esistenziali che motivano la loro ricerca. La quale, partita dalla celebrazione dell'oggetto, giunge a toccare il tema del rapporto manufatto-ambiente» (M. Tafuri, Storia dell'architettura italiana 1944-1985, Torino 1986, p. 160).

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A Lovanio, i resti del convento dei Celestini fluttuavano come una nave alla deriva, tra i sentieri e le strade che connettono la città ala suo territorio. Qui, percorsi vecchi e nuovi si sovrappongono, e la nave disalberata che un giorno fu un vivo monastero sembrava aver perso la rotta: si può intuire quanto fosse difficile riconoscere qual era il senso dei chiostri in rovina, e laborioso discernere come orientarsi in questo luogo, come accedere alle costruzioni ancora in piedi. Una riflessione come questa risulta obbligata per capire la strategia della nostra proposta: si trattava di dare un senso alla costruzione, a ciò che restava in piedi del monastero dei Celestini, connettendolo e raccordandolo alla trama urbana, ben consolidata, che la circonda.

Il progetto di una nuova struttura universitaria, la biblioteca Arenberg dell'Università Cattolica di Lovanio, ha permesso di aggiungere superficie e di completare la pianta del complesso originario, con l'ambizione di ancorare nuovamente i Celestini alla rete di strade che oggi dà vita e conferisce energia al territorio. Questa strategia di completamento della pianta, che porta inevitabilmente a sfruttare appieno il potenziale dei chiostri e dei patii, estende l'impronta del costruito fino a definire un nuovo perimetro del monastero: la via De Croylaan ne diventa il nuovo limite. Da ciò consegue un'impostazione secondo cui i volumi preesistenti continuano a mantenere tutto il proprio valore, aspetto che ci sembrava fondamentale: i tetti dell'antico refettorio, ad esempio, continuano a essere il volume di maggior rilievo del complesso.

Come ho detto, il progetto (realizzato tra il 1997 e il 2002) intendeva sfruttare in prima battuta il potenziale dei chiostri. In effetti, mi sembra proprio che così sia stato: l'intervento ha permesso un uso intensivo dei tre spazi aperti intorno ai quali si organizzavano le pertinenze dei Celestini. Il primo è diventato uno spazio di accesso, sfruttabile sia dalla via De Croylaan che da una seconda entrata dedicata al traffico non motorizzato: una piazza in cui far convergere pedoni, biciclette e automobili. Di qui si accede alla biblioteca, con servizi come la caffetteria, l'accoglienza e l'amministrazione, e si raggiunge inoltre il secondo spazio aperto (le antiche dipendenze annesse), destinato a parcheggio. Il terzo patio (i resti dell'antico chiostro) è utilizzato per organizzare, intorno a esso, la biblioteca propriamente detta.

Elemento chiave dell'intervento è la sala di lettura, di cui il chiostro diventa il vero e proprio supporto organizzativo. Da un lato, è nel chiostro che si realizza la sala vetrata che permetterà di godere, leggendo, della sua architettura; dall'altro, il chiostro stesso ospita intorno a sé una serie di postazioni di lettura, assecondando il movimento circolare che è capace di generare. Si ottimizza così il rapporto di queste postazioni con l'area di immagazzinamento dei libri: sale più private si collocano in testa ai diversi clusters, sviluppati su ampie scaffalature. Il piano sotterraneo risulta illuminato da luce naturale, grazie ai lucernari collocati nelle sale di lettura private. Vorrei sottolineare la flessibilità della proposta e la facile accessibilità, da qualsiasi punto del complesso, alla zona degli scaffali.

Nel patio di accesso, le costruzioni dell'ala ovest conservano una presenza dominante, e acquisiscono un valore particolare ospitando l'amministrazione. L'affascinante spazio dell'antica sala di lettura si trasforma in sala educativa, mentre il sotterraneo diventa la sala dei libri rari, con facile accesso ai microfilm collocati sotto la sala principale della biblioteca.

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