Copertina
Autore Marta Morazzoni
Titolo Una lezione di stile
EdizioneLonganesi, Milano, 2002, La Gaja Scienza 660 , pag. 290, dim. 145x212x30 mm , Isbn 978-88-304-1592-8
LettoreAngela Razzini, 2002
Classe narrativa italiana
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Pagina 7

A VOLTE di un luogo si concepiscono idee non originali; l'Inghilterra per esempio ha una sua definizione nell'immaginario collettivo, credo si dica così, scontata: è un paese verde. Per quanto mi riguarda, mi è accaduto di vederla arsa da una calura estiva singolare, coi prati bruciati e le pecore (è una terra piena di pecore) che stentavano a trovare un filo d'erba degno di essere brucato. Ho in merito un ricordo molto preciso: era nei pressi della contea di Warwick, dove si trova un castello che una volta, quando venne costruito in onore della regina Elisabetta, la prima naturalmente, svettava su una foresta e si vedeva da lontano, probabilmente per decine di miglia, tanto era possente e elevato. Intorno a quel castello, che oggi è poco meno di un rudere, mi è capitato di toccare con mano la violenza del sole anglosassone. Un calore quasi arabo rendeva sonnolenta la regione intorno a Kenilworth, che è il nome di quel che resta dell'edificio, altissimo, tra un gigante e un fantasma, giallo anch'esso del colore dell'arenaria arsa. Chiudendo un attímo gli occhi, si sarebbe potuto pensare di essere davanti alla fortezza di San Giovanni d'Acri. Naturalmente il tetto è scomparso, scomparsi i pavimenti, scomparso tutto all'interno: non rimane che una verticale che porta gli occhi su verso un cielo, allora bianco latte, da cui si sarebbe invocata invano una goccia d'acqua. Scalando una serie lunga di passaggi articolati nel muro e fatti costruire ad arte dai sovrintendenti che dalla capitale sono stati mandati a prendersi cura del castello, si approda alla torre di guardia, il punto più alto che domina la piana e sembra che si allarghi a tener d'occhio tutta la regione. Viene da pensare che, anche nel cuore delle feste (perché a quello il castello serviva), la regina non potesse concedersi di abbassare la guardia. Dicono anzi le guide che in certi frangenti, ma forse più per gioco che per difesa, la pianura circostante potesse facilmente essere allagata, sicché la spianata del castello si ergeva allora come un isolotto solitario in un lago.

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Pagina 66

Come un ateo in chiesa, nella sala da concerto mi muovevo con cautela, imitando i comportamenti degli altri. Mi sembra che occupassimo una posizione particolarmente comoda, particolarmente consona all'ascolto, e lì il mio compagno sprofondò, assente a qualsiasi altra sollecitazione. Quanto a me, ero invece ben sveglio, direi allertato dalla situazione, e forse infastidito da qualche eccesso di sonorità, che comunque attirò la mia attenzione verso la sezione alta dell'orchestra, quella delle percussioni: ammirai quell'agitarsi da rana galvanica nel maestro dei piatti e l'energia nerboruta della suonatrice di timpani, una ragazzona di un certo peso che si agitava intorno ai suoi strumenti come una cuoca intenta ai paioli di rame. Lì cucinavano la musica, pensai, ed erano bassa manovalanza rispetto al cuore della scena, emarginati dall'invadenza dei violini, strumenti così per bene e composti nel loro acuto dolore. Occupavo il tempo facendo del'orchestra una allegoria della società umana e mi veniva fatto di dividerla per classi, i nobili e i servi, mentre di quello che insieme producevano mi curavo ben poco. Mi confermai di essere in certo senso sordo, e poco emotivo di carattere: Lord Blands aveva tutt'altro temperamento, lo vedevo dalla piega delle sue labbra, da una certa fissità dello sguardo e dal lieve ciondolare della testa, a tempo, io credo, con l'arpeggiare degli strumenti. In quel momento e in quel contesto, mi parve un uomo ben più comune di quanto a tratti credessi di lui, così conforme a quella massa ristretta che riempiva la sala; perché massa era comunque, e io il solo individuo. Forse bisogna non capire nulla di quello che ci sta intorno per essere individui, soli e conchiusi.

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Pagina 115

ECCO un'altra cosa che mi sarebbe piaciuto sapere bene: in che modo questo padre stava con questa figlia. E non era pura curiosità. Era una lacuna.

Non sapevo e non avrei mai saputo cosa sono i rapporti di sangue.

Ricordo con terrore una cosa che ci avevano letto in classe, quando ero un ragazzino alla fine della scuola elementare, su un libro di lettura. Io credo, oggi, che l'autore fosse da denunciare come persona pericolosa alla società e all'infanzia in particolare, tanto più in ragione del fatto che la minaccia contenuta nelle sue parole passava sulla nostra testa di quasi adolescenti come acqua fresca e i nostri insegnanti ce la lasciavano assorbire senza pensare alla dose di veleno che così ci istillavano per ogni poro della pelle. «I tuoi figli ameranno te come tu hai amato tua madre.» Era una specie di equazione spietata che a me, allora poco più che bambino, si ficcò nel cervello. Chiara come il sole, non conteneva né ma né se e mi si aggirava tra le curve del cervello quando, in casa a fare i compiti, di solito in cucina, la vedevo, l'ipotecaria della mia futura carriera di padre, sempre scura in faccia, con almeno due buoni motivi per essere scontenta, cucire accanto al tavolo che poco dopo sarebbe stato sgomberato per apparecchiare la cena. Ebbene, io non la amavo.

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Pagina 135

MI ASPETTAVA in un angolo riparato della pasticceria, paziente della pazienza di chi sa che di lì, prima o poi, devi passare. Mi colse di sorpresa, e come a tutte le sorprese risposi in modo disarticolato. So di avere una faccia mal sagomata, e questo elemento mi governa male proprio in simili frangenti. Non mi si creda uno sciocco molto preoccupato del suo bell'aspetto (che su di me suona così di scherno!), ma la faccia rimane pur sempre quello che di me per prima cosa leggono gli altri: è una considerazione allo stesso tempo elementare e profonda, credo. Bene, la mia faccia di fronte a un evento imprevisto si scompone. Per questo ho sempre odiato le sorprese, comprese quelle di compleanno. Suzanne ne seppe qualcosa alla mia sola ricorrenza vissuta insieme.

Dunque mi aspettava. Lord Jeoffrey Blands, non altri, naturalmente. Questa volta non giocammo a chi vedeva per primo, i nostri sguardi si incrociarono subito e lui mi venne incontro: «Qui non abbiamo mai mangiato insieme, vero? Potremmo concederci uno spuntino, sempre che lei abbia tempo e voglia». Poi si spostò a un tavolo più grande di quello a cui era seduto al mio ingresso e io gli andai dietro docile, senza nemmeno aver bisogno di rispondere alla sua richiesta, ma lui aveva comunque l'aria di chi trovasse ovvio a priori che gli dicessi di si. Niente preamboli, ordinò un pasto leggero subito e mi rivolse uno sguardo che chiedeva solo approvazione: lo faceva con molta civiltà, ma mi stava comandando e questo era un tratto insolito in lui, mai così marcato. Dalla finestra aperta entravano i rumori di strada, più che altro parole, chiacchiere e il fruscio delle gomme delle biciclette sull'asfalto. Doveva rimproverarmi qualcosa? Tirò fuori di tasca una foto Kodak istantanea e me la sottopose; quando alzai gli occhi dalla foto a lui, sorrideva.

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Pagina 166

SCRIVERE queste cose a volte mi costa un'infinita fatica, scriverle, intendo, con un plausibile ordine e tenere a bada gli scherzi della memoria. O meglio, gli scherzi dell'interpretazione della memoria. Quando poi ho sufficiente lucidità, mi domando che senso abbia questo esercizio; una volta chiarito che quello che ho vissuto riguarda solo me, un tale ridicolo progetto o bisogno di raccontare potrebbe estinguersi nella considerazione che dal mio cerchio questi appunti non usciranno mai. A loro per altro mi aggrappo come alla spes tisica e ci torno sopra con la tenacia inutile di chi abbia quello che mi hanno insegnato a chiamare l'esprit de l'escalier, la prontezza di intuizione che manca e, peggio, si fa largo un minuto dopo, o un anno dopo, il momento opportuno e in nessuno dei due casi ha più senso se non come rammarico dell'occasione mancata. Cui prodest? A chi giova?

A volte immagino che in un futuro prossimo, perché il tempo che resta è comunque poco, la mia vecchia amica Suzanne si trovi tra le mani non so come queste annotazioni e si spieghi l'inspiegabile. un'altra forma di spes tisica, ma può darsi che sia più dignitosa.

Nel tempo che spendo a guardare fuori dalla finestra, a interrogarmi sulle facce dei passanti che non mi vedono a loro volta, perché è difficile che alzino gli occhi da terra, ripasso spesso la mia parte, quella di allora e quella di oggi. Non è da tutti avere un tale cambio di scena e un ribaltamento di ruolo e fisionomia così evidenti. Uno crede che la sua vita abbia un canale di percorrenza ben predisposto, poi imbocca a sua insaputa canaletti secondari, finisce in imprevedibili collettori e sbocca, diversamente da come credeva, al mare. O a una fogna.

Ci pensavo questa mattina, che il calore dell'asfalto dalla strada mi stancava gli occhi e non avevo voglia di scrivere. Poi ho finito, come si vede, per prendere in mano il quaderno degli appunti e annotare anche questa stanchezza. Ad altri no di sicuro, ma a me deve giovare per forza.

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Pagina 205

[...] «Le legga pure. Si farebbe un'idea davvero particolare della mia famiglia. E ancora di più di quel che siamo al presente; dopo un anno e passa di lavoro qui, a Ashbery House, non mi meraviglierei che lei dovesse scoprire di non conoscere affatto la fisionomia di questa casa e delle persone che lei qui frequenta. Mi guardi bene, potrebbe non ritrovarsi più nell'idea che si è fatta di me. Quanto agli altri, nella mente di mia madre esistono solo come nomi e non hanno mai avuto un volto. Un volto oggettivo voglio dire, però lei li ha disegnati perfettamente nella sua testa, e li ha giudicati, accolti o rifiutati, li giudica ogni giorno come fosse qui a vederli agire. Per quel che può sentire dalla sua stanza di manicomio, ci detesta tutti.»

Parlava con grande stanchezza, e mi guardava dritto negli occhi, più perché lo guardasse a mia volta che per vedere le mie espressioni. Stava per dirmi qualcosa, mi pareva, e poi dovette ripensarci e la stanchezza si risolse in un sorriso ironico. «Vedrà, vedrà da sé. Magari le tornerebbe utile e interessante, un letterato ha sempre da imparare dalle esperienze della vita invece che... pardon, oltre che dalla letteratura.»

«Da domani, allora?» e decisi di sorvolare sul giudizio che riguardava i letterati; oltretutto io non appartengo alla categoria, sono solo un lettore, al massimo. E come lettore mi ingaggiava anche lui.

«Pensi», aggiunse ridendo con una certa amarezza, «le affido il principio e la fine della mia vita.»

«Adesso è lei che fa della letteratura, mi permetto di dirglielo, per quel che so di romanzi. Diciamo secondo '800?»

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Pagina 207

NON credevo di saper scrivere, non credevo nemmeno di doverìo mai fare; ho avuto fin da ragazzino il panico da pagina bianca. Suzanne in questo aveva ragione. Forse farei bene a continuare in questa convinzione; mi muovo sulla carta come su un campo minato, mi sposto a fatica e con cautele innaturali. A tratti so di avere un tracciato preciso da cui non scostarmi mai, il titolo di un tema, per dirla con quelli che furono i miei allievi, entro cui tenere il discorso. Poi mi rendo conto che sono solo relativamente in tema, che i temi sono due, tre, un intrico tra cui passo incespicando. Non ho la mano ferma e poi, devo ammetterlo, sono diventato vecchio. E questo mi dà la misura della lentezza del mio procedere, la mia prima vera misura del tempo. Intanto che racconto quel mondo, quel mondo è cambiato, sta ancora cambiando. Mi guardo da un velo, da una camera sterile e pretendo, da un luogo asettico, di riesumare emozioni. Mie e altrui. Cos'altro posso fare? Io non ho fatto niente per lasciare nel mondo quel filo di bava che sono figli o innamorate servite con fedeltà. La mia bava è al momento il sugo di una biro.

Come Madame Cecilia Blands, se non scrivo non esisto.

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Pagina 210

CI SONO delle cose che non ho fatto a tempo debito, e non vale che le faccia ora. Tante cose che adesso mi spiace di non aver ben conosciuto. A volte, di notte, mi capita di vedermi e sentirmi ballare Only you con la sarta, fasciato a lei. Non è un sogno, piuttosto è immaginazione molto fervida. Non ho mai ballato Only you con nessuna sarta, forse con nessuna donna in genere. Rimanevo in un angolo a millantare indifferenza e a convincermi che quello strusciarsi e trascinarsi non mi interessasse davvero. E adesso che mi piacerebbe molto ciondolare cullato da quella musica, e mi sento addosso le curve di un corpo quasi indistinto dal mio, rischio il ridicolo solo a pensarci. Per molto tempo ho vissuto di fantasie sessuali e mi sono augurato che continuassero a bastarmi per altrettanto tempo. Non c'è nessuna donna che per me le abbia incarnate meglio di questa Rosa Rosae che il mio signore e padrone mi ha fatto balenare davanti agli occhi un momento, per sentirne il profumo (banale la metafora, eh?), e poi mi ha sottratto con la leggerezza del buon diritto che aveva acquisito su di lei.

Non è colpa sua e non è colpa mia e lei, Rosa Rosae, la sartina del centro, il mio miraggio di un fine settimana perduto nel tempo, è stata la mia ultima possibilità.

Qualche volta, preso tra il lusco e il brusco, sento tra stomaco e pancia quel sordo richiamo della foresta e lo lascio crescere con una specie di soddisfatta malinconia. In certo senso allora sono meno diverso dagli altri, meno solo. Una volta nella vita devo aver provato un sentimento comune a tanta parte dell'umanità, mi è profondamente piaciuto qualcuno una volta nella vita, me la sono quasi sentita, questa «qualcuno», stretta alle mie gambe di notte dopo averle procurato tutto il piacere di cui potrei essere capace, senza domandarmi fin dove il mio fosse arrivato. Puro altruismo di fantasia. Non mi è mai capitato in realtà. E ora non mi può più capitare.

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Pagina 242

FINE pomeriggio, crepuscolo avanzato, sera, cena da solo, silenzio. E buio. Durante la notte, una notte in cui dormii piuttosto bene, non fui abbandonato un minuto dalla sensazione di provvisorietà. Eppure affondai in quel che si chiama il sonno del giusto, un bel sonno senza troppi sogni e con l'abbandono placido delle membra che diventano senza peso. Ecco il punto: non aderivo a nulla. Credo che una qualche consapevolezza del mio ruolo indefinito si fosse rivolta tutta al corpo e lo facesse fluttuare nell'aria della mia stanza. Aria o acqua, in ogni caso qualcosa che alleggerisse da ogni peso. Nuoto malissimo, ho poca confidenza con l'acqua e però mi piacerebbe essere di quelli che si abbandonano al flusso della corrente e si spostano senza fatica. A me costa tutto un grande sforzo e, più passa il tempo, più le cose pesano su di me centuplicate da una gravità fisica sproporzionata.

Bene, in quella notte ero approdato alla categoria dei corpi lievi, categoria ancora migliore di quella dei puri spiriti che mi sembrano monchi di una parte importante. Ci furono molti occhi, occhi d'acqua che seguivano l'andirivieni del mio sonno. Il loro colore invadeva zone precise dello spazio. Io so solo che stavo bene come non fossi mai nato. Attriti, frizioni, quei disagi reiteratí che ti segnano dal momento in cui sei obbligato a passare per il tunnel angusto che ti mette al mondo non mi riguardarono almeno per una notte, che considero un momento di pura felicità nel corso della mia vita, almeno fin qui.

La mattina fui svegliato da quello stesso profumo di torta di mele e vaniglia.

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