Copertina
Autore Evgeny Morozov
Titolo L'ingenuità della rete
SottotitoloIl lato oscuro della libertà di internet
EdizioneCodice, Torino, 2011 , pag. XVII+360, cop.fle., dim. 14,3x21,6x2,2 cm , Isbn 978-88-7578-261-0
OriginaleThe Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom [2011]
TraduttoreMarilena Renda, Fjodor Ardizzoia
LettoreCorrado Leonardo, 2012
Classe comunicazione , media , politica , informatica: reti , informatica: sociologia , storia della tecnica
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Indice


IX Introduzione

    Capitolo 1
  3 La dottrina Google

    Capitolo 2
 33 Inviare SMS come se fosse l'89

    Capitolo 3
 55 Il LOLcat preferito da Orwell

    Capitolo 4
 81 Censori e sentimenti

    Capitolo 5
107 Hugo Chávez vi dà il benvenuto su spinternet

    Capitolo 6
133 Del perché il KGB vuole che ti iscriva a Facebook

    Capitolo 7
167 Perché Kierkegaard odia l'attivismo da poltrona

    Capitolo 8
193 Reti aperte, mentalità ristrette: contraddizioni culturali
    della libertà di internet

    Capitolo 9
233 Le libertà di internet e le loro conseguenze

    Capitolo 10
263 Fare la storia (e non solo il menu di un browser)

    Capitolo 11
287 La soluzione perversa


307 Ringraziamenti
311 Bibliografia
357 Indice dei nomi




 

 

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Pagina IX

Introduzione


Per chiunque voglia vedere la democrazia prevalere negli ambienti più ostili e improbabili, la prima decade del nuovo millennio è stata segnata da un senso di amara, se non totale, disillusione. La marcia apparentemente inarrestabile della libertà iniziata alla fine degli anni Ottanta sembra non solo aver subito una battuta d'arresto, ma aver proprio cambiato direzione.

Espressioni come crisi della libertà sono uscite dal circuito ristretto degli esperti per entrare nel linguaggio comune. Un numero crescente di politici occidentali in preda a una tranquilla e serena disperazione ha cominciato ad ammettere che il Washington consensus, quell'insieme di discutibili direttive che avevano promesso il paradiso neoliberale a prezzi stracciati, è stato soppiantato da quello di Pechino, che si vanta di assicurare soldi non puliti ma facili, senza dover affrontare le noiose pastoie delle istituzioni democratiche.

L'Occidente ci ha messo del tempo a capire che la lotta per la democrazia non è stata vinta nel 1989. Per vent'anni si è cullato sugli allori aspettando che Starbucks, MTV e Google facessero il resto. Un approccio così lassista alla democratizzazione si è rivelato inefficace contro il risorgere di un autoritarismo magistralmente adattato al nuovo mondo globalizzato: un autoritarismo che spinge all'edonismo e al consumismo e che vede le figure di Steve Jobs e Ashton Kutcher molto più rispettate di quelle di Mao o Che Guevara. Nessuna meraviglia quindi che l'Occidente si trovi a un punto morto. Mentre ci siamo potuti liberare dai soviet agitando la bacchetta magica dei jeans, delle raffinate macchinette per il caffè e delle gomme da masticare a poco prezzo, lo stesso trucco non funziona con la Cina: dopotutto è da lì che provengono tutti i prodotti occidentali.

Molti dei segnali che solo pochi anni fa promettevano un'ulteriore democratizzazione semplicemente non si sono mai materializzati. Le cosiddette rivoluzioni colorate, che hanno spazzato via l'ex Unione Sovietica, hanno prodotto negli ultimi dieci anni risultati piuttosto ambigui. Ironia della sorte, sono state proprio le repubbliche più autoritarie dell'ex Unione Sovietica (Russia, Azerbaigian, Kazakistan) ad aver tratto maggiori vantaggi da quelle rivoluzioni, avendo scoperto e riparato i loro punti deboli. Il paese dove sono nato, la Bielorussia, una volta oggetto di attenzione da parte di Condoleeza Rice in quanto ultimo avamposto della tirannia in Europa, è forse il più furbo del gruppetto: continua a sprofondare nella dittatura mentre la glorificazione del passato sovietico da parte del suo dispotico capo di stato, Aleksandr Lukashenko, si combina all'apprezzamento crescente da parte della sua spensierata popolazione per macchine veloci, vacanze esclusive e cocktail esotici.

Le guerre in Iraq e Afghanistan, che non avevano altro obiettivo se non quello di diffondere il verbo della libertà e della democrazia, hanno perso molto del loro slancio emancipatorio iniziale, e hanno reso più sfumato il confine tra cambio di regime e promozione della democrazia.

Associate alle inutili violazioni dei diritti umani e a un'interpretazione a dir poco fantasiosa delle leggi internazionali da parte di Washington, queste due guerre hanno procurato una reputazione talmente pessima al concetto di promozione della democrazia che chiunque sia intenzionato a difenderlo viene considerato un seguace di Dick Cheney, un pazzo idealista o entrambe le cose.

È facile quindi dimenticare, magari a scopo terapeutico, che l'Occidente è ancora obbligato a difendere i valori democratici, a pronunciarsi sulle violazioni dei diritti umani, ad ammonire coloro che abusano della propria autorità a danno dei cittadini. Fortunatamente, a partire dal XXI secolo, non è più necessario promuovere la causa della democrazia; anche i più scettici concordano sul fatto che un mondo in cui Russia, Cina e Iran rispettassero le norme democratiche sarebbe un mondo più sicuro.

Non si è ancora giunti però a un'intesa sul tipo di politiche e di metodi che l'Occidente dovrebbe adottare per essere veramente efficace nella promozione della democrazia. Come gli ultimi decenni hanno dimostrato, le buone intenzioni non bastano quasi mai; perfino i tentativi più nobili possono mutare di segno e condurre a svolte autoritarie con estrema facilità. Le immagini dei terribili abusi sui prigionieri ad Abu Ghraib sono state il risultato, anche se solo indiretto, di un approccio particolare alla promozione della democrazia. Approccio che non ha funzionato come era stato invece promesso dalla campagna pubblicitaria.

Sfortunatamente al discredito delle idee neoconservatrici per la democratizzazione del mondo non si è sostituita nessuna alternativa valida per riempire il vuoto che si è creato. Mentre George W. Bush ha certamente esagerato con la sua retorica eccessiva da adoratore della libertà, il suo successore sembra aver abbandonato non solo la retorica e lo spirito, ma anche il desiderio di articolare qualcosa che possa somigliare a un'agenda della libertà post-Bush. Ma nel silenzio di Obama c'è qualcosa di più di una ragionevole volontà di presentarsi come l'"anti-Bush".

Con ogni probabilità il suo silenzio è segno di un forte malessere bipartisan, di una fatica crescente dell'Occidente a promuovere la democrazia. È un progetto che non solo non gode dell'approvazione da parte della stampa, ma soffre anche di una profonda crisi intellettuale. La resilienza dell'autoritarismo in paesi come Bielorussia, Cina e Iran non deriva dall'assenza di tentativi da parte dei loro "partner" occidentali di provocare un cambiamento basato sull'aspettativa di una rivoluzione democratica. Purtroppo molte iniziative occidentali di questo genere falliscono, finendo per consolidare l'appeal di molti dittatori esistenti, bravissimi nell'agitare la minaccia dello "straniero che si immischia negli affari locali". Sarebbe riduttivo affermare che non c'è nessun buon progetto per affrontare l'autoritarismo moderno.

Persi nei loro strategismi, i leader occidentali si struggono per qualcosa che ha dimostrato di funzionare. Molti di loro guardano indietro verso il più impressionante e inequivocabile trionfo della democrazia che si sia verificato negli ultimi decenni: la dissoluzione pacifica dell'Unione Sovietica. Non sorprende (e chi potrebbe biasimarli se cercano di rafforzare la propria autostima?) che tendano a esagerare il proprio ruolo nell'averne accelerato il crollo. Il risultato è che a molte delle strategie occidentali sperimentate all'epoca, ad esempio il contrabbando di fotocopiatrici e fax per l'editoria clandestina, o il sostegno alle trasmissioni di Radio Free Europe e Voice of America, viene dato di gran lunga più credito di quanto meritino.

Un simile e tardivo trionfalismo da Guerra fredda sfocia in un madornale errore logico. A partire dalla caduta dell'Unione Sovietica queste strategie vengono considerate efficaci e a tutti gli effetti cruciali per la riuscita dell'impresa. Le implicazioni di questa idea sono terribili per il futuro del progresso democratico, perché suggeriscono che dosi massicce di informazione e tecnologia della comunicazione siano letali perfino per il più repressivo dei regimi.

Molta dell'attuale eccitazione nata attorno a internet, soprattutto la grande speranza secondo la quale questo strumento avrebbe favorito l'apertura delle società chiuse, deriva da questo genere di interpretazione selettiva (e a volte scorretta) di una storia riscritta per glorificare il genio di Ronald Reagan e sminuire l'importanza delle condizioni strutturali e delle contraddizioni interne del sistema sovietico.

È per queste ragioni squisitamente storiche che internet entusiasma così tanti politici esperti e raffinati, cui dico: informatevi meglio. Internet, se osservata attraverso il prisma della Guerra fredda, è dotata di qualità pressoché magiche; sarebbe quindi l'ultimo espediente per aiutare l'Occidente a sconfiggere finalmente i suoi avversari autoritari. Trattandosi dell'unico spiraglio di luce all'interno del tunnel intellettuale della promozione della democrazia, un tunnel altrimenti al buio, il dominio di internet nella futura pianificazione politica è assicurato.

A prima vista sembra un'idea brillante. È come Radio Free Europe pompata di steroidi. E non ci vogliono neanche troppi soldi: nessun palinsesto costoso, zero spese di programmazione, e nel caso in cui tutto il resto fallisse, si tratterebbe comunque di propaganda. Dopotutto gli utenti di internet possono scoprire da soli la verità sugli orrori dei loro regimi, sul fascino segreto della democrazia e sulle irresistibili attrattive dei diritti umani universali, aprendo qualche motore di ricerca come Google oppure seguendo gli amici più politicamente informati su social network come Facebook. In altre parole: lasciamoli twittare, e twitteranno fino a raggiungere la libertà. Secondo questa logica l'autoritarismo diventa insostenibile una volta rimosse le barriere che impediscono il flusso libero delle informazioni. Se l'Unione Sovietica non è sopravvissuta a un plotone di pamphlettisti, come farà la Cina a sopravvivere a un esercito di blogger?

Stupisce che l'unico luogo in cui l'Occidente (e gli Stati Uniti in particolare) sia irrevocabilmente intenzionato a promuovere la democrazia sia il cyber-spazio. L'agenda della libertà è out; l'agenda di Twitter è in. È significativo che l'unico discorso rilevante sulla libertà fatto da un membro importante dell'amministrazione Obama sia stato quello di Hillary Clinton sulla libertà di internet nel gennaio 2010. Sembra una scommessa facile: magari internet non porterà la democrazia in Cina o in Iran, ma può far pensare che l'amministrazione Obama abbia la squadra di politica estera più tecnologicamente attrezzata della storia. Adesso i più intelligenti sono anche i più geek. La dottrina Google, la fiducia entusiasta nel potere liberatorio della tecnologia accompagnata dall'urgenza irresistibile di arruolare le nuove aziende della Silicon Valley nella lotta globale per la libertà, esercita un fascino crescente su molti politici, tanto che molti di loro sono ottimisti sul potenziale rivoluzionario di internet quanto lo erano gli imprenditori del settore alla fine degli anni Novanta. Cosa può andare storto allora?

Be', a guardar bene... molte cose. Le bolle speculative, una volta scoppiate, hanno conseguenze letali; le bolle democratiche, invece, possono provocare una carneficina. L'idea che internet favorisca gli oppressi anziché gli oppressori è viziata da quello che chiamo cyber-utopismo, ovvero la fiducia ingenua nel potenziale liberatorio della comunicazione online; una fiducia che si basa sul rifiuto ostinato di riconoscerne gli aspetti negativi. Proviene dal fervore digitale degli anni Novanta, quando gli hippie di una volta, ora sistemati nelle migliori università del mondo, hanno messo in piedi un delirio di argomentazioni per dimostrare che internet avrebbe potuto fare ciò che gli anni Sessanta non erano riusciti a fare: aumentare la partecipazione democratica, innescare una rinascita delle comunità in declino, rafforzare la vita associativa e fare da ponte tra giocare a bowling da soli e bloggare insieme. E se questa ricetta funziona a Seattle, allora deve funzionare anche a Shanghai.

I cyber-utopisti avevano l'ambizione di costruire delle Nazioni Unite nuove e migliori, e hanno finito per mettere su un Cirque du Soleil in versione digitale. Le loro teorie (anche se fossero vere, e questo se è gigantesco) si sono dimostrate di difficile applicazione nei contesti non europei e non democratici. I governi democraticamente eletti del Nord America e dell'Europa occidentale vedono di buon occhio una rivitalizzazione della sfera pubblica guidata da internet, anche se preferiscono restare fuori da questo parco giochi digitale, almeno finché non succede qualcosa di illegale. D'altro canto i governi autoritari hanno investito così tante energie nel tentativo di cancellare qualsiasi forma di associazione e di espressione libera, che non si comporterebbero mai in modo così civile. I primi teorici dell'influenza di internet sulla politica non hanno lasciato spazio per lo stato, fatta eccezione per uno autoritario e brutale, senza il minimo margine di tolleranza verso le regole o le opinioni discordanti. Se c'era un libro sul comodino del cyber-utopista all'inizio degli anni Novanta, questo non era certamente il Leviatano di Thomas Hobbes.

I cyber-utopisti non sono riusciti a prevedere le misure adottate dai governi autoritari nei confronti di internet; inoltre non si sono resi conto di quanto esso potesse rivelarsi utile alla propaganda, di quanto sarebbero diventati sofisticati i moderni sistemi di censura online, della sapienza con cui i dittatori avrebbero imparato a usare la rete a scopi di sorveglianza. Anzi, molti cyber-utopisti si sono affezionati al discorso populista di una tecnologia che darà potere a gente che, oppressa da anni di regime autoritario, inevitabilmente si ribellerà, mobilitandosi attraverso SMS, Facebook, Twitter e qualunque altro nuovo strumento arrivi l'anno prossimo (va detto che alla gente queste teorie piacevano). Paradossalmente, rifiutandosi di considerare i risvolti negativi del nuovo ambiente digitale, i cyber-utopisti hanno finito per sminuire il ruolo di internet, e non si sono resi conto di come essa penetri e rimodelli tutti i sentieri della sfera politica, non solo quelli che conducono alla democratizzazione.

Io stesso fino a poco tempo fa sono stato drogato di cyber-utopismo. Questo libro è un tentativo di fare i conti con questa ideologia, ed è anche un avvertimento contro l'influsso pernicioso che ha avuto e probabilmente continuerà ad avere sulla promozione della democrazia. La mia è la storia tipica dell'idealista che pensa di essersi imbattuto in qualcosa che potrebbe cambiare il mondo. Dopo aver assistito al deterioramento delle libertà democratiche in Bielorussia mi sono avvicinato a un'associazione non governativa occidentale che aveva l'obiettivo di promuovere la democrazia e la riforma dei media nell'ex blocco sovietico con l'aiuto di internet. Blog, social network, wiki: avevamo un arsenale di armi apparentemente più potenti dei bastoni della polizia, delle telecamere di sorveglianza o delle manette.

Ma dopo pochi e intensi anni di giri per la regione e incontri con blogger e attivisti, il mio entusiasmo iniziale si è affievolito. Non solo le nostre strategie non stavano funzionando, ma abbiamo notato anche una significativa reazione dei governi che intendevamo sfidare. Questi stavano intraprendendo nuovi esperimenti di censura, e alcuni si sono spinti fino al punto di entrare nei nuovi media: pagavano blogger per fare propaganda e usavano troll sui social network per cercare informazioni sugli oppositori. Nel frattempo l'ossessione occidentale per internet e il sostegno economico che garantiva ha solo peggiorato le cose. Com'era prevedibile, molti imprenditori nel campo dei nuovi media e molti blogger di talento hanno preferito lavorare per gli inutili ma ben pagati progetti finanziati dall'Occidente, invece di creare progetti più leggeri, sostenibili e sopratutto efficaci. E così tutto ciò che avevamo fatto (con generosi finanziamenti da parte di Washington e Bruxelles) sembrava aver prodotto l'esatto contrario di ciò che il mio Io cyber-utopistico desiderava.

Ero tentato di alzare le braccia al cielo per la disperazione e smetterla con internet, ma avrebbe significato trarre le conseguenze sbagliate da un'esperienza deludente, proprio come sarebbe sbagliato se i politici occidentali considerassero internet una causa persa e si occupassero di altre più importanti questioni. Il disfattismo digitale farebbe il gioco dei governi autoritari, che sarebbero ben felici di continuare a usarlo sia come bastone (punire coloro che osano sfidare la linea ufficiale) sia come carota (intrattenere la popolazione). La lezione da imparare è che internet è qui per restare e continuerà a crescere. Chi si occupa di promozione della democrazia deve non solo farci i conti, ma anche mettere in atto meccanismi e procedure per far sì che nel cyber-spazio non si verifichi più un altro tragico errore delle dimensioni di Abu Ghraib. Non è uno scenario improbabile: non è difficile immaginare che un sito come Facebook possa inavvertitamente rivelare alcuni informazioni private su attivisti iraniani o cinesi, segnalando ai governi i legami segreti tra gli attivisti e i loro finanziatori occidentali.

L'Occidente, se vuole agire con efficacia, deve fare qualcosa di più che liberarsi da un atteggiamento cyber-utopistico per adottarne uno più realistico. Per quanto riguarda le azioni concrete per promuovere la democrazia, le idee cyber-utopistiche spesso portano a un approccio altrettanto erroneo che chiamo internet-centrismo: a differenza del cyber-utopismo, non è un insieme di idee ma una filosofia dell'azione che spiega come vengono prese le decisioni e definite le strategie a lungo termine, incluse quelle che riguardano la promozione della democrazia. Mentre il cyber-utopismo stabilisce cosa bisogna fare, l'internet-centrismo stabilisce come va fatto. Gli internet-centristi amano rispondere a ogni domanda sui cambiamenti democratici riformulandola a partire da internet anziché a partire dal contesto in cui deve avvenire il cambiamento. Dimenticano spesso la natura fortemente politica della tecnologia e soprattutto di internet, e amano inventare strategie basate sul fatto che la logica della rete, che in molti casi sono i soli a capire, modificherà ogni ambiente in cui si diffonderà, e non viceversa.

Mentre molti utopisti sono internet-centristi, questi ultimi non sono necessariamente utopisti. Molti di loro si considerano individui pragmatici che hanno abbandonato le grandi teorie sull'utopia a favore di risultati concreti. A volte sono addirittura disposti a riconoscere che non bastano dei byte per far nascere, crescere e fortificare un sano regime democratico.

Il loro realismo, però, raramente compensa gli errori di metodo, visto che privilegiano lo strumento rispetto all'ambiente, restando sordi alle sfumature e alle indeterminatezze sociali, culturali e politiche. L'internet-centrismo è una droga che disorienta: ignora il contesto e intrappola i politici nella convinzione di avere un alleato utile e potente al loro fianco. Spinto all'estremo porta alla superbia, all'arroganza, a un falso senso di fiducia, rafforzati dalla pericolosa illusione di poter esercitare un vero e proprio controllo sul web. Troppo spesso gli internet-centristi vogliono dare l'impressione di padroneggiare perfettamente il loro giocattolo preferito, trattandolo come una tecnologia stabile e definita e dimenticando invece le numerose forze che continuamente lo rimodellano, e non tutte per il meglio. Trattando internet come una costante, non riescono a vedere le loro responsabilità nella difesa della sua libertà e nell'imposizione di regole ai suoi onnipotenti intermediari, come Google e Facebook.

Man mano che internet assumerà un ruolo sempre maggiore nella politica degli stati (tanto di quelli autoritari quanto di quelli democratici), crescerà la pressione per dimenticare il contesto e per fare ciò che internet permette. In sé e per sé internet non fornisce niente di sicuro: troppe situazioni hanno dimostrato come rafforzi i forti e indebolisca i deboli. Non è possibile mettere internet al centro di un progetto di sviluppo della democrazia senza mettere a repentaglio la buona riuscita del progetto stesso.

La tesi di questo libro è semplice: per salvaguardare la promessa di internet di sostenere la lotta contro i regimi autoritari, gli occidentali ancora interessati allo sviluppo della democrazia dovranno rifiutare la dottrina Google, abbandonando sia il cyber-utopismo sia l'internet-centrismo. Ora come ora crediamo in idee sbagliate e utilizziamo una metodologia sbagliata, direi anzi menomata. Il risultato è ciò che definisco l' ingenuità della rete. Questa logica, se spinta all'estremo, è destinata ad avere conseguenze globali significative che potrebbero mettere a rischio il progetto della diffusione della democrazia. È una follia di cui l'Occidente può fare serenamente a meno.

Servono, piuttosto, politiche basate su una valutazione realistica dei pericoli creati dal web, insieme a un'analisi precisa e obiettiva delle prospettive, e a una teoria dell'azione sensibile al contesto locale, che tenga conto del complesso rapporto tra internet e politica estera. Un rapporto che non nasce da ciò che la tecnologia permette, ma da ciò che un ambiente geopolitico richiede.

In un certo senso, arrendersi al cyber-utopismo e all'internet-centrismo è come boxare bendati: certo, ogni tanto qualche colpo all'avversario lo si riesce anche a piazzare, ma in generale è una strategia perdente. La lotta contro l'autoritarismo è una battaglia troppo importante per combatterla con un handicap intellettuale volontario, anche se quell'handicap ci permette di giocare con i gadget più sofisticati e di tendenza.

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Pagina 3

Capitolo 1

La dottrina Google


Nel giugno 2009 migliaia di giovani iraniani, smartphone in mano e, per i più tecnologicamente avanzati, auricolari Bluetooth nelle orecchie, si sono riversati nelle soffocanti strade di Teheran per protestare contro quella che ritenevano essere stata un'elezione illegittima. La tensione è cresciuta e alcuni manifestanti (offesa inaudita) hanno chiesto le dimissioni dell'ayatollah Khamenei. Molti iraniani hanno pensato invece che le elezioni fossero regolari ed erano pronti a difendere, se necessario, il presidente Ahmadinejad. La società iraniana, combattuta tra le forze conflittuali del populismo, del conservatorismo e della modernità, stava affrontando la sua crisi politica più seria dopo la rivoluzione del 1979: quella che aveva messo fine al detestato regno dello scià filoamericano Reza Pahlavi.

Ma non è questa la storia che molti media occidentali hanno deciso di raccontare; piuttosto essi hanno preferito riflettere su come internet stesse veicolando la democrazia nel paese. The Revolution Will Be Twittered fu il primo di una serie di post pubblicati sul suo blog da Andrew Sullivan dell'"Atlantic" poche ore dopo l'inizio delle proteste. Sullivan osservava la resistenza dei microblog popolari come Twitter, affermando che «il regime ha interrotto altre forme di comunicazione, ma Twitter è sopravvissuto, con notevoli risultati». In un post successivo, nonostante i "notevoli risultati" non si fossero ancora visti, Sullivan ha definito Twitter come «lo strumento cruciale per l'organizzazione della resistenza in Iran», ma non si è disturbato a citare nessuna prova che potesse supportare la sua affermazione. Poche ore dopo l'inizio delle proteste, il suo blog è diventato un importante centro di informazione in grado di fornire in tempo reale dei link sugli eventi iraniani. Migliaia di lettori che non avevano la forza di andare a spulciare centinaia di siti di notizie hanno potuto assistere a quanto stava accadendo in Iran soprattutto attraverso gli occhi di Sullivan. (E, per come sono andate le cose, la sua visione si è dimostrata piuttosto ottimistica.)

[...]

Ben presto gli esperti hanno cominciato a usare l'abbondanza di tweet iraniani come una scusa per trarre conclusioni di vasta portata sul futuro del mondo. Per molti le proteste iraniane ispirate da Twitter indicavano chiaramente che l'autoritarismo era destinato alla morte in ogni parte del mondo. In un editoriale modestamente intitolato Tyranny's New Nightmare: Twitter (il nuovo incubo della tirannide: Twitter) il giornalista del "Los Angeles Times" Tim Rutten ha dichiarato che «mentre i nuovi media gettano ovunque nel mondo la loro rete, i regimi autoritari come quello iraniano avranno grosse difficoltà nel conservare il controllo assoluto di fronte alla caotica democrazia tecnologica». Il fatto che il movimento verde si stesse velocemente disintegrando e fosse incapace di sfidare seriamente Ahmadinejad non ha impedito all'editorialista del "Baltimore Sun" di concludere che internet stava rendendo il mondo un posto più sicuro e democratico: «Ogni tweet, ogni nuovo post, ogni protesta organizzata su Facebook dimostrano che l'idea secondo cui gli attivisti starebbero bloggando la loro vita inutilmente mentre i governi e le corporazioni assumono un controllo sempre maggiore del mondo è falsa».

Sulla base di questa logica Mark Pfeifle, già consigliere per la sicurezza nazionale dell'amministrazione Bush, ha lanciato una campagna pubblica per candidare Twitter al Nobel per la pace, sostenendo che «senza Twitter il popolo iraniano non si sarebbe sentito tanto forte e fiducioso da difendere la libertà e la democrazia». I Webby Awards, l'equivalente degli Oscar per internet, hanno acclamato la protesta in Iran come «uno dei dieci momenti più importanti del decennio, per internet». (I giovani iraniani, o almeno i loro smartphone, erano in buona compagnia: tra i premiati c'erano l'espansione di Craigslist oltre San Francisco nel 2000 e il lancio di Google AdWords nel 2004.)

Ma è stato Gordon Brown, all'epoca primo ministro del Regno Unito, a trarre la conclusione più ridicola dagli eventi iraniani: «Non si verificherà un altro Ruanda, perché le informazioni sugli avvenimenti verrebbero fuori più velocemente, e l'opinione pubblica chiederebbe un intervento» ha detto. «Gli eventi di questa settimana in Iran ci ricordano come la gente utilizzi le nuove tecnologie per aggregarsi in nuovi modi e far conoscere le proprie idee». Secondo la logica di Brown, i milioni di persone che il 15 febbraio 2003 si sono riversate nelle strade di Londra, Roma e New York per protestare contro lo scoppio imminente della guerra in Iraq hanno fatto uno sciocco errore: non hanno usato i blog a sufficienza. Questo sì che avrebbe certamente impedito il bagno di sangue...

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Pagina 6

Osannare la dottrina Google

In Iran era in atto una rivoluzione che il mondo intero non solo guardava, ma bloggava, twittava, googlava e postava su YouTube. Bastavano pochi clic per essere bombardati da link che sembravano fare più luce sugli eventi in Iran (quantitativamente, se non qualitativamente) di qualunque altra cosa apparsa sui cosiddetti "media tradizionali", secondo l'altezzosa definizione degli esperti di tecnologia. Mentre questi ultimi, almeno in qualche raro e sereno momento in cui facevano a meno degli esperti, provavano a offrire una contestualizzazione di quanto stava succedendo, molti internauti hanno preferito la rappresentazione nuda e cruda dell'ingiustizia su Twitter, rimpinzandosi di quanti più video, foto e tweet potessero digerire. Questa vicinanza virtuale agli eventi di Teheran, facilitata dall'accesso a foto e video di forte impatto emotivo prodotti dagli stessi manifestanti, ha portato a livelli di empatia globale senza precedenti con la causa del movimento verde. Tuttavia questa "intimità virtuale" ha gonfiato le aspettative popolari su ciò che si poteva realmente ottenere.

Mentre nei mesi successivi alle elezioni il movimento verde perdeva molta della sua energia, è emerso chiaramente che la rivoluzione di Twitter che così tanti occidentali si erano affrettati a salutare non era altro che una fantasia. Tuttavia si poteva ancora contare su un risultato sicuro: la rivoluzione di Twitter, se non altro, ha rivelato il desiderio occidentale di un mondo in cui la tecnologia dell'informazione sia liberatrice anziché oppressiva; un mondo in cui aiuti a diffondere globalmente la democrazia anziché a trincerarsi nelle autocrazie esistenti. L'entusiasmo irrazionale che ha caratterizzato l'interpretazione occidentale di quanto avvenuto in Iran suggerisce che i giovani vestiti di verde che twittavano in nome della libertà si sono inseriti in uno schema mentale pre-esistente che ha lasciato poco spazio alle sfumature, fatto salvo lo scetticismo sul vero ruolo giocato da internet in quel momento.

La convinzione, emersa con forza durante le proteste iraniane, che le dittature possano essere sconfitte a colpi di gadget, connessioni in rete e fondi stranieri, dimostra quanto sia pervasiva l'influenza della dottrina Google. L'entusiasmo che circondava la rivoluzione iraniana di Twitter ha contribuito a cristallizzare i principi fondanti della dottrina; non li ha generati. La dottrina Google ha un pedigree intellettuale ben più raffinato (in parte radicato nella Guerra fredda) di quanto molti dei suoi giovani sostenitori si rendano conto. Già nel 1999 il premio Nobel per l'economia Paul Krugman ha messo in guardia da prematuri trionfalismi, ridicolizzandone in una recensione le idee cardine. Ironia della sorte, il libro recensito era di Tom Friedman, futuro editorialista e suo collega al "New York Times". Secondo Krugman molti osservatori occidentali, Friedman in testa, sono vittime dell'illusione che grazie ai progressi della tecnologia dell'informazione «la vecchia politica, entrando in conflitto con gli imperativi del capitalismo globale, stia diventando sempre più obsoleta». Essi arrivano sempre e comunque all'ottimistica conclusione che «ci stiamo dirigendo verso un mondo fondamentalmente democratico», perché «non puoi lasciare la gente nell'arretratezza una volta che abbia avuto l'accesso a internet», e fondamentalmente pacifico, perché «davanti a una minaccia di guerra George Soros tirerà fuori i soldi». In un mondo come questo, come può la democrazia non trionfare, alla lunga?

Allo stato attuale la dottrina Google deve meno all'avvento di Twitter e dei social network che all'inebriante senso di superiorità provato da molti occidentali nel 1989, quando dalla sera alla mattina è crollato il sistema sovietico. Molti pensavano che la storia fosse finita e che la democrazia non avesse alternative. Si riteneva che la tecnologia, con la sua abilità unica nell'alimentare lo zelo consumistico (anch'esso visto come una minaccia per qualsiasi regime autoritario) e nel risvegliare e mobilitare le masse contro i loro dominatori, sarebbe stata la liberazione definitiva. Non è un caso che uno dei capitoli di La fine della Storia e l'ultimo uomo di Francis Fukuyama, testo fondamentale dei primi anni Novanta che ha fatto da ponte tra la psicologia positiva e gli affari esteri, si intitoli La vittoria del VCR.

L'ambiguità che ha circondato la fine della Guerra fredda ha fatto sembrare più convincenti queste argomentazioni rispetto a qualsiasi esame ravvicinato della loro forza teorica. Mentre molti studiosi sono arrivati alla conclusione che la logica austera del comunismo stile sovietico, con i suoi piani quinquennali e il razionamento costante della carta igienica, avesse semplicemente fatto il suo tempo, molte interpretazioni popolari hanno minimizzato i difetti strutturali del regime sovietico (chi è disposto a riconoscere che l'impero del male era solo uno scherzo di cattivo gusto?), enfatizzando gli importanti risultati del movimento dissidente, armato e nutrito dall'Occidente, nella sua lotta contro un impietoso avversario totalitario. Secondo questa versione dei fatti, senza il materiale stampato illegalmente, le fotocopiatrici e i fax contrabbandati nel blocco sovietico, il muro di Berlino sarebbe ancora in piedi. Una volta arrivato il movimento del VCR in Unione Sovietica, il comunismo diventava insostenibile.

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Pagina 15

Una rivoluzione in cerca di rivoluzionari

È ovvio che i diplomatici americani non sapevano come sarebbero finite le proteste iraniane; sarebbe ingiusto accusarli dell'evidente incapacità del movimento verde di disarcionare Ahmadinejad. Dato che il futuro della democrazia iraniana evidentemente dipendeva dalla benevolenza di una neonata azienda della Silicon Valley all'oscuro dei problemi di geopolitica che turbano il mondo, cos'altro potevano fare se non intervenire? Considerata la posta in gioco, non sarebbe stato assurdo cavillare su livorosi editoriali di giornali moldavi che sarebbero comunque apparsi anche se il dipartimento di stato fosse rimasto dietro le quinte?

Tutto questo è vero, come è vero che la situazione era drammatica. Che si rivelino manchevoli piuttosto che inconcludenti, i diplomatici americani meritano comunque ben più di una tirata d'orecchie. Interferire negli affari interni di una società privata o di un governo straniero mentre i politici occidentali stanno in un angolo sognando a occhi aperti la democrazia e balbettando le loro fantasie più sfrenate a microfono aperto è un comportamento che non ha scuse. Nella maggior parte dei casi questi "interventi" non riparano nessun torto; di solito ne provocano altri, perché creano rischi inutili per gli ingenui ancora convinti che il governo degli Stati Uniti sia un partner serio e affidabile. Gli esperti americani vanno nei talk show, i blogger iraniani vanno in prigione. L'arrogante richiesta inoltrata a Twitter dal dipartimento di stato americano è giustificata solo dal fatto che quel social network stava giocando un ruolo determinante nelle proteste iraniane, e che la causa della democrazia iraniana avrebbe ricevuto un duro colpo se il sito fosse andato in manutenzione anche solo per poche ore.

Non è questo il caso. La caccia alle streghe digitale organizzata dal governo iraniano ha colpito dei nemici immaginari creati sia dagli eccessi dei media sia dalla superbia dei politici occidentali. Ancora oggi due punti restano oscuri. Primo: quante persone in Iran (non fuori dal paese) stavano twittando sulla protesta? Secondo: Twitter era veramente lo strumento principale usato per organizzare le proteste, come sostengono molti esperti, o si limitava a permettere di condividere le notizie e a contribuire a creare una consapevolezza globale su quello che accadeva?

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Dove sono le armi di costruzione di massa?

Se la reazione esaltata alle proteste iraniane dimostra qualcosa, è che i politici occidentali si sono persi nelle nebbie del cyber-utopismo, una fiducia quasi religiosa, uno dei pilastri della dottrina Google, nel potere di internet di realizzare imprese sovrannaturali: dall'eliminazione dell'analfabetismo in Africa all'organizzazione di tutte le informazioni del mondo. Aprire le società chiuse e inondarle di democrazia finché non perdono il loro involucro autoritario è solo una delle grandi aspettative di cui attualmente viene investita la rete. Non sorprende che nel 2010 l'editoriale di un collaboratore del "Guardian" abbia addirittura proposto di «bombardare l'Iran con la banda larga». Internet è considerata più potente di una bomba, e i cyber-utopisti sembrano essere ovunque: t-shirt che chiedono ai politici di "lanciare tweet, non bombe" (slogan di ogni movimento pacifista contemporaneo) sono già in vendita online, mentre nel 2009 una delle strade di un campo di rifugiati palestinesi ha preso il nome di un account di Twitter.

I tweet non rovesciano i governi, solo i popoli lo fanno (in pochi casi eccezionali i marines e la CIA possono servire altrettanto bene allo scopo...). Jon Stewart del "Daily Show" ha messo in ridicolo il potere mitico di internet nel realizzare ciò che perfino le forze militari più avanzate del mondo non riescono a fare in Iraq e Afghanistan: «Perché abbiamo mandato un esercito quando potevamo liberarci dai dittatori nello stesso modo con cui compriamo le scarpe?». Già, perché? L'ironia non è stata colta da Daniel Kimmage, analista senior di Radio Free Europe / Radio Liberty, secondo cui «l'accesso libero e illimitato a internet è [...] un mezzo molto pratico per contrastare Al Qaeda. [...] Mentre gli utenti fanno sentire la loro voce, il caos che ne deriva [...] può scuotere l'edificio virtuale dell'ideologia totalitaria di Al Qaeda». Jihad Jane e un gran numero di altri loschi individui reclutati online dalla causa dei terroristi sarebbero rammaricati se sapessero che non hanno navigato in rete abbastanza a lungo.

Entro la fine del 2009 il cyber-utopismo ha raggiunto nuove vette, e il comitato norvegese per il Nobel non ha mosso obiezioni quando l'edizione italiana di "Wired" ha candidato internet al premio Nobel per la pace, come risultato di una campagna che aveva coinvolto diverse celebrità, da Giorgio Armani a Shirin Ebadi, precedente vincitrice del premio. Nel 1991 Lennart Meri, futuro presidente dell'Estonia, aveva chiesto lo stesso riconoscimento per Radio Free Europe, come riconoscimento per il ruolo svolto nella caduta dell'Unione Sovietica: altro interessante parallelo con l'era della Guerra fredda. Perché internet meritava il premio più dell'attivista cinese per i diritti umani Liu Xiaobo, che alla fine l'ha vinto? Gli argomenti forniti dai direttori di varie edizioni nazionali di "Wired", organo ufficiale della "chiesa del cyber-utopismo", sono sintomatici del tipo di discorso che ha fuorviato i diplomatici americani riguardo all'Iran.

Riccardo Luna, direttore dell'edizione italiana, ha scritto che internet è «la prima arma di costruzione di massa» che possiamo utilizzare per distruggere l'odio e i conflitti e diffondere la pace e la democrazia. Chris Anderson, direttore dell'edizione americana, ha detto che mentre «un account Twitter non può essere paragonato a un kalashnikov [...] a lungo termine la tastiera sarà più potente della spada». David Rowan, direttore dell'edizione inglese, ha dichiarato che internet «ha dato a tutti la possibilità di riprendersi il potere dei governi e delle multinazionali. Ha reso il mondo un posto totalmente trasparente». Come è possibile allora che un mondo totalmente trasparente non sia anche un mondo democratico?

In apparenza non è successo nulla di negativo nella rete frequentata dai direttori di "Wired"; perfino lo spam può essere considerato una forma estrema di poesia moderna. Non riconoscere il lato più oscuro di internet è come visitare Berkeley, la California e i quartieri generali del cyber-utopismo, e convincersi che anche il resto dell'America sia così: alternativa, tollerante, baciata dal sole, con un sacco di cibo biologico e di buon vino, e con orde di attivisti politici che combattono per cause che ancora neanche esistono. Ma il resto dell'America non vive così, e certamente non vive così il resto del mondo.

A questo punto bisogna precisare una cosa. Il confine tra cyber-utopismo e cyber-ingenuità è labile. Molti politici e giornalisti credono nel potere di internet perché non hanno riflettuto a sufficienza sull'argomento. La loro fede non è il risultato di un'attenta analisi di come internet sia usata dai dittatori o di come stia modificando la cultura della resistenza e del dissenso. Al contrario, molto spesso è solo la ricezione irriflessiva di una saggezza convenzionale che presuppone che i governi autoritari abbiano realmente paura di internet, visto che la censurano. Secondo loro la sola presenza di una forte cultura digitale accresce di molto la probabilità che questi regimi cadano.

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Come il NASDAQ salverà il mondo

Comunque la si voglia definire, la fiducia nel potere di democratizzazione del web rovina la nostra capacità di valutare la politica, sia quella attuale sia quella futura, perché sopravvaluta il ruolo positivo svolto dalle corporazioni nel democratizzare il mondo, senza sottoporle ai controlli che meritano. Questa tendenza dei cyber-utopisti a vedere solo il lato buono del web si è manifestata in tutto il suo splendore all'inizio del 2010, quando Google, stanca delle crescenti censure del governo cinese e dei misteriosi cyber-attacchi alla sua proprietà intellettuale, ha annunciato l'uscita dalla Cina. Quella che era una pura e semplice decisione d'affari è stata applaudita come una mossa coraggiosa in difesa dei diritti umani; il fatto che Google non abbia battuto ciglio sui diritti umani in Cina nei quattro anni precedenti all'uscita è un dettaglio sfuggito a molti commentatori.

Sul "Newsweek", Jacob Weisberg, importante giornalista ed editore americano, ha definito la decisione di Google "eroica", mentre il senatore John Kerry ha detto che «Google sta coraggiosamente correndo dei rischi per difendere dei principi». Il guru di internet Clay Shirky ha affermato che «[Google] sta esportando la libertà, non un prodotto o un servizio». Un editoriale del "New Republic" sosteneva che Google, «un'organizzazione piena di scienziati americani», stava seguendo il consiglio di Andrej Sakharov, famoso fisico russo dissidente, quando chiedeva ai suoi colleghi scienziati sovietici di «raccogliere il coraggio e l'integrità che servono a resistere alla tentazione del conformismo». Sakharov, naturalmente, non stava vendendo la pubblicità di codici sorgente, né era in stretto rapporto con la National Security Agency, ma il "New Repubblic" ha preferito sorvolare su queste incongruenze.

Perfino giornalisti di fama come Bob Woodward hanno subito l'influenza del cyber-utopismo. In un'apparizione del maggio 2010 a "Meet the Press", uno dei più popolari show televisivi statunitensi della domenica mattina, Woodward ha suggerito di chiedere agli ingegneri di Google, «le nostre più grandi menti», di fermare la fuoriuscita di petrolio nel golfo del Messico. Ma allora, se Google può fermare il petrolio, non può risolvere anche la situazione in Iran? Siamo solo a un paio di articoli di distanza da quello in cui Thomas Friedman diceva che Google, con i suoi meravigliosi database, avrebbe dovuto prendere le redini del dipartimento di sicurezza nazionale.

Naturalmente Google non è l'unico oggetto di ammirazione universale. Il "Washington Post" titola: In Egypt, Twitter Trumps Torture (in Egitto Twitter sconfigge la tortura), mentre un editoriale del "Financial Times" elogia i social network come Facebook definendoli «una sfida alle società non democratiche», e concludendo che «la prossima grande rivoluzione potrebbe iniziare con un messaggio su Facebook». (L'editoriale non dice se Facebook possa rappresentare una sfida anche per le società democratiche). Jared Cohen, ventisettenne membro dello staff della pianificazione politica del dipartimento di stato che mandò la famigerata e-mail a Twitter durante le proteste iraniane, acclama Facebook come «uno degli strumenti più integrati per la promozione della democrazia che il mondo abbia mai visto».

Un problema che sorge da questa accoglienza entusiasta nei confronti delle aziende di internet e del loro ruolo nella lotta contro le dittature è che vengono accomunate in modo indistinto, senza valutare i diversi livelli di impegno nella difesa dei diritti umani, per non parlare della democrazia. Twitter, azienda che ha ricevuto molte lodi pubbliche durante gli eventi iraniani, ha rifiutato di aderire alla Global Network Initiative (GNI), patto tra aziende che si occupano di tecnologia (ne fanno parte tra le altre Google, Yahoo! e Microsoft) e che si impegnano ad agire nel rispetto delle leggi e degli standard relativi alla privacy e alla libertà di espressione sanciti da documenti riconosciuti a livello internazionale, come la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Anche Facebook, altro esportatore di rivoluzioni digitali, ha rifiutato di aderire alla GNI, adducendo come giustificazione la mancanza di fondi: una scusa singolare per una compagnia che nel 2009 ha guadagnato 800 milioni di dollari.

Il rifiuto di Twitter e Facebook di aderire alla GNI ha provocato l'ira di molti senatori americani, ma non ha danneggiato affatto la loro immagine pubblica. I loro dirigenti hanno ragione a non preoccuparsi; sono amici del dipartimento di stato, sono invitati a cene private con il segretario di stato e fanno viaggi esotici in Iraq, Messico e Russia per pubblicizzare l'immagine dell'America nel mondo.

In queste visite c'è in azione qualcosa di più della sapienza tecnologica della diplomazia americana. Esse dimostrano che un'azienda americana non deve necessariamente fare scelte etiche per restare in buoni rapporti con il governo degli Stati Uniti, almeno finché è utile alle scelte politiche di Washington. Dopo otto anni di amministrazione Bush dominata da riservatissime partnership pubblico-privato come la Energy Task Force (ETF) di Dick Cheney, questo comportamento non costituisce certo un modello per la diplomazia pubblica.

Anche Google ha molto da spiegare, malgrado faccia parte della GNI: dall'atteggiamento sempre più disinvolto verso la privacy (difficile da apprezzare per i dissidenti sparsi per il mondo) fino all'ostentazione dei suoi rapporti con il governo americano. La sua sbandierata collaborazione con la National Security Agency in occasione dei cyber-attacchi ai suoi server all'inizio del 2010 non è esattamente il modo migliore per convincere le autorità iraniane della natura non politica di ciò che avviene in rete. Ci sono molti motivi per ammirare Google, Twitter e Facebook, ma nel momento in cui cominciano a svolgere un ruolo di mediazione sempre più importante in politica estera, l'"ammirazione" diventa un atteggiamento non molto utile per qualsiasi politico.

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Arrendersi al cyber-utopismo può impedire ai politici di prendere in considerazione molte altre importanti questioni. Bisogna applaudire o criticare quelle aziende che scelgono di operare in paesi dove ci sono regimi autoritari e quindi di derogare alle loro procedure standard? Sono, come sostengono di essere, gli araldi della democrazia, o sono solo gli equivalenti digitali di multinazionali come Halliburton o United Fruit Company, che sfruttano cinicamente le opportunità di business nei mercati locali rafforzando i governi che le lasciano entrare nel paese? Come può l'Occidente bilanciare la sua improvvisa urgenza di diffondere la democrazia tramite internet con l'impegno profuso in altre strategie non digitali per il raggiungimento dello stesso obiettivo, dalla nascita di partiti politici indipendenti allo sviluppo di organizzazioni della società civile? Qual è il modo migliore di dare potere agli attivisti digitali senza metterli a rischio? Se internet è veramente una forza rivoluzionaria che può spingere i regimi autoritari verso la democrazia, l'Occidente dovrebbe mettere da parte tutte le sue paure su cyber-guerra, cyber-crimine, pornografia infantile online, pirateria, e battere il ferro finché è ancora caldo?

Sono domande molto difficili, ed è facile dare la risposta sbagliata. Mentre internet ha aiutato ad abbassare i costi di quasi tutto, la follia umana è una merce ancora relativamente costosa. Il mantra del movimento open source, fail often, fail early, produce software eccellenti, ma non è applicabile a situazioni in cui sono in gioco vite umane. I politici occidentali, a differenza degli esperti e degli accademici, non possono concedersi il lusso di sbagliare e di affrontare in seguito le conseguenze dei loro errori.

Dal punto di vista dei governi autoritari anche i costi di sfruttamento delle follie occidentali sono molto diminuiti. Far saltare la protezione di un solo attivista digitale può significare compromettere la sicurezza (nomi, volti, indirizzi e-mail) di tutte le persone che quell'attivista conosce. La digitalizzazione dell'informazione ha portato a un'immensa centralizzazione: una password rubata apre porte che prima non esistevano (a quanti dati diversi, per non parlare delle persone, la password della vostra e-mail fornirebbe l'accesso se finisse nelle mani sbagliate?).

Il cyber-utopismo oltranzista è un'ideologia che ha un prezzo troppo alto da pagare, perché i governi autoritari non stanno con le mani in mano, e non ci sono garanzie che scongiurino il rischio che internet possa essere trasformata in uno strumento di oppressione. Se, a un esame più attento, viene fuori che internet ha rafforzato anche la polizia segreta, i censori e gli uffici di propaganda di un moderno regime autoritario, è probabile che il processo di democratizzazione diventi molto più arduo. Allo stesso modo, se internet raffredda l'ostilità antigovernativa, vuoi perché la gente ha accesso a un intrattenimento digitale economico e quasi infinito, vuoi perché si desidera che il governo protegga dalla cyber-anarchia, questo fornisce al regime ulteriore legittimazione. Se internet rimodella la natura e la cultura della resistenza antigovernativa e del dissenso spostandole dal mondo reale verso spazi anonimi e virtuali, questo avrà conseguenze significative sui tempi e sulla portata dei movimenti di protesta, e non tutte positive.

Questo elemento è sfuggito a molti analisti del potere politico di internet. Rifiutarsi di riconoscere che il web può rafforzare anziché indebolire i regimi autoritari è una decisione irresponsabile che può condurre a scelte sbagliate, perché dà ai politici la fiducia illusoria nel fatto che le uniche azioni da compiere, in natura, siano proattive e non reattive. Ma se a un'analisi più accurata viene fuori che certi tipi di regime autoritario possono trarre benefici da internet più dei loro oppositori, allora il lavoro di promozione della democrazia occidentale dovrà spostarsi dal potenziare gli attivisti affinché rovescino i loro governi al contrastare lo sviluppo del web da parte di questi governi prima che diventino ancora più autoritari. Non serve fare una rivoluzione più veloce, efficace e anonima se le probabilità di successo nel frattempo diminuiscono.

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È ugualmente sbagliato pensare che l'autoritarismo si fondi solo sulla forza bruta. La religione, la cultura, la storia e il nazionalismo sono forze che, con o senza internet, hanno il potere di dar forma all'autoritarismo moderno in modi non ancora del tutto chiari. In alcuni casi lo indeboliscono, in altri lo favoriscono. Chiunque come me creda nel potere di internet dovrebbe resistere alla tentazione di abbracciare l'internet-centrismo e di illudersi che, sotto la pressione della tecnologia, queste forze così complesse evolveranno in un'unica direzione, rendendo le dittature moderne più aperte, più partecipative, più decentralizzate, più favorevoli alla democrazia. Internet conta, solo che non sappiamo come. Questo, paradossalmente, la fa contare ancora di più: quando la utilizziamo nel modo sbagliato, le conseguenze sono tremende. Difficilmente potremo farcene un'idea osservandola dall'interno, e cioè tentando di decifrare la logica di internet, una logica incomprensibile al di fuori del contesto in cui si manifesta.

Naturalmente questa incertezza non rende più facile il compito di diffondere la democrazia nell'era digitale, ma almeno sarà utile se i politici, e in generale il pubblico, si libereranno dai pregiudizi intellettuali che li possono portare a credere in teorie utopistiche scarsamente fondate. La reazione isterica alle proteste in Iran ha dimostrato che le teorie dell'Occidente non funzionano quando applicate all'effetto di internet sull'autoritarismo. Ecco perché i politici, in un tentativo disperato di imparare qualcosa sulla tecnologia e la democratizzazione, sottopongono i recenti eventi, come il crollo dei regimi comunisti nell'Europa dell'est, a interpretazioni parecchio contorte. A prescindere dal valore teorico di questi paralleli storici, dovrebbero ricordare che ogni strutturazione ha delle conseguenze: basta un'analogia storica scelta malamente, e l'intera strategia che ne deriva è da buttare.

Potrebbe essere impossibile produrre leggi generali che descrivano il rapporto tra internet e i regimi politici; i politici non dovrebbero semplicemente smettere di riflettere su questi problemi, risultato di studi lunghi un decennio, e aspettare finché non arrivino i risultati. È una strada non percorribile. Più internet diventa complessa, più lo diventano le sue applicazioni, e di solito i regimi autoritari imparano presto a usarle bene. Più lunga è l'indecisione, maggiori sono le probabilità che vengano meno alcune delle opportunità esistenti di compiere delle azioni grazie a questo strumento.

Non voglio negare che un'ottima conoscenza di internet possa essere un'arma potente a disposizione della politica: una volta acquisitane la padronanza, sarebbe da irresponsabili non usarla. Ma come disse una volta Langdon Winner, uno dei teorici più acuti delle implicazioni politiche della tecnologia moderna, «benché il potere delle nostre tecnologie sia virtualmente illimitato, queste non sono altro che attrezzi senza manico». E sfortunatamente internet non fa eccezione. Il manico che i politici pensano di avere in mano è solo un'illusione ottica; la loro padronanza dello strumento è fittizia. Non sanno come penetrare nel potere di internet, né riescono ad anticipare le conseguenze delle loro azioni. Nel frattempo situazioni terribili si sommano e, com'è successo in Iran, hanno conseguenze altrettanto terribili.

Gran parte degli sforzi compiuti dall'Occidente per asservire internet alla lotta contro l'autoritarismo si potrebbero descrivere come il tentativo di applicare una cura blanda alla malattia. I politici hanno un controllo scarso su una cura che continua a mutare giorno dopo giorno e che quindi non funziona mai come ci si aspetta. (Senza contare che la mancanza di un manico non aiuta.) Quello che accade alla malattia è anche peggio. Il tipo di autoritarismo che vogliono combattere è morto nel 1989. Oggi però non siamo nel 1989, e prima i politici lo capiranno prima potranno iniziare a elaborare una strategia politica relativa a internet adatta al mondo moderno.

L'aspetto positivo è che anche gli utensili senza manici possono essere di una certa utilità in casa. Bisogna semplicemente trattarli come tali e utilizzarli nei contesti in cui sono necessari. Bisogna come minimo assicurarsi che non feriscano chi, senza la necessaria preparazione, tenta di farne uso. Finché i politici non accetteranno il fatto che le situazioni difficili legate a internet sono determinate da dinamiche incerte, non riusciranno mai a raccogliere i frutti del grande potenziale del web.

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Capitolo 10

Fare la storia (e non solo il menu di un browser)


Nel 1996 un gruppo di grandi esperti di tecnologia digitale scrisse sulle pagine del periodico "Wired" che «la pubblica piazza del passato» stava per essere sostituita da internet, tecnologia che «consente al cittadino medio di partecipare al dibattito nazionale, pubblicare un giornale, diffondere pamphlet elettronici in tutto il mondo [...] proteggendo al contempo la propria privacy». Molti storici devono essersi fatti una risata: dalle ferrovie, che Karl Marx credeva capaci di eliminare il sistema delle caste in India, fino alla televisione, il più grande mezzo di liberazione delle masse, praticamente ogni nuova tecnologia è stata osannata per la sua capacità di alzare il livello del dibattito pubblico, accrescere la trasparenza della politica, limitare il nazionalismo e condurre tutti noi nel mitico villaggio globale. E praticamente in ogni caso tutte quelle speranze sono state infrante dalla forza bruta della politica, della cultura e dell'economia. Le tecnologie, a quanto pare, tendono a promettere più di quanto siano in grado di fare, almeno rispetto alle previsioni.

Con questo non intendo dire che quelle invenzioni non abbiano avuto alcuna influenza sulla vita pubblica o sulla democrazia, al contrario: spesso hanno avuto più peso di quanto i loro sostenitori potessero immaginare. Ma quegli effetti spesso sono stati antitetici rispetto ai fini che i loro ideatori si erano prefissati. Tecnologie pensate per dare maggior potere all'individuo hanno rafforzato il dominio delle grandi multinazionali, mentre tecnologie nate per sostenere la partecipazione democratica hanno creato una popolazione di pantofolai. Non voglio dire che quelle tecnologie non abbiano mai avuto il potenziale per migliorare la cultura politica o rendere più trasparente l'amministrazione pubblica: il loro potenziale era enorme. Eppure è andato quasi sempre sprecato a causa delle affermazioni utopistiche immancabilmente legate a esse, che hanno confuso i responsabili politici impedendo loro di fare i passi giusti per ottenere il meglio dalle iniziali promesse di nuovo progresso.

Sbandierando l'unicità di internet, quasi tutti i guru della tecnologia mostrano la loro ignoranza storica: la retorica che ha accompagnato le previsioni sulle tecnologie precedenti è sempre stata estrema quanto l'odierno dibattito, quasi religioso, sulla forza di internet. Anche un'occhiata veloce alla storia della tecnologia basterebbe a ricordare quanto velocemente l'opinione pubblica possa passare dall'ammirazione incondizionata per alcune tecnologie alla distruzione quasi zelante di qualsiasi cosa esse rappresentino. Riconoscere invece che le critiche alle tecnologie sono vecchie quanto la loro adorazione non dovrebbe spingere i politici a concludere che i tentativi di minimizzare gli effetti indesiderati della tecnologia sulla società (e viceversa) siano inutili. Al contrario i politici devono familiarizzare essi stessi con la storia della tecnologia in modo da capire quando le previsioni sovrastimate sui suoi potenziali debbano essere analizzate più a fondo, non fosse altro per assicurarsi che almeno in parte vengano realizzate.

E la storia ci offre un sacco di esempi interessanti. Il telegrafo fu la prima tecnologia di cui si disse che avrebbe trasformato il mondo in un villaggio globale. Un editoriale apparso nel 1858 sul "New Englander" proclamava: «Il telegrafo lega con un filo vitale tutti i paesi del mondo. [...] È impossibile che i vecchi pregiudizi e le ostilità esistano ancora, quando uno strumento simile è stato creato per lo scambio di idee fra tutti i paesi della Terra». In un discorso del 1868, l'ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Edward Thornton, salutava il telegrafo come «il sistema nervoso della vita internazionale, che trasmette la conoscenza dei fatti, rimuovendo le cause di incomprensione e promuovendo pace e armonia in tutto il mondo», mentre il "Bulletin of the American Geographical and Statistical Society" riteneva che fosse «un'estensione della conoscenza, della civiltà e della verità» e che avrebbe favorito «gli interessi più alti e più cari alla razza umana». Ma nel giro di poco tempo il pubblico vide anche i lati negativi del telegrafo. Chi ne esaltava la capacità di trovare i criminali in fuga dovette ben presto ammettere che poteva essere usato anche per diffondere falsi allarmi, anche dagli stessi criminali. Forse era un senso di amara delusione quello che spinse il "Charleston Courier" a concludere, appena due anni dopo che le prime linee telegrafiche americane erano state installate, che «prima si abbatteranno i pali [del telegrafo], e meglio sarà», mentre il "New Orleans Commercial Times" esprimeva il proprio «fervido augurio che il telegrafo non si avvicini a noi più di quanto abbia già fatto».

La concisione dei messaggi telegrafici non andava molto d'accordo neppure con i letterati: avrà senz'altro aperto l'accesso a un maggior numero di fonti di informazione, ma ha anche reso il discorso pubblico molto più superficiale. Oltre un secolo prima che queste stesse accuse fossero mosse a Twitter, le élite culturali dell'Inghilterra vittoriana si preoccupavano della banalizzazione del dibattito pubblico sotto la valanga delle notizie rapide e dei flash. Nel 1889 lo "Spectator", una delle pubblicazioni più autorevoli nell'impero britannico, strigliava il telegrafo per aver causato «un'ampia diffusione di cosiddette notizie, la registrazione di qualsiasi fatto e soprattutto di qualsiasi crimine, ovunque e senza un apprezzabile intervallo di tempo. La costante diffusione di affermazioni in pillole [...] in definitiva, si potrebbe pensare che deteriori l'intelligenza di tutti coloro cui il telegrafo si rivolge».

Il villaggio globale costruito dal telegrafo non era esente da difetti e abusi. Almeno un osservatore contemporaneo dell'espansione coloniale britannica in India osservò che «l'unità di sentimenti e azioni che sottende all'imperialismo difficilmente sarebbe stata possibile senza il telegrafo». Thomas Misa, storico della tecnologia presso la University of Minnesota nota che «le linee telegrafiche erano tanto importanti per la comunicazione nell'impero che in India furono costruite prima delle linee ferroviarie». Molte altre innovazioni tecnologiche oltre al telegrafo hanno contribuito a questo espansionismo. I resoconti utopistici sul ruolo liberatorio della tecnologia nella storia umana raramente riconoscono che fu la scoperta del chinino, che aiutava a combattere la malaria riducendone la pericolosità, a eliminare una delle più grandi barriere al colonialismo, o che l'invenzione della stampa aiutò a forgiare un'identità comune spagnola e spinse gli iberici a colonizzare l'America Latina.

Quando il telegrafo non riuscì a produrre gli effetti sociali desiderati, l'attenzione di tutti si spostò verso l'aeroplano. Joseph Corn descrive l'esaltazione collettiva che caratterizzò l'avvento degli aerei nel suo libro del 2002 intitolato The Winged Gospel. Secondo Corn, negli anni Venti e per gran parte degli anni Trenta, quasi tutti si aspettavano che «l'aereo rafforzasse la democrazia, l'uguaglianza e la libertà, migliorasse i gusti del pubblico e diffondesse la cultura, per eliminare dal mondo la guerra e la violenza, e addirittura desse origine a un nuovo tipo di essere umano». Un osservatore di quell'epoca, evidentemente dimenticando le forze economiche del capitalismo globale, rifletteva sul fatto che gli aerei aprivano le porte «al regno della libertà assoluta; niente rotaie, niente pedaggi, niente più bisogno di migliaia di impiegati da considerare fra i costi», mentre nel 1915 il caporedattore del periodico "Flying" (l'equivalente di "Wired" a quel tempo) proclamava entusiasticamente che la Prima guerra mondiale doveva essere «l'ultima grande guerra della storia» perché «in meno di dieci anni» l'aereo avrebbe eliminato le cause scatenanti delle guerre introducendo «una nuova era nelle relazioni umane» (pare proprio che Hitler non fosse un lettore di "Flying"). Questo era l'aereo-centrismo utopistico degli anni Dieci.

Ma fu l'invenzione della radio a produrre il maggior quantitativo di aspettative deluse. I suoi pionieri fecero la loro parte nell'enfatizzare all'eccesso il potenziale di democratizzazione del nuovo strumento. Guglielmo Marconi, uno dei padri di questa tecnologia rivoluzionaria, sosteneva: «L'avvento della trasmissione senza fili renderà impossibile la guerra, perché la guerra stessa sarà ridicola». Gerald Swope, presidente della General Electric Company, uno dei più grandi sostenitori commerciali della radio a quell'epoca, era altrettanto esaltato nel 1921 quando salutò tale tecnologia come «un mezzo per la pace generale e perpetua sulla terra». Né Marconi né Swope poterono prevedere che settant'anni dopo due emittenti radio locali avrebbero utilizzato l'etere per fomentare la tensione etnica, diffondere messaggi di odio e contribuire al genocidio in Ruanda.

Quando i fondatori di Twitter proclamano che il loro sito è un trionfo dell'umanità, come hanno fatto nel 2009, il pubblico dovrebbe aspettare un attimo ad applaudire, almeno finché non ha soppesato l'eventualità di un genocidio alimentato via Twitter, che devasti un qualche paese lontano, a migliaia di chilometri dalla San Francisco Bay Area. Oggi come allora queste dichiarazioni di benevola onnipotenza della tecnologia sono solo tentativi, dalle gambe molto corte, di creare un quadro legislativo favorevole: chi mai oserebbe porre restrizioni al trionfo dell'umanità? Ma sin dagli albori della sua storia, la radio era vista come mezzo per istruire il pubblico sulla politica, e innalzare il livello del discorso politico; c'erano grandi aspettative sul fatto che avrebbe costretto i politici a pianificare attentamente i propri discorsi. Nei primi anni Venti il "New Republic" plaudiva agli effetti politici della radio, poiché la nuova invenzione «ha trovato un modo per far fuori i mediatori politici», e addirittura «ha ripristinato il demos su cui si regge il governo repubblicano».

Non sorprende che la radio fosse considerata superiore al precedente mezzo di comunicazione politica, ossia il giornale. Nelle parole di un editorialista, scritte nel 1924: «Se un governante si impegna in qualche politica che sia palesemente insensata, saranno i giornalisti a dover annunciare la sua imbecillità al pubblico. Ma se si permetterà che i microfoni della radio entrino nelle aule legislative del futuro per rilanciarne nello spazio le assurdità, allora tutto il paese le sentirà nello stesso momento». Come oggi per internet, si pensava che la radio stesse cambiando la natura delle relazioni politiche fra i cittadini e la classe dirigente. Nel 1928 "Collier's" dichiarava che «la radio, usata nel modo giusto, farà di più per il governo democratico di quanto abbiano fatto le guerre per la libertà e l'autogoverno», aggiungendo che «la radio fa sì che la politica diventi personale, interessante, e quindi importante». Ma non ci volle molto perché l'umore del pubblico si adombrasse di nuovo. Già nel 1930 anche l'inizialmente ottimistico "New Republic" emise il suo verdetto: «Parlando in generale, la radio in America sta diventando spazzatura». Nel 1942 Paul Lazarsfeld, eminente esperto di comunicazioni della Columbia University, concluse che «in ampia misura, la radio è stata finora una forza conservatrice nella vita dell'America, e ha prodotto solo pochi elementi di progresso sociale».

La delusione nasceva da una serie di fattori, fra i quali gli usi discutibili che alcuni governi avevano fatto della tecnologia. Come fanno notare Asa Briggs e Peter Burke nella loro approfondita opera Storia sociale dei media, l'era della radio non coincideva solo con quella di Roosevelt e di Churchill, ma anche con quelle di Hitler, Mussolini e Stalin. Il fatto che così tanti dittatori abbiano tratto vantaggi dalla radio ha raffreddato parecchio gli entusiasmi per questo mezzo di comunicazione, mentre la sua commercializzazione da parte delle grandi aziende ha allontanato coloro che speravano avrebbero potuto rendere il dibattito pubblico più serio. Non è difficile immaginare quale sarebbe la reazione di Lazarsfeld ai programmi di Rush Limbaugh.

Il potenziale di democratizzazione della radio, sempre più evanescente, non impedì che una nuova generazione di esperti, studiosi e imprenditori facesse gli stessi proclami iperbolici a proposito della televisione. Dagli anni Venti in poi Orrin Dunlap, uno dei primi critici della radio e della televisione del "New York Times", sostenne un'argomentazione già familiare a chi aveva studiato la storia del telegrafo, dell'aeroplano e della radio: «La televisione», scriveva senza neppure l'ombra di un dubbio, «ci condurrà in una nuova era di rapporti amichevoli fra le nazioni della terra», mentre «l'attuale concezione dei paesi stranieri cambierà». David Sarnoff, a capo della Radio Corporation of America, credeva che un nuovo villaggio globale fosse in divenire: «Quando il destino della televisione sarà giunto a compimento [...] con esso avremo [...] un nuovo senso di libertà, e [...] una comprensione migliore e più ampia fra i popoli del mondo».

Lee De Forest, famoso inventore americano, aveva grandi speranze sul potere didattico della televisione, convinto che potesse addirittura ridurre il numero di incidenti automobilistici. «Possiamo immaginare», si chiedeva nel 1928, «per insegnare al pubblico l'arte della guida sicura sulle nostre autostrade, un mezzo più potente di un discorso settimanale di un buon agente della polizia stradale, illustrato con diagrammi e fotografie?». Che programmi simili non siano mai arrivati al grande pubblico americano è spiacevole, soprattutto in un'epoca in cui i guidatori si schiantano scrivendo messaggi con il cellulare e perfino i piloti di aereo usano il computer portatile durante il volo. Ma la colpa non è dei limiti delle tecnologie. Furono piuttosto le limitazioni degli aspetti politici, culturali e normativi dell'epoca a trasformare ben presto la televisione americana in uno «sconfinato deserto», come disse nel 1961 Newton Minow, direttore della Federal Communications Commision.

Come con la radio in precedenza, ci si aspettava che la televisione avrebbe trasformato radicalmente la politica dell'epoca. Nel 1932 Theodore Roosevelt Jr., figlio dell'ex presidente e poi governatore generale delle Filippine, predisse che la tv avrebbe «scosso nel paese il vivo interesse nei confronti di coloro che ne gestiscono la politica e della politica stessa», che avrebbe portato a un'«azione più intelligente, più concertata da parte dell'elettorato; la gente penserà più con la propria testa e seguirà meno facilmente le direttive dei membri locali delle macchine politiche». Thomas Dewey, eminente repubblicano che sfidò Franklin Delano Roosevelt e Harry Truman negli anni Quaranta, paragonò la televisione a una radiografia, prevedendo che «costituirà un progresso costruttivo nella discussione politica». Chiunque guardi la televisione americana in periodo elettorale sarà perdonato se non concorderà con l'ottimismo di Dewey. Tutto questo entusiasmo per la televisione ha retto fino a poco tempo fa. Nel 1978 Daniel Boorstin, uno dei più famosi storici statunitensi del XX secolo, lodava la capacità della televisione di «mettere in rotta gli eserciti, inchiodare i presidenti, creare un intero mondo democratico nuovo, democratico in una misura mai immaginata prima, perfino negli Stati Uniti». Boorstin scrisse queste parole quando molti scienziati politici e legislatori stavano ancora aspettando il trionfo della "teledemocrazia", in cui i cittadini avrebbero usato la televisione non solo per osservare, ma anche per partecipare direttamente alla politica. (La speranza che la nuova tecnologia avrebbe consentito una maggior partecipazione del pubblico alla politica nacque prima della televisione: già nel 1940 Buckminster Fuller, controverso inventore e architetto americano, osannava le virtù della «democrazia telefonica», che avrebbe consentito «di votare per telefono tutte le questioni più importanti in discussione al Congresso».)

Col senno di poi, lo scrittore di fantascienza Ray Bradbury arrivò più vicino alla verità nel 1953 di quanto abbia fatto Boorstin nel 1978: «La televisione», scrisse, «è quella belva pericolosa, quella Medusa che pietrifica ogni sera un miliardo di persone, mentre la fissano immobili, quella sirena che chiamava e cantava e prometteva così tanto dando, in fondo, così poco».

L'avvento del computer ha dato il via a un'altra ondata di utopismo. Un articolo del 1950 comparso sul "Satuday Evening Post" dichiarava che «macchine pensanti porteranno a una civiltà più sana e felice di quante se ne siano viste finora». Viviamo ancora nei tempi di alcune delle previsioni più ridicole, e mentre è facile avere ragione col senno di poi, dovremmo ricordarci che non vi era nulla di predeterminato per quanto concerne la direzione in cui radio e televisione si sono mosse nel secolo scorso. I britannici presero la fondamentale decisione di dare priorità alle trasmissioni pubbliche, creando quel monumento noto come British Broadcasting Corporation o BBC. Gli americani, per una serie di motivi culturali e commerciali, adottarono un approccio più liberista. Si potrebbe discutere dei meriti delle due strategie, ma è innegabile che il panorama dei media americani avrebbe potuto apparire molto diverso oggi, specie se le ideologie utopistiche promosse da coloro che avevano degli interessi nel settore fossero state analizzate un po' più da vicino.

Se anche è allettante l'idea di ignorare tutto quello che abbiamo imparato dalla storia e trattare internet come una creatura del tutto nuova, dovremmo ricordarci che è proprio così che le generazioni che ci hanno preceduto dovevano sentirsi. Anche loro erano tentati dal non considerare le amare lezioni delle delusioni precedenti, pensando a un mondo nuovo e diverso. Quasi sempre questo ha impedito loro di prendere le giuste decisioni legislative sulle nuove tecnologie: dopotutto è difficile imporre leggi al divino. L'ironia a proposito di internet sta nel fatto che mentre non ha mai mantenuto le promesse ultrautopistiche di un mondo senza nazionalismi o estremismi, ha tuttavia dato più di quanto potessero sperare perfino gli utopisti più radicali. Il rischio qui è che, visto il relativo successo di questa tecnologia giovane, alcuni pensino che sarebbe meglio lasciarla a sé anziché imporle regole di qualsiasi genere. È un punto di vista sbagliato: riconoscere la natura rivoluzionaria di una tecnologia non è una scusa valida per non regolamentarla. Una legislazione intelligente, se non altro, è un primo segnale del fatto che la società si comporta seriamente nei confronti della tecnologia in questione e crede che sia destinata a durare, che è attenta a pensare alle conseguenze e vuole trovare modi per sfruttare il suo potenziale rivoluzionario e goderne i frutti.

Nessuna società ha mai avuto quadri normativi del genere solo guardando ai lati positivi della tecnologia e rifiutando di analizzare come i suoi impieghi potessero produrre anche effetti dannosi per la società. Il problema con il cyber-ottimismo è che semplicemente non costituisce un fondamento intellettuale utile per qualsiasi regolamentazione. Se tutto è così roseo, perché mai ci si dovrebbe mettere a regolamentarlo? Un'obiezione del genere forse poteva valere all'inizio degli anni Novanta, quando l'accesso a internet era limitato ai ricercatori che non potevano certo prevedere i motivi per cui qualcuno avrebbe voluto inventare lo spam. Tuttavia man mano che l'accesso a internet si è diffuso, è diventato chiaro che l'autoregolamentazione non sarà sempre fattibile, visto l'insieme tanto eterogeneo di usi e utenti.

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Paradossalmente tecnologie nate per risolvere un particolare problema possono peggiorarlo. Come dimostra Ruth Schwartz Cowan, storica della scienza della University of Pennsylvania, nel suo libro More Work for Mother, dopo il 1870 le casalinghe si sono trovate a lavorare per più tempo, anche se i lavori domestici si sono sempre più meccanizzati. (La Cowan nota che nel 1950 la casalinga americana riusciva a fare da sola ciò che una sua collega di appena un secolo prima sarebbe riuscita a fare soltanto con l'aiuto di tre o quattro altre persone.) Chi avrebbe mai previsto che lo sviluppo di strumenti per lavorare meno avrebbe avuto l'effetto di aumentare il carico di lavori domestici per quasi tutte le donne?

Analogamente l'introduzione del computer nel lavoro non è riuscita a realizzare l'aumento di produttività atteso (forse Tetris era parte di un progetto segreto dei sovietici per fermare l'economia capitalista). Il premio Nobel per l'economia Robert Solow ha commentato che «si riesce a trovare l'era informatica da qualsiasi parte, tranne che nelle statistiche sulla produttività!». Parte del problema nel prevedere con precisione gli effetti economici e sociali di una tecnologia risiede nell'incertezza legata alla scala su cui sarà utilizzata. Le prime automobili erano presentate come tecnologie che avrebbero reso le città più pulite liberandole dal letame prodotto dai cavalli. I prodotti di scarto del motore a combustione interna forse puzzano meno dello sterco, ma vista l'onnipresenza delle automobili nel mondo odierno siamo passati dal risolvere un problema a crearne un altro molto più imponente. In altre parole, gli usi futuri di una tecnologia particolare possono essere descritti da quel vecchio adagio che recita: "È l'economia, stupido".

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Non è una logica per vecchi

Altra caratteristica comune della tecnologia moderna tralasciata da molti dei suoi entusiasti sostenitori è che l'emergere delle nuove tecnologie, per quanto rivoluzionario possa sembrare il loro progetto, non elimina automaticamente le vecchie abitudini e le tradizioni. Negli anni Cinquanta chiunque avesse sostenuto che la televisione avrebbe rafforzato le istituzioni religiose esistenti sarebbe stato coperto di ridicolo. Eppure qualche decennio dopo fu proprio alla televisione che Pat Robertson e una schiera di altri tele-evangelisti dovettero dire grazie per le loro potenti piattaforme sociali. Chi scommetterebbe oggi che internet minerà le organizzazioni religiose?

In effetti come si può osservare anche oggi con la rinascita di nazionalismi e religioni sul web, le nuove tecnologie tendono a radicare ancora più profondamente le vecchie abitudini, dando loro anche maggiore diffusione. Claude Fischer, che ha studiato il modo in cui gli americani hanno adottato il telefono nel XIX secolo nella sua Storia sociale del telefono osserva che tale strumento era utilizzato soprattutto per ampliare e approfondire gli schemi sociali esistenti, piuttosto che per alterarli. Anziché immaginare il telefono come uno strumento che spingesse la gente ad abbracciare la modernità, Fischer ha proposto di considerare questo oggetto come qualcosa che il pubblico moderno ha utilizzato per i fini più diversi, compreso il mantenere, se non rafforzare, le abitudini precedenti. Perché la rete abbia un ruolo costruttivo nel liberare il mondo dal pregiudizio e dall'odio bisogna che sia accompagnata da un insieme di riforme sociali e politiche molto ambiziose; senza queste ultime, i mali della società possono solo peggiorare. In altre parole, quale che sia la logica interna della tecnologia in esame, di solito è manipolabile dalla logica della società in senso più ampio. «Mentre ogni tecnologia della comunicazione ha le sue proprietà individuali, soprattutto per quanto riguarda quale dei sensi umani privilegia, e quali trascura», scrive Susan Douglas, studiosa di comunicazione della University of Michigan, «il sistema politico ed economico in cui lo strumento esiste quasi sempre ne segna le opportunità tecnologiche e gli imperativi».

Eppure questo raramente impedisce a interi eserciti di esperti di tecnologia di annunciare che hanno svelato quella logica e capito che cosa sono davvero la radio, la televisione o internet; le forze sociali che la circondano sono quindi considerate quasi del tutto irrilevanti, ed è facile che vengano ignorate. Marshall McLuhan, primo filosofo pop, credeva che la televisione avesse una logica: a differenza della stampa costringerebbe gli spettatori a riempire i vuoti di ciò che vedono, stimolerebbe maggiormente i sensi e, in generale, ci spingerebbe sempre più vicini alla condizione tribale originaria (un nuovo equilibrio che McLuhan chiaramente caldeggiava). Il problema è che, mentre investigava la logica più profonda della televisione, può darsi si sia perso per strada il modo in cui le aziende americane se ne sono appropriate producendo effetti sociali molto più ovvi (e maligni) di quei cambiamenti in qualche oscuro aspetto sensoriale che pure McLuhan aveva calcolato così meticolosamente per ciascun mezzo di comunicazione.

Le cose vanno ancora peggio nel contesto internazionale. La logica cui gli esperti e i politici avrebbero accesso è semplicemente un'interpretazione di ciò che una particolare tecnologia è capace di fare dato un particolare insieme di circostanze. Joseph Goebbels, che asservì con maestria la radio alla propaganda nella Germania di Hitler, ne vedeva la logica in modo molto diverso rispetto, per esempio, a Marconi.

Sapere tutto di una data tecnologia non basta quindi a sapere in che modo esattamente questa darà forma a una moderna società complessa. L'economista William Schaniel condivide questo parere, avvertendoci che «il punto centrale dell'analisi di un cambio di tecnologia dovrebbe concentrarsi sulla cultura che sta adottando la tecnologia, non sui materiali che vengono trasferiti», semplicemente perché, mentre «la nuova tecnologia crea il cambiamento», il cambiamento non è «preordinato dalla tecnologia che viene adottata». Al contrario, scrive Schaniel, «la tecnologia adottata viene adeguata, dalla società che la adotta, ai processi sociali esistenti». Quando la polvere da sparo fu portata in Europa dall'Asia, gli europei non adottarono gli usi e le tradizioni asiatiche sulla polvere da sparo: la polvere da sparo fu adattata dalle civiltà europee ai propri valori e tradizioni.

Internet non è polvere da sparo: è molto più complessa e multidimensionale. Ma questo non fa che aumentare l'urgenza, per la nostra ricerca, di capire quelle società alle quali internet dovrebbe mutare forma o che dovrebbe democratizzare. Senz'altro potrà cambiarne la forma, ma ciò che interessa di più ai politici è la direzione in cui quel cambiamento procederà. L'unico modo in cui potranno capirlo è resistendo al determinismo tecnologico e imbarcandosi in un'attenta analisi delle forze non tecnologiche che costituiscono l'ambiente che stanno cercando di capire o di trasformare. Può essere sensato pensare che le tecnologie funzionino secondo una certa logica nei primi stadi del loro sviluppo, ma non appena maturano, quella logica di solito viene sostituita da forze sociali più potenti.

L'incapacità di accorgersi che la logica della tecnologia, per quanto si possa sostenerne l'esistenza, cambia a seconda del contesto, spiega in parte il fallimento dell'Occidente nell'afferrare l'importanza di internet per i regimi dittatoriali. Non possedendo una buona teoria della logica politica e sociale interna a quei regimi, gli osservatori occidentali presumono che i dittatori e i loro gerarchi non siano in grado di trovare usi di internet che rafforzino il loro potere, perché nelle condizioni delle democrazie occidentali liberali, e quelle sono le uniche condizioni che tali osservatori sono in grado di intendere, internet ha indebolito lo stato e decentralizzato il potere. Anziché scavare più in profondità nella presunta logica di internet, i compassionevoli occidentali farebbero bene a cercare di costruirsi un quadro più dettagliato della logica politica e sociale dei regimi autoritari nelle condizioni poste dalla globalizzazione. Se i politici non hanno un buon profilo teorico di ciò che tiene in piedi quelle società, non ci sarà mai abbastanza teoria su internet che consenta loro di formulare strategie efficaci sull'uso di internet per promuovere la democrazia.

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Caratteristica più pericolosa del soccombere al determinismo tecnologico è che esso ostacola la nostra consapevolezza della situazione sociale e politica, presentandola invariabilmente come tecnologica. La tecnologia in quanto categoria kantiana della visione del mondo probabilmente è troppo espansionista e accentratrice, assorbe tutto ciò che non è ancora stato adeguatamente compreso e categorizzato, senza curarsi se le sue radici e la sua natura siano o meno tecnologiche (è questo che il filosofo tedesco Martin Heidegger intendeva quando sosteneva che «l'essenza della tecnologia non è affatto qualcosa di tecnologico»). Poiché la tecnologia, come un gas, riempirà qualunque spazio concettuale le sia lasciato, Leo Marx, professore emerito del MIT, la descrive come un «concetto pericoloso» che può «soffocare e offuscare il pensiero analitico», e nota che «a causa della sua particolare suscettibilità alla reificazione, all'essere investita dei poteri magici di un'entità autonoma, la tecnologia è fra le cose che più contribuiscono a quel crescente senso [...] di impotenza politica. La diffusione della convinzione che la tecnologia sia la forza principale che dà forma al mondo postmoderno è una misura della nostra [...] trascuratezza per gli standard politici e morali nel fare scelte decisive sulla direzione della società».

Il trascurare gli standard politici e morali dal quale Leo Marx ci mette in guardia è pienamente riscontrabile nell'improvvisa esigenza di promuovere la libertà di internet senza spiegare in che modo esattamente tale strumento possa adattarsi al resto dei piani di sviluppo della democrazia. Sperare che internet possa liberare gli egiziani o gli azeri dall'oppressione autoritaria non è una buona scusa per continuare a sostenere di nascosto le fonti reali di quell'oppressione. Va detto a suo favore che Hillary Clinton non ha evitato di scadere nel determinismo tecnologico durante il suo discorso sulla libertà di internet, quando ha affermato che «mentre è chiaro che la diffusione di queste tecnologie [dell'informazione] sta trasformando il mondo, non è ancora chiaro come tale trasformazione modificherà il panorama dei diritti umani e del benessere di tanta parte della popolazione umana». A una seconda lettura, tuttavia, sembra un'affermazione parecchio strana: se non è chiaro come queste tecnologie influiranno sui diritti umani, che senso ha promuoverle? Lo si fa solo perché è poco chiaro che cosa sia e che cosa faccia la libertà di internet? Questa confusione fra i ranghi dei responsabili politici è destinata solo a crescere, perché stanno basando delle scelte politiche su concetti altamente ambigui.

Leo Marx suggerisce che il modo per affrontare i rischi del concetto di tecnologia è ripensare se valga ancora la pena di metterla al centro di qualsiasi indagine intellettuale o, ancora peggio, di un piano d'azione. Più sappiamo della tecnologia e meno ha senso considerarla come a sé stante, isolata dagli altri fattori. O, nelle parole di Marx, «il risultato paradossale di una conoscenza e di una comprensione sempre più approfondite della tecnologia è di mettere in dubbio la validità del porla, con i suoi confini stranamente fluidi, al centro di un campo separato di studio storico (o di altra disciplina) specializzato». Detto altrimenti: non è chiaro che cosa ci guadagniamo nel trattare la tecnologia come un agente storico monolitico, poiché di solito nasconde, a proposito della società, della politica e del potere, molto più di quanto non sveli.

Nella misura in cui internet è coinvolta, gli studiosi per ora si sono mossi in direzione opposta. I centri accademici dedicati al suo studio, baluardi intellettuali dell'internet-centrismo, continuano a proliferare nei campus universitari e, strada facendo, contribuiscono alla sua ulteriore reificazione e decontestualizzazione. Il fatto che praticamente qualsiasi quotidiano o periodico metta in bella mostra interviste a guru di internet è un segnale piuttosto preoccupante, perché per quanto sia approfondita la loro conoscenza dell'architettura del web e della sua cultura varia e vivace, non basta a colmare il vuoto della loro inadeguata comprensione di come le società, per non parlare di quelle non occidentali, funzionino. È un chiaro segno di quanto profondamente l'internet-centrismo abbia corrotto il dibattito pubblico il fatto di vedere come persone che hanno una conoscenza superficiale dell'Iran contemporaneo siano diventate le fonti di riferimento sulla rivoluzione di Twitter, come se uno sguardo ravvicinato a tutti i tweet relativi all'Iran potesse in qualche modo aprire una finestra sulla politica di quel paese estremamente complicato più ampia di quanto possa fare lo studio accademico della sua storia.

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Perché le tecnologie non sono mai neutrali

Se il determinismo tecnologico è pericoloso, altrettanto lo è il suo opposto: l'insulso rifiuto di considerare che alcune tecnologie, per loro stessa essenza, sono più portate a produrre determinati risultati sociali e politici rispetto ad altre, una volta immerse in un ambiente sociale favorevole. In effetti non c'è fraintendimento più banale, diffuso e profondamente fuorviante dell'adagio "la tecnologia è neutrale". Dipende tutto, spesso si dice, da come si decide di usare un certo strumento: un coltello può essere usato per uccidere una persona, ma può essere usato anche per intagliare il legno.

La neutralità della tecnologia è un tema profondamente radicato nella storia intellettuale della civiltà occidentale. Boccaccio sollevò su di essa alcune interessanti domande nel Decamerone, già a metà del XIV secolo: «Chi non sa ch'è il vino ottima cosa a' viventi [...] e a colui che ha la febbre è nocivo? direm noi, per ciò che nuoce a' febricitanti, che sia malvagio? [...] L'arme similmente la salute difendon di coloro che pacificamente di viver disiderano, e anche uccidon gli uomini molte volte, non per malizia di loro, ma di coloro che malvagiamente l'adoperano».

La neutralità di internet è spesso invocata anche in contesti di democratizzazione. «La tecnologia è solo uno strumento, utilizzabile sia per fini nobili, sia nefasti. Come la radio e la tv potrebbero essere veicoli di pluralismo di informazione e dibattito razionale, così possono anche essere asserviti dai regimi totalitari per la mobilitazione fanatica e per il controllo totale da parte dello stato», scrive Larry Diamond della Hoover Institution.

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