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| << | < | > | >> |Pagina 9Ha chiuso piano piano la porta ed è uscita senza fare rumore come chi, a mezzanotte, lascia il capezzale di un malato che si è appena addormentato. Ho ascoltato i suoi passi lenti nel corridoio, con il timore o la speranza che all'ultimo minuto tornasse indietro per posare la valigia ai piedi del letto e sedervisi con un'espressione di resa o di stanchezza, come se stesse già tornando dal viaggio che mai, prima di stanotte, ha potuto intraprendere. Quando la porta si è richiusa la stanza è rimasta al buio, e ora mi illumina solo il filo di luce che arriva dal corridoio e scivola sottile fino ai piedi del letto, ma alla finestra si affaccia un'oscurità blu scuro e dalle persiane aperte entra un'aria di una notte ormai quasi estiva attraversata in lontananza dalle sirene dei treni espressi che avanzano sotto la luna nella vallata livida del Guadalquivir e risalgono i pendii di Mágina per giungere alla stazione dove lui, Minaya, in questo momento la sta aspettando senza più illudersi che Inés, snella e sola, con la sua sottanina rosa e i capelli raccolti in una coda di cavallo, sbuchi all'improvviso da dietro un angolo sulla banchina. Č solo, seduto su una panchina, e forse fuma mentre guarda le luci rosse e le rotaie e i vagoni fermi ai bordi della stazione e della notte. Adesso, che la porta si è richiusa, posso, se voglio, immaginare tutto solo per me, insomma, per nessun altro, posso nascondere la testa sotto il rimbocco che Inés ha lisciato con tanta segreta tenerezza prima di andarsene e così, rifugiandomi nell'ombra e nel calore del mio corpo sotto le lenzuola, posso immaginare o raccontare quanto è successo e guidare ancora i loro passi, quelli di Inés e di lui, fino a farli incontrare e riconoscersi sulla banchina deserta, proprio come se in questo stesso istante li stessi inventando e disegnassi la loro presenza, il loro desiderio e la loro colpa.Ha chiuso la porta e non si è voltata a guardarmi perché io glielo avevo proibito; ho visto solo per l'ultima volta il suo collo bianco e delicato e l'attaccatura dei capelli e poi ho sentito i suoi passi che si attutivano mentre lei si allontanava in fondo al corridoio, e lì si sono arrestati. Forse ha posato per terra la valigia ed è tornata verso la porta che aveva appena chiuso, e in quel momento ho temuto e probabilmente desiderato che si fermasse, ma subito dopo i suoi passi sono risuonati più lontani, già molto profondi, nelle scale; e so che quando è arrivata in cortile si è fermata ancora e ha alzato lo sguardo verso la finestra, ma io non ho voluto affacciarmi perché ormai non ce n'era bisogno. Bastano la mia coscienza e la mia solitudine e le parole che pronuncio sottovoce a guidarla verso la strada e la stazione dove lui non può che aspettarla. Ormai non serve più scrivere per indovinare o inventare le cose. Lui, Minaya, non lo sa, e immagino che prima o poi, inevitabilmente, si arrenderà alla scaramanzia della scrittura, perché non conosce il valore del silenzio né quello delle pagine bianche. Adesso, mentre aspetta il treno che al termine di questa notte, quando sarà arrivato a Madrid, l'avrà portato via per sempre da Mágina, guarda le rotaie e le ombre degli ulivi oltre le mura della stazione, ma tra i suoi occhi e il mondo si interpongono sempre Inés e la casa in cui l'ha conosciuta, il ritratto di Mariana in abito da sposa, lo specchio in cui si guardava Jacinto Solana mentre scriveva una poesia laconicamente intitolata Invito. Come il primo giorno, quando si presentò in quella casa con la cupa malinconia dell'ospite appena sceso dai peggiori treni della notte, Minaya, nella stazione, vede ancora la facciata bianca al di là della fontana, la casa alta semioffuscata dalle goccioline prodotte dagli zampilli che salgono e ricadono sulla vasca di pietra fuoriuscendo dal bordo e superando a volte in altezza le cime rotonde delle acacie. Guarda la casa e sente alle sue spalle altri sguardi che convergono su quell'edificio per dilatarne l'immagine aggiungendole la distanza di tutti gli anni trascorsi da quando fu costruito, e non sa più se è proprio lui stesso che la sta ricordando o se davanti ai suoi occhi si stia risvegliando la memoria sedimentata di tutti gli uomini che l'avevano guardata e abitata fin da prima che lui nascesse. Quelli della percezione inesorabile, penserà, e dell'amnesia, sono doni che solo gli specchi possiedono appieno, ma se ci fosse uno specchio capace di ricordare starebbe piantato davanti alla facciata di quella casa, e solo esso avrebbe percepito la successione delle cose immobili, la favola celata sotto la quiete dei suoi balconi chiusi, il suo resistere al tempo. | << | < | > | >> |Pagina 62Fuori dalla casa, da quel presente in cui si era installato come chi si chiude da dentro in una stanza per sedersi pacificamente davanti al fuoco e non sente il freddo né il rumore della pioggia, né i rintocchi dell'orologio, assorto nella lettura di un libro, la città quasi non esisteva più, e ancor meno Madrid, e il passato mediocre. Al suo arrivo l'aveva attraversata senza riconoscerla da dietro i finestrini di un taxi, prima i campi abbandonati intorno alla stazione e il viale di tigli con i rami spogli e levati contro un vasto cielo grigio che si condensava come nebbia al limite della pianura in cui spuntavano i campanili delle chiese. Ma non era quella la città che lui ricordava e non sentiva suo quel chiarore invernale, bensì la luce esaltata sui muri di calce e gli architravi di pietra color sabbia, quella che fluiva dal tunnel d'ombra dei portoni e stagnava in fondo, come in lagune ombrose, ai cortili a pergolato di Mágina, quando alle prime luci dell'alba una donna, sua madre, apriva la porta e tutte le finestre e spazzava il selciato bagnandolo poi finché non emanava un odore di pietra umida e terra bagnata dopo un temporale. Per questo non fu in grado di riconoscere la città al suo arrivo e ci mise tanto prima di calpestare le sue strade come uno straniero, perché Mágina, nei pomeriggi d'inverno, diventa una città castigliana di porte chiuse e negozi scuri con banconi di legno brunito e manichini tristi nelle vetrine, città di androni cupi e piazze troppo grandi e desolate dove le statue sopportano da sole l'inverno e le chiese sembrano alti scafi incagliati. Era un'altra la sua luce, dorata, fredda e azzurrina, una luce che calava dai terrapieni delle mura in una discesa ondulata di orti e canali ritorti e piccole case bianche tra i melograni, che si dilatava a sud verso gli oliveti sterminati e la pianura azzurra o violacea del Guadalquivir, e quel paesaggio era lo stesso che avrebbe poi riconosciuto nei manoscritti di Jacinto Solana, piatto come il mondo delle cartografie antiche e delimitato dal profilo delle montagne oltre le quali non poteva esistere nulla. Anche lui, Solana, aveva guardato da bambino quello spazio di luce illimitata e vi era tornato a morire, le strade aperte di Mágina che sembrava dovessero finire in mare e i terrapieni come balconi scoscesi o alti belvedere marittimi da dove si affacciava a tutto il chiarore del mondo non ancora violato dall'avidità delle sue pupille e dalle favole della sua immaginazione.| << | < | > | >> |Pagina 67«Se tu avessi visto», disse Manuel, «l'espressione dei suoi occhi quando entrò per la prima volta in biblioteca. Mia madre era andata a trascorrere qualche giorno nell'Isola di Cuba, e mio padre si trovava a Madrid, al Congresso dei Deputati, e per una settimana intera la casa fu tutta nostra. Avevamo undici o dodici anni e Solana, quando mise piede nel patio, si bloccò e non disse più niente, come se la paura gli impedisse di avanzare. Č come una chiesa, mi disse, ma quello che gli interessava davvero non era la casa, bensì il posto da cui provenivano i libri che io gli prestavo di nascosto da mia madre, e che lui leggeva a una velocità che mi aveva sempre sconcertato, perché lo faceva di notte e alla luce di una candela, quando i suoi genitori andavano a letto. In casa sua c'era un solo libro. Si intitolava, ricordo, Rosa María o il Florilegio degli Amori, un romanzo d'appendice in tre volumi che Solana lesse a dieci anni e per il quale ebbe sempre una sorta di gratitudine. «La cosa che più vorrei al mondo è scrivere qualcosa di simile alle sue duemila pagine di peripezie», mi diceva. Entrò in biblioteca come se s'addentrasse nella grotta del tesoro, e non si azzardava a toccare i libri, si limitava a guardarli o a sfiorarli delicatamente, come si accarezza un animale.
Le labbra strette, la rabbia oscura e l'odio lucido e precoce contro la vita
che gli negava quella casa e quella biblioteca, la voglia di ribellarsi a tutto
e di fuggire da Mágina e da suo padre e dai due ettari di terra e dal futuro cui
suo padre voleva confinarlo. Non era l'amore per i libri che gli fece stringere
i pugni e lo sprofondò nel mutismo in mezzo al salone che profumava di cuoio e
di legno lucidato, bensì la consapevolezza della sporca ristrettezza in cui era
nato e della fatica animale del lavoro cui si sapeva condannato. I libri, come
l'opaca lucentezza dei mobili e le lampade dorate e la cuffia bianca e il
grembiule inamidato della donna che servì loro la cioccolata per merenda in
grandi tazze di porcellana con dipinti sopra paesaggi azzurrini, erano solo
la misura o il segno del suo desiderio di fuggire per meditare da molto lontano
la sua vendetta futura, bramata e tramata quando leggeva sui libri il ritorno
del conte di Montecristo. Manuel, allarmato dal suo silenzio, gli propose di
salire con lui in camera, ma in quell'istante Solana era diventato un estraneo.
Salì correndo, per invogliarlo a seguirlo, ma dalla balaustra del loggiato, vide
che Jacinto Solana si stava guardando nello specchio del primo pianerottolo,
indifferente a Manuel e alla sua voce e a quanto desiderava così ansiosamente di
dividere con lui per non perdere l'amicizia che, per la prima volta da quando si
erano conosciuti, sentiva in pericolo. Solana guardava nello specchio la sua
testa rapata e le sue
espadrillas
di tela e la sua giacchetta grigia che era stata del padre, indizi dell'affronto
da cui poteva difendersi solo immaginando con ostinato fervore un futuro nel
quale sarebbe stato un viaggiatore ricco, misterioso e implacabile coi propri
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