Copertina
Autore Alice Munro
Titolo In fuga
EdizioneEinaudi, Torino, 2004, Supercoralli , pag. 316, cop.ril.sov. dim. 140x222x23 mm , Isbn 88-06-17183-6
OriginaleRunaway: Stories [2004]
TraduttoreSusanna Basso
LettoreAngela Razzini, 2005
Classe narrativa canadese
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Indice

  3 In fuga

 45 Fatalità

 81 Fra poco

117 Silenzio

148 Passione

183 Rimetti a noi i nostri debiti

219 Scherzi del destino

250 Poteri

 

 

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Pagina 3

In fuga


Carla udí l'automobile prima di vederla spuntare dalla modesta salita che da quelle parti chiamavano colle. È lei, pensò. Mrs Jamieson - Sylvia - di ritorno dalle vacanze in Grecia. Dalla porta della stalla - ma abbastanza indietro da non farsi scorgere facilmente - tenne d'occhio la strada che Mrs Jamieson avrebbe dovuto percorrere, considerato che casa sua era circa mezzo miglio piú in là, sulla stessa via di Clark e Carla.

Se fosse stato qualcuno che si preparava a svoltare da loro, a questo punto avrebbe già rallentato. Carla comunque continuava a sperare. Fa' che non sia lei.

Era lei. Mrs Jamieson voltò il capo una volta, rapidamente - aveva già il suo daffare a destreggiarsi con l'auto tra i solchi e le pozzanghere lasciati dalla pioggia nella ghiaia -, ma non sollevò la mano dal volante per salutare; non individuò Carla. Carla colse il lampo di un braccio abbronzato, nudo fino alla spalla, una chioma piú chiara del solito, tendente al bianco piuttosto che al biondo platino, ormai, e un'espressione determinata, esasperata e divertita dalla propria esasperazione; esattamente la faccia che Mrs Jamieson poteva fare affrontando una strada del genere. Quando voltò la testa, le balenò in viso una specie di speranza interlocutoria, e Carla istintivamente si tirò indietro.

Cosí.

Forse Clark non lo sapeva ancora. Se era seduto al computer, avrebbe dato le spalle alla finestra e alla strada.

Ma non era escluso che Mrs Jamieson dovesse ripassare di lí. Di ritorno dall'aeroporto, poteva non essersi fermata a fare la spesa - non prima di essere rincasata e aver stabilito che cosa le servisse. Clark avrebbe potuto vederla allora. E, col buio, si sarebbero notate le luci di casa sua. Ma era luglio, e non faceva buio fino a tardi. Magari era cosí stanca che non le avrebbe nemmeno accese e sarebbe andata a dormire presto.

D'altra parte poteva telefonare. In qualsiasi momento.


Quella era un'estate di pioggia e poi ancora pioggia. La sentivi già appena sveglio al mattino picchiare sul tetto della casa mobile. Le piste sterrate erano coperte di fango, l'erba alta, grondante, e le foglie rovesciavano scrosci d'acqua improvvisi dagli alberi anche nei rari momenti in cui non diluviava dal cielo e le nubi sembravano diradarsi. Carla si cacciava in testa un vecchio cappello di feltro australiano a tesa larga ogni volta che usciva, e infilava nella camicia la trecciona lunga.

Per le escursioni a cavallo non si presentava nessuno, anche se Clark e Carla avevano affisso avvisi pubblicitari in tutti i campeggi, nei caffè, nella bacheca dell'ufficio turistico e dovunque lo ritenessero utile. Venivano solo pochi allievi a lezione, e per di piú quelli abituali, non le infornate di scolaretti in vacanza, gli interi autobus dei campi estivi, che avevano dato loro lavoro per tutta l'estate scorsa. E perfino i fissi sui quali contavano preferivano prendersi qualche giorno per un viaggetto, o semplicemente annullavano le lezioni per via del clima cosí scoraggiante. Se avvisavano troppo tardi, Clark addebitava comunque i costi. Qualcuno si era lamentato e aveva disdetto definitivamente.

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Pagina 48

Rocce, alberi, acqua, neve. Questi elementi, disposti in modi sempre nuovi, costituivano lo scenario esterno di un finestrino del treno, una mattina tra Natale e Capodanno. Le rocce erano grandi, talvolta sporgenti, talvolta lisce come massi levigati, grigio scuro o decisamente nere. Gli alberi erano per lo piú sempreverdi: pini, abeti, cedri. Gli abeti - abeti neri - mostravano in cima certe crescite ad alberello, simili a miniature di se stessi. I non sempreverdi apparivano spogli e scheletrici: potevano essere pioppi, larici oppure ontani. Alcuni avevano il tronco chiazzato. La neve alta incappucciava la sommità dei massi e foderava il lato degli alberi esposto al vento. Formava una bella coltre liscia sullo specchio di numerosi laghi gelati, di varie dimensioni. L'acqua era sgombra dal ghiaccio solo qua e là, nei torrenti stretti, scuri e impetuosi.

Juliet reggeva in grembo un libro aperto, ma non stava leggendo. Non staccava gli occhi da ciò che scorreva all'esterno. Occupava da sola un sedile doppio di fronte a uno analogo, vuoto. Si trovava nel posto che di notte diventava il suo letto. Al momento l'inserviente delle ferrovie era impegnato in quel vagone, a sistemare le carrozze per il giorno. In certi punti i teli verde scuro dotati di cerniera pendevano ancora sul pavimento. C'era nell'aria l'odore di quella stoffa, tipo tela da campeggio, mescolato forse agli odori della notte e dei servizi igienici. Una raffica di fresca aria invernale spazzava la carrozza ogni volta che qualcuno ne apriva le porte alle due estremità. Gli ultimi passeggeri andavano a fare colazione, e qualcuno già ritornava.

C'erano delle impronte sulla neve. Piccole orme di animali. Collane di segni a forma di goccia che disegnavano cerchi, sparivano.

Juliet aveva ventun anni ed era già in possesso di una laurea in Lettere Classiche. Attualmente lavorava alla tesi di dottorato, ma si era presa una pausa per insegnare latino in un liceo privato femminile, a Vancouver. Non aveva seguito corsi di didattica, ma l'improvvisa malattia di una docente a metà semestre aveva convinto la direzione ad assumerla. Probabilmente nessun altro aveva risposto all'annuncio. Lo stipendio era inferiore a quello che un insegnante abilitato sarebbe stato disposto ad accettare. Juliet però si accontentava di guadagnare qualsiasi cifra, dopo anni di misere borse di studio.

Era una ragazza alta, ben fatta e di carnagione bionda, dai capelli castano chiaro che nessun espediente riusciva a far apparire voluminosi. Aveva l'aria sveglia, da scolaretta. Testa alta, un bel mento rotondo, bocca grande dalle labbra sottili, naso in su, occhi luminosi e fronte spesso arrossata dallo sforzo o dall'entusiasmo. I professori l'adoravano - di questi tempi erano grati a chiunque scegliesse di studiare lingue classiche, specie poi se cosí dotato, ma si preoccupavano, anche. Il fatto è che Juliet era una femmina. Se si fosse sposata, eventualità possibile, considerando che non era brutta, per essere una borsista, nient'affatto brutta, avrebbe sprecato tutta la sua fatica e la loro, mentre in caso contrario era probabilmente destinata a diventare depressa e introversa, vedendosi passare avanti i maschi (che avevano piú bisogno di fare carriera, dovendo mantenere una famiglia). E non avrebbe allora saputo difendere la stravaganza di quella scelta per le Lettere Classiche - né accettare il fatto che la gente la considerasse un'assurdità, uno sbaglio infelice - scrollandosela di dosso come avrebbe fatto un uomo. Le scelte stravaganti erano semplicemente piú facili per i maschi, la maggior parte dei quali avrebbe comunque trovato una donna disposta a sposarli. Non altrettanto avvenniva nel caso inverso.

Quando si presentò l'occasione di insegnare, tutti la incoraggiarono a non perderla. Tanto di guadagnato. Entra nel mondo reale per un po'. Fatti un'idea della vita.

Juliet era abituata a quel genere di consigli, sebbene delusa di sentirli arrivare da quegli stessi uomini che non davano l'impressione di aver poi bazzicato tanto volentieri nel mondo reale. Nella piccola città dove era cresciuta il suo tipo di intelligenza veniva spesso inserito nello stesso ordine di una zoppia o di un sesto dito, e la gente non ci aveva messo tanto a sottolineare in lei i prevedibili inconvenienti collegati alla sua originalità: l'incapacità di utilizzare una macchina da cucire o di confezionare un bel pacco regalo, o di accorgersi che le spuntava la sottoveste dalla gonna. La domanda era: che ne sarebbe stato di lei?

Se la facevano anche i suoi genitori, che pure di lei erano fieri. La madre la voleva ben voluta, e a tale scopo la avviò al pattinaggio e allo studio del pianoforte. Juliet praticò entrambi senza entusiasmo, e senza risultati. Il padre invece voleva solo vederla inserita. Devi inserirti, le diceva, altrimenti la gente ti renderà la vita un inferno (il che non teneva conto del fatto che lui stesso, e in particolare la madre di Juliet, pur non essendo molto ben inseriti, non erano poi cosí infelici. Forse dubitava che a Juliet potesse toccare la stessa fortuna).

Io sono inserita, diceva Juliet una volta approdata al college. Sono inserita nella Facoltà di Lettere Classiche. Ci sto benissimo.

Ma anche lí le giunse il solito messaggio, da parte degli insegnanti che si erano mostrati tanto soddisfatti di lei e consapevoli del suo valore. La loro giovialità non bastava a mascherare l'ansia. Entra nel mondo reale, le avevano detto. Come se il posto dove era stata fino a quel momento non lo fosse.

Ciononostante, su quel treno, era felice.

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Pagina 110

Preparò tè a sufficienza per tutti e tre, e in uno stipetto trovò qualche biscotto integrale, oltre al vassoio in ottone che Sara utilizzava di solito nelle occasioni eleganti.

Don prese una tazza di tè, e bevve a lunghi sorsi l'acqua che Juliet si era ricordata di portargli, ma scosse la testa all'offerta dei biscotti.

- Non per me, grazie.

Sembrò sottolinearlo con enfasi particolare. Come se glielo impedisse il mandato divino.

Domandò a Juliet dove abitava, che tipo di clima ci fosse sulla costa occidentale, che lavoro facesse il marito.

- Fa il pescatore di gamberi, ma in realtà non è mio marito, - disse Juliet garbatamente.

Don annui. Ah, ecco.

- Com'è il mare, difficile, da quelle parti?

- Dipende.

- Whale Bay. Mai sentita, ma adesso me ne ricorderò. E che chiesa frequentate a Whale Bay?

- Nessuna. Non andiamo in chiesa.

- Non c'è nei paraggi una chiesa della vostra confessione?

Sorridendo, Juliet scosse il capo.

- Non esiste una chiesa della nostra confessione. Noi non crediamo.

La tazza di Don tintinnò leggermente sul piattino. Disse che gli dispiaceva di apprenderlo.

- Mi spiace davvero. E da quanto tempo la pensate cosí?

- Non saprei. Dalla prima volta che ci ho riflettuto seriamente.

- E sua madre mi ha detto che avete un figlio. Una bambina, anzi, dico bene?

Sí, disse Juliet, infatti.

- E non l'avete mai battezzata? Intendete crescerla da pagana?

Juliet disse che secondo lei Penelope avrebbe deciso da sé, un giorno o l'altro.

- Comunque intendiamo crescerla senza una religione. Sí.

[...]

 


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