Autore Luisa Muraro
Titolo Dio è violent
Edizionenottetempo, Roma, 2012, gransasso , pag. 76., cop.fle., dim. 10,5x14,8x0,5 cm , Isbn 978-88-7452-361-0
LettoreCristina Lupo, 2015
Classe filosofia , politica , sociologia , femminismo , guerra-pace












 

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Pagina 5

L'estate scorsa, nel centro storico di Lecce, sulla cinta esterna di un complesso in ristrutturazione, sopra la dorata pietra leccese è apparsa una scritta in nero che, quando la vidi, mi parve scritta da me in sogno.

Suppongo che sia ancora là. Dice, in caratteri cubitali ma minuscoli, tolta l'iniziale che è maiuscola: "Dio è violent...!" La frase non è interrotta ma mutilata, la lettera finale essendo coperta da una macchia bianca che si estende anche sul puntino del punto esclamativo, che però traspare. Subito sotto, sulla destra, un'altra mano ha aggiunto in lettere maiuscole, ma piú piccole e rossastre: "E mi molesta".

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Pagina 13

Oltre alla ferita sempre aperta della Palestina, ci sono tre guerre in corso in paesi non occidentali, Libia, Iraq e Afghanistan e altre si preparano... mentre scrivo, quella di Libia sarebbe finita, ma chi lo sa: quella dell'Iraq è finita già cinque, sei volte e quella dell'Afghanistan, che dura da undici anni, si trascina nessuno sa verso quale esito. Sono guerre promosse da paesi occidentali con argomenti manifestamente deboli se non contrari al diritto internazionale. L'impressione è che una sola regola valga veramente, quella dei rapporti di forza, il resto è disordine. La Germania si è rifiutata d'intervenire in Libia provocando il dispetto delle grandi potenze; lo ha deciso la cancelliera Angela Merkel e questo, secondo certi osservatori, potrebbe costarle la rielezione! Non lo credo, ma c'è chi l'ha pensato e scritto.

Quando finirà questo stato di cose, compresa la logica aberrante di certi ragionamenti, e torneremo a considerare la pace un bene desiderabile in assoluto? Probabilmente mai, è la risposta che mi hanno dato quelli che se ne intendono. Apri gli occhi, mi hanno detto, ormai devi considerare lo stato di guerra come permanente e normale, sarebbe meglio anzi non usare piú quella parola e sostituirla; le cosiddette guerre sono tante cose: esercitazioni, laboratori, gare, investimenti, valvola dell'economia, opportunità politiche...

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Pagina 33

In considerazione di tutto questo, teniamo ferma la positiva idea di una violenza giusta, che traluce nella scritta sul muro di Lecce, Dio è violent... Non è cosa ovvia, mi rendo conto. Si tratta di pensare una violenza che non è strumento di nessuno, che il diritto non può fare sua giustificandola, e che nessuno può fare sua, manifestazione di una giustizia che ci oltrepassa dalla quale, però, noi umani possiamo lasciarci usare, consapevoli del rischio inevitabile di cadere in errori ed eccessi.

Dunque, violenza giusta non come categoria del diritto, al contrario, una violenza le cui condizioni storiche il diritto non può codificare, solo riconoscere a posteriori. Possono stabilirle, di volta in volta, soltanto le circostanze. E qui citerò Walter Benjamin , Per la critica della violenza, al quale sono molto debitrice su questo tema: "Scopi che sono giusti, universalmente validi e universalmente riconoscibili per una situazione, non lo sono per nessun'altra".

Ho parlato di una forza che può giustamente ed efficacemente esercitarsi arrivando ai limiti della violenza e perfino oltrepassarli, in certe circostanze. Ma perché abbia senso discutere su questa tesi e vedere se sia giusta o sbagliata, devo chiedermi se ho veramente la capacità di agire con tutta la forza potenzialmente mia, se ne dispongo effettivamente, grande o piccola che sia. Se non fosse cosí e se questo difetto di energia fosse diffuso, come temo, sarebbe ridicolo cercare un punto di leva, come voler saltare su un letto con le molle rotte.

La predicazione antiviolenza, nella misura in cui esclude a priori l'idea di una violenza giusta, favorisce l'abdicazione ad agire, se necessario, con tutta la forza necessaria. E ciò si ripercuote sull'intelligenza delle persone: chi non usa la sua forza quando gli sarebbe utile e necessario, sembra stupido, ma chi vi ha rinunciato a priori, lo diventa realmente. Nessuno lo dice ma, secondo me, nell'appannarsi dell'intelligenza collettiva in questo nostro paese, non c'entrano solo il consumismo e cose simili, ma anche la fine della sfida comunista che veicolava un'idea di violenza giusta, quella rivoluzionaria; poco importa qui il giudizio politico, sto parlando di dosaggi interiori.

Dicendo "tutta la forza necessaria", intendo la duplice forza della consapevolezza (non recriminare e lamentarsi ma vedere e rendersi conto fino in fondo) e del tirare le conseguenze pratiche e logiche, quelle che stanno nelle possibilità della persona che vede e si rende conto. Di lei da sola o insieme ad altre.

Era nelle possibilità delle forze di pace presenti nella ex Jugoslavia in guerra difendere i civili inermi che furono assassinati in massa a Srebrenica nel 1995. E invece che cosa hanno fatto i militari dell'ONU a Srebrenica? Hanno aiutato a selezionare le vittime destinate al massacro: l'hanno fatto non per paura né per complicità ma per semplice stupidità, incapaci di percepire il mostro dell'odio che era davanti ai loro occhi.

Era nelle possibilità degli abitanti dell'Aquila impedire al capo del governo di fare della loro sventurata città la cornice massmediatica per la sua autopromozione. Sette volte il capo del governo è andato impunemente a fare passerella nella città distrutta dal terremoto. Se lo avessero mandato indietro a fischi e sassate, come si meritava, come si usava una volta, come chiedevano i loro morti, quelli uccisi dal crollo di edifici pubblici taroccati, nessuna polizia avrebbe osato picchiarli e arrestarli. E il loro centro storico, chissà, non sarebbe piú il mucchio di macerie transennate che continua a essere.


La scrittrice brasiliana Clarice Lispector, che mi fa da guida cosí come Virgilio a Dante nell'inferno, alludendo al suo matrimonio, in una lettera alla sorella fa questa confessione: "Mi sono dovuta tagliare gli artigli ho tagliato in me la forza che avrebbe potuto far male agli altri e a me stessa. E cosí ho tagliato anche la mia forza" (Berna, 6 gennaio 1948).

Quest'immagine e il contesto che l'ha ispirata hanno chiarito il mio punto di vista. Non parlo pro o contro la violenza in sé. Non parlo neanche per i perdenti e le vittime del confronto basato sui rapporti di forza. Quello che ho in mente è quella regione dell'essere dove la forza diventa violenza senza soluzione di continuità. Non dico che è un bene o un male, questa regione semplicemente esiste cosí come esistono le unghie.

I filosofi lamentano che confondiamo tra loro concetti diversi come potere, dominio, forza, violenza. D'accordo, troppo spesso si fa una simile confusione. Ma quando, per tutta risposta, si mettono a darci le loro accurate definizioni, vorrei dirgli: prima di ciò, dovreste piuttosto indagare dove e perché nasca la confusione. E chiedervi se per caso quella che appare una confusione non sia la manifestazione di qualcosa che fareste bene a guardare piú da vicino. Rileggete quel capolavoro racchiuso in poche pagine che è L'Iliade poema della forza di Simone Weil.

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Pagina 40

Il racconto è già cominciato; quella che scrive qui è una donna e non è per caso. Per un caso biologico la scrivente è nata di sesso femminile, sí, ma in ciò che scrive c'entra parecchio che sia una donna. Scrive una che s'ispira alla rivolta femminista della seconda metà del secolo scorso, rivolta che ha rotto il contratto sessuale non in nome della parità ma della differenza. Intendo dire, una che non ha accettato, al posto della subordinazione tradizionale, l'offerta della moderna emancipazione femminile: inserirsi alla pari nel mondo degli uomini. Le parole della rivolta erano queste: "La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza: una volta riuscito l'inserimento della donna, chi può dire quanti millenni occorrerebbero per scuotere questo nuovo giogo?" (Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel , 1970).

Scrive una che ha visto con i suoi occhi aprirsi l'orizzonte e alzarsi il cielo per sé, per le altre e gli altri grazie alla nascita di una libertà che non passa per la mediazione del potere alle sue condizioni. Ed è una visione realistica, non solo perché corrisponde a comportamenti e pensieri praticabili e, in molte circostanze, efficaci; realistica anche perché fa luce su possibilità reali che l'invadenza mentale del potere (quello che al posto delle parole mette armi, soldi e fatti compiuti) sistematicamente ci nasconde.

La rivolta femminile è cominciata interrompendo una piena di discorsi maschili. Mi riferisco alla pratica della separazione che è cominciata nella maniera piú semplice, quando (per la cronaca, negli Usa, seconda metà degli anni sessanta) alcune studentesse abbandonarono un'assemblea che aveva nel suo ordine del giorno "Il problema della donna", e si riunirono altrove per parlare tra loro. Quel loro attorisultò incredibilmente contagioso e fece il giro del mondo. Fu allora evidente che gli uomini s'intrattenevano con una loro invenzione, La Donna, e che il vero problema era la loro presunzione dell'universale. Le donne reali eravamo altrove e altrimenti.

Una condizione maggiore perché un racconto si formi, è che le parole delle persone interessate abbiano peso con il loro significato, che abbiano peso quanto basta per fare sí che quando non si trovano, si stia in silenzio. Altrimenti vincono il rumore e il mutismo. In un parlare sensato e nell'agire efficace, i silenzi contano cosí come conta il consapevole non agire.

Ricordate quell'uomo, forse un ragazzo, davanti al quale, con un intervallo di pochi metri, si arrestò una colonna di carri armati in piazza Tienanmen a Pechino? un simbolo. In quell'intervallo, tra il capofila della colonna militare e l'omíno nudo e crudo che gli si mise davanti, trovò posto la politica che sa arrestare l'invadenza del potere. La minaccia dei carri armati, gli ordini ricevuti, la paura fisica, il timore delle conseguenze, cessarono d'imporsi e dalla sproporzione delle forze materiali in presenza quello che diventò evidente, in un lampo, fu che la forza simbolica c'è e agisce.

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Pagina 70

Alcuni, davanti alle prevaricazioni del potere (guerre, ingiustizie, libertà negata) reagiscono senza ragionare. Troppi subiscono. Molti, tuttavia, uomini e donne, tentano una risposta ma la cercano ragionando troppo (e male). Si ragiona sempre troppo (e male) quando si vuole agire prendendo la strada lunga pur avendo davanti a sé quella breve e diretta. Che non è l'azione violenta, ma l'azione possibile ed efficace. L'azione semplicemente violenta non esiste, perché sarebbe il puro contrario di un'azione, una distruzione di possibilità. L'azione violenta è pura disperazione; le azioni di tipo terroristico escono dalla sfera della politica ed entrano in quella della disperazione. Anche le reazioni alla violenza altrui possono seguire questa traiettoria, com'è successo agli Usa dopo quel maledetto 11 settembre.

Esiste invece l'azione possibile ed efficace, alleata all'energia immanente dell'essere. Dell'agire efficace bisogna dire che esso comporta a volte una certa violenza: quanta, esattamente? Non lo so e non penso che ci sia una risposta generale a questa domanda. La psicoanalisi insegna che la spinta della violenza proviene da un interno (o da un interno-esterno, secondo lo psicanalista-filosofo Winnicott ) che precede la formazione di una volontà libera e consapevole, per cui, quando si risveglia, tende a impadronirsi di noi. Infatti, la violenza non è riducibile a un mezzo perché, per sua stessa natura, essa è manifestazione. Manifestazione di che cosa o di chi, in definitiva non lo sappiamo, ma bisogna che questo qualcosa possa scorrere nel nostro organismo, anche se ci fa paura, perché, chiusa dentro, ci consuma; risvegliata, ci dà slancio. Quando è il caso di decidere come comportarci, regoliamoci come fanno le cuoche con il sale: "Quanto basta".

La formula che ho trovato dice: quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere.

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