Copertina
Autore Luisa Muraro
Titolo Non è da tutti
SottotitoloL'indicibile fortuna di nascere donna
EdizioneCarocci, Roma, 2011, Le sfere 57 , pag. 126, cop.fle., dim. 15x22x1 cm , Isbn 978-88-430-5782-5
LettoreGiorgia Pezzali, 2011
Classe femminismo , movimenti , filosofia
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Indice


    Premessa                                                    9

1.  Introduzione (Il discorso di Irina)                        11

2.  Come quando si accende la luce                             27

3.  L'Angelo della realtà: presenza e possibilità              41

4.  Un giorno sembrerà una cosa incredibile                    53

5.  Il privilegio                                              73

6.  Ci sono molti motivi per disperare                         91

7.  A che cosa serve l'indipendenza delle donne dagli uomini? 113



 

 

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Pagina 11

1

Introduzione (Il discorso di Irina)


Un giorno di questi, nella piazza di una città emiliana, un'operaia rimasta senza lavoro a causa della crisi che va avanti da due anni, e non sappiamo quando finirà, ha fatto un discorso che sarebbe piaciuto al nostro grande poeta Giacomo Leopardi: un discorso popolare che investe la realtà del tempo presente con una eloquenza calda di affetti e sentimenti, quella che piace «alle donne e alle persone non letterate» diceva lui, che lo considerava un criterio importante perché proprio questo tipo di eloquenza, sosteneva, ha il dono di aprire la strada alla poesia lirica.

Irina Petrescu, l'oratrice, lei stessa donna e persona non letterata, con il suo discorso mirava a incoraggiare le sue ascoltatrici a resistere e a lottare. L'avversario più temibile è la depressione che lei chiama «il male oscuro». Contro questo male insegna molte strategie, anche minime, anche la fuga, e soprattutto la mobilitazione di una forza speciale che attribuisce alle donne:

Faccio l'operaia, siamo in cassa straordinaria da circa un anno, prospettive concrete non ne vedo, sarà ancora lunga la battaglia sindacale, io non ne so tanto ma di sicuro so che questa crisi ha cercato di mettermi in ginocchio, ho reagito, sì, ho tirato fuori quella forza che noi donne abbiamo, ho gridato con tanta rabbia che non mi lascerò sconfiggere, che la mia già precaria salute non la do in pasto alla disperazione.

Seguono proposte, torna a misurarsi con l'avversario, parla di sé, fa dell'ironia, racconta del presidio che i suoi compagni tengono aperto davanti alla fabbrica chiusa e del suo contributo: è arrivato il freddo, lei non può rimanere molto davanti alla fabbrica, ma in casa fa dolcetti e pizza per i colleghi, cerca di non stare in casa a piangere, porta i suoi modesti doni ed è felice quando vede che mangiano di gusto. Poi spiega che lei viene da un paese povero, perciò ha delle ricette che costano poco e, subito dopo, con una nuova impennata: «ho l'esperienza, ho vissuto una dittatura, eccomi qua ancora sulle barricate». E conclude:

Vado a preparare il pranzo, vi voglio un sacco di bene care donne, tirate fuori i bisonti [sic] che sono dentro di noi, siamo donne, non è da tutti.


Che ci siano donne è una fortuna per l'umanità, ma essere donne non è facile.

Quando dico che non è facile, penso non soltanto alle circostanze sfavorevoli della povertà, della vecchiaia, dell'aspetto fisico, della cultura negata, del lavoro che non c'è, della violenza patita o temuta. Anche queste cose pesano, certo, ed è amaro constatare che le circostanze sfavorevoli siano tante, troppe. Io però voglio dire che essere donna è una condizione umana difficile per sé stessa, anche in condizioni ottimali. Che una sia povera o ricca, bella o brutta, bambina o vecchia, umiliata o venerata, non è facile. Non lo fu per la divina Marilyn Monroe e per nessuna delle mie due nonne: la contadina che non si lasciò addomesticare e la sposa del maestro che ebbe due figli uccisi in guerra; non lo fu per le due figlie di Galileo, monacate senza vocazione né dote; non lo fu per la figlia di Anna Bolena, Elisabetta, che diventò regina d'Inghilterra, né per la mia compagna di scuola che sposò un Agnelli (il cognome era un altro), né per la poetessa milanese Antonia Pozzi che rinunciò alla vita senza dirci un perché, né per le afghane sotto i talebani prima, sotto l'occupazione NATO adesso. Parlo, insomma, della condizione umana femminile, la più presente in realtà e la meno rappresentata in parole e figure, più presente e vicina, anzi dentro l'umanità di tutti e forse per questo tanto più difficile da vivere. Ricordo il nero sconforto che mi prese quando, appena adolescente, mi scoprii impotente a consolare la mia più cara amica, disperata per il no di un ragazzo.

Eppure non cambierei; mai ho desiderato essere uno di loro e non ho mai gustato i racconti fantastici di donne che diventano uomini. Alcune, forse, pensano: sarà una fortuna per l'umanità ma è una disgrazia per molte di noi. Eppure, vediamo che anche nelle circostanze difficili non sparisce completamente e talvolta perfino si accentua, come nel discorso di Irina, una grandezza non rinnegata della propria appartenenza al sesso femminile.

[...]

Essere donna è un privilegio, non diverso da quelli che dava il nascere nobile nelle antiche società aristocratiche: puoi non essere all'altezza ma, come non lo hai meritato, così non lo perdi. Sbagliano coloro che vanno dicendo "una vera donna", lo sono tutte. Ma, diversamente da quelli del sangue, il privilegio di cui parliamo si gode specialmente nell'intimo di sé, nella confidenza tra simili o nella compagnia di uomini consapevoli, oppure nelle grandi prove. Non si specchia invece nelle graduatorie della società e in società diventa visibile solo a sprazzi.

In questi casi di visibilità, però, non solo lo si vede ma esso fa luce. Ci sono artisti che hanno scorto questo "di più" femminile nella vita ordinaria, lo hanno visto in tutta la sua potenza luminosa e lo hanno rappresentato. Vengono in mente molti quadri del pittore fiammingo Vermeer, specialmente quello che mostra una donna nell'atto di versare del latte, o il regista Luchino Visconti con Anna Magnani (Bellissima). Penso anche al ritratto di Melanctha Herbert in Tre esistenze di Gertrude Stein: «Melanctha perdeva sempre ciò che aveva, per il bisogno di tutte le cose che vedeva»... Un altro esempio di cui mi piacerebbe parlare è il video The Greeting di Bill Viola, e lo farò.

Degli uomini piace il loro andare a caccia di grandezza e inventarsi imprese e avventure, ma fa paura quello che poi troppo spesso si lasciano dietro, come rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso... E non piace niente quando si rincorrono in un pulviscolo di titoli, cariche, carriere, promozioni; vedere fra loro delle donne, come accade grazie all'emancipazione femminile, è imbarazzante. Il privilegio di essere donna dà una grandezza di altro tipo, che viene incontro fra le cose ordinarie della vita e arriva fino alle più straordinarie. Il fatto di fare carriera, di raggiungere posti importanti, di avere molti soldi, le aggiunge poco. Tanto meglio per l'interessata, resta comunque il fatto che la promozione sociale non incrementa di molto la sua grandezza, in contrasto con quello che si constata tra gli uomini, dove un omuncolo sale sul trono e tutti (tranne i bambini, dice Andersen) credono di vedere un grande uomo e, qualche volta in qualche misura, lui lo diventa pure.

In una donna la grandezza c'era da prima, era sua da prima, non appariscente, come un'avventura segreta, come un abito di tutti i giorni ma disegnato da Valentino. Occorre però che lei accetti il suo privilegio e lo coltivi, come hanno fatto i nobili in certe epoche e in certi paesi. Se lo sa portare, allora cattedra o cucina non fa una differenza sostanziale, le fiabe lo insegnano.

C'era questa intuizione nella celebre immagine usata da Lenin per far intendere che cos'è il comunismo, la cuoca che diventa capo di Stato? O, al contrario, mancava proprio questa intuizione e la sua era fede nell'emancipazione? naufragato per questo il movimento comunista, per non aver saputo misurare la fortuna che le donne sono per l'umanità, ossia per aver suscitato energie femminili che sono straripate dai suoi confini, e non averle seguite in quell'andare oltre?

[...]

Attenzione, però, anche a un altro tipo di semplificazione, quella della posizione falsamente femminista di considerare il sesso femminile come la grande vittima di una grande ingiustizia maschile. Questa semplificazione è tipica della politica dei diritti che porta a sopravvalutare quello che si può ottenere in nome dei diritti e a sottovalutare le persone con le loro risorse.

L'interpretazione della condizione umana femminile in termini di giustizia negata, insieme alla sopravvalutazione delle risposte offerte dal diritto, opera una generalizzazione che, volendo portare soccorso, rimpicciolisce ciò che molte, moltissime donne mettono in gioco nei loro rapporti con il mondo e con l'altro sesso. Di conseguenza, essa non vede quello che le donne riescono a inventare né quello che resta da trovare, che forse è introvabile ma la sua ricerca può farci scoprire cose impensate.

Detto in breve, quell'interpretazione non fa vedere la difficoltà di essere donna nella sua vera luce, perché la appende al progetto astratto e negativo della sua eliminazione, che è come giudicare malata e buttare via l'ostrica che contiene la perla.

Oltre alla politica dei diritti, anche la psicologia ha la tendenza, che potrebbe essere connaturata alla disciplina stessa, di fare torto alla rappresentazione delle donne offrendole lo specchio una normalità piatta, senza abissi né cime elevate.

Introduco una spiegazione favolosa, che aiuta però a esplicitare l'intuizione che mi guida: quello che accade alle donne fra loro e nei rapporti con gli uomini, che sia in bene o in male, è quello stesso che capitò quando la vita si divise in due e "scelse" il corpo femminile per riprodursi, due tappe biologiche che precedono di non so quanti millenni gli albori dell' Homo sapiens. Capitò allora e, sostengo, continua a capitare. Infatti non ci sono state interruzioni ed essa vita continua a proporsi e imporsi in noi.

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Pagina 34

Nella rivolta delle donne reali, ho detto, gli accadimenti da considerare sono due, tra loro di natura completamente diversa, posti su piani difformi che però si intersecano e coincidono. Dove e come, non so, ma che in un punto coincidano lo so. Come? Per esperienza: lo so perché c'ero, lo so perché lo sento, lo so perché lo sono. I due accadimenti si fondono tra loro nel loro comune significato, soggettivo e oggettivo insieme.

Del significato di ciò che accade a volte si dà esperienza e questa, per la mente, è come avere una visione. Nel significato, senza alcun ragionamento, vedi (senti) la cosa stessa. Infatti, a chi mi chiede come lo sai? potrei quasi rispondere: lo so perché in quel punto mi si sono aperti gli occhi. Mi aiuterò con la paradossale risposta di quella giovane pop star, Lady Gaga, che, interrogata sulla sua rapida ascesa al successo mondiale, disse: «Io sono sempre stata famosa, ma prima gli altri non se ne accorgevano». Il successo, così come fa la luce quando si accende, l'ha rivelata a sé stessa e agli altri, e lei non è mai stata altro che questa, la famosa pop star. Immagino l'obiezione: che cosa farà quando non sarà più la famosa pop star? Semplice: si accenderà un'altra luce e lei farà un'altra scoperta di sé; non dimentichiamo che noi umani adulti siamo miseri unicamente perché, a differenza degli umani piccoli, degli animali e delle piante, realizziamo soltanto una parte delle nostre potenzialità.


Se mi chiedete che cosa credo di fare scrivendo questo libro, vi rispondo: accendo una luce. La presa di coscienza femminista ha aperto il varco che la storiografia scientifica non conosceva e stenta a riconoscere. Lo riconoscerà, non ne dubito, perché è stato un evento storico di tipo superlativo. Che ha esattamente questa natura: non un fatto nel flusso dei fatti, ma lo scorrere dei fatti che s'interrompe e in quel punto il divenire diventa la rivelazione di un essere.


I discorsi del femminismo abbondano di semplificazioni, ma nessuna di queste, io dico, è così grave come quella di aver separato la singolarità soggettiva degli esseri umani dalla realtà fattuale concependole in un rapporto di reciproca esteriorità, fino alla reciproca esclusione. Il che ha avuto l'effetto di accrescere in quantità e rigore la conoscenza oggettivante del mondo a spese della soggettività conoscente che, separata dal suo sentire che è il vero senso di sé, è diventata fragile e rischia di trovarsi fatta a pezzi dal sapere specialistico. Alla separazione tra soggettivo e oggettivo è stato trovato un rimedio, ma i collegamenti e i rapporti li stabiliscono i saperi specializzati. In altre parole, ai discorsi specializzati si riconosce il legittimo potere della mediazione, mentre al comune mortale, spesso una comune mortale, viene negato di essere il protagonista della sua vita e la competenza di sapere quello che gli capita e quello di cui ha bisogno: gli specialisti pretendono di saperne molto di più, pretendono perfino di saperlo loro soltanto! Una donna dice: ho male all'utero, e il ginecologo le ribatte: che cosa pretende di sapere lei dell'utero?

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Pagina 38

Il pensiero critico che si è sviluppato nel secolo scorso, dopo le due guerre mondiali, ci avverte giustamente che questa somma disordinata di discorsi che ci aiuta a rimettere insieme il mondo e noi stessi, spesso obbedisce a una specie di ordine, quello di un potere organizzato per durare: potere dei soldi, delle conoscenze, delle armi; non solo, ci avverte anche che, dall'epoca moderna in avanti, il potere organizzato non è più riassunto tutto nelle grandi istituzioni politiche e sociali, esso ormai si diffonde in maniera capillare nel corpo sociale.

Ma i pensatori del pensiero critico non sanno come possiamo sottrarci alla presa dei discorsi del potere, forse perché a loro volta procedono con discorsi che ignorano il punto di arresto, per cui si espandono e non viene mai il momento di dire: devo fermarmi e non parlare per conto di altri che sanno dal vivo, in prima persona. Oppure è successa un'altra cosa, che i pensatori del pensiero critico sono rimasti affascinati dalla loro stessa scoperta: immaginate un grande pittore del Rinascimento che non ama i potenti ma la cui arte, giorno dopo giorno, raggiunge la sua perfezione nel ritrarli, e lui non sa fare altro.

Che cosa ci sarebbe da fare? Una schivata, come gli animali inseguiti dai predatori, uscire di colpo dalle traiettorie del potere e saltare nella mancanza: di organizzazione, di successo, di prestigio, di dottrine, di nomi propri... in una parola, mancanza di tutti i surrogati. Così che ci nasca dentro e ci venga incontro da fuori la rispondenza fra le cose che viviamo e le parole che diciamo, dalla quale si accresce l'essere di ogni cosa che è. Lo insegna la mistica, che nasce dall'eliminazione di tutti i surrogati. La rispondenza tra essere e parola che rende grande il gioco del linguaggio, hanno detto che ci vuole tutta una civiltà per attivarla, ma vale anche il viceversa io credo e che valga per la civiltà quello che vale per i fiumi, che anche i più grandi hanno piccole sorgenti.

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Pagina 53

4

Un giorno sembrerà una cosa incredibile


Talvolta, trovandomi a parlare di questi temi davanti a un pubblico di donne e uomini, le donne solitamente più numerose degli uomini che però, quelli presenti, non sono meno interessati , dico, quasi per prova: l'eccellenza maschile sono punte di perfezione e nomi eccelsi che conosciamo uno per uno e comincio a fare qualche nome dei tanti che s'imparano a scuola , ma non potrei fare altrettanto con le donne, aggiungo, e perché? Il pubblico resta muto e sospeso, fin che arriva la risposta: perché le grandi donne sono legione, un numero sterminato e di pochissime conosciamo i nomi, sono anche qui fra noi e non le conosciamo per nome. Allora il pubblico, anche gli uomini, applaude e ride perché sente che lo penso davvero ed è vero.

un paradosso, chiaramente, ma ci sono verità che non si riesce a dire altro che in forma paradossale, tale cioè che quello che si dice non sembra affatto vero ma in qualche modo si sente che lo è: il paradosso è come la frutta secca che nasconde il suo buono in un guscio duro.

Ora è venuto il tempo di uscire dal paradosso dell'eccellenza femminile. Comincia infatti a tramontare la civiltà in cui una minoranza brillava a spese di un'umanità comune lasciata in ombra, e questo cambio di civiltà ha un segno femminile: sono donne, infatti, quelle che hanno aperto la pista di un protagonismo non a spese di altri e che insegnano che dalla relazione si guadagna più che dalla competizione.

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Il primo documento teorico del femminismo in Italia, Il maschile come valore dominante (1967), indica al pensiero politico proprio questo terreno di riflessione: «Vediamo allora che i termini "maschile" e "femminile", dove finisce il significato biologico, assumono tutto il peso di due categorie di valori con tutta la vasta gamma di supremazie e di dipendenze che ne derivano. Tali categorie vengono usate il più delle volte per definire non più il sesso, ma i significati stessi dell'umanità composta da uomini e donne».

L'ingiustizia fatta a Paolina Leopardi e alle sue simili è un furto di valore e di senso delle loro esistenze, con o senza sottrazione di cibo, vestiti nuovi, cultura... furto nondimeno reale dal quale sembrava che non ci fossero né difesa né rimedio: milioni e milioni di esseri umani defraudati di una parte più o meno consistente del valore di esistere e ancor più dei mezzi per darselo, a cominciare dal significato delle loro stesse esperienze, e questo semplicemente perché donne! Obbligate, di conseguenza, a dipendere dal giudizio altrui e a meritarsi di esistere, anche ai propri occhi. Un giorno sembrerà una cosa incredibile, fino a ieri molti l'hanno considerata ovvia e quasi non l'hanno vista. Perciò uso il passato prossimo.

Impossibile difendersi o peggio, perché l'unica difesa sarebbe stata e qualcuna l'ha tentato di sembrare diversa e molto migliore delle altre, eccezionale. «Agisce come un uomo», «non parla come una donna» erano complimenti. E da chi difendersi, d'altra parte, essendo il furto l'affare di un'intera civiltà edificata sopra questo uso del genere umano, come scrive Fortini , e si capisce la sua ira perché anche lui, oggettivamente dalla parte dei responsabili, si scopre impotente a opporsi, al pari delle vittime.

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Pagina 72

La differenza sessuale è un fatto che la storia moltiplica per mille e i conti non tornano mai, per cui, se qualcuno si mette a fare il conto dei capolavori e delle scoperte, quanti gli uomini, quanti le donne, e fa notare che però gli uomini di più, la risposta può essere solo questa, che le donne avevano anche altro da fare, fra cui portare avanti la partita aperta già ai primordi dell'umanità, che era (consentiamoci di mettere in parole qualcosa che non le aveva) di spendersi per i viventi e di cercare la propria ricompensa nell'amore. Sì, avevano altro da fare e possiamo sbilanciarci a dire che avevano di meglio da fare.

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Pagina 98

Un significato, sappiamo dalla scienza del linguaggio, è sempre in qualche misura una scommessa: interpreta la realtà, ma ha bisogno di essere interpretato a sua volta; si forma così una sequenza di rimandi su cui chi parla, se non parla tanto per parlare, avanza come su una corda tesa. Che cosa significa il femminismo, quello che abbiamo scritto nei libri o quello che sta venendo fuori in pratica?

La nostra scommessa era imparentata con il lavoro della pace e della giustizia sociale intrapreso in Europa (e altrove) da molti, donne e uomini, dopo la fine della Seconda guerra mondiale. E a un certo punto trovò una conferma nella pacifica dissoluzione dell'Unione Sovietica negli anni ottanta, che prese il posto del tremendo conflitto nucleare nel cui timore la mia generazione era cresciuta. L'abbattimento del muro di Berlino è stato un capolavoro di civiltà. Ma non fu preso ad esempio. L'aggressiva rivincita dei paesi a economia capitalistica e il modo in cui si è proceduto all'integrazione globale del pianeta, la sequela delle migrazioni di un'umanità senza diritti, l'avidità di profitto che ha portato all'attuale crisi economica, l'umiliazione di quelli che restano indietro, il caos militare e politico della penisola balcanica, la guerra di Serbia, l'attacco stupefacente dell'11 settembre che umiliò gli Stati Uniti, le dissennate reazioni militari di costoro e dei loro alleati, i cui effetti mortiferi sono sui giornali ogni giorno, tutto questo è stato causa di nuovo disordine che si è sovrapposto a irrisolti mali precedenti e ha alterato il corso sensato delle cose. Pensate soltanto all'enorme difficoltà di concordare e attuare qualcosa di favorevole alla salute del pianeta Terra, nonostante che in proposito si sappia tutto quello che c'è da sapere, fra cui che non c'è tempo da perdere.

Insomma, ai cambiamenti realizzati con il movimento delle donne sono venuti a mancare un contesto e un seguito che li avrebbero dotati di un credito più esteso.

Oggi le persone giovani si chiedono se per loro ci sarà un futuro e quale. Sono sradicate dal futuro come anche dal passato: si rifiutano di imparare dalle persone più vecchie non per ribellione, che sarebbe normale, ma per discredito di quello che possiamo trasmettere loro.

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Pagina 116

Non lo so. Ma non ho difficoltà a immaginare che un uomo si chieda "a che cosa serve che io sia un uomo?", tanta è la sensibilità maschile sul punto della virilità e immagino che, con domande simili a questa, millenni fa, il patriarcato abbia mosso i primi passi, mettendo insieme la sua ragion d'essere e arrivando alla grandiosa sintesi che conosciamo abbracciante il cielo e la terra. così che gli uomini hanno potuto considerarsi necessari, anzi fondamentali. Il seme maschile diventò, letteralmente e simbolicamente, il principio vivificatore e ordinatore del mondo. Dall'uomo venivano la vita ben formata, la conoscenza razionale e la legge. Accompagnava queste idee un fantastico proliferare di figure, simboli, miti e teorie in ogni ordine del discorso, dall'arte alla filosofia, al diritto, alla scienza, alla religione, al folklore. Chi più ne ha più ne metta senza timore di sbagliarsi, perché non c'era nulla di positivo che ne restasse fuori. In quella grande sintesi si trovano anche molte cose pregevoli, non lo nego, ma per dirne una che pregevole non è: secondo teorie a lungo accreditate, lo sperma discenderebbe dal cervello dell'uomo e, con il coito, entrerebbe in parte nella matrice diventando un futuro essere umano e in parte nel sangue della donna diventando latte per nutrire il suddetto. Hanno esagerato.

La grande costruzione culturale del primato paterno e maschile oggi ha cessato di valere, sottoposta a un undoing, direbbe Judith Butler , un dis-fieri lo chiamo io (che ho studiato latino!), un disfarsi discontinuo ma inesorabile che è cominciato, forse, nella forma di un discredito femminile, è precipitato con i disastri del secolo scorso e sta compiendosi sotto i nostri occhi, non senza resistenze, colpi di coda e reazioni temibili, da una parte, e, dall'altra, accelerazioni dissennate, trionfalismi infondati e interrogativi senza risposta.


Questo stato di cose ispira a me una domanda ben diversa da quella che prevale nelle inchieste giornalistiche sul destino dell'ex primo sesso. Io mi chiedo invece a che cosa serva l'indipendenza delle donne dagli uomini.

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