Autore Michela Murgia
Titolo Istruzioni per diventare fascisti
EdizioneEinaudi, Torino, 2018, Super ET Opera viva , pag. 104, cop.fle., dim. 13,6x20,8x1 cm , Isbn 978-88-06-24060-8
LettoreGiovanna Bacci, 2018
Classe destra-sinistra , politica , comunicazione , paesi: Italia: 2010












 

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Indice


  3  Necessaria premessa di metodo

  9  Cominciare da capo

 17  Semplificare è troppo complicato

 25  Farsi dei nemici

 37  Ovunque proteggi

 47  Nel dubbio mena

 57  Voce di popolo

 71  Non ti scordar di me

 81  Fascistometro

 95  A scanso di equivoci


 97  Ringraziamenti


 

 

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Pagina 3

Necessaria premessa di metodo


Scrivo contro la democrazia perché è un sistema di governo irrimediabilmente difettoso sin dall'origine. È falso quello che ha detto Winston Churchill, cioè che la democrazia sia il metodo di governo peggiore eccetto tutti gli altri: la verità è che è il peggiore e basta, ma è sempre difficile dirlo apertamente, nonostante nell'esperienza quotidiana questa evidenza sia piuttosto lampante.

Il libro che avete in mano nasce per dimostrare non solo che la democrazia non serve ed è anzi dannosa allo stare insieme, ma anche per provare che la sua alternativa piú sperimentata - il fascismo - è un sistema di gestione dello Stato assai migliore, meno costoso, piú veloce e piú efficiente. Questo testo vuole essere uno strumento di comprensione utile soprattutto alla classe più colta sfinita dalla democrazia, perché alla massa popolare non è mai stato necessario spiegare che il fascismo è meglio. Con la segreta saggezza dei semplici, i popoli lo sanno già e infatti periodicamente, stanchi dell'incapacità del sistema democratico di risolvere i loro problemi, al fascismo tornano volentieri in modo quasi spontaneo.

Dico quasi non a caso, perché a volte il fascismo deve un po' aiutarsi per affermarsi; all'inizio della loro parabola storica le democrazie tendono infatti a essere molto ostili nei suoi confronti e organizzano il dissenso anche con metodi spudorati, tipo fare leggi per renderlo illegale. Il fascismo per fortuna sa aspettare. È come un herpes - gli organismi primari sono sempre quelli da cui si impara di piú - che può resistere interi decenni nel midollo della democrazia facendo credere di essere scomparso, salvo saltare fuori piú virale che mai al primo prevedibile indebolimento del suo sistema immunitario.

Una democrazia giovane, specialmente se nata da una guerra o da una rivoluzione civile, sarà molto reattiva al fascismo, ma una democrazia - poniamo caso - con addosso una settantina d'anni avrà perso gran parte della memoria iniziale di sé e avrà seppellito i testimoni oculari che con i loro racconti reggevano la sua retorica. Inoltre si sarà logorata e corrotta a sufficienza da valutare dei compromessi di principio via via piú significativi con altri metodi di governo. A quel punto, se il fascismo sarà scaltro e saprà cogliere l'opportunità potrà arrivare a governare interi Stati senza nemmeno dover imbracciare un'arma: saranno gli strumenti della democrazia stessa a consentirgli di affermarsi e finalmente di prevalere.

In questo preciso momento storico abbiamo infatti a disposizione un'esuberanza di strumenti di controllo delle masse che nessun fascismo del secolo scorso ha avuto mai e questo ci permette di sperimentare qualcosa di inedito: sorgere dal cuore di un sistema democratico pluridecennale e dominarlo senza mai dover ricorrere a un'azione militare interna o esterna. Manipolando gli strumenti democratici si può rendere fascista un intero paese senza nemmeno pronunciare mai la parola «fascismo», che comunque un po' di ostilità potrebbe sollevarla anche in una democrazia scolorita, ma facendo in modo che il linguaggio fascista sia accettato socialmente in tutti i discorsi, buono per tutti i temi, come fosse una scatola senza etichette - né di destra né di sinistra - che può passare di mano in mano senza avere a che fare direttamente con il suo contenuto.

Il contenuto. Ecco il poblema essenziale. Non posso nascondere il fatto che sia problematico e su quello, almeno nella fase iniziale, non si vincerà facilmente la sfida con la democrazia. Non sono piú i tempi in cui si possa affermare la superiorità di una razza in modo esplicito o dire apertamente che non tutte le opinioni hanno diritto di essere espresse, soprattutto se sono contrarie all'interesse dello Stato. Lo si può pensare, ovvio, e in certe circostanze persino dirlo, ma proporsi come un sistema che lo afferma come manifesto politico potrebbe essere all'inizio complicato. Per tale ragione in queste pagine non troverete qualcosa che si possa definire «le idee fasciste». Provare ad affermare il fascismo sul piano delle idee è un processo cosí lungo, complicato e conflittuale che alla fine si rivela inutile. Troppi gli anni di retorica. Troppe le giornate della memoria. Troppa la fuffa ideologica sulla Resistenza che ha fatto sí che del nonno partigiano si ricordino tutti e del nonno fascista nessuno mai. Scendere nel merito di queste idee non è produttivo: se si agisce sul metodo, invece, le cose verranno da sé.

Poiché infatti in politica metodo e contenuto coincidono, il metodo fascista ha il potere della trasmutazione alchemica: se applicato senza preclusione ideologica trasforma in fascista chiunque lo faccia proprio, perché - come direbbe Forrest Gump - fascista è chi il fascista fa. Quelle che seguono sono quindi istruzioni di metodo e in particolare istruzioni di linguaggio, l'infrastruttura culturale piú manipolabile che abbiamo. Perché mai uno dovrebbe rovesciare le istituzioni se per ottenerne il controllo gli basta cambiare di segno a una parola e metterla sulla bocca di tutti? Le parole generano comportamenti e chi controlla le parole controlla i comportamenti. E da li, dai nomi che diamo alle cose e da come le raccontiamo, che il fascismo può affrontare la sfida di tornare contemporaneo. Se riusciamo a convincere un democratico al giorno a usare una parola che gli abbiamo dato noi, quella sfida possiamo vincerla. E vinceremo.


Fedele al suo umile scopo didattico, il libro presenta in coda un piccolo test per misurare il grado di apprendimento raggiunto e valutare i progressi nell'adesione al fascismo.

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Pagina 17

Semplificare è troppo complicato


La democrazia ha la demenziale caratteristica di essere un sistema di governo che si fonda sul dissenso, anziché sul consenso: questo purtroppo significa che ogni tizio che ha un'opinione è convinto che tutti non vedano l'ora di sentirgliela esprimere. Tanti decenni di andazzo democratico hanno rovinato il popolo, abituandolo all'idea che ci possano essere posizioni dissenzienti persino tra coloro che sono al governo e che una parte del tempo che dovrebbe essere destinata al comando vada dedicata a metterle continuamente a confronto, con la comprensibile inefficienza che ne deriva.

Non molto tempo fa avevamo un metodo efficace per risolvere il caos che si generava da questa pretesa indisciplinata di essere ascoltati tutti: il fascismo identificava i dissidenti e li tacitava confinandoli in luoghi isolati o direttamente in carcere, dove nessuno poteva sentirli (con Gramsci ha funzionato benissimo); oppure faceva loro capire con le buone o con le cattive che era meglio andare tutti d'accordo con l'idea del capo, invece di proporne continuamente di nuove per disturbare chi cercava di far funzionare al meglio il paese.

Purtroppo con l'avvento di internet le cose sono drasticamente cambiate. Anche mandando qualcuno su un'isola oggi bisognerebbe almeno accertarsi che non ci sia campo, perché ogni spazio della rete, ogni pagina di social network e ogni diretta streaming azzerano le distanze e moltiplicano le voci, rendendo impossibile impedire la parola a chicchessia. Questo è certamente un problema, ma non si è mai sentito che il fascismo di un problema non faccia un'opportunità e quando il caos non si può contrastare, allora bisognerà sfruttarlo a proprio vantaggio.


Se l'ostacolo che la contemporaneità mette allo sviluppo del fascismo è che adesso tutti - non solo il capo - hanno un modo per far sentire la propria voce, forse la soluzione piú fascista è proprio farli parlare. Ma sempre, però. Tutti. Contemporaneamente. Su tutto. Senza la minima gerarchia di autorevolezza tra opinioni. Se milioni di persone che prima avevano la televisione e i giornali come punti di riferimento oggi stanno sui social network di continuo e commentano, condividono, apprezzano o dissentono, non c'è alcuna ragione per impedirglielo, perché è proprio il fatto che lo facciano tutti a rendere la voce di ciascuno indistinguibile dalle altre e in definitiva ininfluente.

La democrazia sostiene che siamo tutti uguali? Lasciamoglielo dimostrare facendo in modo che tutte le opinioni siano percepite come uguali. Se convinciamo tutti che uno vale uno, alla fine nessuno varrà piú di un altro e ogni cosa, idee e persone, sarà perfettamente intercambiabile, come se la si estraesse a caso da un mazzo di carte identiche. Occorre minare ogni principio di autorevolezza tra i pareri, dunque, affinché vero e falso non siano piú distinguibili in base a chi li afferma, ma per farlo sarà essenziale demolire le figure pubbliche che hanno un'autorità morale o scientifica, cioè quelli che pensano di saperne più degli altri.

I medici? Servi delle grandi case farmaceutiche. Gli studiosi del clima? Irresponsabili allarmisti. Statistici ed economisti? Manipolatori di numeri al soldo della casta. Scrittori? Radical-chic. Anzi, essere «intellettuale» dovrà proprio diventare sconveniente, tanto nessuno ha mai capito a cosa servano davvero gli intellettuali. Ne sanno o ne capiscono piú degli altri? Se sono democratici dovranno vergognarsi di averlo anche solo pensato. In questo azzeramento totale delle competenze e delle esperienze tutti alla fine parleranno, ma nessuno sarà più veramente ascoltato e il risultato è che a controllare i nuovi media sarà ancora chi controlla quelli tradizionali, con il vantaggio però che tutti avranno la sensazione di star dicendo la loro, anziché di essere zittiti. Poter esprimere il dissenso sarà anche democratico, ma il dissenso in sé per fortuna non produce democrazia se non innesca un cambiamento.


I social media nascondono un altro potenziale che nella costruzione di un percorso fascista può rivelarsi assai utile: sono pulpiti dai quali il capo può rivolgersi direttamente ai cittadini senza passare per i mediatori sociali che spesso distorcono il senso del suo messaggio. Niente giornalisti al soldo dei nemici. Niente domande tendenziose. Niente interviste sui quotidiani, che tanto chi li legge più. Meglio arrivare dritti al popolo di persona e senza formalità, con uno stile disinvolto tipo Chiedi al capo, come nella rubrica di consigli del cuore delle riviste femminili di una volta.

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Pagina 32

In questo gioco retorico un italiano bianco che stupra una donna rappresenterà sempre e solo sé stesso, mentre un immigrato nero rappresenterà tutti i neri e anche tutti gli immigrati. Per rafforzare la costruzione del nemico sarà utile ventilare l'idea che lo stesso reato faccia molto piú schifo se a commetterlo è un immigrato piuttosto che un italiano, confermando l'idea chè il nemico non sia meglio di noi in nulla, ma peggio di noi in tutto. Uguale comunque mai.

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Pagina 42

Il fascismo, politica del buon senso, ha come compito fondamentale quello di riportare le cose a posto e cominciare dalla donna è essenziale, perché la donna è il sostegno dell'uomo e l'uomo è il capo della famiglia: se si sposta lei, crolla tutto. Il fascismo sa che le donne non sono autonome. In natura la femmina cerca protezione e le femmine degli esseri umani non fanno eccezione: esse hanno bisogno degli uomini perché sono deboli e gli uomini sono forti. Preziose per la loro funzione materna e accoglienti per indole, le donne sono delicate e proteggerle è un dovere, specialmente quando nella loro irrazionalità non vogliono essere difese. Non devono esporsi a rischi inutili, frequentando posti non sicuri, o adottare comportamenti disinibiti che le mettano in pericoli facendole credere disponibili. Fuori è pieno di uomini di altre culture pronti a stuprarle perché le considerano oggetti inferiori.

La saggezza fascista deve ricordare alle donne che è proprio la pretesa di essere forti ad averle rese bersaglio e che l'essersi sottratte al ruolo che la natura ha loro assegnato ha destabilizzato anche i loro uomini, che spesso - feriti e abbandonati - reagiscono in modo scomposto, con conseguenze che sarebbe meglio evitare.

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Pagina 55

Il fascismo ha bisogno di gente che ce l'abbia duro, non di metrosexual da gay pride che al massimo possono negoziare il colore delle tendine del soggiorno. Dalla bocca del capo, primo motore del comportamento del popolo, devono uscire inviti all'azione, possibilmente in forma di verbo all'infinito, come affondare, asfaltare, mandare a fare in culo, rimuovere con la ruspa, rottamare; vanno bene tutti i termini che suggeriscano la rimozione del nemico dallo scenario comune, associandolo alla spazzatura, ai detriti da demolizione, al superfluo, al cancellabile. Chi ascolta deve capire che la pacchia buonista con il fascismo sarà finita anche nel linguaggio, che i problemi si chiameranno per nome e le soluzioni, se necessario, saranno drastiche.

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Pagina 79

Ecco perché riscrivere la memoria deve essere la fase finale del percorso di riappropriazione. I fatti, distorti o inventati dalla retorica della resistenza democratica, devono essere raccontati da capo secondo una piú giusta versione, che restituisca al fascismo le sue buone intenzioni, la sua capacità di progettare il paese e il riconoscimento dell'efficacia delle sue politiche. È il momento di smettere di suonare Bella ciao alle manifestazioni pubbliche, perché quella canzone - peraltro mediocre - per troppo tempo ha diviso gli animi. Sarà anche tempo di riconoscere il valore del pensiero e dell'azione fascista nella vita civile italiana, dedicando strade e monumenti ai suoi padri nobili e ai suoi figli fedeli, e finalmente si potrà mettere in discussione l'assurda esistenza di un reato d'opinione come quello dell'apologia di fascismo, che - alla faccia della democrazia - punisce penalmente anche il solo sollevare un braccio in segno di rispetto per quello che siamo stati.

A quel punto avremo smesso di essere immaginati innocui nostalgici e dementi negazionisti. Essere definiti fascisti o neofascisti dai democratici sarà la norma. Sarà però anche la nostra vittoria: avremo riportato sulla bocca di tutti una parola che pochi decenni prima era associata ai morti e al passato, a una realtà creduta già scomparsa.

Noi non scompariamo.

Noi stiamo.

E alla fine, nella storia come nella geografia, vince chi resta.

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