Copertina
Autore Michela Murgia
Titolo L'incontro
EdizioneEinaudi, Torino, 2012, L'Arcipelago 192 , pag. 108, cop.fle., dim. 12,2x18,2x1 cm , Isbn 978-88-06-21266-7
LettoreAngela Razzini, 2012
Classe narrativa italiana
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Pagina 5

Prologo



Abbiamo giocato nella stessa strada.

cosí che si diventa davvero fratelli a Crabas, che venire dalla stessa madre non ha mai reso parenti neanche i gatti. Benedetto sempre sia il rispetto per la carne della nostra carne, ma la strada e l'averci giocato insieme offre ai bambini una piú alta dimensione di parentela, che nemmeno da adulti sarà mai dimenticata. Non c'è niente di intuitivo nella generazione: il sangue segue percorsi torbidi e per questo nessun ragazzino crede davvero che basti condividere il cognome di un padre per rivendicarsi seme comune.

Come si è nati è una di quelle cose che bisogna farsi spiegare piú volte, e dev'essere per questo che dopo, per tutta la loro vita, molti adulti cercano di liberarsi dalle parentele casuali affermandone altre decise da sé con puri atti di volontà. Testimoni di matrimonio vengono assunti come fratelli. Padrini e madrine dei propri figli vengono eletti a parenti d'occasione. Compari e comari nascono all'inizio di ogni estate durante la notte di San Giovanni, quando l'intera isola scintilla dei fuochi da saltare insieme mano nella mano per conquistare una fratellanza che non sia in debito con alcuna madre. Alberi genealogici spuntano di continuo dal fuoco, dal vino, dalla colpa e dall'acqua santa. Eppure neanche quei rituali millenari vincolano la memoria del cuore quanto il gioco dei bambini celebrato insieme per strada.

Non c'è stato di famiglia che possa vincere la battaglia contro i pomeriggi di sole estivo in cui si è riusciti a infilare il primo pallone in porta tra le grida dei compagni, o liberato insieme una libellula gigante entrata per sbaglio in un retino per farfalle. Cosa può il richiamo del proprio sangue contro la consapevolezza di essere stati la causa involontaria del primo sangue sgorgato dal ginocchio di un amico? Nessun Natale trascorso in famiglia compete dentro all'anima con il vento in faccia di certe discese in bicicletta senza mani, col riflesso della treccia scura che dondola sulla schiena della bambina piú bella o con la rovente vergogna di un giornale per grandi trovato tra gli sterpi e sfogliato insieme in silenzio, attoniti. In quelle verginità perdute c'è il segreto patto dei veri complici, il potere normativo delle prime consapevolezze comuni, contro le quali non esiste famiglia che possa pretendere maggiori diritti.

Cosí li senti davvero certi adulti nei bar, uomini fatti e disfatti mille volte dalla vita, vantarsi ancora tra di loro dei legami nella strada dell'infanzia - abbiamo fatto il gioco insieme - come di un parto condiviso.

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Capitolo primo


Maurizio a dieci anni non giocava per la strada con nessuno. Abitava nella campagna un po' fuori dal paese, lontano dalle urla degli altri bambini e dalle vie polverose in cui quei legami nascevano una volta per sempre, irripetibili. Dopo la scuola faceva i compiti, guardava la tv e si allenava da solo con le biglie contro il muro, ma soprattutto pregava che maturassero le more nei rovi dei fossi vicino a casa, perché quando diventavano abbastanza nere da poterle mangiare voleva dire che la scuola sarebbe finita di li a poco, e che i suoi lo avrebbero portato presto a passare l'estate dai nonni a Crabas.

Allora caricavano la bicicletta sull'imperiale dell'auto e gli riempivano due borsoni da calcio di magliette e calzoncini corti, un paio di costumi da bagno e calzini e mutande da buttarne via. C'era anche il sussidiario per i compiti, ma lui non aveva nessuna intenzione di perdere tempo a studiare, quand'era dai nonni. L'estate gli serviva per riscuotere quel misterioso credito che maturava per lui come le more sui rovi, pronto a essere raccolto ogni giugno. Bramava i fratelli di biglie e le sorelle di libellule che gli spettavano di diritto. Figlio unico di una casalinga e di un tecnico tubista specializzato, voleva mille parentele innestate sulle sue ginocchia sbucciate - sangue del suo sangue - e si stringeva ai borsoni fremente nel sedile di dietro, contando i cartelli stradali fino a scorgere quello con il nome del paese: Crabas.

- E non rompere i coglioni a nonna e a nonno, intesi?

Scuoteva la testa diverse volte, soddisfacendo come da copione la brusca messa in scena dell'autorità paterna.

Tiravano giú le sue cose e pranzavano tutti insieme con la pasta al forno di nonna Cristina, quella con l'anice stellato nel sugo che sua madre si lamentava sempre di non aver mai veramente imparato a fare. Poi dopo pranzo i suoi genitori ripartivano in sordina, storditi dagli ammazzacaffè fatti in casa, uno che guidava e l'altra che agitava freneticamente la mano dal finestrino per salutare il figlio come se non dovessero tornare indietro a prenderlo mai piú.

Durante quei temporanei addii annuali, sempre identici, Maurizio stava in piedi rigido sulla porta accanto ai nonni e si rilassava solo quando la macchina dei suoi spariva dentro la curva a gomito del senso unico di via Messina; allora, e solo allora, lasciava fluire il fiato caldo attraverso la fessura di un sorriso.

L'estate per Maurizio aveva la forma sinuosa di una curva a gomito, e lui l'adorava.

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Capitolo terzo


Quando calava il sole i vecchi uscivano dalle loro case come lumache dopo la pioggia, trascinando con sé delle piccole sedie basse con la seduta di paglia. Quel popolo della sera sembrava seguire scie invisibili agli occhi dei bambini della via. «Andiamo a prendere il fresco», dicevano, quasi fosse un pesce da afferrare con le mani lungo il fiume sterrato della strada.

Anche i nonni di Maurizio dopo cena obbedivano a quel richiamo silenzioso, strusciando le sedie all'esterno come tutti gli altri. Misteriosi accordi presi durante il giorno disegnavano la mappatura di crocicchi solo apparentemente spontanei; ciascun adulto portava la propria sedia davanti a una casa concordata, assestandola sul marciapiede e talvolta anche sul ciglio della strada fino a formare una precisa platea. Le sedie basse, arredo nato per il focolare, facevano di quei consessi serali una sorta di prolungamento delle abitazioni, espressione di quelle urbanistiche di fatto che sono possibili solo nei luoghi in cui la casa e la strada non sono ancora realtà diverse e contrapposte, ma sfumature verbali dello stesso significato.

Insieme ai vecchi la sera uscivano di casa anche i bambini. Tra loro c'erano soprattutto i figli della gente del posto, ragazzini ossuti e bruni con qualcosa di rapace negli occhi. Spesso scalzi, sembravano sapere da sempre come usare per sé i ritagli di autonomia che sfuggivano al controllo degli adulti. C'erano anche, e ogni anno diventavano sempre piú numerose, le creature infantili portate li dai turisti in vacanza: certi bambini esotici con l'accento buffo e l'apparecchio per i denti, o ragazzine aliene dai capelli color gramigna e la pelle sempre arrossata - a volte belle e a volte solo strane - con la loro marginalità già scritta in faccia. Infine c'erano gli altri, i ragazzi come Maurizio, che non erano di fuori ma nemmeno di dentro. Apparivano diversi e in qualche modo contusi, scarti di squilibri familiari o di tabelle di marcia troppo rapide per le loro gambe. Genitori emigrati oltre il mare, famiglie separate e maternità improvvide s'intuivano latenti dietro ai loro silenzi e agli scoppi di vitalità stonati, fuori da ogni buona grammatica sociale. Ma la strada era una trama aperta anche per loro. Sulla strada ognuna di quelle giovani vite aveva infatti la possibilità di entrare a far parte di una comunità infantile sbilenca e provvisoria, simile a certi stagni invernali e capace però di usare il tempo breve di una stagione per fondare quei rapporti di familiarità che a molti adulti non basta una vita per far sorgere. Se all'inizio dell'estate molti di loro apparivano composti e quasi timidi, addestrati alla simulazione dalla violenza della disciplina scolastica, già a luglio rivendicavano sui visi abbronzati un'aria scaltra da sopravvissuti, pirati e regine per sempre in qualche punto misterioso dell'anima. Era questo fare il gioco insieme, anche se la maggior parte di loro se ne sarebbe resa conto solo molto piú tardi.

In quegli anni anche a Maurizio le sere d'estate dai nonni sembravano parte di un ciclo eterno, ed era con quella infondata certezza che insieme agli altri si sfiniva di nascondini e corse a rotta di collo prima di tornare davanti alle porte dove i vecchi, accomodati sulle sediette di paglia, raccontavano le storie fino a notte fonda.

I racconti di fantasmi andavano alla grande in via Messina. Era soprattutto merito di signora Rosina, la nonna di Giulio, specializzata in storie di anime in pena. Per ascoltare i suoi racconti i ragazzi smettevano di giocare: Giulio e Maurizio si sedevano sullo scalino di casa per non perdere una sola parola, mentre Franco Spanu - detto Conch'e bagna per via dei suoi capelli rossi - facendo finta che fosse casuale appoggiava sempre la testa contro lo stipite di una precisa finestra della casa di fronte, quella da dove Antonellina Lasiu si affacciava ogni sera al davanzale per ascoltare le storie. I piú piccoli andavano in braccio ai vecchi mentre i bambini dei continentali, diversi ogni anno, stavano in piedi incerti, dissimulando di essere li per ascoltare. Altri ragazzi venivano anche dalle vie vicine e si sedevano dove capitava, avidi di racconti del terrore.

Nelle storie di signora Rosina c'era sempre qualcuno che moriva senza aver fatto in tempo a mantenere una promessa o a pagare un debito, diventando cosí un'anima in pena. Queste persone apparivano ai vivi per chiedere che portassero a termine quello che non erano riuscite a finire: solo in quel modo le loro anime avrebbero potuto trovare sollievo e andare finalmente in Paradiso. Signora Rosina lasciava sempre intendere di star raccontando fatti veri, citando spesso persone viventi che avevano ricevuto mandato dagli spiriti per fare riparazione al posto loro. Quasi ogni sera raccontava una storia diversa, conquistandosi gli sguardi rispettosi dei piccoli e quelli divertiti e scettici degli altri anziani.


Una sera, proprio davanti a casa dei nonni di Maurizio, aveva raccontato di un prete disonesto che duecento anni prima si era intascato i soldi delle messe in suffragio dei morti e poi non le aveva mai celebrate. Per anni l'anima di quel sacerdote avido era apparsa a mezzanotte nella chiesa di Santa Maria, eseguendo i gesti del rito eucaristico come se dovesse celebrarlo. Finché un uomo della confraternita del Rosario - che signora Rosina diceva di conoscere benissimo - era andato in sagrestia di notte per riprendersi alcune sue cose dimenticate nel pomeriggio e aveva assistito terrorizzato all'incredibile scena, correndo subito a raccontarla a don Marco, il parroco che c'era negli anni Sessanta.

La vecchia narrava che il testimone, insieme a questo don Marco e al suo vicinato, andarono in chiesa e si misero nei banchi in perfetto silenzio mentre l'anima del prete morto, vestita di tutto punto con i paramenti liturgici, mimava il rito che da due secoli non gli era piú dato di celebrare, senza però riuscire ad afferrare l'ostia a causa della sua condizione di spirito. Trovato il modo di rivolgergli la parola, dopo aver ascoltato la sua storia don Marco si offri di celebrare le messe al posto suo. Per sessanta sere - tante erano le mancanze di quel ladro in tonaca - don Marco andò in chiesa con il bel tempo e con la pioggia e fece le messe prescritte davanti ai testimoni che si era scelto; per altrettante sere l'anima in pena si presentò all'altare a sua volta, vestita con tutti i paramenti, assistendo al rito.

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