Copertina
Autore Daniela Musini
Titolo Lucrezia Borgia
SottotitoloMisteri, intrighi e delitti
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2005, Fiabesca 79 , pag. 200, cop.fle., dim. 120x167x14 mm , Isbn 978-88-7226-849-0
LettoreGiorgia Pezzali, 2005
Classe biografie , storia moderna
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Indice

  5 Prologo

  7 I     Le origini dei Borgia e papa Callisto III

 14 II    L'Italia ai tempi di Lucrezia: fasti rinascimentali,
          lotte di potere e intrighi di corte

 27 III   Roma immorale 'Caput mundi'

 33 IV    Vizi privati e pubbliche virtù dei predecessori
          di papa Alessandro VI Borgia

 40 V     La sfolgorante ascesa di Rodrigo Borgia.
          La luminosa infanzia di Lucrezia

 47 VI    'Habemus Papam'

 52 VII   Lucrezia sposa-bambina: il suo primo
          scandaloso matrimonio

 60 VIII  L'invasione di Carlo VIII.
          Una perturbante profezia

 70 IX    Un frate scomodo: Girolamo Savonarola

 76 X     Due efferati omicidi

 83 XI    Lucrezia divorzia  Il suo primo figlio:
          un inquietante enigma

 87 XII   Un nuovo splendido amore per Lucrezia.
          Un matrimonio politico per Cesare

 94 XIII  Cesare, braccio armato e spietato dei Borgia.
          Un machiavellico inganno

107 XIV   Un crudelissimo delitto

111 XV    Il terribile veleno dei Borgia

117 XVI   Trame matrimoniali per Lucrezia

125 XVII  Lucrezia parte per Ferrara.
          Un incontro intrigante

132 XVIII Lucrezia alla Corte degli Estensi
          nuova duchessa di Ferrara

139 XIX   Un idillio poetico: Lucrezia e Pietro Bembo

143 XX    La misteriosa morte di papa Alessandro VI

147 XXI   Cesare Borgia: il triste declino e la gloriosa
          fine di un gladiatore

154 XXII  Crudeltà e intrighi alla Corte di Ferrara

159 XXIII Una nuova pericolosa passione d'amore

167 XXIV  Venti di guerra.
          Lucrezia: da peccatrice a redenta

177 XXV   Scontro fra Titani: Giulio II e Michelangelo

184 XXVI  Una nuova vita per Lucrezia.
          L'ultimo suo luminoso sorriso

192 Epilogo

195 Bibliografia

 

 

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Pagina 5

Prologo



Nell'ultimo giorno dell'anno del Signore 1501 le stanze del Vaticano echeggiano di gaie voci e di suoni festanti: Cesare e Lucrezia, in mezzo al salone, ballano una danza spagnola e paiono disegnare, con le flessuose movenze dei loro corpi, sanguigni arabeschi.

Lei è una fiamma con quell'abito cremisi e la fronte circondata da una fila di rubini, granellini infuocati che si accendono alla luce tremula delle torce e le imporporano il viso, solitamente pallido.

Sono belli, mentre ballano ridenti, falene inebriate di luce, ignari del loro precoce commiato dalla vita, di quella vita che altro non fu se non una grandiosa celebrazione del peccato. Sono belli, conturbanti, fatali: sono i Borgia.

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Pagina 42

Lucrezia, la protagonista del nostro racconto, nacque il 18 aprile del 1480. In tenera età fu affidata, affinché ricevesse un'educazione adeguata al suo rango, alla spagnola Adriana del Milà, maritata col nobile Lodovico Orsini, cugina (nonché amante) del padre.

E da lei, incantevole affabulatrice e suadente manipolatrice di intrighi e passioni, imparò ad amare la sua terra d'origine, la purpurea e misteriosa Spagna, la sua lingua dagli accordi sensuali e moreschi, le sue danze sinuose, avvolgenti, seduttive.

Si incontrava spessissimo anche con la madre Vannozza, accogliente e ridente creatura, da lei amata teneramente. Ed era felice, bambina gioiosa e soavissima, dagli inanellati capelli biondi e dall'incarnato di magnolia, quando vedeva i suoi genitori atteggiati in espressioni d'amore. E così era: per Rodrigo Vannozza fu come una moglie, amata con passione e tenerezza anche se molte erano le prede cui dava incessante caccia.

Indulgente e bonaria di carattere com'era, perdonava, ché, tanto, il suo fedifrago e recidivo compagno tornava sempre al talamo nuziale e con rinnovata vigoria. Ma poi apparve lei, giovanissima fanciulla di venustissima beltà: Giulia Farnese. E allora per Vannozza furono lacrime amarissime, versate in dignitoso segreto, perché Madonna Giulia, quindicenne di dolce biondezza e di languida sensualità, sarà la più fiammeggiante e irrinunciabile passione di Rodrigo Borgia.

Entrò nella sua vita quando questi aveva 58 anni, e ancora desideri inesausti.

Adriana del Milà a servirgliela su un piatto d'argento. Nulla di strano, di mezzane è pieno il mondo, se non fosse che la pronuba Adriana era suocera di "Giulia la bella", avendo questa sposato suo figlio, Ursino Orsini, di nobile schiatta. E quel povero diavolo (era chiamato con irrisione monocolus perché gli mancava un occhio) passerà tutta la sua (breve) vita a barcamenarsi tra una madre ruffiana e una moglie puttana. Non fu un bel vivere, decisamente. Avvelenato, inoltre, dal più che fondato sospetto che Laura, la bimba che Giulia partorirà, non fosse nemmeno figlia sua, ma di Rodrigo stesso.

E quando, finalmente, conclusa la passione per il Borgia, Giulia si riavvicinerà a lui, non farà in tempo a godersi quella moglie tanto desiderata e tanto malafemmina, perché una trave, staccatasi dal tetto, lo colpirà in pieno, spedendolo, anticipatamente, al Creatore.

Passione innervata di desideri scabrosi e di ustionante gelosia, quella del bramoso Rodrigo per Giulia, angelica e scaltrissima fanciulla che con quella relazione («concubina papae» sarà appellata), contribuì all'irresistibile ascesa della sua famiglia, i Farnese, culminata con l'elezione a papa di suo fratello Alessandro, che salirà al soglio pontificio nel 1534 col nome di Paolo III.

Intanto nel 1491 Lucrezia, con i suoi 11 anni, era entrata nella cangiante età della pubertà: non più bambina, non ancora donna.

Ricordava, nelle fattezze del viso, suo padre: stesso naso importante, stesso mento sfuggente, stessi occhi adescatori. Non era così bella come gli adulatori, contemporanei e successori, vorranno far credere, ma era dolce, mite, amabile, con una leggiadria soave che si trasformerà in sensualità vellutata e capziosa. Di lei colpivano l'incarnato alabastrino e la incantevole chioma bionda folta e lucente, che sarà sempre suo vanto e suo tormento (così pesante, dicono i biografi, da procurarle violente emicranie).

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Pagina 70

IX
Un frate scomodo: Girolamo Savonarola



Dicembre 1495: Roma fu sconvolta dalla inondazione del Tevere.

Fra catapecchie travolte e cadaveri galleggianti, esseri allucinati vagavano senza meta per le strade inghiottite dalla melma. Carestia e morbi esiziali penetrarono nelle case con falci adunche. E fu un'ecatombe.

Il freddo, con rasoiate rabbiose, lacerava le vesti e tormentava le carni, ma si rabbrividiva anche per il terrore che una punizione divina, da più parti invocata o temuta, si fosse abbattuta sulla città eterna: l'incontenibile e debordante lassismo dei costumi del clero e del nobilume governanti ne aveva fatto una novella Babele.

«Sì come per el diluvio si rinnovò el mondo, così manda Dio queste tribolazioni per rinnovare la Chiesa sua», andava predicando l'apocalittico Girolamo Savonarola, il predicatore domenicano che, contro il papato, riversava da tempo il suo limaccioso torrente eloquenziale, un o tempora o mores continuo e martellante. La sua austera e implacabile censura si era scagliata anche contro i lassi costumi di Firenze e contro Lorenzo de' Medici, considerato da lui un tiranno.

Narra la leggenda che, convocato al capezzale dell'ormai morente Lorenzo, il suo acerrimo nemico che aveva espresso il desiderio di averlo come confessore, si rifiutò di impartirgli l'assoluzione poiché il Magnifico, alla sua ingiunzione di «rendere la libertà al popolo di Firenze», gli aveva voltato sdegnato le spalle.

Dalla morte del Magnifico il suo potere a Firenze era cresciuto in modo esponenziale e ora, dopo che l'inetto Piero de' Medici chiamato dal popolo il fatuo (e non a torto) avendo offerto vigliaccamente la città a Carlo VIII su un piatto d'argento, ne era stato cacciato, praticamente era divenuto il più autorevole e ascoltato leader della repubblica fiorentina. Fu lui, infatti, a stilare la nuova costituzione che prevedeva un Maggior Consiglio formato da 3000 cittadini meritevoli, il quale a sua volta eleggeva la Signoria, ossia il governo.

Col Savonarola e i suoi seguaci detti Piagnoni, la sfolgorante, epicurea, gaudente Firenze rinascimentale ripiombò nelle cupezze medievali: un sinistro e irremovibile moralismo si abbatté come un macigno sulla città. Dal pulpito il frate tuonò contro la libertà dei costumi (e le prostitute e gli omosessuali, che colà pullulavano più che altrove, ebbero vita dura), i divertimenti (addio canti carnascialeschi e feste sontuose), il lusso (le compagnie della speranza furono istituite proprio per vigilare, in modo opprimente, sulla morigeratezza e la sobrietà dei cittadini), i belletti (e tale divieto rese le donne smunte e tristi).

Il «vivere santo e costumato» divenne un'ossessione per i Fiorentini: persino fare il bagno fu considerato un atto di lussuria e i dadi e le carte strumenti del demonio; pire di legna vennero erette dovunque e roghi punitivi, i cosiddetti bruciamenti delle vanità, divorarono specchi e gioielli, strumenti musicali e libri considerati immorali (tra gli altri Il Decamerone di Boccaccio e il Morgante maggiore di Pulci).

Solo i cosiddetti Compagnacci (nome dato dagli stessi Piagnoni a un gruppo di giovani scapestrati e gaudenti) opponevano una fiera e goliardica resistenza, organizzando feste e festini e continuando a menare proprio quella condotta tanto vituperata da Savonarola e soci.

Gli Arrabbiati e i Palleschi (i sostenitori dei Medici in esilio, così chiamati per le palle che ornavano il loro stemma), suoi inveleniti nemici, cominciarono una sistematica operazione di discredito contro quel frate tetro e implacabile divenuto priore di San Marco e padrone di Firenze, sostenuti, in ciò, da papa Alessandro VI Borgia contro cui, sempre più feroci, si scagliavano i suoi strali.

«E così, o meretrice Chiesa, tu hai fatto vedere la tua bruttezza a tutto il mondo e il tuo fetore è salito al cielo» tuonava nelle sue infiammate prediche che costituivano un j'accuse coraggioso e implacabile: «Le meretrici vanno pubblicamente in San Pietro. Ogni prete ha la sua concubina: la turpitudine si commette svelatamente», accusava senza remore.

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Pagina 114

Ma quando si parla di veleno, il pensiero corre subito ai Borgia. Il loro veleno preferito era la cantarella, un tossico letifero e composito, perché all'anidride arseniosa era mescolato il liquido di putrefazione derivato dalla carcassa di animali morti e farciti di veleno.

La cantarella era ottenuta anche dall'urina di giovani uomini fatta depositare ed evaporare in un catino di rame, cui si aggiungeva il micidiale arsenico fino a creare una polverina del colore e della consistenza della farina: innocua all'apparenza, esiziale nei suoi esiti. Qualcuno sostiene che invece essa derivasse dalla stessa famiglia della cantaridina, un afrodisiaco assai usato dai maschi di casa Borgia che, se preso in quantità eccessive, diventava tossico.

Per inciso, sarà lo stesso eccitante preferito dal marchese de Sade, che lo mescolava alla copertura zuccherina dei confetti all'anice offerti alle sue ignare amanti. Una di queste, la prostituta Marguerite Coste, più golosa delle altre, ne ingurgitò una ventina: vero è che le sue prestazioni, corredate di flagellazioni, sodomia e altre indecenti variazioni su tema, mandarono in visibilio il "divin marchese", ma la donna, a un certo punto, fu preda di violenti spasmi gastrici, irrefrenabili palpitazioni cardiache, bruciori laringei e conati di vomito in seguito ai quali rigurgitò una poltiglia nerastra. Risultato: de Sade fu condannato a morte dal Tribunale di Marsiglia per sodomia e avvelenamento, pena poi commutata in arresto.

I sintomi accusati dalla prostituta francese di de Sade erano gli stessi che caratterizzarono le vittime del veleno borgiano: così, tra spasimi atroci, morì il ricchissimo cardinale Ferrari di Modena per opera di un certo Sebastiano Pinzon (mandante ovviamente Alessandro VI che, dopo aver incamerato tutte le ricchezze del Ferrari, ripagherà il sicario con donazioni e benefici), il quale, però, sotto papa Leone X, finirà processato e, reo confesso, decapitato.

Avvelenato anche il più che facoltoso cardinale Michiel per ordine di Cesare, cui necessitavano somme ingenti per armare il suo esercito; l'esecutore materiale del delitto fu il diacono Asquino de Colloredo, che finirà sul rogo durante il pontificato di Giulio II.

Gli assassinii di cui i Borgia si macchieranno furono tanti e clamorosi: Giovanni Maria Gazullo, zio di Alfonso di Bisceglie, Giovanni Cervillon, capitano spagnolo degli Aragonesi, il vescovo Ferdinando d'Almeida, i cardinali Giovanni Borgia e Giovan Battista Zeno, Francesco Troches, segretario pontificio e stretto collaboratore del Valentino, e tanti tanti altri, perpetrati con gli efferati metodi dello strangolamento e del veneficio.

Avvelenatori e depravati: è questa l'immagine che dei Borgia verrà consegnata alla Storia, e che già nella loro epoca rimbalzava di bocca in bocca. I loro vizi e nefandezze vennero denunciati su libelli e libriccini, che rivoli maligni, si propagarono in tutta Italia, loro ancora in vita. Uno di questi pamphlet, noto col nome di Lettera a Sabelli, fu, più degli altri, un violentissimo atto d'accusa contro di loro, colpevoli, secondo l'anonimo autore, di omicidi, depravazioni, incesti e crudeltà inenarrabili.

Cesare, livido di rabbia, sguinzagliò i suoi gaglioffi che gli riportarono, dopo poco tempo, colui (era un napoletano, Manciani si chiamava) che alcune voci indicavano essere l'autore del velenosissimo volumetto. Il giorno dopo, attaccata all'inferriata di una finestra del Vaticano, il popolo poté ammirare una mano recisa, dal cui mignolo penzolava una lingua: minaccioso e assai persuasivo monito al silenzio.

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Pagina 163

[...] Nella corte estense si aggirava spesso un elegantissimo gentiluomo dai sontuosi roboni di velluto e raso e dall'aria spesso distratta: messer Ludovico degli Ariosti, si vociferava, vagheggiava nella mente un poema cavalleresco di cui Orlando sarebbe stato il protagonista, reso furioso per amore della bella Angelica. E a chi gli chiedeva se mai avesse intenzione di dare seguito all' Orlando innamorato del Boiardo, egli, sorridendo e declamando a memoria, rispondeva:


            Dirò di Orlando in un medesimo tratto
            cose non dette in prosa mai né in rima
            che per amore venne in furore e matto
            d'uom che sì saggio era creduto prima.


Il capolavoro del nostro Rinascimento vedrà la luce nel 1516 e sarà dedicato al suo protettore ed estimatore, il cardinale Ippolito d'Este. Ma intanto che fantasticava di paladini e ippogrifi, Ariosto si dilettava a scrivere per il teatro e il 5 marzo del 1508 andò in scena la prima commedia italiana, La Cassaria, che, seppure fosse non più che una contaminatio di invenzioni, personaggi, situazioni ed estrosità già rinvenute in Plauto e Terenzio, fu alquanto applaudita e diede a Ferrara il merito e il vanto della germinazione del nostro teatro nazionale. L'eco di quella rappresentazione fu vasta e risonò per tutta l'Italia, dando il la a un successivo proliferare di commedie da Urbino a Firenze, da Venezia a Roma: da La Calandra di Bibbiena a La mandragola di Machiavelli, da La betìa di Ruzante a La veneziana di Anonimo, il Cinquecento fu punteggiato da capolavori teatrali immortali.

4 aprile 1508: data storica per il ducato estense e per Lucrezia. Vide la luce Ercole II d'Este, l'erede agognato.

Alfonso stesso a darne notizia a Francesco in una lettera in cui sottolinea che «eli e il puttino stanno bene»: è una lettera formale, il tono è piuttosto freddo. Tutti, lui per primo, sono a conoscenza della tresca che lega i due cognati. Francesco, leggendola, si rabbuia; una sottile ansia lo pervade: prova oscuri presentimenti. Non ha torto.

In una tiepida notte di giugno, viene trovato scannato, così recitano le cronache, un prete spagnolo amico di Cesare e suo compagno di fuga dalla prigionia, cui Lucrezia aveva dato asilo e protezione. Il motivo di quella barbara e inesplicabile uccisione rimase un mistero, ma qualcuno accennò a certi uffizi di mezzano cui egli si era prestato nella vicenda amorosa dei due cognati-amanti.

Francesco e Lucrezia erano angosciati: era un avvertimento? Di più. All'alba del 6 giugno 1508 Ferrara si svegliò attonita: all'angolo di via Savonarola giaceva il corpo esanime di Ercole Strozzi, straziato da ventidue pugnalate, le ciocche dei suoi capelli strappate durante la lotta, che si indovinava furibonda, ricomposte attorno al capo, come un macabro trofeo.

I funerali furono magnificenti, come si addicevano a un uomo potente come lui era. I mandanti e gli assassini si confusero nella folla che assiepò il Duomo di Ferrara, e rimasero sconosciuti, quindi impuniti. Fu un delitto di marca estense, ordinato da Alfonso per vendicarsi dei pronubi servigi che lo Strozzi aveva riservato a Lucrezia? O il mandante era da ricercare tra quei Bentivoglio, che non avevano tollerato l'adulterio perpetrato da Barbara nei confronti del proprio marito? O, udite udite, era stata la stessa Lucrezia che, gelosa dell'insopprimibile e fagocitante amore che il poeta nutriva per Barbara, aveva voluto vendicarsi in maniera così esecrabile, così borgiana?

Nessuna di queste ipotesi è da sottoscrivere, nessuna è da scartare. Certo è che l'atteggiamento di Lucrezia nei confronti della disperata Barbara Torelli fu ambiguo: non l'accolse, come ci si aspetterebbe, nella sua corte; la tenne a distanza (prudenza o senso di colpa?) e l'affranta e raminga vedova dello Strozzi fu costretta a fuggire a Venezia. La duchessa sospirò e dimenticò presto, com'era suo costume.

La morte violenta del suo messaggero d'amore non la indusse alla cautela: troppo forte era il richiamo dei sensi verso Francesco; lo voleva, lo cercava, lo rincorreva.

Ma lui, per bocca del suo fido segretario, le fece sapere che era molto malato (la sifilide, invero, se lo stava mangiando) e la respinse, cortesemente, fermamente. E lei, allora, si ingegnò nell'escogitare una vendetta sottilissima, maestra di seduzioni e di infingimenti qual era: per dimostrare al marito, lontano da Ferrara per un viaggio, «di essere ben fidele e casta» e per stordire il Gonzaga con la gelosia, fece dormire nell'anticamera Pietro Giorgio di Lampugnano a mo' di guardia d'onore della sua virtù.

Solo che questi era uno dei giovani più avvenenti, prestanti e focosi di Ferrara. E tutta Ferrara rise, pensando che la diabolica Lucrezia, in un sol colpo, aveva fatto becchi marito e amante.

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