Autore Elvira Navarro
Titolo La lavoratrice
EdizioneLiberAria, Bari, 2019, Phileas Fogg 7 , pag. 176, cop.fle., dim. 14x22x1,5 cm , Isbn 978-88-94922-09-7
OriginaleLa trabajadora [2014]
PrefazioneSimonetta Sciandivasci
TraduttoreSara Papini
LettoreGiovanna Bacci, 2019
Classe narrativa spagnola









 

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Pagina 13

FABIO



[Questo racconto riunisce quello che Susana mi riferì sulla sua pazzia. Annoto anche alcune delle mie reazioni, non molte in realtà. Inutile aggiungere che il suo resoconto fu molto più caotico:]

Ero da poco tornata a Madrid, Internet non esisteva e dovevo ricorrere ai giornali. Il mio unico desiderio era farmi leccare la fica con le mestruazioni in un giorno di luna piena. Così, senza una ragione particolare. Credo che la follia si nascondesse proprio li, in quella pretesa al limite e allo stesso tempo minima, come inghiottire un centopiedi con l'insalata. All'inizio non ci pensavo più di tanto, se non quando mi trovavo davanti un giornale con la sua sezione di uomini e donne che cospiravano in tre righe; allora mi prendeva la smania, chiamavo e mi presentavo all'appuntamento così com'ero. Portavo con me un calendario delle mestruazioni e chiedevo che l'incontro successivo avvenisse in un giorno di luna piena e a casa mia. Quasi tutti mi rispondevano con un no nervoso, e non perché sembrasse un'assurdità, ma perché scagliavo la proposta come se stessi giocando alla roulette russa. E anche a causa della mia faccia tonda e rubiconda, del modo di parlare sconnesso e degli occhi, che nel loro naufragio vacuo e terrificante, lasciavano trasparire ogni cosa. So bene com'erano i miei occhi, misuravo con la nebulosa precisione dei cinque sensi il ridicolo delle mie smorfie intossicate, sciocche, attente al di sopra delle mie possibilità. Correnti convulse mi scuotevano il volto, che si esibiva in torsioni impreviste. Tutti mi guardavano schifati, perché non solo ero brutta e accentuavo la mia pazzia, ma quella proposta non mi redimeva. Non pensare però che la cosa mi importasse. Sì, curavo il contesto e a tal fine girai tutti i bar di Huertas con un'atmosfera da caffetteria, di mani che abbracciano tazze bollenti alla luce di un pomeriggio sbiadito. Mi piaceva contemplare la strada attraverso un vetro che definisse il freddo di fuori e la patina di caldo secco all'interno, quel caldo infagottato, di acqua sopra i termosifoni e fumo di quando tutti fumavamo. Dico atmosfera da caffetteria perché non volevo che fossero vere e proprie caffetterie. In quei locali le vecchie signore andavano a fare merenda e ai loro occhi ero sempre colpevole. Ti sto parlando di quando le caffetterie traboccavano di donne cotonate e in lutto. Quelle donne sessantenni non perdonavano il cornetto alla piastra inzuppato nel Nescafé delle sei, e io avevo appuntamento con gli inserzionisti alle sette. Riuscii a trovare un bar con le pareti verdi, leggermente inospitale, dove c'era sempre un tavolino libero accanto alla finestra. Non badavo all'età degli uomini che incontravo, neanche all'aspetto, a meno che non esibissero patacche, unghie non tagliate e con i bordi neri o resti di insalata tra i denti. Di solito non accadeva; al primo appuntamento tutti si presentavano puliti. Al secondo, e data la mia richiesta, alcuni si trascuravano. Allora potevo vedere appeso ai loro corpi il pensiero Che importanza può mai avere. Se è questo che chiede, chi se ne frega di lei, ma anche così ci provavano ancora una volta, perché nella vita non si può mai sapere. Si adoperavano per farsi invitare nella mia mansarda dicendo "Certo, oh, come no, prima le signorine». Ma ormai li avevo inquadrati. Chi ha perso il rispetto per sé stesso non tarda a perderlo per gli altri. Se devo essere sincera, erano davvero in pochi a prestarsi a un secondo appuntamento. Unicamente quelli soli da così tanto tempo da esibire una sciatteria da macchie di sugo sul risvolto. Per questo ti parlo di patacche. La disperazione generalmente non si spingeva così lontano. La mia pazzia faceva paura e gli uomini si alzavano dalla sedia non appena distendevo il calendario e indicavo con la punta del dito livido la fase lunare come se stessi evocando le maree. I più educati aspettavano di finire la birra per andarsene. Trovare qualcuno che acconsentisse a realizzare il mio desiderio divenne di estrema importanza e, quando capii che tra gli uomini che non mi spaventavano nessuno era disposto a iniziare da lì, passai alle donne. Non mi sono mai piaciute molto perché è un po' come baciare me stessa, ma per quello che volevo andavano bene, be' più o meno. Loro non si scandalizzavano, benché fosse un antipasto fuori dal comune. Mi accorsi che rispondere all'inserzione di qualcuno mi faceva sentire meno potente, e quindi cominciai a pubblicare i miei annunci. A quel tempo ero già passata dal risperidone al litio: la mia classificazione era cambiata da schizofrenica a bipolare. Il litio ha meno effetti collaterali e mi permetteva di seguire una conversazione. Parte della mia energia si dissipava in annunci settimanali su tutti i giornali, diretti a uomini e donne, poiché a quel punto avevo già imparato la lezione. Ora penso che quel desiderio non fosse un riflesso della mia pazzia, ma soltanto un'ossessione che, tra le altre cose, mi teneva occupata. All'epoca non avevo nulla da fare. Dico nulla e intendo dire NULLA, aprendo la bocca così [Susana aprì la bocca e ci infilò il pugno intero], e non sai fino a che punto deprime che la realtà, o la tua testa, sia un pezzo di vetro rotto, opaco, abbandonato sul ciglio di un marciapiede.

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E improvvisamente fu inverno. Se faccio bene il calcolo, non era possibile che l'inverno fosse arrivato così presto, ma faceva freddo, la mattina si alzava la nebbia, quella nebbia tipica di gennaio e febbraio da altopiano castigliano, le resistenze dei radiatori emettevano il loro calore arancione, e dalla mia mansarda affacciata su calle San Ginés non vedevo alberi spogli, ma la loro solitudine mi raggiungeva dai parchi, come se gli alberi avessero poteri telepatici. Era la prima volta che li sentivo e da quel momento, in un modo che non so descriverti, non ho smesso di ascoltarli. Allora potevo imputare ogni cosa agli effetti delle medicine, ma ora non più. Per me il presente è l'eternità; quando mi fa male la pancia, penso che dovrò muovermi rannicchiata per sempre, e la situazione col mio Fabio nano mi pareva eterna per questo motivo.

Mi piace raccontare il finale così, anche se non è del tutto vero: un giorno Fabio scomparve. Per settimane cercai di scoprire cosa avevo imparato da lui. Per quale motivo avevo usato la nostra relazione. Smisi di prendere le pastiglie, trovai un lavoro come cameriera la sera e cominciai a frequentare l'università nel pomeriggio. Mi sentivo abbandonata, ma in modo sano e non patologico. Fu durante quell'abbandono che conobbi l'ingegnere. Cerca di capire, l'unico uomo che avevo frequentato durante la mia pazzia era stato Fabio, e quindi non avrei potuto fare a meno di apprezzare l'ingegnere, anche se fosse stato un figlio di puttana. Era alto e le sue ossa non erano sul punto di spezzarsi. Inoltre, quando avevo smesso di prendere i farmaci il mio sistema nervoso era tornato a una percezione diversa, e non ero più sicura che quanto avevo vissuto fosse accaduto esattamente come lo ricordavo. [Perché aveva aspettato tanto a spiegarsi? Aveva voluto tenermi sulle spine? Provai una certa delusione.] Naturalmente, per quanto ti ho appena raccontato, non posso presentarmi da un terapeuta o da uno psichiatra con questa storia su un nano dall'olfatto portentoso senza che mi rispondano che durante tutto quel periodo, e in forma leggera, ho avuto continue allucinazioni, o che c'era qualcosa di così doloroso e censurabile in ciò che avevo fatto realmente che l'avevo scambiato con una storia immaginaria. A me non interessa. Quando qualcuno mi guarda con rimprovero, ricordo sempre l'alito di caramella al caffelatte del sacerdote della mia scuola. Don José ti riceveva con la guancia gonfia perché, supponevamo, si era messo lì quattro caramelle cremose così da poterle succhiare durante le ore in cui noi bambine gli confessavamo le nostre piccole goccioline di peccato: ho tirato i capelli a mia sorella, le ho afferrato il collo e ho stretto ed è diventata rossa e quasi la uccido, ho copiato all'esame, avevo promesso di non farlo mai più e... come posso sapere se Dio esiste, eh? Se esisti, lo invocavo dopo l'esilarante catechesi, se davvero esisti, fai in modo che il semaforo diventi verde quando devo attraversare. Dio non si manifesta quando pare a te, mi diceva allora la suora. Tu non le facevi queste cose? [Non ricordavo di essermi preoccupata dell'esistenza di Dio, e le dissi proprio così. Fu la seconda volta che parlai.] Ora sono agnostica, ma da bambina diventai atea. Atea con un fervore puro. Non posso fare altro che descrivere con riferimenti religiosi ormai consunti cosa volevo ottenere da una rivelazione che avesse luogo nella quotidianità più assoluta, in una meccanica della cui rottura fossi l'unica spettatrice. Ovviamente, non mi aspettavo che il semaforo diventasse verde tre secondi dopo essere passato al rosso, non rientrava nei miei desideri che Dio producesse un cortocircuito tanto ovvio e clamoroso, perché ciò avrebbe significato che non apprezzava la mia intelligenza. Quello che mi aspettavo erano piccoli slittamenti della realtà invisibili a tutti gli altri. Magari pensi che la mia pretesa fosse soltanto frutto della vanità, lo stupido desiderio di essere l'eletta da Dio per manifestarsi, ma no. Ciò che io cercavo era quella porta di cui parlano i santi e i mistici, vedere Dio rivelarsi in tutte le cose. Vederlo non con gli occhi, perché sapevo già che nessuna luce si sarebbe fatta strada tra il muro, ma attraverso rare congiunzioni, attraverso epifanie di tipo artistico e non religioso.

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Avevo una rara capacità di orientarmi. Si trattava di un istinto che mi accompagnava sin da bambina, e non perché tracciassi cartine nella mente. Quando consultavo una mappa mi smarrivo sempre. Non ricordavo mai l'ordine delle vie e nemmeno mi preoccupavo di cercarlo. Il mio tempo era scarso, volevo scrollarmi di dosso la viscosità delle giornate, e anche rinvigorire i muscoli e le ossa, come se fosse possibile restituire loro una vitalità ammaccata da tante ore di immobilità su una sedia. Quella pelle secca che stiravo mentre correvo, alla quale invano cercavo di togliere le zampe di gallina, ne era l'autentica cartografia. Esistevano altri modi di levigare, di infondere energia al telaio, come il sesso, ma avevo smesso di avere rapporti sessuali, così che i miei scorrazzamenti, a cui prestavo la minima attenzione, mi servivano per fare qualcosa col mio corpo. Se rimanevo senza fiato mi fermavo, e allora scrutavo i dintorni (sempre luoghi aperti, poiché passavo la giornata a desiderare un'ampiezza maggiore; mai posti frequentati perché non mi piaceva mostrarmi in tuta, nemmeno davanti a sconosciuti); poi tornavo lungo strade e viali diversi da quelli che mi avevano portato fino a lì, cosa che rafforzava la fiducia sulla mia capacità di orientarmi. Raramente potevo dire con esattezza dove mi trovavo, a volte la sensazione di essermi persa era assoluta. L'ondulazione delle vie contribuiva a confondermi, e credevo di essermi spinta lontano, cosa che non mi impediva di proseguire. L'inquietudine mi obbligava a prestare attenzione, e apparivano portoni, negozi, piazze dall'aria vagamente famigliare. Non mi spaventava non sapere dove mi trovavo, l'abbandono delle strade, le bande di teppistelli adolescenti e i Latin Kings con i loro sfolgoranti lampi gialli, perché i delinquenti andavano sempre in centro e le bande latine litigavano tra loro. Sicuramente nemmeno io ero una grande attrattiva. La mia tenuta povera e scarsamente sportiva, il tintinnare delle chiavi, la faccia rossa dallo sforzo, i capelli raccolti in una coda, la notte congelata. "Ehi tu, ragazzina!» mi avevano detto qualche volta, siccome con quell'abbigliamento e i capelli raccolti a casaccio non sono molto diversa da una giovane un po' sgraziata che va alla farmacia di turno per comprare le medicine alla madre, cosa che io stessa avevo fatto tra i sedici e i diciassette anni, con mia madre malata in casa; avevo afferrato le ricette mentre mio padre impartiva la sua calma. Il fatto che non fossi molto diversa da allora mi spingeva a questa conclusione: il passare del tempo non cambia nulla, facciamo sempre le stesse cose, ma le mascheriamo per farle sembrare differenti. Non mi piaceva collegarmi all'iPod, le canzoni diventavano una muraglia di rumori che mi isolavano, ed era come camminare all'interno di una capsula dove non arrivavano i suoni basici. Magari camminavo davvero dentro una capsula, quella formata dalle pareti dell'appartamento, pareti che indossavo nelle mie passeggiate come un mantello invisibile.

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Pochi giorni dopo, in strada, ebbi una specie di intuizione, un presentimento travolgente, un caos assoluto del mio sistema nervoso. Notai che avevano chiuso il negozio dove un anno prima avevo preso una cyclette. Gli esercizi commerciali chiusi, pensai, erano dettagli minimi di un organismo il cui cuore batteva ancora a pieno ritmo, e non dovevo allarmarmi. Questo mi dissi quando raggiunsi il centro commerciale Plaza de Aluche, dalla cui cupola un proiettore gettava giochi di neve su una strada cinerea. Cartelloni pubblicitari annunciavano i saldi di gennaio e i negozi erano affollati. Nonostante si trattasse di una scena abituale, il modo in cui la confusione ribolliva aveva qualcosa di insolito, qualcosa che ricordava i boulevard francesi della periferia, dove i negozi radunano una clientela esitante che si accalca a lungo davanti alle vetrine. Presi un autobus; avevo bisogno di vedere altro, e man mano che il veicolo prendeva velocità tutto rallentava, come se i cani tardassero il doppio ad annusare gli angoli delle strade e i tronchi dei platani. Gli unici passanti non in movimento erano anziani seduti sulle panchine sotto un sole pallido, scena comune, ma sembravano troppi, e che il loro ammassarsi in alcune piazze, sotto le statue e intorno a certi edifici pubblici, offrisse una lettura diversa e contorta. Per alcuni secondi quei vecchi divennero mostri che mi guardavano con sorrisi imbroglioni. Impiegai un attimo a formulare questa percezione in modo adeguato, a riconoscere che si trattava di visioni. Sentivo i battiti del cuore nelle orecchie. Ebbi questo pensiero: qualcuno, o qualcosa, mi stava avvertendo. Mi mantenni ancora un po' sull'orlo del collasso.

L'autobus si allontanò dai parassiti. Cercai di parlare. Il sangue non raggiungeva gli arti. Erano freddi, secchi, si sarebbero staccati dal resto del corpo. Quando feci un passo non sentii il pavimento e afferrai il cappotto di una donna.

«Ma sei ubriaca?», disse.

Scesi con difficoltà dal veicolo, non sentivo ancora la terra sotto i piedi e mi aggrappai ai muri. Dopo mi sedetti davanti a un portone e rimasi lì non so per quanto tempo, finché recuperai la sensibilità. Pensai di essere impazzita. Me lo ripetei dieci, venti volte. Camminai. Il movimento mi feriva. Le auto con il loro ronzio lacerante. Le voci alte e tese di coloro che chiacchieravano davanti ai portoni. Quelli che si muovevano dietro di me. I loro respiri, i loro corpi, erano troppo vicini. Io stessa non mi sopportavo e volevo strapparmi in tanti pezzi. Arrivai a casa, camminai in tutte le stanze. Anche in quella di Susana. Mi buttai sul letto. Scomparve l'impressione di essere diventata l'epicentro di una catastrofe, ma tutto sembrava ancora irreale. Cominciai un'altra volta a vagare per l'appartamento, lentamente. Entrai in cucina e osservai i fornelli, passai al salone e guardai il vecchio tavolo e gli scaffali stracolmi di libri sudici. Le cose emanavano un'esistenza greve che mi opprimeva. Andai di nuovo a letto. Ero esausta e mi addormentai.

Mi svegliai con un senso di abbandono e un'angoscia peggiori delle percezioni di prima. O almeno così pensai all'inizio, ma cominciai a fare piccoli movimenti, a trovare la forza di cercare in Internet le mie sgradite alterazioni. Digitai schizofrenia e poi psicosi. Io non avevo sentito voci. Avevo visto maschere. Mi domandai, domandai allo schermo, dov'era la verità. Incontrai queste tre parole, attacchi di panico, e allora mi ricordai di quando Germán perdeva i sensi durante le riunioni di lavoro. Lo chiamai.

«Ho degli attacchi di panico», dissi. «E sto diventando pazza, credo».

Parlare mi parve favoloso. Tessere frasi e dare nomi; che la mia voce non si fosse trasformata in un gran casino di lattine nuziali legate alla parte posteriore di un'auto.

Esprimermi, instaurare un ordine, mi rilassava, e continuai a scagliare contro Germán variazioni dello stesso tema: ho attacchi di panico, e poi sto diventando pazza, credo.

«Ferma, Elisa. Sono soltanto attacchi di panico. Per quello ti sembra di diventare pazza», disse, o io lo sentii per la prima volta e forse lui me l'aveva ripetuto tutto il tempo.

Poi avvenne la seguente conversazione e fui in grado di assomigliare a qualcuno senza panico. Non so da dove presi la forza, né chi era a parlare: «Mi raccontavi che rimanevi paralizzato».

«Anche. Cos'hai letto? Gli attacchi di panico si manifestano in diverse forme. Vuoi che venga lì?»

«No».

«In ogni caso passo nel pomeriggio quando esco dal lavoro. Susana non ha degli ansiolitici?»

«E io cosa ne so. Perché?»

«Non ti ha raccontato nulla?»

«Non racconta mai niente di sé. Solamente cose del suo fidanzato o ex fidanzato e di strani progetti artistici. Tu mi hai detto che era una tipa normale».

«Non ti ho detto quello. Ti ho detto che era una persona abituata a condividere l'appartamento e che non ti avrebbe creato problemi. Poi è una tipa curiosa non ti pare?»

«Ora non voglio parlare di Susana».

«Scusami. Vengo a trovarti nel pomeriggio».

Quando riattaccai, qualcosa di molto sottile era tornato al suo posto. Poi ricomparve il ronzio silenzioso. Quel ronzio aveva qualche decibel in più del giorno prima, del giorno prima ancora, del mese precedente. Ma sapevo come sbarazzarmene. Tenevo due bottiglie di vino, altre due di whisky, una di vodka polacca e l'orujo, che mi aveva regalato un frate di Burgos, dentro un baule dipinto con motivi campestri. L'avevo trovato durante una serata di raccolta di mobili usati nel quartiere Salamanca, insieme a tesori modesti rosi dalle tarme.

Aggrapparmi alla ragione. Ogni volta che ero stata vicina a crollare avevo cercato un modo logico per uscirne. Un modo garantito dalla conoscenza. Come se la conoscenza non fosse una costruzione labile. Finché non arrivò Germán cercai in Internet cause e rimedi contro il mio male. Non mangiai. Non riuscivo a inghiottire, ma almeno ero tornata da me. Dalla mia depressione incipiente e logica. Germán comparve nell'appartamento alle otto, Susana uscì a salutarlo e fu la prima volta che li vidi insieme. Parlarono di persone che io non conoscevo e non riuscii a sopportare di stare lì in piedi, tra l'odore delle loro camicie; pensai che mi avrebbe preso un altro attacco. Tirai fuori dal baule una bottiglia di whisky e buttai giù mezzo bicchiere a stomaco vuoto. Quando tornai in salone Susana disse: «Bene, vi lascio, così potete parlare».

Non ci disturbò. Sentii il sollievo della sbronza che mi stavo prendendo con Germán, mentre lui mi avvisava continuamente che il giorno dopo mi sarei sentita peggio, che una volta passato l'effetto dell'alcol, il panico si sarebbe scatenato. Non mi interessava: mi sentivo euforica, con un'allegria sconcertante, con quella convinzione ebbra che è possibile stabilirsi nella gloria per sempre. Smisi di credere a ciò che era successo. Germán mi aveva procurato una confezione di alprazolam. Non appena se ne fu andato, vomitai, presi una pastiglia e mi infilai a letto. Quando mi alzai ne presi un'altra. Guardai la dose minima indicata nel foglietto illustrativo che avevo trovato in rete. Trascorsi la giornata insonnolita e cercando di correggere. Non provai panico. Non stavo nemmeno bene, ma il malessere era sopportabile.

I giorni successivi andai a lavorare in biblioteca. Mi portavo un litro e mezzo di tè perché non ero in grado di scovare refusi senza eccitanti. Prendevo anche l'alprazolam. L'effetto del tè mi dissuadeva dal guardare troppo dalla finestra e dall'uscire a fumare; l'alprazolam teneva a bada il panico. Anche se cercavo in ogni modo di stare bene, continuavo a sentire che tutto poteva diventare apocalittico e mi inquietavano la disposizione dello spazio e le occhiate dei bibliotecari, di fronte ai quali temevo di svenire. Non capivo perché quel meccanismo si arrestava se mi concentravo. In una settimana terminai la scatola di alprazolam. Non avevo avuto altri attacchi; pensai che se avessi lasciato passare un po' di tempo sarei riuscita a raggiungere una certa stabilità. Quel pensiero durò un giorno. Il mattino successivo crollai di nuovo. Anche quella volta accadde in autobus. Ero andata presto in ufficio a lasciare un manoscritto; al ritorno mi sedetti dietro al conducente. Sentii un formicolio alle gambe e alle braccia, che si paralizzarono. Assistetti a quanto mi stava accadendo come se stesse capitando a un'altra persona. Pensai che fosse un ictus, e che la morte doveva essere un atto tranquillo e di comunione con la propria mancanza di forze.

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Susana proseguì con quella sfilza di avvenimenti. Continuò dicendo che al suo ritorno in Spagna si era dedicata a pubblicare inserzioni sui quotidiani, nella parte degli annunci personali. Grazie a quelle inserzioni, aveva avuto una storia con un nano. Mi narrò senza pudore i particolari di quella relazione. Non aveva mai parlato così tanto di sé, ed ebbi l'impressione che la mia ansia attraversasse le sue parole.

I giorni che seguirono smisi di provare sonnolenza e il morbido nervosismo dello shock chimico. Ma quello che mi aveva raccontato la mia inquilina mi provocava un'inquietudine crescente.

Anche questo ora mi sembra una conseguenza del mio disturbo: per alcune giornate dimenticai ciò che mi era successo perché riuscivo a pensare soltanto a Susana e al nano. Non so se fosse una forma di evasione o se semplicemente la vita si stava facendo strada tra la paura e le pastiglie. Parlo di vita perché per la prima volta in tre anni ebbi l'impulso di scrivere, e mi ci dedicai senza riserve.

Con la storia di Susana composi un racconto. Cercai di ottenere l'impressione che mi avevano provocato le sue parole, l'insieme di fascinazione e stupore.

Non utilizzai il computer perché lo schermo mi ricordava troppo il lavoro. Lo scrissi su un taccuino. Quando terminai non seppi come giudicarlo. Ero ossessionata dal fatto che il modo in cui era stato costruito risultasse chiaro. La somiglianza della mia voce, che avevo messo tra parentesi, con quella del personaggio di Susana mi spaventò. Nel rileggerlo, ipotizzai che non fosse frutto di un'incapacità, ma di un'evidenza. Mi parve una narrazione ingenua a causa della facilità e della leggerezza con cui tutto si risolveva, e che inoltre traspirasse una nostalgia per gli anni Ottanta, l'epoca in cui ero cresciuta, che non era di Susana, ma mia. Nessuno nella mia famiglia era morto di droga guastandomi quel mito. Mi rividi a undici e dodici anni nel salone di casa mia, tormentata dalle prime crisi e attenta a come i personaggi delle serie tv e dei libri risollevano in un attimo stupri, infedeltà, sconfitte. `

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Pagina 122

[...] Da qualche anno ormai notavo che alcuni editori avevano l'aria di essere solo amministratori, e di fatto lo erano, per la maggior parte del tempo. Faceva sempre parte del mio pregiudizio che chi lavorava nel settore del libro non potesse votare un partito di destra, anche quella una visione ereditata in lotta per la propria sopravvivenza, poiché continuava a trattarsi, nonostante tutto, di un'idea consolante. Era probabile che quasi nessuno dell'impresa votasse un partito di destra, sebbene, man mano che salivano ai piani alti, si iscrivessero a una sinistra di modi e mode snob, e a volte di modi e mode cool. Coloro che occupavano incarichi importanti e avevano la mia età erano figli o nipoti dei fondatori del gruppo, figli o nipoti che avevano frequentato scuole esclusive per studiare Amministrazione d'Impresa, prendere un master e poi trattare con gli scrittori e con gli scribacchini come me dall'alto dei loro abiti e della loro abbronzatura, provando gusto a evidenziare i glutei palestrati. Quelle alte cariche mie coetanee erano atterrate negli uffici leggendo il minimo indispensabile e con poco entusiasmo, e a volte si portavano dietro un certo complesso di inferiorità intellettuale e una consapevolezza tardiva del fatto che la competenza nei temi umanistici è un elemento di distinzione con il quale è difficile familiarizzare durante un breve corso. Se ne rendevano conto atterriti; nelle università private e nei master avevano frequentato i figli di grandi impresari estranei al mondo della cultura, e per venire accettati non avevano dovuto fare altro che prendere voti discreti, essere attraenti e avere una bella macchina. Molti sapevano che ormai sarebbero stati per sempre come chi ha imparato tardi a suonare uno strumento e può avvicinarsi solo a un virtuosismo di serie B, non avendo nemmeno il talento per creare qualcosa da una situazione precaria. I più risentiti ti guardavano con odio e cercavano di umiliarti.

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