Autore Simona Negruzzo
Titolo Andare per università
Edizioneil Mulino, Bologna, 2020, Ritrovare l'Italia , pag. 140, ill., cop.fle., dim. 12,5x20,5x1 cm , Isbn 978-88-15-28640-6
LettoreCorrado Leonardo, 2021
Classe universita' , citta' , storia sociale , storia medievale , paesi: Italia












 

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Indice


    L'Italia dei saperi                                              7


1.  Madre di tutte le università: Bologna, il diritto che unisce    17

    - Studenti e nationes.
    - Università e collegi.
    - Il cuore dello Studio: l'Archiginnasio.
    - Le nuove sedi.
    - L'università si fa italiana.
    - Un ateneo aperto al futuro.

2.  Le fondazioni di età comunale: Padova, Siena, Firenze, Pisa     35

    - La libertà scolastica di Padova.
    - Lo Studio di Siena tra papa e imperatore.
    - Il timore dell'università: il caso fiorentino.
    - Lo Studio del granducato: Pisa.

3.  Sotto lo sguardo del papa: Roma, Perugia, Macerata, Camerino    55

    - La Sapienza romana tra curia e città.
    - A Perugia un'università per il territorio.
    - I bisogni della periferia: gli Studi di Macerata e di Camerino.

4.  Per volontà dell'imperatore e delle corti: Napoli, Pavia,
    Milano, Ferrara, Parma, Torino, Genova                          75

    - A Napoli, lo Studio «per non mendicare» cultura altrove.
    - Pavia e Milano, due poli asimmetrici in area lombarda.
    - Il mecenatismo degli Estensi: gli Studi di Ferrara e Parma.
    - L'università per una capitale: Torino.
    - Studio o collegio? Il caso genovese.

5.  Dalla Sicilia alla Sardegna: Catania, Messina, Palermo,
    Sassari, Cagliari                                              115

    - L'università più antica di Sicilia: Catania.
    - Lo Studio di Messina e il prototipo dei collegi gesuitici.
    - Palermo, capitale senza università.
    - In Sardegna, due atenei per un'isola: Sassari e Cagliari.


    Quando i saperi fanno comunità                                 131

    Nota bibliografica                                             137


 

 

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Pagina 7

L'Italia del saperi



L'itinerario che qui s'intraprende va alla scoperta delle antiche università italiane, con le espressioni delle loro tipicità e la ricchezza dei loro patrimoni storici, artistici e architettonici. un lungo viaggio ideale nella memoria storica dell'Italia colta e studiosa, che è la stessa Italia della nostra storia nazionale, dell'unità nella diversità, rappresentata dalle variegate vicende regionali, delle bellezze artistiche che contraddistinguono ogni angolo della penisola, dei progressi economici compiuti per emergere tra i paesi industrializzati. Il viaggio per il quale ci accingiamo a partire prende le mosse dall'Europa unita e senza confini del medioevo, abituata a condividere, non senza naturali e legittime sfumature, visione politica, fede religiosa, lingua e cultura, conoscenze tecniche, scientifiche e mediche, cementando l'unità del continente attraverso quella ininterrotta e feconda peregrinatio academica, che muoveva studenti e docenti e faceva dialogare tra loro intellettuali di ogni paese e di ogni età. Prosegue lungo la penisola italiana individuando le più antiche università, a partire da quella bolognese, l' Alma Mater Studiorum, e attraversa gli antichi Stati preunitari, dove esse si sono affinate, conformandosi ai territori, ai cui bisogni hanno risposto nel corso dei secoli con la ricchezza dei loro saperi e l'opportuna capacità formativa dei ceti dirigenti locali. Si conclude, infine, nei nostri tempi, che sono di nuovo potenzialmente aperti, e non più solo all'Europa, ma ora, nello spirito della globalizzazione, al mondo intero, quando le università hanno la possibilità di adoperare i vantaggi derivanti da tutte le forme d'integrazione mondiale per porsi a disposizione dei bisogni e degli interessi dell'umanità, in continuità con l'antica vocazione delle origini medievali.

Come si vedrà, la nascita delle università si colloca in quel febbrile clima urbano che caratterizzò il medioevo maturo. Fu allora che alcuni uomini di pensiero e di lettere, dedicandosi a tempo pieno a insegnamento e ricerca, fecero del loro lavoro intellettuale una professione. Di questo tratto innovativo sono riflesso le prime università, un organismo del tutto originale, anch'esso una nuova invenzione, che ha saputo mostrare la durevolezza nel tempo lungo. L'università, infatti, ha offerto all'Europa un modello di formazione superiore rimasto pressoché immutato fino all'alba del XIX secolo, se non proprio fino a oggi.

Alla nascita, l'università ha preso le distanze dai modelli precedenti. Capovolgendo il sistema delle scuole monastiche ed episcopali, le bolognesi corporazioni degli studenti (universitates scholarium) nacquero come aggregazioni spontanee dal basso per difendere di fronte alla città i diritti degli studenti attraverso propri rappresentanti (i rectores) e imporre precisi doveri didattici ai docenti, che essi sceglievano e retribuivano. Da parte loro, come risalta nell'esperienza parigina delle universitates magistrorum, i primi maestri, pur formatisi nelle scuole ecclesiastiche, si aggregarono per un insegnamento nuovo, disposti ad allontanarsi dal metodo e dai contenuti di quelle scuole. Spontaneità e libertà caratterizzarono gli Studi dei Comuni dell'Italia centro-settentrionale, come pure i grandi e antichi centri universitari europei di Parigi, Oxford, Salamanca e così via. Intellettuali laici si distinsero per la qualità delle loro dottrine, capaci di attrarre studenti da ogni luogo; e questi, desiderosi di apprendere conoscenze e metodi nuovi, specialmente le novità della scientia iuris, s'imposero per il protagonismo della loro condizione e per la chiara rivendicazione del loro ruolo.

La parola università, che compare nel latino giuridico d'ambito commerciale degli inizi del XIII secolo, indicava una comunità, un'assemblea, una corporazione o di maestri o di scolari (universitas magistrorum et scholarium). Nell'ambiente urbano del tempo, l'aggregazione corporativa consentiva, legittimamente e con maggior sicurezza di confrontarsi con le autorità delle scuole ecclesiastiche, le assemblee cittadine e talvolta gli stessi poteri dell'imperatore e del papa, che pure ne legittimavano l'esistenza.

In principio, l'università rilasciò gratuitamente a chi corrispondeva ai requisiti pratici richiesti (frequenza, dispute ecc.) un unico titolo finale, la licentia ubique docendi, cioè l'autorizzazione a insegnare dappertutto. Però, a mano a mano che si strutturò in maniera più o meno uniforme, s'introdussero tre gradi accademici progressivi: il baccellierato, la licenza e la laurea, che davano diritto ai titoli di baccelliere, maestro e dottore.

Le università medievali (gli Studia generalia) si articolavano secondo quattro facoltà: teologia, diritto, medicina e arti. La facoltà delle arti liberali del trivio (grammatica, retorica, dialettica o logica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia) offriva gli insegnamenti preparatori al proseguimento degli studi nelle altre facoltà. Nella facoltà di teologia, erede diretta delle scuole monastiche sulla Sacra Pagina e delle scuole episcopali delle cattedrali, l'insegnamento era dato esclusivamente da ecclesiastici, specialmente membri degli ordini religiosi, ed era molto ricercato dagli studenti. A essa si affiancava la facoltà di diritto, particolarmente apprezzata per la conoscenza del diritto romano, dei sacri canoni, nonché di consuetudini, privilegi, norme e procedure da utilizzare a sostegno delle comunità locali e degli Stati nazionali che si andavano allora costituendo nei confronti dei poteri universali della Chiesa e dell'Impero. La medicina aveva un carattere più empirico, specialmente per la pratica delle dissezioni anatomiche, perché le teorie prevalenti avevano carattere più religioso che scientifico.

Poiché buoni studi universitari imponevano la necessità di spostarsi nei luoghi più idonei ai propri interessi, si sviluppò presto una mobilità accademica di maestri e studenti, di cui erano espressione i clerici vagantes. D'altra parte, l'esperienza di mobilità della peregrinatio academica era favorita dalla lingua latina adoperata in tutta Europa, dall'assenza di frontiere, dal carattere universale dei titoli e da strutture universitarie sostanzialmente simili. Il fenomeno andò attenuandosi dopo la rigogliosa stagione umanistica, con la configurazione di Stati nazionali preoccupati della difesa dei loro confini e con l'accentuato controllo ecclesiastico sulla vita irrequieta e la condotta morale discutibile che questa mobilità comportava.

Un'organizzazione così articolata, e sperimentazioni così attrattive e popolari, non potevano che allarmare chi esercitava il potere, sia in sede locale che sul piano universale. Da qui il bisogno da parte di papi, imperatori, sovrani e corti di controllare queste vivaci comunità scolastiche, magari portandole a convergere con i propri fini e interessi. La premura per l'insegnamento superiore rientrò nell'amministrazione della res publica, pur salvaguardando le forme di autonomia espresse da quel principio di sussidiarietà intorno al quale la società medievale andava progredendo. Chi fondava o autorizzava uno Studio, da esso desiderava almeno il sostegno della cultura alla sua autorità.

Fin da subito l'università mostrò la sua utilità non solo a chi la legittimava, ma anche a chi le viveva intorno, a quell'ambiente cittadino che si rendeva disponibile a sostenerla per averne in cambio un'importante ricaduta sociale. I ceti dirigenti cittadini trovarono in essa, grazie alla sua offerta formativa, l'opportunità del successo sociale e il mezzo per il miglioramento delle funzioni pubbliche sul territorio. Così anche centri di modeste dimensioni provarono ad avviare scuole di livello superiore, che non tutte sopravvissero, non tutte riuscirono a consolidarsi.

Fu a questo punto che l'originaria spontanea comunanza d'intellettuali che aveva dato vita all'università si trasformò in un organismo di particolare complessità. La conseguita stabilità istituzionale, infatti, obbligò l'università a soddisfare le aspettative di un'amministrazione pubblica che si faceva carico di farla sopravvivere, ma la natura stessa della professione intellettuale vincolava i suoi membri alla difesa della libertà di ricerca e di trasmissione dei saperi al di là di ogni condizionamento ideologico o censura.

In età moderna, il modello dello Studio medievale fu progressivamente abbandonato a vantaggio di vere e proprie università, come oggi le s'intende, perché gli studi superiori si andarono strutturando in maniera più definita e sotto il controllo di autorità statali a ciò preposte. Anche le donne, sia pure con molte limitazioni, si accostarono agli studi universitari fino alla laurea. E nel XIX secolo, nello spirito post-illuministico, le università scoprirono la vocazione alla ricerca scientifica e ai risultati produttivi, rinunziando progressivamente all'influenza della religione sui curricula accademici. Le facoltà crebbero di numero, aprendo l'insegnamento e la ricerca su altri ambiti sia umanistici sia scientifici. Alcune discipline, tuttavia, prima di configurarsi in facoltà autonome, furono insegnate in «scuole», che mettevano in evidenza specialmente gli aspetti più pratici del settore (ingegneria, architettura, ostetricia, farmacia ecc.).

In tempi più recenti, riconoscendo la preminenza di un'organizzazione accademica di stampo anglosassone, ancora una volta la tradizionale nomenclatura italiana del mondo universitario si è evoluta. Si è rinunciato alle facoltà in favore dei dipartimenti, le scuole sono diventate percorsi particolarmente specialistici o professionalizzanti e la stessa parola università sembra cedere il passo a quella di campus, più estensiva e collegata al territorio.

Questi cambiamenti esprimono la vitalità di un organismo che sa adattarsi ai tempi, aggiungendo nuovi obiettivi alla sua antica vocazione d'istituto di studi e ricerche. In particolare, la vicenda storica delle università italiane documenta quanto la complessa macchina accademica abbia sofferto in passato l'assenza di libertà e come non sia riuscita a crescere in presenza di asfittici progetti politici.

Le molte università che oggi operano in Italia hanno natura diversa. Quanto alla proprietà, alcune sono statali e altre sono private, appartenenti cioè a soggetti privati (enti morali, enti ecclesiastici, enti esteri ecc.). Tutte, però, svolgono una funzione pubblica, che ridonda a vantaggio del paese (anche le sezioni di atenei stranieri, come quelli che abbondano a Roma e a Firenze). Tutte si adoperano per la crescita delle conoscenze, la costruzione del progresso e la trasmissione dei saperi. Obiettivi, questi, che si perseguono solo con una ricerca rigorosa, un confronto intellettuale franco e una comunicazione pedagogica generosa. Obiettivi il cui conseguimento uno Stato moderno e democratico ha interesse a raggiungere offrendo garanzie, vantaggi e mezzi.

Nel corso della loro storia, le università hanno accumulato un tale patrimonio di esperienze e cultura da essere esse stesse - nel loro complesso, nelle forme architettoniche dei loro istituti, nei decori dei loro ambienti, nelle tipologie e modalità espositive delle loro collezioni archivistiche, librarie e museali - una testimonianza artistica del genio umano. Si tratta di una constatazione così evidente da aver consentito alle università - si lasci passare il termine non particolarmente elegante - di «patrimonializzare» loro stesse, per conseguire quell'autonomia amministrativa che la politica in tempi recenti ha favorito per scaricarsi di un po' di spesa pubblica. Il cammino che gli Studi hanno percorso nella storia e il loro radicamento nelle singole aree regionali hanno concentrato intorno ai complessi universitari singolari e pregevoli espressioni architettoniche e artistiche, che fino a non molto tempo fa sfuggivano alla maggior parte degli stessi frequentatori ed erano del tutto precluse agli estranei. L'assuefatta familiarità di studenti, docenti e impiegati con i luoghi frequentati li rendeva spesso simili a banali ambienti di lavoro, come la fabbrica per l'operaio o il negozio per il commerciante. E il cittadino, che pure concorreva attraverso la fiscalità alla loro sopravvivenza, ne era del tutto espropriato, considerato alla stregua di un pagano da tenere lontano dalla sacralità del tempio della cultura.

Questo ideale viaggio nella storia, che ci permette di riscoprire angoli celati d'Italia, può aiutarci a capovolgere la prospettiva delle relazioni tra l'università, il suo patrimonio e la società che vi gravita intorno. Scoprendo che gli Studi antichi sono riusciti ad avere sedi proprie grazie ai sacrifici dei Comuni, a tributi e balzelli imposti alle città, al mecenatismo dei signori e alla generosità di molti pii testatori, si percepisce forse meglio la dimensione pubblica delle università. Sia le belle e monumentali architetture dove si fa lezione ogni giorno da secoli, sia gli avveniristici e recenti campus di discipline tecnico-scientifiche delle periferie sono un prestito grazioso della società agli intellettuali del nostro tempo, affinché corrispondano nel modo migliore possibile alla loro vocazione, che è quella di formare le nuove generazioni nella memoria del passato, nella responsabilità per il presente e nella progettazione del futuro. La bellezza dei luoghi in cui vivono - cortili porticati, aule affrescate, ardite architetture contemporanee e quant'altro - deve ispirare chi insegna, chi studia, chi fa ricerca e chi fa funzionare la macchina accademica a inseguire la bellezza e la bontà delle verità, a essere migliori di quando si è cominciato ad apprendere, a essere in armoniosa relazione con l'ambiente nel quale si vive e con l'umanità con la quale s'interagisce. così che la vita universitaria rende attuale l'assioma dei maestri medievali, che essere, vero, buono, bello e uno sono tra loro in unità indistinguibile (ens, verum, bonum, pulchrum et unum convertuntur).

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Pagina 17

1.
Madre di tutte le università:
Bologna, il diritto che unisce



In principio fu Bologna, pare. Sì, perché gli studiosi hanno discusso a lungo prima di riconoscere a Bologna la primogenitura universitaria nel mondo occidentale. Lo Studio felsineo, infatti, sarebbe nato sul finire dell'XI secolo, se non proprio nel 1088, come sostenuto otto secoli dopo da Giosuè Carducci nel cortile dell'Archiginnasio, alla presenza di tutta la famiglia reale. Certo, fino ad allora. non erano mancate scuole di diritto per formare pubblici notai, come a Parma o Pavia, ma fu a Bologna che si costituì un vero e proprio Studio universitario intorno al giurista Irnerio e ai suoi primi discepoli: Jacopo, Ugo, Martino e Bulgaro. Essi ebbero il merito di fare del diritto una scienza autonoma, ben distinta all'interno di quella generica enciclopedia dei saperi che era al centro delle scuole monastiche e della didattica delle arti liberali. La scuola giuridica bolognese, nata per iniziativa spontanea intorno ai glossatori del diritto civile, si consolidò in seguito grazie al monaco camaldolese Graziano, che intuì l'utilità didattica e funzionale di scindere il diritto canonico dalla teologia.

[...]


Studenti e «nationes»


Nei primi tempi, gli studenti raccoglievano fra loro denaro e lo concedevano in dono ai maestri per il servizio offerto. Formalmente, infatti, non poteva trattarsi di una retribuzione, perché la scienza, dono gratuito di Dio, non doveva essere oggetto di mercanteggiamento. Solo più tardi, sul finire del XV secolo, quando gli studenti cominciarono a faticare per racimolare tra loro la colletta, intervenne il Comune a garantire la continuità delle attività didattiche con l'offerta di uno stipendio minimo ai magistri.

Gli studenti costituivano un ceto sociale a sé stante, vivace e bene articolato. Organizzati in collegi fondati sulla base delle nazionalità, si dividevano tra ultramontani e citramontani, provenienti cioè dal di là o dal di qua delle Alpi. I gruppi nazionali (nationes) sceglievano alcuni tra loro come responsabili, e questi, assunto il nome di rettori (rectores), si preoccupavano di ingaggiare i docenti più rinomati, esercitavano la giurisdizione sugli iscritti ai loro collegi (puntualmente annotati nei registri delle matriculae) e li tutelavano di fronte alle autorità cittadine. Presto o tardi, però, un'organizzazione così compatta non poteva non giungere a confronti duri, se non a veri e propri scontri, con i poteri costituiti, specie per motivi di ordine pubblico o per la gestione degli studi.

Benché nel 1252 si fosse data suoi statuti, l'università cominciò a perdere di autonomia a vantaggio delle autorità municipali. E sul finire del XVI secolo scomparve anche il rettorato, quale espressione dell'organizzazione corporativa degli studenti.

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Pagina 49

Lo Studio del granducato: Pisa


L'Università di Pisa nacque anch'essa per iniziativa comunale e con l'approvazione di un papa. Il 3 settembre 1343, da Villeneuve-lès-Avignon, Clemente VI Roger sottoscrisse la bolla In supremae dignitatis, riconoscendo al Comune di Pisa uno Studium generale per l'insegnamento di teologia, diritto canonico e civile, medicina e ogni altra legittima facoltà. Il riconoscimento dell'imperatore Carlo IV giunse nel 1355.

I docenti erano nominati dal Comune, che ne garantiva i compensi in rate trimestrali o semestrali. Il controllo degli studi era affidato ai collegi dottorali di teologi, giuristi e artisti (medici e filosofi), mentre l'arcivescovo aveva la prerogativa di concedere il titolo di laurea con le relative insegne. Nei primi tempi la vita dello Studio fu complicata dalle difficoltà economiche dell'amministrazione locale e dai disordini sociali e politici che turbarono il territorio con il passaggio della città ai Visconti prima (1399), e, in seguito, alla Repubblica di Firenze (1406). Fu a causa di questi forti condizionamenti politici che nel 1449 l'università pisana fu costretta a chiudere.

La ricostituzione dello Studio fu voluta, nel 1472-73, da Lorenzo de' Medici, che - come si è visto - qui fece confluire anche lo Studio fiorentino.

[...]

Nel giovane Regno d'Italia, la legge del 31 luglio 1862 riconobbe l'Università di Pisa come una delle sei primarie nazionali, insieme a quelle di Torino, Pavia, Bologna, Napoli e Palermo. Si cominciarono a registrare anche donne tra le matricole (nel 1891 si laureò per prima a Pisa, in matematica, la ravennate Cornelia Fabri, alunna di Vito Volterra), mentre illustri intellettuali venivano chiamati a calcarne le cattedre. Sul finire dell'Ottocento, insegnarono tra gli altri i giuristi Francesco Carrara e Francesco Buonamici, i filologi Domenico Comparetti e Giovanni D'Ancona, gli storici Pasquale Villari, Gioacchino Volpe e Luigi Russo, il filosofo Giovanni Gentile, il sociologo ed economista Giuseppe Toniolo, i matematici Ulisse Dini e Antonio Pacinotti.

Durante il ventennio fascista nacquero le facoltà d'ingegneria e di farmacia. Dopo la seconda guerra mondiale furono istituite quelle di economia e commercio, di lingue e letterature straniere, e di scienze politiche. Nel 1969 fu costituito il primo corso di laurea italiano in informatica, cui è seguito, nel 1983, il primo corso di dottorato.

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Pagina 75

4.
Per volontà dell'imperatore e delle corti:
Napoli, Pavia, Milano, Ferrara,
Parma, Torino, Genova



Le esemplari iniziative dei Comuni dell'Italia centro-settentrionale e dello Stato Pontificio in materia d'istruzione superiore difficilmente sarebbero state ignorate dai signori di ogni parte d'Italia. Quanto più era rinomato lo Studio e prospero il luogo che l'ospitava, tanto più ne erano attratti i giovani, che, lasciate le loro patrie, vi accorrevano. Così, però, le aree di provenienza s'impoverivano di intelligenze e di risorse, senza alcuna garanzia di rientro dei magistri addottoratisi altrove. Possedere uno Studio contrastava la «concorrenza», dava lustro allo Stato, ne omogeneizzava la prassi amministrativa e ne innalzava il livello culturale, sollecitava l'economia locale e favoriva la mobilità interna e internazionale. Quale re, principe o signore ne avrebbe voluto fare a meno? Infatti, come si dirà, sovrani e signori hanno legato il buon nome dei casati alle loro capacità politiche e militari, ma anche alla promozione culturale dei loro Stati attraverso una prudente politica universitaria, tanto più fruttuosa quanto più l'incremento degli Studi è stato armonizzato con lo sviluppo delle città capitali nel loro decoro architettonico e ampliamento urbanistico.


A Napoli, lo Studio «per non mendicare» cultura altrove


La fondazione dell'Università di Napoli rientrò a pieno titolo nella politica centralizzatrice del Regno di Sicilia di Federico II di Hohenstaufen. Nel 1224, infatti, il trentenne imperatore svevo decretò la nascita, nell'«amenissima città di Napoli», di uno Studio delle arti di qualunque facoltà e professione. E qualche anno dopo, nel 1231, riorganizzò l'antica Scuola medica salernitana, le cui origini si perdevano nella leggenda, ma la cui fama si era diffusa in Europa dal IX secolo ed era stata consolidata dalla celeberrima Regola sanitaria.

Prima del mecenatismo, fu la politica a ispirare la decisione del sovrano. Egli non voleva che i giovani del regno andassero a «mendicare» altrove i gradi accademici. Obbligò, pertanto, i sudditi a studiare solo a Napoli, dove si sarebbero formati nelle materie giuridiche per servire nell'amministrazione dello Stato. Per favorirli, si concessero prestiti e si misero a disposizione libri; si riconobbero agevolazioni per gli alloggi, da offrire a prezzi contenuti; si accordò il privilegio di foro per le cause civili, di cui sarebbero stati giudici gli stessi maestri dello Studio. Per tutte queste benemerenze, dal 1992 l'Università di Napoli è stata con ragione intitolata a Federico II.

La nuova università, che nasceva da un atto imperiale, avvantaggiò la città di Napoli. Gli avvii, tuttavia, furono stentati, condizionati dai contraccolpi della lotta tra Impero e Papato che caratterizzò l'epoca federiciana. Una regolare vita accademica cominciò solo con la stabilità del regno procurata dagli Angioini, che rifondarono l'università nel 1266. Carlo I d'Angiò pose gli studenti sotto la responsabilità di un giustiziere degli scolari, senza privarli, tuttavia, della possibilità di appellarsi alla corte arcivescovile. Confermò la proibizione di scuole pubbliche fuori della capitale. Osò perfino invitare dottori e scolari di Parigi e Orléans a recarsi nella giovane e fiorente università partenopea.

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Pagina 82

Pavia e Milano, due poli asimmetrici in area lombarda


Nella medievale Pavia, capitale del Regno d'Italia, non dovettero mancare scuole di livello superiore per la formazione del personale di corte. Anzi, si sa con certezza che nei primi decenni del IX secolo l'imperatore Lotario impose ai giovani dell'Italia settentrionale che aspiravano a essere giudici o notai di frequentare la scuola di retorica collegata al palazzo reale. Gli studi giuridici prosperarono in città anche quando essa non fu più capitale, favorita da una strategica posizione geografica, centrale nella pianura padana. Ma sulle sponde del Ticino una vera e propria università, sul modello di quelle ormai prospere di Parigi o di Bologna, nacque solo nel 1361. La volle il duca di Milano Galeazzo II Visconti, che, conquistata qualche anno prima Pavia, ne favorì lo sviluppo, costruendovi una maestosa residenza, imponendole un programma di rinnovamento urbanistico e valorizzandone lo Studio con il riconoscimento imperiale, sollecitato a Carlo IV. Con un diploma del 13 aprile 1361 l'imperatore concesse a Pavia uno Studio generale. Per l'imperatore, sostenere lo sviluppo di centri di alta formazione significava, sul fronte europeo, aderire al progetto condiviso con il papa di spostare il baricentro politico-culturale sull'asse Avignone-Praga, città destinata a diventare capitale dell'impero e sede universitaria di prim'ordine. Per l'Italia, l'obiettivo era un possibile ridimensionamento delle maggiori sedi storiche, come Bologna, Padova e Perugia, grazie al moltiplicarsi di nuove università, capaci di essere ugualmente attrattive per gli studenti.

La fondazione del 1361 è un dato storico, ma a Pavia si fatica ad accettare di essere secondi a qualche altro ateneo. Così, ancora oggi, in occasione dell'inaugurazione solenne dell'anno accademico, il rettore in carica dichiara aperti i corsi, numerando l'anno dal capitolare di Lotario dell'825 (oltre che - poiché non se ne può fare a meno - dal 1361).

Allo Studio pavese furono legati gli stessi privilegi già di Parigi, Bologna, Orléans, Oxford e Montpellier. Il vescovo o il suo vicario potevano concedere la licenza ubique docendi e la laurea con il titolo di magister in diritto civile e canonico, in filosofia, in medicina e nelle arti liberali. I privilegi d'immunità si accompagnavano all'esercizio di una vera e propria tutela da parte dell'imperatore su studenti e maestri, confermata da ordini e decreti dell'autorità centrale e del Comune. Particolare attenzione era riservata agli studenti, cui si garantiva una condizione di vita favorevole allo studio, senza molestie e senza disordini, con agevolazioni per le locazioni, l'esclusione da cariche e molto altro.

[...]

L'unità d'Italia mise in seria difficoltà l'antico polo universitario pavese, perché l'asse economico, amministrativo e culturale della Lombardia fu dislocato su Milano. Là, infatti, sorse, nel 1863, il Politecnico, originariamente denominato Regio istituto tecnico superiore, sotto la guida del matematico Francesco Brioschi, laureato pavese e alunno del Collegio Borromeo. Seguì, nel 1921, la fondazione dell'Università cattolica del Sacro Cuore nei chiostri bramanteschi del monastero cistercense di Sant'Ambrogio, e, nel 1923, l'istituzione dell'Università statale, germinata da preesistenti istituzioni culturali locali e posta nella rinascimentale Ca' Granda, già sede dell'ospedale Maggiore.

Furono molti i docenti pavesi che si distinsero tra Otto e Novecento. Per la chimica brillò Giulio Natta, cui fu attribuito il premio Nobel nel 1963 per le scoperte nel campo della tecnologia dei polimeri. Non minore fama riscossero i medici, come Camillo Golgi, che nel 1906 ottenne il Nobel per gli studi sul sistema nervoso, e Carlo Forlanini, che si dedicò alla cura della tubercolosi. Per chiara fama poi è stato chiamato a insegnare a Pavia Carlo Rubbia, vincitore del Nobel per la fisica nel 1984 per la scoperta dei bosoni elementari.

Allo storico Plinio Fraccaro, che finì la carriera da rettore, si deve il rilancio dell'ateneo seguito alla seconda guerra mondiale. Per un quindicennio, appoggiato dalle amministrazioni e dagli imprenditori locali, egli s'impegnò in un piano di ampliamenti edilizi che non si vedeva a Pavia dall'età teresiana. Valorizzò pure i collegi studenteschi e si adoperò per l'apertura del primo collegio femminile laico, il Castiglioni-Brugnatelli (1954).

Dagli anni Sessanta hanno trovato sedi idonee le quattro facoltà umanistiche già concentrate nel palazzo centrale dell'ateneo: giurisprudenza, lettere, scienze politiche ed economia. Senza una preordinata programmazione, ma sfruttando le circostanze quando si presentavano, sono stati così recuperati immobili storici e di pregio nei pressi della sede centrale, come la casa somasca di San Felice, il palazzo Vistarino, l'antico complesso domenicano di San Tommaso, il palazzo del Maino. Contemporaneamente le facoltà scientifiche sono state radunate fuori delle antiche mura di città, nei pressi del policlinico San Matteo e del campus sviluppatosi intorno al polo d'ingegneria, progettato negli anni Settanta da Giancarlo De Carlo.

In quegli anni, a seguito della liberalizzazione degli accessi universitari, cresceva anche la popolazione studentesca. Gli studenti si facevano sentire anche in forme estreme, sul piano della contestazione, attraverso movimenti organizzati radicali, pur senza raggiungere gli esiti gravi che si toccavano nella non distante università milanese. Per conservare l'ateneo in cifre sostenibili in rapporto al tessuto cittadino, si procedette alla creazione di una facoltà di musicologia e paleografia a Cremona e di una seconda facoltà di economia a Varese - quella pavese aveva superato i seimila iscritti -, che sarebbe poi confluita nell'Università dell'Insubria. Nasceva pure, per favorire la ricerca d'eccellenza, un Istituto universitario di studi superiori, suddiviso in quattro classi, oggi collocato nel palazzo del Broletto, nei pressi delle absidi del duomo.

L'Università di Pavia, articolata in due facoltà, diciotto dipartimenti e ottantacinque corsi di laurea, è arrivata a contare quasi ventiquattromila iscritti. La rete dei diciotto collegi universitari, tra pubblici, privati ed ecclesiastici, maschili e femminili, si è rafforzata e consolidata in tempi recenti con il sostegno dell'amministrazione regionale. La stabile residenzialità di tanti giovani, benefica per la città anche sul piano economico, sollecita sul piano culturale l'ateneo con molte iniziative integrative promosse dai collegi, ma principalmente favorisce la persistenza di quello spirito goliardico che fin dalle origini ha segnato la vita studentesca. Lo spirito di trasgressione, di satira e di avventura, che nel medioevo faceva guardare con apprensione gli studenti per le sregolatezze e la rude critica sociale e religiosa esaltate dai Carmina Burana, al di là di certe formule esteriori un po' ripetitive, si è evoluto in spirito di indipendenza e senso critico. Nessuno studente, tuttavia, verrebbe meno, oggi, alle scaramanzie che sopravvivono nell'ateneo pavese. Nessuno, per esempio, attraverserà mai i suoi cortili in diagonale o si arrampicherà sulla statua di Alessandro Volta, per non correre il rischio di... non laurearsi. E nessuno - neppure in tempo di sostenibilità ambientale - saprebbe rinunziare al culto delle tre tradizionali divinità goliardiche: Bacco, Tabacco e Venere!

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Quando i saperi fanno comunità



Al termine dell'ideale viaggio nella storia delle università compiuto nelle pagine precedenti, nel corso del quale abbiamo percorso in lungo e in largo le vie di mezza Italia, isole comprese, si respira un'aria di diffusa serenità e soddisfazione. Pur se non priva di imperfezioni, a oltre nove secoli dalla nascita l'università italiana è viva e feconda. L'unità del paese seguita agli anni del dilaceramento risorgimentale ha favorito la crescita sociale anche attraverso quella cultura che nell'istruzione universitaria trova uno dei suoi più elevati livelli. Le prime, poche e non affollate universitates d'età medievale si sono moltiplicate e hanno apportato benefici ad aree che in passato ne erano prive. Basti pensare alle periferiche regioni dell'antico Regno di Napoli, come la Puglia, la Calabria e l'Abruzzo, o alle estreme province nord-orientali delle Venezie, dove dopo l'unità del paese sono sorti vivaci atenei.

Lo spirito d'intraprendenza della civiltà urbana medievale ha consentito ad alcune città italiane di accogliere studenti e docenti da ogni parte d'Europa nella novità di un'istituzione culturale stabile e articolata. Il mecenatismo dei papi e delle corti, sebbene non sempre disinteressato, ha favorito gli Studi generali, facendoli apprezzare ben oltre i confini dei piccoli Stati dell'età tardomedievale e moderna. Pur nel ricambio delle dinastie al governo, avvenuto per lo più al termine di gravosi conflitti, il bene della cultura superiore dei sudditi e della formazione dei ceti dirigenti è rimasto nei programmi di chiunque abbia esercitato il potere nella penisola. Fin dal Rinascimento, agli occhi dei forestieri questa consolidata stabilità culturale ha fatto considerare l'Italia il «bel paese», non solo per il clima piacevole, i paesaggi emozionanti, le conversazioni dilettevoli, le antichità disseminate ovunque, le biblioteche stracolme di codici e le incantevoli quadrerie, ma anche per le cattedre universitarie autorevoli, le innovazioni culturali in tutti i campi dello scibile e il fecondo confronto scientifico del mondo accademico. I palazzi che hanno ospitato gli Studi - le sedi delle Sapienze, com'erano denominati - hanno sedimentato al proprio interno il patrimonio culturale costituito nei lunghi anni di didattica, ricerca e sperimentazione: visitarne uno, con calma e nel dettaglio della quotidianità, allora come oggi, è un po' come far emergere il genius loci, ossia il carattere profondo e feriale del paese, fatto di bellezza e saperi, di tradizioni e ingegnosità, di memoria antica e intuito progettuale. un destino al quale non riescono a sfuggire nemmeno le recenti università telematiche, le quali, pur offrendo un insegnamento a distanza grazie alle molteplici opportunità dei sistemi digitali, suggellano i momenti solenni dell'anno accademico in edifici storici di grande qualità artistica e architettonica.

Com'è della condizione dell'uomo, non sempre la storia delle università ha vissuto tempi fulgidi. Con il paese, infatti, l'università ha condiviso crisi di ogni tipo - guerre e occupazioni, conflitti religiosi e sociali, calamità naturali e recessioni economiche -, eppure, tra alti e bassi, ha continuato a perseguire i suoi fini. Anche quando - e sono rischi in agguato in ogni tempo - ha sperimentato la disattenzione dei governanti o i tentativi di censura intellettuale o, ancora, il mancato sostegno alla didattica e alla ricerca, l'università italiana ha offerto al mondo le eccellenze dei suoi uomini e i brillanti risultati del suo impegno scientifico. Pensando solo all'ultimo secolo, era professore d'istologia e patologia a Pavia il primo premio Nobel italiano del 1906, Camillo Golgi. Per quarantaquattro anni aveva insegnato eloquenza italiana a Bologna Giosuè Carducci, che in quello stesso anno ricevette il Nobel per la letteratura. E per venticinque anni insegnò stilistica all'Istituto superiore di magistero femminile di Roma un altro Nobel per la letteratura (1934), Luigi Pirandello. Su una cattedra universitaria a Sassari e poi a Roma, da cittadino italiano, concluse la carriera Daniel Bovet, premio Nobel per la medicina nel 1957. Sempre legato all'insegnamento, ma presso il Conservatorio di Milano, fu Salvatore Quasimodo, che conseguì il Nobel per la letteratura due anni dopo, in quel 1959 che vide assegnato il Nobel per la fisica a Emilio Segrè, uno dei «ragazzi di via Panisperna» costretto ad abbandonare vent'anni prima i laboratori dell'Università di Palermo per esulare negli Stati Uniti. Professore al Politecnico di Milano fu Giulio Natta, l'unico italiano a conseguire un Nobel per la chimica (1963). Ma l'elenco potrebbe continuare, ricordando anche Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia e tanti altri, che hanno percorso una luminosa carriera accademica all'estero, ma dopo essersi formati nelle aule e nei laboratori delle università italiane, come Salvatore Edoardo Luria, Renato Dulbecco, Franco Modigliani, Riccardo Giacconi ecc.

Dalla storia delle università italiane emergono anche costanti positive, comuni ai vari Studi e a ogni epoca: 1. il bisogno di crescita intellettuale avvertito dalle giovani generazioni; 2. il desiderio insopprimibile degli intellettuali di trasferire il bagaglio dei propri saperi; 3. la consapevolezza, da parte di chi vuole apprendere e di chi è in grado di insegnare, che il futuro si costruisce senza confini e senza improvvisazione, ma guardando e ricercando con curiosità critica le esperienze del passato e le condizioni del tempo presente.

Le università del nostro paese vengono da lontano, ma, pur offrendo ogni tanto l'impressione di qualche rallentamento, continuano a rivelare i segni del giovanile entusiasmo della maggior parte di quelli che le abitano. Per farle proseguire nella loro missione non devono essere ulteriormente moltiplicate. Hanno solo bisogno di risorse adeguate, di stima pubblica e di garantita libertà intellettuale.

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