Copertina
Autore Irène Némirovsky
Titolo Il vino della solitudine
EdizioneAdelphi, Milano, 2011, Biblioteca 569 , pag. 246, cop.fle., dim. 14x22x1,8 cm , Isbn 978-88-459-2566-5
OriginaleLe Vin de solitude
EdizioneAlbin Michel, Paris, 1935
TraduttoreLaura Frausin Guarino
LettoreAngela Razzini, 2011
Classe narrativa francese , narrativa ucraina
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In quello spicchio di mondo in cui Hélène Karol era nata, la sera si annunciava con un fitto pulviscolo che volteggiava lentamente nell'aria e ricadeva con l'umidità della notte. Una torbida luce rossa vagava sul fondo del cielo; il vento portava verso la città il profumo delle pianure ucraine, un leggero e acre odore di fumo, e la frescura dell'acqua e dei giunchi che crescevano sulle rive. Soffiava dall'Asia, quel vento; si era insinuato tra i monti Urali e il mar Caspio, sospingendo davanti a sé cumuli di polvere gialla che scricchiolava sotto i denti; era arido e sferzante, e riempiva l'aria di un brontolio sordo che si allontanava perdendosi a ovest. Tutto, allora, si quietava. Il sole al tramonto, pallido, sfinito, velato da una nube livida, si tuffava nel fiume.

Dal balcone dei Karol si godeva la vista dell'intera città, dal Dnepr alle colline lontane, e il suo profilo era tracciato dalle fiammelle oscillanti dei lampioni che fiancheggiavano le strade tortuose, mentre sull'altra riva brillavano i primi fuochi di sant'Elmo, che si accendevano nell'erba.

Tutt'intorno c'erano cassette colme di fiori, quelli che si aprono di notte, fiori di tabacco, di reseda, di tuberosa, e il balcone era così spazioso da contenere il tavolo da pranzo, le sedie, un divanetto rivestito di coutil nonché la poltrona del vecchio Safronov, il nonno di Hélène.

Seduta a tavola, la famiglia mangiava in silenzio, mentre sopra la lampada a petrolio le delicate falene dalle ali beige, si disfacevano consumate dal calore della fiamma. Sporgendosi un po', Hélène vedeva le acacie del cortile illuminate dalla luna. Il cortile era rustico, sporco, ma c'erano alberi e fiori come in un giardino, e nelle sere d'estate i domestici vi si radunavano, a ridere e a chiacchierare tra loro; a volte si vedeva guizzare nell'ombra una sottogonna bianca, si sentivano le note di una fisarmonica e un grido soffocato:

«Lasciami stare, diamine!».

La signora Karol alzava la testa e diceva:

«Non si annoiano di sicuro, loro...».

In quella stagione si cenava tardi, e Hélène quasi si addormentava sulla sedia; i muscoli delle gambe, ancora tesi per lo sforzo della corsa in giardino, le tremavano, e il petto, al ricordo delle grida acute che involontariamente, come il canto di un uccello, le erano uscite dalla gola mentre correva dietro al cerchio, le si sollevava ansante. La sua mano, piccola e soda, accarezzava con intenso piacere la palla nera, la sua preferita, che teneva nascosta in tasca, all'interno della sottana di tarlatana inamidata che le feriva la gamba. Hélène aveva otto anni; indossava un vestito ricamato a punto inglese, stretto sotto la vita da un nastro di moire bianco con il nodo a farfalla appuntato con due spille da balia. I pipistrelli volavano, e ogni volta che uno di loro, passando radente, quasi sfiorava silenzioso le loro teste, Mademoiselle Rose, la governante francese della piccola, lanciava un gridolino e rideva.

Non senza sforzo, Hélène socchiudeva gli occhi e si metteva a scrutare i genitori e i nonni seduti intorno a lei. Scorgeva il volto di suo padre, circondato da una sorta di nebbia gialla e tremolante come un alone: ai suoi occhi stanchi, la luce della lampada sembrava vacillare. Ma no, non era un'illusione ottica, la lampada faceva fumo, e la nonna di Hélène gridava alla domestica:

«Masa! Abbassa il lume!».

La madre di Hélène sospirava, sbadigliava e sfogliava, mangiando, le riviste di moda che arrivavano da Parigi. Il padre taceva e tamburellava piano sul tavolo con le dita agili e magre.

Hélène assomigliava solo a lui, ne era il ritratto fedele. Da lui aveva preso il fuoco degli occhi, la bocca grande, i capelli ricci e la carnagione scura dal colorito che tendeva al giallognolo non appena la bambina era triste o sofferente. Hélène lo osservava con tenerezza. Lui, però, aveva occhi e carezze solo per la moglie, che allontanava la sua mano con un'aria seccata e capricciosa:

«No, Boris... Fa caldo, lasciami...».

La signora Karol avvicinava a sé la lampada, lasciando gli altri al buio, e sospirava, con un'espressione annoiata e stanca, arrotolandosi una ciocca di capelli su un dito. Era alta, ben fatta, con un «portamento da regina», ma tendeva a ingrassare, e così ricorreva a quei busti a forma di corazza che le donne erano solite indossare all'epoca, con i seni appoggiati dentro a due tasche di raso come frutti in un canestro. Le belle braccia erano bianche e incipriate. Quando vedeva accanto a sé quelle carni nivee, quelle mani bianche e inoperose dalle unghie tagliate ad artiglio, Hélène provava una sensazione strana, molto simile alla ripugnanza. Poi, a chiudere la cerchia dei familiari, c'era il nonno.

La luna spandeva il suo pacato chiarore sulla cima dei tigli; al di là delle colline cantavano gli usignoli. Il Dnepr rifulgeva di un vivo, scintillante candore. La luce della luna faceva brillare la nuca della signora Karol, dalla grana bianca, soda e compatta come marmo, i capelli d'argento di Boris Karol, la corta barba rada del vecchio Safronov, e illuminava debolmente il piccolo viso grinzoso e appuntito della nonna, una signora di soli cinquant'anni, ma così vecchia, così stanca... Il silenzio di quella sonnolenta città di provincia, sperduta nel cuore della Russia, era pesante, profondo, di una tristezza opprimente. A tratti, veniva rotto bruscamente dal rumore di una carrozza che sobbalzava sul selciato rimbombante del viale. Un orrendo fragore di frustate, di ruote che sbattevano, di bestemmie... Poi il fracasso si allontanava... Più niente... Il silenzio... Un frullo d'ali negli alberi... Una canzone lontana su una strada di campagna, troncata di colpo da un esplodere di liti, di grida, dallo scalpiccio degli stivali dei gendarmi e dalle urla di una donna ubriaca trascinata per i capelli al posto di polizia... Poi di nuovo il silenzio... Hélène si pizzicava piano piano le braccia per non addormentarsi. Aveva le guance in fiamme, e i riccioli neri le davano caldo al collo; lei allora si passava una mano sotto i capelli, li sollevava, e si ricordava, stizzita, che se i ragazzi riuscivano a batterla nella corsa era solo per via di quei capelli lunghi che loro afferravano al volo. Ma si ricordava anche, con un sorriso compiaciuto, che quel giorno era riuscita a tenersi in equilibrio sul bordo scivoloso della vasca della fontana. In preda a un'atroce e allo stesso tempo deliziosa stanchezza, Hélène si accarezzava di nascosto le ginocchia ammaccate, perennemente segnate da lividi e graffi, e mentre sentiva il sangue caldo pulsarle cupo nelle profondità del corpo martellava con pedate impazienti il legno del tavolo e a volte anche le gambe della nonna, che taceva per non farla sgridare. Allora la signora Karol diceva in tono aspro:

«Tieni le mani sul tavolo».

Poi tornava al suo giornale di moda e con voce bassa e languida leggeva:

«Vestaglia in surah color limone, abbottonata sul davanti con diciotto fiocchi di velluto arancione...».

Aveva intrecciato fra le dita una piccola ciocca dei suoi capelli neri e lucenti, e se la passava amorevolmente sulle guance con aria sognante. Si annoiava: ritrovarsi per giocare a carte e fumare, come facevano, raggiunta la trentina, le donne della città, non le piaceva. Badare alla casa e alla bambina ancor meno. Era felice solo a Parigi, in una camera d'albergo con un letto e un baule come unico mobilio...

«Ah, Parigi!...» fantasticava chiudendo gli occhi. Mangiare al bancone delle bettole per autisti di piazza, trascorrere se necessario notti intere in treno, sui duri sedili di terza classe, ma essere sola e libera! Qui, a ogni finestra, c'era una donna che lanciava occhiate fiammeggianti a lei, alle sue toilette parigine, alle sue guance imbellettate, all'uomo che l'accompagnava. Qui, ogni donna sposata aveva un amante, che i bambini chiamavano «zio» e che giocava a carte con il marito. «Ma allora, a che pro un amante?» pensava lei, e rivedeva, nelle strade di Parigi, gli sconosciuti che la seguivano... Quello sì che era appassionante, pericoloso, eccitante... Stringere fra le braccia un uomo di cui non sapeva da che paese provenisse né come si chiamasse, un uomo che non l'avrebbe mai più rivista, questo soltanto le dava quell'emozione forte che cercava. E pensò:

«Ah, non sono nata, io, per fare la brava mogliettina borghese placida e soddisfatta, con un marito e una figlia!».

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Come li odiava quei pranzi!... Quanti pasti finiti in lacrime... Quando, più tardi, ripensava a quella stanza da pranzo polverosa e cupa, sentiva subito il sapore salato delle lacrime che le offuscavano la vista, scendevano lungo la faccia fin nel piatto mescolandosi al sapore dei cibi. Per molto tempo, la carne aveva avuto per lei un retrogusto di sale e il pane era intriso di amarezza.

La triste luce d'inverno captata attraverso il balcone entrava a malapena nella stanza da pranzo. Quei vecchi arazzi finti inchiodati al muro, quante volte li aveva contemplati velati da una coltre di lacrime trattenute per orgoglio, che le facevano diventare la voce rauca e tremula... Anche in seguito, quando, a distanza di anni, le capitava di ricordare quelle ore lontane della sua infanzia, sentiva immancabilmente riaffiorare dentro di sé le antiche lacrime.

«... Sta' dritta... Tieni chiusa la bocca... Ma guarda un po' che faccia da schiaffi ti viene con quella bocca aperta e il labbro che pende... Questa bambina mi diventa scema, giuro!... Sta' attenta, rovescerai il bicchiere! Ecco, cosa avevo detto?... Un bicchiere bell'e rotto... E adesso le lacrime, naturalmente, come al solito... Sì, evidentemente, la scusate sempre, voi!... Benissimo, perfetto, non mi occuperò più dell'educazione della signorina Hélène, che la signorina Hélène si comporti pure a tavola come una contadina, se così le garba, io non m'impiccio più di niente... Vuoi alzare la testa quando tua madre ti parla?... Vuoi guardarmi in faccia?... Ed è per questo, per questo che una si sacrifica, che rinuncia alla sua giovinezza, ai suoi anni migliori!...» diceva la signora Karol pensando con rancore a quella bambina che bisognava trascinarsi dietro per tutta l'Europa, perché, altrimenti, si poteva star sicuri che appena arrivata a Berlino un telegramma della nonna, che aveva perso la testa per un semplice raffreddore o un mal di gola «Torna. Bambina ammalata» , l'avrebbe costretta a ripetere di nuovo, ma in senso contrario, il tragitto compiuto con tanta gioia il giorno prima. La bambina... La bambina... Avevano sempre quelle parole in bocca, il marito, i genitori, gli amici:

«Dovete sacrificarvi per la vostra bambina... Pensa a tua figlia, Bella...».

Una figlia, un rimprovero vivente, un intralcio... Era ben curata... Che cos'altro le serviva? E, più tardi, non sarebbe stato meglio, per lei, avere una madre giovane che capiva la vita? «Mia madre passava le sue giornate a lamentarsi... Era forse meglio?...» pensava Bella, ricordando con astio una casa tetra, una donna invecchiata anzitempo, con gli occhi rossi, che non faceva che ripetere: «Mangia. Non stancarti. Non correre...». Una vecchia rimbambita, che soffocava ogni slancio di gioia e d'amore, che spegneva ogni ardore giovanile... «Non sono stata felice,» pensava «lascino che mi diverta adesso, non faccio male a nessuno... Quando sarò vecchia me ne starò buona e tranquilla» si diceva, perché la vecchiaia era lontana, ancora...

Il pranzo, intanto, si era concluso. Ma, per Hélène, il peggio doveva ancora arrivare: doveva andare a baciare quel volto odioso, bianco, e che sembrava sempre così freddo alle sue labbra brucianti, posare la bocca chiusa su quella guancia che avrebbe voluto lacerare con le unghie, dire anche magari: «Scusa, mamma...».

Hélène sentiva fremere dentro di sé, ferito a sangue, uno strano orgoglio, come se nel suo corpo di bimba fosse rinchiusa un'anima più vecchia, e quell'anima offesa soffriva.

«Allora? Non ti scusi neanche?... Oh, figlia mia, per quel che mi riguarda, fa' pure, non insisto... Le scuse che escono dalle labbra ma non dal cuore non mi interessano. Vattene».

Ma a volte la scena finiva inopinatamente con uno slancio capriccioso di amore materno che s'impadroniva di Bella. «Questa bambina... Non ho che lei, in fondo... Gli uomini sono così egoisti... Tra qualche anno diventeremo amiche, compagne...».

«Suvvia, Hélène,» proseguiva «non fare quella faccia... Non devi essere così permalosa... Ti ho sgridata, hai pianto, basta così, è tutto finito, dimenticato... Vieni a dare un bacio a tua madre...».

La sera, a cena, Bella di solito non c'era. Prima di andare a dormire, il vecchio Safronov passeggiava lentamente nel salotto buio, illuminato solo dalla fredda luna invernale; camminava trascinando la gamba, appoggiandosi alla spalla di Hélène e accarezzando con la punta delle dita la rosa fresca che, d'inverno come d'estate, portava all'occhiello. Il pianoforte chiuso splendeva in una pozza di luna, e lo stesso raggio faceva brillare come un uovo il cranio sguarnito di quel bel vegliardo. Il nonno insegnava a Hélène versi di Hugo, le recitava pagine di Chateaubriand. E certi accostamenti di parole, un certo ritmo solenne e malinconico dovevano restare indissolubilmente legati, nella sua memoria, al ricordo di quel passo pesante, cadenzato, al peso di quella mano ossuta, bella e ancora elegante, posata sulla sua spalla.

Poi, di nuovo, alla fine della lunga giornata quelle giornate dell'infanzia, che passano così lentamente , la preghiera della sera, il letto. A tarda notte, lo sbattere della porta; Hélène sentiva la voce, il riso di sua madre e il rumore degli speroni dell'ufficiale che l'accompagnava fino a casa. Con un certo piacere musicale, ascoltava quel tintinnio, quella fanfara d'argento che si allontanava, e poi si addormentava. A volte, risospinta dal sonno agli anni della sua prima infanzia, quando Mademoiselle Rose non c'era ancora e la domestica andava a bere in cucina, lasciandola sola in camera, si svegliava angosciata e chiamava:

«Mademoiselle Rose, siete qui?».

Un attimo dopo, nell'oscurità della camera apparivano una luce bianca, una lunga camicia da notte, molto ampia, una camiciola candida:

«Ma sì, sono qui».

«Datemi un po' d'acqua, per favore».

Hélène beveva, poi mormorava, assonnata, allontanando distrattamente il bicchiere, ma sapendo che mani attente lo avrebbero afferrato:

«Voi... mi volete bene, vero?».

«Sì. Dormi».

Niente baci: Hélène li detestava. Niente moine, né nei gesti, né nella voce: Hélène le disprezzava. Ma nelle tenebre che la circondavano aveva bisogno di sentire quella certezza, quella nota amichevole: «Sì. Dormi». Non chiedeva di più. Alitava sul cuscino, e nel punto così riscaldato posava la guancia con serenità e sprofondava in un dolce oblio.

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Hélène, con Mademoiselle Rose e un'ultima serie di bauli, arrivò a Pietroburgo, dove i genitori vivevano già da diverse settimane, in un livido crepuscolo autunnale del 1914.

Come sempre quando doveva vedere sua madre dopo una lunga separazione, la prospettiva di quell'incontro la innervosiva, ma sarebbe morta piuttosto che darlo a vedere...

Era uno dei giorni più cupi e più umidi di una stagione triste in cui, a quelle latitudini, il sole si mostra appena, in cui ci si sveglia, ci si alza, si mangia, si lavora alla luce delle lampade, in cui, da un cielo giallo, cade una neve molle, bagnata, che un vento rabbioso agita e disperde. E come soffiava, quel giorno, il vento sferzante del Nord, e che odore dolciastro di acqua marcia saliva dalla Neva!...

Nelle strade i lampioni erano accesi. Una fitta nebbia s'insinuava nell'aria come fumo. Hélène la odiava già quella città sconosciuta; la guardava e si sentiva stringere il cuore come nell'imminenza di una disgrazia. Tormentava con le dita un lembo del cappotto di Mademoiselle Rose, cercava, angosciata, il calore familiare della sua mano, poi si girava e osservava con malinconico stupore il proprio viso pallido e tirato riflesso nel finestrino della carrozza.

«Che cosa c'è, Lili?» chiese Mademoiselle Rose.

«Niente. Ho freddo. Questa città è orribile» mormorò Hélène disperata. «E pensare che adesso, a Parigi, gli alberi sono color dell'oro».

«Ma non ci saremmo comunque potute andare, a Parigi, mia povera Hélène, perché c'è la guerra» disse con tristezza Mademoiselle Rose.

Rimasero in silenzio; grosse gocce di pioggia scorrevano rapide lungo il vetro del finestrino come lacrime su un volto.

«Lei non è neanche venuta a prenderci alla stazione» disse amaramente Hélène, e le sembrò che un fiotto di dolore e di fiele le salisse nell'anima, scaturito da insondabili profondità del suo essere, da una regione che lei stessa non conosceva.

Mademoiselle Rose istintivamente corresse:

«Non si dice "lei" e basta. Si dice "la mamma"... "La mamma non è venuta a prenderci"...».

«La mamma non è venuta a prenderci... Non ha molta voglia di rivedermi, probabilmente... E neanch'io, del resto» disse Hélène sottovoce.

«Di che ti lamenti, allora?» rispose con dolcezza Mademoiselle Rose. «Tanto di guadagnato!...».

Sorrideva con un'ironia malinconica che colpì Hélène.

«Loro hanno un'automobile, adesso?» domandò.

«Sì. Tuo padre ha guadagnato molti soldi».

«Ah! E i nonni? Verranno qui anche loro?».

«Non lo so».

Ma Hélène era dell'avviso che i nonni non avrebbero mai lasciato l'Ucraina: una rendita dava loro la possibilità di una sistemazione definitiva lontano dai Karol. Fu il primo uso che Bella fece della sua nuova ricchezza...

Quando Hélène pensava ai nonni provava un senso di pietà che le pesava, che le pareva un po' vile. Si sforzò di volgere la mente altrove ma, suo malgrado, la loro immagine le si presentava di continuo alla memoria: li rivedeva correre a passettini rapidi e incerti lungo il marciapiede, mentre il treno si muoveva. La nonna piangeva, e questo non la rendeva diversa dal solito, povera donna; ma il vecchio Safronov gonfiava ancora il petto, si alzava sulla punta dei piedi, agitava il bastone, gridando con voce tremante:

«A presto! Verremo a trovarti a Pietroburgo! Di' alla mamma di invitarci, di non farci aspettare troppo».

«Aspetta e spera, povero nonno» mormorò Hélène. Era certa che il vecchio sapesse meglio di lei come sarebbero andate le cose. Non sospettava con quanta rabbia e quanto rimorso lui pensasse, rientrando nella loro casa vuota, seguito dalla moglie che gemeva e piangeva sommessamente:

«Tocca a me, adesso, tocca a me! Non ho fatto che correre avanti per la mia strada, trascurando tutto e tutti, inseguendo solo il mio piacere, il mio capriccio! Adesso sono vecchio, spompato, e sono io a restare indietro» pensava. Si era girato verso la moglie e per la prima volta nella vita si era degnato di aspettarla, sia pur borbottando con voce stizzosa e picchiando per terra col bastone:

«Su, sbrigati, lumaca!».

Exeat per il nonno e la nonna, pensò Hélène con quell'acre senso dello humour che aveva ereditato dal padre.

La carrozza, intanto, si era fermata davanti a un bel palazzo. L'appartamento dei Karol era disposto in modo che, dall'anticamera, lo sguardo potesse spingersi fino alle stanze in fondo; attraverso grandi porte aperte si poteva vedere un'infilata di salotti bianchi e oro. Hélène urtò contro lo spigolo di un immenso pianoforte a coda bianco, scorse il proprio viso pallido e smarrito riflesso in una miriade di specchi e alla fine si ritrovò in una stanza più piccola; più in ombra, dove stava sua madre. La vide in piedi, appoggiata a un tavolo; accanto a lei era seduto un giovane che Hélène non riconobbe.

«Ha già il busto alle tre del pomeriggio!» penso Hélène, ricordando certi fluttuanti négligé della madre e le chiome sciolte sulle spalle; levò lo sguardo e, con una sola occhiata, notò gli anelli nuovi sulle dita bianche, vide l'abito elegante, il vitino da vespa, l'aria gioiosa e ardente che sembrava diffondersi sul volto duro, vide tutto questo, lo racchiuse nel suo cuore e non lo dimenticò mai...

«Buongiorno, Hélène... Il treno è arrivato in anticipo? Non ti aspettavo così presto».

«Buongiorno, mamma...» mormorò Hélène.

Non pronunciava mai la parola «mamma» articolando chiaramente le due sillabe, che le passavano a fatica tra le labbra serrate; diceva «mam», una sorta di rapido grugnito che strappava dal suo cuore con un certo sforzo e un piccolo dolore sordo e subdolo.

«Buongiorno».

La guancia imbellettata si abbassò all'altezza del suo viso; lei vi posò le labbra con precauzione, cercando istintivamente un punto libero da granuli di cipria e di crema.

«Non spettinarmi... Non saluti tuo cugino? Max Safronov, non lo riconosci?».

Sulla bocca dipinta, sottile e rossa come un filo di sangue, passò un sorriso di trionfo.

Di colpo, Hélène si ricordò la carrozza di Lidija Safronov che incontrava un tempo nelle strade della sua città natale; le tornò in mente l'immagine della donna immobile che drizzava fuori dal collo di pelliccia la piccola testa viperina dagli occhi neri e lanciava su di lei, come un dardo, uno sguardo gelido.

«Max qui?... Oh, devono essere proprio ricchi!» pensò ironicamente.

Era affascinata dal pallore del giovane; per la prima volta vedeva quel colorito bianco, proprio degli abitanti di Pietroburgo, quella pelle che sembrava priva di sangue, smorta come un fiore cresciuto in un sotterraneo. Max aveva un'aria altezzosa e affettata, un naso magro e sottile dalla delicata curva a becco d'aquila, grandi occhi verdi, capelli biondi che andavano diradandosi sulle tempie benché avesse solo ventiquattro anni.

Sfiorò leggermente con un dito la guancia di Hélène e le strinse il mento alzato verso di lui.

«Buongiorno, cuginetta. Quanti anni hai?» le chiese, non sapendo chiaramente di che cosa parlarle e fissandola con lo sguardo ironico e scintillante dei suoi occhi verdi.

Poi, senza ascoltare la sua risposta, mormorò:

«Come tiene curva la schiena... Devi stare dritta, ragazzina... Le mie sorelle, alla tua età, erano tutte più alte di te di una ventina di centimetri e stavano dritte come fusi...».

« vero» esclamò Bella, irritata. «Che portamento sgraziato! Dovete rimproverarla, Mademoiselle Rose!».

«Il viaggio l'ha stancata».

«Avete sempre la scusa pronta, voi» disse Bella con un moto di stizza e, con la mano, diede un piccolo colpo secco tra le due scapole di quella piccola schiena delicata, che s'ingobbiva non appena Hélène dimenticava di stare dritta.

«Non ti dona, sai, povera figlia mia... Si ha un bel rimproverarla, non vi dà retta... E poi, guardate, Max, che brutta cera... Le vostre sorelle sembrano così robuste, così sportive...».

Max sussurrò:

«English education, you know... Cold baths and bare knees and not encouraged to be sorry for themselves... Non vi assomiglia, Bella».

Hélène domandò:

«E papà?».

«Papà sta bene, torna a casa tardi, lo vedrai prima di andare a letto... molto occupato».

Tacquero. Hélène stava impettita e rigida come a una sfilata militare, senza trovare il coraggio né di andarsene né di sedersi. Alla fine Bella con voce stanca e irritata mormorò:

«Insomma, non startene lì impalata a guardarmi con la bocca aperta. Va' di là, va' a vedere la tua camera...».

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Gli ebrei parlavano di affari, e per distrarsi, o per non perderne l'abitudine, si vendevano l'un l'altro terreni, miniere e case che i bolscevichi, peraltro, avevano confiscato da mesi. Ma considerare duraturo quel tipo di governo sarebbe stato sintomo di disfattismo. Tutti gli accordavano due o tre mesi di vita... I pessimisti gli concedevano l'inverno. Gli ebrei speculavano anche sul cambio del rublo, del marco finlandese o della corona svedese. Il corso delle monete era così capriccioso che, da una settimana all'altra, in quel misero salottino nero tutto peluche e bambù, mentre fuori cadeva la neve, si creavano e si disfacevano ricchezze immense.

I russi ascoltavano, prima altezzosi, diffidenti, poi incuriositi, interessati; un po' alla volta avvicinavano le sedie. Alla fine della serata li si vedeva prendere affettuosamente per il collo quelli che adesso chiamavano «israeliti».

Parlando tra loro, aggiungevano perfino:

«Quante calunnie sul loro conto, davvero. Alcuni sono persone squisite...».

E gli ebrei dicevano:

«Questi russi sono ben lungi dall'essere stupidi come si è sempre sostenuto. Il principe, se solo avesse dovuto guadagnarsi da vivere, sarebbe stato un ottimo agente di Borsa».

Così fraternizzavano le due razze inconciliabili, spinte l'una verso l'altra da quel tempo tragico; e, legate dall'interesse, l'abitudine e l'avversità, costituivano gli elementi di una piccola società unita e felice.

Il fumo dei grossi sigari si alzava lentamente nell'aria; fasci di banconote, il cui valore scendeva ogni giorno, finivano per terra; nessuno si curava di raccoglierle, e spesso venivano lacerate dai cani. A volte gli uomini uscivano sulla terrazza piena di neve scricchiolante e allora vedevano una debole luce ardere all'orizzonte.

«Terijoki brucia» dicevano con indifferenza, e rientravano scrollandosi di dosso la neve spessa che, in un attimo, aveva coperto le loro schiene e le loro spalle. Intanto, il piccolo pianoforte nero diffondeva le sue note sotto le dita di una ragazza lunga e piatta, malata di petto, fragile e stralunata, dai capelli color del lino, che se ne stava tutto il giorno sulla terrazza, immobile nel sacco a pelo, e quando scendeva la sera, attratta come un uccello notturno e insieme spaventata dalle luci del salotto, lo attraversava senza fermarsi, senza rispondere alle domande gentili che le venivano rivolte, si sedeva sul piccolo sgabello di peluche verde e suonava, suonava senza sosta, passando da un notturno di Chopin a un rondò di Hàndel, poi a uno scatenato cancan, mentre la febbre serale le infiammava le guance.

Le giovani donne insegnavano a Hélène a cucire, a ricamare, e lei si sentiva serena, felice; ritrovava la salute, la vitalità dell'infanzia; la neve, il vento, le lunghe corse nella foresta avevano dato al suo viso un colore ardente e rosa. Ogni tanto, per rendersene conto, lanciava di sfuggita qualche occhiata timida e sorridente verso lo specchio.

«Com'è cambiata, questa ragazzina!» dicevano le donne guardandola con affetto. «Ha una bella cera, adesso!...».

Quello che Hélène, per il momento, amava sopra ogni cosa era il piccolo gruppo di brave matrone che ascoltavano, con un'espressione di biasimo, le storie scabrose della baronessa Lennart, parlavano dei loro bambini, si scambiavano ricette di marmellate e, mentre ai vetri delle finestre cresceva il riflesso di un incendio lontano, chinavano la testa sotto la lampada e con le forbicine d'oro praticavano piccoli occhielli nei tovaglioli di tela...

Il sabato sera andavano tutti in paese a vedere le guardie rosse che ballavano con le domestiche. Salivano su certe larghe slitte campagnole, imbottite all'interno di foraggio e pelli di pecora. Impossibile sedersi, lì dentro; restavano distesi, appoggiati su un gomito, e a ogni sobbalzo cadevano gli uni sugli altri.

La signora Reuss restava in casa con il bambino più piccolo, ma il marito non avrebbe rinunciato al «ballo» per nulla al mondo. Prendeva con sé il figlio maggiore, l'amato Georgij, lo affidava alla vecchia signora Haas, poi tornava a distendersi vicino a Hélène. Sorridendo, cercava di prenderle la mano nel buio; le toglieva delicatamente il grosso guanto ruvido di lana e stringeva fra le sue le dita sottili che tremavano impercettibilmente. Hélène, col batticuore, guardava quel volto chino verso di lei, illuminato dalla luna e dalla fiamma fumosa, torbida, intermittente di una lanterna agganciata a un lato della slitta. Sulle labbra di Fred, sulla sua bocca femminea, sensibile e fremente, vagava una piccola smorfia tenera e ironica; sul berretto di pelliccia si posavano pagliuzze di neve, stelline scintillanti e dure. Hélène chiudeva gli occhi, era stanca, aveva corso e giocato tutto il giorno nella neve. Quando mancavano gli slittini, ci si lanciava a tutta velocità dall'alto della collina su una grossa slitta sganciata dai cavalli, che andava regolarmente a urtare contro una pietra ghiacciata e scaraventava il suo carico giù, nella carreggiata profonda, tutta rovi e sterpaglia, e nella neve morbida e spessa... Hélène aveva ritrovato il piacere di un tempo per i giochi pericolosi, la brutalità, la ruvidezza da maschiaccio.

I balli del sabato avevano luogo in un capannone dove, come in un presepio, attraverso le assi del tetto pieno di fessure si vedeva il cielo nero, vagamente illuminato dal debole palpitare delle stelle. I musicisti, che avevano strumenti rumorosi, ottoni e tamburi, si piazzavano a cavalcioni delle panche; i ragazzi ballavano tenendo a tracolla i fucili carichi, mentre alla cintura tenevano appesi i larghi coltelli per la caccia all'orso, con le lame piatte inserite in un piede di cervo; ballando, pestavano il pavimento con gli stivali e, dato che i magazzini erano situati proprio lì sotto, ogni tanto sollevavano una nube odorosa di particelle di fieno. Le ragazze avevano un grembiule rosso e, per sottolineare la loro fedeltà al potere costituito, nastri scarlatti nei capelli biondi e sottogonne rosse che, nel vortice delle danze, s'intravedevano sotto i vestiti.

A volte la porta si apriva e un soffio gelido penetrava nel locale. Si scorgevano, oltre la soglia, gli abeti illuminati dalla luna; erano dritti, immobili, inargentati, e ogni ramo gelato, duro e scintillante come acciaio, brillava nella notte. La stufa borbottava; la caricavano con pezzi di legno fresco, tagliati dagli alberi, ancora bagnati e bianchi di neve. Un fumo denso riempiva la stanza, misto al vapore formato dal fiato dei ballerini e a quello che usciva dalle palandrane e dai colbacchi di pelliccia. Hélène era seduta su un tavolo di legno, con i piedi penzolanti nel vuoto; Fred Reuss stava ritto davanti a lei e le stringeva forte la gamba. Hélène si tirava indietro ma, alle sue spalle, una coppia si stava baciando, mezzo distesa sul tavolo. Allora Hélène tornava verso il giovane, assaporava in silenzio quella gioia nuova, quella pace, il calore che, dal corpo di Fred, dalla sua mano suadente che le stringeva dolcemente la caviglia, le saliva fino al cuore. Godeva del piacere nuovo e conturbante di protendere il volto in modo che la luce andasse a cadere sulla sua guancia, perché sapeva che era bruna e pura, rossa di un sangue giovane, vivo e bruciante. Rideva per mostrare i denti bianchi e smaglianti; abbandonava la piccola mano abbronzata e sottile che Fred stringeva, imprigionava fra il suo corpo e il tavolo. Le lampade a petrolio erano appese al soffitto e piene di un olio giallo che oscillava denso quando riprendeva la danza, una specie di bourrée che faceva cigolare e gemere il pavimento e si concludeva in un vortice folle. Nelle braccia di Reuss, Hélène saltava e girava, pallida, stringendo le labbra, presa da una dolce e frastornante vertigine. Intorno a lei i nastri, le lunghe trecce delle ragazze volavano, sferzando le loro guance, sferzando come cinghie il volto di Hélène quando la danza faceva urtare le coppie l'una contro l'altra.

Dopo aver tanto ballato e bevuto a sazietà l'acquavite di contrabbando, gli uomini prendevano le pistole e sparavano delle pallottole nel soffitto. In piedi sul tavolo, con entrambe le mani appoggiate sulle spalle di Reuss, Hélène senza badarci, eccitata com'era, gli conficcava le unghie nella schiena e contemplava quel gioco respirando l'odore della polvere da sparo che già conosceva così bene. Il figlio maggiore di Reuss, che aveva la testa rasata come i prati a primavera, il cappottino di pelliccia semiaperto sulla camicia di coutil, saltellava allegramente stando fermo sul posto. Una volta esaurite le cartucce, e solo allora, sarebbero cominciate le risse.

Fred Reuss disse, con un certo rammarico:

«Su, dobbiamo muoverci, adesso, cosa dirà mia moglie? E quasi mezzanotte, venite, presto...».

Uscirono. Fuori, i cavalli aspettavano, fiutando il terreno gelato, scuotendo a tratti le teste coperte di neve; i campanelli che portavano al collo si agitavano, e tenui, misteriosi suoni attraversavano la foresta e il fiume imprigionato nella sua corazza di ghiaccio. Hélène e Reuss oscillavano dolcemente, mezzo addormentati, al passo dei cavalli che salivano lungo il pendio. Hélène si sentiva le guance bruciare come fiamme; la mancanza di sonno, la stanchezza e il fumo le irritavano le palpebre mentre cercava languidamente con lo sguardo la luna rosa che saliva lenta nel cielo d'inverno.

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