Copertina
Autore Jo NesbÝ
Titolo Lo spettro
EdizioneEinaudi, Torino, 2012, Stile Libero Big , pag. 560, cop.fle., dim. 13,7x21,6x2,7 cm , Isbn 978-88-06-21089-2
OriginaleGjenfred [2011]
TraduttoreEva Kampmann
LettoreMargherita Cena, 2012
Classe gialli , thriller , narrativa norvegese
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Pagina 5

I.


Le strida la chiamavano. Come lance sonore penetravano tutti gli altri suoni serali del centro di Oslo: il ronzio ininterrotto delle auto fuori della finestra, la sirena lontana che aumentava e diminuiva di intensità, le campane che avevano appena cominciato a rintoccare nelle vicinanze. Proprio a quell'ora, verso sera, ed eventualmente poco prima dell'alba, usciva in cerca di cibo. Passò il naso sopra il linoleum sudicio della cucina. Rilevava gli odori e con velocità fulminea li suddivideva in tre categorie: commestibile, minaccioso o irrilevante per la sopravvivenza. L'odore acre della cenere grigia di tabacco. Il dolce sapore zuccherino del sangue su un batuffolo di ovatta. Il puzzo amaro di birra sul tappo di una bottiglia di Ringnes. Molecole gassose di zolfo, salnitro e biossido di carbonio fuoriuscite da un bossolo vuoto fatto per contenere un proiettile nove per diciotto millimetri, detto anche semplicemente Makarov, dalla pistola per la quale il calibro era stato realizzato in origine. Il fumo di un mozzicone di sigaretta ancora acceso con il filtro dorato e la carta nera con sopra impressa l'aquila dello stemma russo. Il tabacco era commestibile. E poi: un'esalazione di alcol misto a cuoio, grasso e asfalto. Una scarpa. L'annusò. E concluse che sarebbe stato piú facile mangiare il giubbotto nell'armadio, quello che puzzava di benzina e dell'animale decomposto con cui era fatto. Quindi il cervello da roditore si concentrò su come forzare l'ostacolo che aveva di fronte. Aveva provato su entrambi i lati, tentato di far passare a forza i venticinque centimetri e il mezzo chilo scarso del suo corpo, ma invano. L'ostacolo giaceva sul fianco con la schiena contro il muro e ostruiva il buco d'accesso alla tana e agli otto piccoli appena nati, ciechi e nudi, che invocavano le sue mammelle a voce sempre piú alta. La montagna di carne sapeva di sale, sudore e sangue. Era un essere umano. Un essere umano ancora vivo: con le orecchie sensibili riusciva a cogliere i deboli battiti del cuore in mezzo agli strilli affamati dei piccoli.

Era terrorizzata, ma non aveva scelta. Allattare i piccoli era piú importante di ogni pericolo, di ogni sforzo e di ogni altro istinto. Perciò rimase immobile con il naso in aria in attesa che le si rivelasse la soluzione.

Ormai le campane suonavano a tempo con il cuore umano. Un rintocco, due. Tre, quattro...

Snudò i denti da roditore.


Luglio. Cazzo. Non si può morire in luglio. Sono veramente campane quelle che sento, oppure c'era un allucinogeno in quei maledetti proiettili? Okay, allora finisce qui. Del resto, chi se ne frega? Qua o là. Ora o piú tardi. Ma mi merito veramente di morire in luglio? Con il canto degli uccelli, il tintinnio di bottiglie, le risate che salgono su dal fiume, l'Akerselva, e un'allegria estiva del cazzo proprio qui fuori della finestra? Mi merito di stare sdraiato sul pavimento di un sudicio covo di tossici, con in corpo un buco di troppo che è un fiotto continuo di vita, secondi e flashback di tutte le cose che mi hanno portato fin qui? Tutte le cose grandi e piccole, la serie infinita di coincidenze e di scelte poco convinte: sono davvero io? » tutto qui? » questa la mia vita? Avevo dei progetti, non è vero? E adesso non sono che un sacco di polvere, una barzelletta senza la battuta finale, talmente corta che riuscirei a raccontarla prima che le campane finiscano di suonare. Ah, lanciafiamme di merda! Nessuno mi aveva detto che è cosí difficile morire! Ci sei, papà? Non svignartela, non ancora. Ascolta, ecco la barzelletta: mi chiamo Gusto. Sono arrivato a diciannove anni. Tu eri un poco di buono che si era scopato una poco di buono e nove mesi dopo nacqui io e venni spedito in una famiglia affidataria prima ancora che imparassi a dire «papà»! E là combinavo quanti piú casini possibili, ma loro non facevano altro che stringermi ancora di piú nella soffocante coperta della premura e chiedermi cosa volessi per darmi una calmata. Uno stramaledetto gelato? Non capivano mica che a quelli come te e me bisogna sparargli subito, eliminarli come animali nocivi, perché spargiamo il contagio e il degrado e ci riproduciamo come ratti non appena ci si presenta l'occasione. Devono ringraziare solo se stessi. Però pretendono anche. Tutti vogliono qualcosa. Avevo tredici anni quando per la prima volta lessi nello sguardo della mia madre affidataria cosa voleva.

«Sei bellissimo, Gusto», mi disse. Era entrata in bagno dopo che avevo lasciato la porta aperta ed evitato di aprire la doccia per non avvertirla della mia presenza. Esitò esattamente un secondo di troppo prima di uscire. E io scoppiai a ridere, perché ormai lo sapevo. Ecco, questo è il mio talento, papà: riesco a capire cosa vuole la gente. Ho preso da te? Eri anche tu cosí? Dopo che fu uscita mi guardai nel grande specchio. Me lo aveva già detto, che ero bello. Mi ero sviluppato prima degli altri ragazzini. Alto, magro, muscoloso e con le spalle larghe. I capelli talmente neri che brillavano, come se tutta la luce vi si riflettesse. Zigomi pronunciati. Mento forte e dritto. Una bocca grande e avida, labbra carnose come quelle di una ragazza. La pelle scura e liscia. Occhi castano scuri, quasi neri. «Ratto marrone» mi aveva soprannominato uno dei miei compagni di classe. Didrik, si chiamava cosí? Comunque, da grande voleva fare il pianista concertista. Io avevo compiuto quindici anni e lui disse ad alta voce in classe: «Per la miseria, il ratto marrone non sa nemmeno leggere».

Io mi limitai a ridere, e naturalmente sapevo perché lo aveva detto. Sapevo cosa voleva. Kamilla, di cui era segretamente innamorato, era meno segretamente innamorata di me. Alla festa di classe avevo dato una tastata a quello che nascondeva sotto la maglietta. Niente di che. Ne avevo accennato a un paio di ragazzi e poi probabilmente Didrik lo era venuto a sapere, e aveva deciso di escludermi. Non che ci tenga tanto a essere incluso, ma un'espulsione è un'espulsione. E allora andai da Tutu al club dei biker. Avevo già spacciato un po' di hashish per loro a scuola, e gli spiegai che se volevo lavorare bene la gente mi doveva rispettare. Tutu mi disse che avrebbe pensato lui a Didrik. Dopo, Didrik si rifiutò di spiegare come avesse fatto a rimanere con due dita incastrate proprio sotto il cardine superiore della porta dei gabinetti dei ragazzi, però non mi chiamò piú ratto marrone. E - in effetti - non divenne neanche mai un pianista concertista. Cazzo, che male! No, non ho bisogno di essere consolato, papà, ho bisogno di una pera. Solo un'ultima pera, poi lascerò questo mondo zitto zitto, lo prometto. » suonata di nuovo l'ora. Papà?

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II.


Era quasi mezzanotte a Gardermoen, l'aeroporto di Oslo, quando il volo SK-459 in arrivo da Bangkok si immise nel posto assegnato davanti al gate 46. Il primo pilota Tord Schultz frenò finché l'Airbus 340 si fermò completamente e interruppe di colpo l'alimentazione del carburante. La frequenza del sibilo metallico dei motori a reazione si ridusse a un sommesso ronzio per poi cessare del tutto. Tord Schultz si annotò mentalmente l'ora: tre minuti e quaranta secondi dall'atterraggio, dodici minuti di anticipo. Insieme al secondo pilota compilò la shutdown checklist e la parking checklist, dal momento che il velivolo doveva restare parcheggiato durante la notte. Con tutto l'armamentario. Sfogliò la cartella che conteneva il giornale di bordo. 20 settembre... A Bangkok era ancora la stagione delle piogge e lui, trovando la solita afa appiccicosa, era stato impaziente di tornare a casa, alle prime fresche sere d'autunno. Oslo in settembre. Non c'era posto piú bello sulla terra. Compilò la rubrica del carburante avanzato. Il rendiconto del carburante. Gli era capitato di doverne rispondere. Di ritorno da Amsterdam o Madrid con voli in cui aveva superato la velocità economicamente razionale, bruciando migliaia di corone di carburante per arrivare in tempo. Alla fine il capo dei piloti lo aveva convocato nel suo ufficio.

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