Copertina
Autore Jo Nesbø
Titolo La stella del diavolo
EdizionePiemme, Milano, 2011 [2008], Bestseller , pag. 472, cop.fle., dim. 12,7x19x3 cm , Isbn 978-88-566-1981-2
OriginaleMarekors [2003]
TraduttoreGiorgio Puleo
LettoreElisabetta Cavalli, 2013
Classe gialli , thriller
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Pagina 7

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Venerdì. Uova

La casa era stata costruita nel 1898 su un terreno argilloso che aveva ceduto leggermente sul lato ovest, così ora l'acqua scorreva dalla parte del cardine della porta. Colava sul pavimento del soggiorno e lasciava una traccia umida sul parquet di quercia. In una cavità del legno, l'acqua si fermava per un attimo finché altra acqua non la spingeva e si fermava contro il listello della parete come un topo impaurito. Lì si spargeva sui lati, cercava e sembrava annusare il listello prima di trovare una fessura tra la fine del parquet e la parete. Nel mezzo si poteva vedere il profilo del re Olav su una moneta da cinque corone, che era stata coniata nel 1987, l'anno prima che la moneta cadesse dalla tasca del falegname. Ma erano bei tempi, molti appartamenti mansardati dovevano essere costruiti nel più breve tempo possibile, e il falegname non si era preoccupato di cercarla.

L'acqua non impiegò molto tempo a trovare una via attraverso il pavimento sotto il parquet. A parte una perdita nel 1968, l'anno in cui un nuovo tetto fu costruito, le assi si erano infatti asciugate e ristrette gradualmente dal 1898, e la fessura fra le due assi più vicine alla parete adesso misurava quasi mezzo centimetro. Sotto la screpolatura l'acqua incontrava una delle travi, che la portava più lontano, verso ovest e nel muro esterno. Lì veniva assorbita dall'intonaco di calce e dalla malta che, più di cento anni prima, era stata mescolata dal capo mastro e padre di cinque figli, Jacob Andersen. Come tutti í muratori di Oslo a quell'epoca, Andersen fabbricava la propria malta e il proprio intonaco. Non aveva solo un'unica miscela di calce, sabbia e acqua, ma anche una specialità: pelo di cavallo e sangue di maiale. Pensava infatti che il pelo di cavallo e il sangue fossero dei leganti e rinforzassero l'intonaco. Non era una sua idea, almeno così raccontava allora ai suoi colleghi che scuotevano la testa. Suo padre e suo nonno paterno, entrambi scozzesi, avevano utilizzato gli stessi ingredienti prelevati però dalle pecore. E anche se Jacob non portava più il suo cognome scozzese dopo aver adottato quello del suo maestro muratore, non aveva nessun motivo di abbandonare seicento anni di esperienza. Alcuni dei muratori erano del parere che fosse immorale, altri sostenevano che era influenzato dal diavolo, ma la maggior parte si limitava a prenderlo in giro. Forse fu uno di questi che iniziò a diffondere una storia che fece il giro della città in piena crescita che allora si chiamava Kristiania. Un vetturino di Grünerløkka aveva sposato una sua cugina della regione di Värmland, e insieme si erano trasferiti in un bilocale in Seilduksgata, in una delle case che Andersen aveva aiutato a costruire. Il primo figlio della coppia ebbe la sfortuna di venire al mondo con capelli scuri e occhi marroni, e, dato che entrambi i genitori avevano i capelli chiari e gli occhi azzurri – e l'uomo era geloso di natura –, il marito legò sua moglie, la portò in cantina e la murò nella parete. Le grida della donna erano efficacemente smorzate dalle spesse pareti tra cui era legata e incastrata. Forse il marito aveva pensato che sarebbe soffocata per mancanza di ossigeno, ma se c'era una cosa che le pareti potevano fare era lasciar passare l'aria. Alla fine la povera donna si era avventata contro i mattoni con i soli denti. E questo avrebbe forse potuto funzionare perché Andersen aveva utilizzato sangue e peli, pensando di risparmiare, qualcosa che rendeva la parete porosa e che ora si stava disfando sotto l'attacco dei denti forti della donna. Ma purtroppo, la sua smania di vivere fece sì che la donna prendesse boccate troppo grosse di calce e di mattoni. Alla fine, dato che non riusciva più a masticare, ingoiare e sputare, la sabbia, i sassolini e i pezzi di argilla cotta le bloccarono i bronchi. Il viso diventò blu, i battiti del cuore rallentarono e la donna smise di respirare.

Era morta.

Ma secondo il mito, il gusto del sangue di maiale fece pensare alla povera donna di essere ancora viva. E quindi, improvvisamente, si liberò senza difficoltà dalla corda che la legava, uscì dalla sua prigione e si mise a camminare. Alcuni vecchi di Grünerløkka ricordano ancora quella storia della loro infanzia, della donna con la testa di maiale che andava in giro con un coltello per tagliare la testa ai bambini che rimanevano fuori fino a tardi la sera, perché doveva sentire il gusto del sangue per sopravvivere. Tuttavia, pochi conoscevano il nome del muratore, che aveva continuato, instancabilmente, a utilizzare la sua miscela speciale di malta. Quando, tre anni più tardi, dopo aver murato la casa dove ora l'acqua scorreva, cadde da un'impalcatura, lasciando dietro di sé duecento corone e una chitarra, mancavano ancora quasi cento anni prima che i muratori iniziassero a utilizzare strane fibre simili a peli nelle loro mescole di cemento, e prima che, in un laboratorio di Milano, qualcuno scoprisse che le mura di Gerico erano state rinforzate con sangue e peli di cammello.

Tuttavia la maggior parte dell'acqua non scorreva all'interno della parete, ma verso il basso. Perché l'acqua, la vigliaccheria e la cupidigia cercano sempre il punto più basso. Le prime acque erano state assorbite dall'argilla fra il doppio assito del pavimento, ma ne continuò ad arrivare, e l'argilla divenne satura, l'acqua passò attraverso e iniziò a bagnare una copia del giornale «Aftenposten» datata 11 luglio 1898, dove si poteva leggere un articolo sullo sviluppo del settore edile a Kristiania che aveva raggiunto il suo culmine per cui presto i prezzi delle case sarebbero tornati a un livello normale. A pagina tre, invece, il cronista raccontava che la polizia non aveva ancora una traccia nel caso dell'omicidio di una giovane sarta che la settimana prima era stata trovata pugnalata a morte nel bagno di casa sua. A maggio era stata ritrovata un'altra ragazza pugnalata a morte e mutilata ad Akerselva, ma la polizia non voleva rilasciare alcuna díchiarazione sulla possibilità che fosse vittima dello stesso assassino.

L'acqua saturò anche il giornale e iniziò a scorrere fra le assi e all'ínterno del soffitto intonacato. Dato che questo era stato bucato dopo la prima perdita nel 1968, l'acqua iniziò a raggiungere i buchi, vi rimase sospesa finché le gocce che si formavano non divennero troppo pesanti, facendo un volo di tre metri e otto centimetri.


Vibeke Knutsen aspirò con forza dalla sigaretta e soffiò il fumo attraverso la finestra aperta al quarto piano. Era pomeriggio e l'aría calda che saliva dall'asfalto riscaldato dal sole nel cortile posteriore, portò il fumo con sé lungo la facciata azzurra finché non si dissolse. Dall'altro lato del tetto si udiva il suono intermittente di qualche auto che passava sulla normalmente molto trafficata Ullevålsveien. Ma era il periodo delle vacanze e la città era stata praticamente evacuata. Una mosca si posò sul davanzale della finestra. Non era sufficientemente intelligente da cercare di evitare il caldo. Il lato opposto dell'appartamento, che dava sulla Ullevålsveien era molto più fresco, ma forse la mosca non amava la vista da quel lato. Il cimitero del Nostro Redentore. Zeppo di personaggi famosi. Personaggi famosi e defunti. Al pianterreno c'era un negozio che vendeva lapidi e simili. Si poteva dire senza esagerare che era nella posizione ideale.

Vibeke appoggiò la fronte al vetro della finestra.

Era stata felice quando il caldo era arrivato, ma la gioia non era durata a lungo. Adesso non vedeva l'ora che le notti fresche tornassero e che le strade prendessero a riempirsi di gente. Quel giorno cinque clienti erano entrati nella galleria prima di pranzo, e tre subito dopo. Aveva già fumato un pacchetto e mezzo di sigarette per la noia, era stata irrequieta e le era venuto un tale mal di gola che, quando il proprietario le aveva telefonato per chiederle come era andata, Vibeke era riuscita a rispondere a malapena. Eppure, non appena tornata a casa, aveva messo a bollire le patate e aveva acceso un'altra sigaretta.

Vibeke aveva smesso di fumare quando aveva incontrato Anders, due anni prima. Non era stato lui a chiederglielo. Al contrario. Quando si erano incontrati a Gran Canaria, Anders gliene aveva persino chiesta una. Così, per provare. E quando erano andati ad abitare insieme un mese dopo essere tornati a Oslo, una delle prime cose che aveva detto era stata che la loro relazione poteva sopportare un po' di fumo passivo. E che quelli che conducevano ricerche sul cancro esageravano. Gli sarebbe bastato un po' di tempo per abituarsi all'odore di tabacco sui suoi vestiti. Il giorno seguente Vibeke aveva deciso di smettere e, quando, qualche tempo dopo, Anders le aveva detto che era da un po' che non la vedeva fumare, Vibeke aveva risposto che non era mai stata una fumatrice accanita. Anders aveva sorriso e le aveva accarezzato una guancia.

«Sai una cosa, Vibeke? Ero certo che avresti smesso.»

Sentì che l'acqua aveva iniziato a bollire e fissò la sigaretta. Ancora tre tiri. Il primo. Nessun sapore.

Vibeke non ricordava esattamente quando aveva ripreso a fumare. Forse l'anno prima, quando Anders aveva iniziato a stare via così a lungo per lavoro. O forse verso Capodanno, quando lei aveva iniziato a fare straordinari quasi ogni sera? Lo aveva fatto perché era infelice? Era così? Non litigavano mai. Non facevano neppure l'amore molto spesso, ma Anders si era giustificato dicendo che lavorava troppo, e non ne avevano più parlato. Non che fare l'amore le mancasse troppo. Quelle poche volte che facevano sesso con un po' di impegno Vibeke aveva l'impressione che Anders non fosse lì. Così si era resa conto che non c'era bisogno che ci fosse davvero.

Vibeke guardò l'orologio. Le 17.15. Dove poteva essere? Aveva almeno l'abitudine di avvisarla quando era in ritardo. Spense la sigaretta, tornò al fornello e controllò le patate con una forchetta. Quasi pronte. Alcuni grumi scuri ondeggiavano fra le bolle d'acqua. Strano. Venivano dalle patate o dalla pentola?

Stava cercando di ricordare per cosa l'aveva usata l'ultima volta quando sentì la porta dell'ingresso aprirsi. Poi lo sentì sospirare e togliersi le scarpe. Anders entrò in cucina e aprì il frigorifero.

«Cosa stai preparando?»

«Carne e patate.»

«Okay...» Lo aveva detto con un tono rassegnato. Vibeke sapeva quello che stava pensando: "Ancora carne? Non sarebbe meglio mangiare pesce qualche volta?".

«Sì, perché no» disse invece chinandosi sulla padella.

«Che cosa hai fatto? Sei tutto sudato.»

«Questa sera non potrò allenarmi, così sono andato in bicicletta fino a Sognvann e ritorno Che cosa sono quei grumi scuri nell'acqua?»

«Non lo so» disse Vibeke. «Li ho notati soltanto adesso.»

«Non lo sai? Non eri quasi una cuoca anni fa?»

Con un movimento rapido Anders prese uno dei grumi fra l'indice e il pollice e se lo mise in bocca. Lei teneva lo sguardo fisso sulla sua nuca. Sui sottili capelli castani che le erano piaciuti tanto all'inizio. Capelli tagliati corti e sempre in ordine. Con le basette. Una persona che si prendeva cura di sé. Uno che aveva un futuro. Per più di una persona.

«Che gusto ha?»

«Nessuno» disse continuando a restare chinato sul fornello. «Uova.»

«Uova? Ma ho appena lavato la padella...»

Vibeke si interruppe di colpo.

«Che cosa c'è?» chiese Anders girandosi.

«Stanno cadendo... gocce...» disse Vibeke indicando la sua testa.

Anders aggrottò la fronte e si passò la mano sui capelli. Poi alzarono entrambi lo sguardo verso il soffitto. Due gocce brillavano sulla superficie bianca. Vibeke era miope, non sarebbe riuscita a vedere le gocce se fossero state trasparenti. Ma non lo erano.

«Si direbbe una perdita dall'appartamento di Camilla» disse Anders. «Vai su e diglielo, io cercherò di trovare il custode di turno.»

Vibeke fissò le gocce. E poi la pentola.

«Mio Dio» disse e il suo cuore si mise a battere rapidamente.

«Che cosa c'è adesso?»

«Cerca il custode. Andate a bussare da Camilla. Nel frattempo, io telefono alla polizia.»

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