Copertina
Autore Ndumiso Ngcobo
Titolo Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi
Sottotitolo(considerazioni eversive di un guerriero zulurbano)
EdizioneVoland, Roma, 2010, Intrecci 68 , pag. 198, cop.fle., dim. 14,5x20,5x1,6 cm , Isbn 978-88-6243-059-3
OriginaleSome of my best friends are white [2007]
CuratoreDaniele Petruccioli
LettoreFlo Bertelli, 2011
Classe narrativa sudafricana , paesi: Sudafrica
PrimaPagina


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Indice


Introduzione
di Fred Khumalo                                     15

Premessa
Un paio di cazzate al popolo...                     19

Eish Joe, non ce l'ho
L'ubuntu ai tempi del colera: quando
un nero può comprarsi una macchina
da cinquecentomila rand ma non ha i soldi
per fare il pieno                                   25

Kasie dolce kasie
Dubbi amletici del XXI secolo: vivere in un
quartiere fighetto insieme a bianchi assurdi
o in una township insieme a neri assurdi?           37

Bianchi in delirio
Mamma, c'è un nero che fa bungee jumping.
Benvenuti nel magico mondo delle
multinazionali in Sudafrica                         51

Bacia oggi il tuo zulu quotidiano
Noi zulu siamo incompresi.
La nostra non è violenza, è senso del reale         65

Pendolarsi su gomma: all'inferno e ritorno
Non tanto per il fatto di rischiare la vita,
ma perché i guidatori di minibus sono
psicopatici e godono a bistrattare il prossimo      77

Grazie Dio, per la donna nera
Le nere incarnano il nuovo Sudafrica e marciano
dritte alla vittoria. Quando riusciranno anche
a portarci la birra che gli avevamo chiesto...      91

I miei figli sono meglio dei tuoi
I bambini di oggi sono un incubo.
Ci vuole un po' di cara vecchia disciplina zulu    103

Radio locali e perversioni sessuali
Le leggi antidiscriminatorie sono l'argomento
più controverso del paese, ma solo perché
nessuno prende il toro da entrambe le corna        117

Ci staccheranno la testa a morsi
Perché i neri non stanno mai a casa
con la moglie? Anche voi scappereste,
se sapeste chi comanda davvero                     131

Non è dahl del mio biryani d'agnello, bello
Senza la comunità indiana la nazione
arcobaleno non sarebbe degna di questo nome.
Però diciamolo, sono strani forte                  143

Pap et circenses
Intendiamoci, per noi sudafricani
la democrazia è un bene irrinunciabile.
Ma perché il governo si ostina a proibirci
di bere birra in spiaggia?                         163

Confessioni di un criminale
Bianchi e neri, la questione della sicurezza
preoccupa tutti. Ecco come comportarsi
se volete davvero finire in galera                 179

Glossario                                          195


 

 

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Pagina 19

PREMESSA


Caro lettore,

benarrivato. Sono felice di vederti qui.

In tanti hanno intrapreso il cammino, ma poi si sono persi per finire nel reparto romanzi rosa. Ormai saranno invischiati in qualcosa tipo: "Rovesciata sul letto, lei palpitava nell'attesa." Contenti loro...

Scrivo queste parole a Durban, nel bar di un albergo sul mare, con una birra come unica compagna. Sarà la quinta volta che ci provo, a fare questa cacchio di premessa: premessa per modo di dire, visto che ho consegnato il manoscritto definitivo un mese fa. Ma a noi piace così, vero? Con i piedi. In questo paese, poi... E allora, rompiamo gli schemi e cominciamo dall'inizio.

Estate 1977. Phangiwe Rosemary Ngcobo, infermiera diplomata, sente un odore strano e si alza in piena notte. Entrata nell'unica altra stanza da letto della sua catapecchia (township di Mpumalanga, unità abitativa A662), si preoccupa non poco trovando il suo secondogenito immerso nella novella zulu Ubudoda Abukhulelwa ("Non serve invecchiare per diventare uomini") del professor Sibusiso Nyembezi. La fiammella tremula della candela ondeggia pericolosamente sulla tendina stracciata della sola finestra della piccola stanza. Il ragazzo, assorto nel magico mondo evocato dalla poesia dell'autore, è ignaro del pericolo.

Invece di punirlo, Rosemary Ngcobo e suo marito Bafanyana Ngcobo, di professione insegnante, decisero di investire alcune centinaia di rand in qualche volume dell'Enciclopedia dei Ragazzi. Il figlio passò gli anni successivi a perdersi nel mondo di egiziani, greci e romani. Nelle sortite dalla sua camera, spesso staccava una "spada" dal pesco in cortile e ammazzava Paride un attimo prima che scoccasse la freccia contro Achille, riportando così la giustizia sui giusti binari.

Quel ragazzo era naturalmente il sottoscritto.

Avevo cinque anni e mi ero appena innamorato della parola scritta. Innamorato e infiammato per la forza delle idee, soprattutto quelle di lotta e combattimento dialettico. Da allora lo seppi. Prima o poi avrei scritto un libro, pubblicabile o meno.

Il mio concetto di estasi è stare in un bar fumoso in compagnia di quella manica di bestie che chiamo amici, urlanti, rossi in faccia, a passare biascicando malamente da un argomento rabberciato a una caterva di bugie (tanto per citare Michael Jackson). Questi quadretti sono per me quanto di più simile al paradiso, se non contiamo quando mi accoccolo su mia moglie, la dolce Tebogo.

A gennaio del 2006 andai con Tebogo a trovare mia sorella Buhle Masithela e il suo amato consorte Thapelo Pat Masithela. Ero a un bivio. Avevo appena festeggiato (si fa per dire) un piccolo traguardo: cinque anni di lavoro per una grossa multinazionale. In quei cinque anni, transitando da un ufficio all'altro, mi ero per così dire "formato": avevo imparato di avere un "immenso potenziale", di essere una "risorsa chiave" nonché un futuro leader di quella grande struttura. Tutta roba già sentita quando insegnavo matematica al liceo.

Non credo di essere mai stato così giù. Pagavo lo scotto per essere diventato un ingranaggio umano dinamico ed entusiasta nel meccanismo della grande industria. Il mio compito del momento, ultimo di una sfilza di mansioni noiose, alienanti e spesso umilianti all'interno del mondo aziendale, non era neppure un lavoro vero. Le mie mansioni riguardavano la "gestione" di gente con un lavoro vero e il riferire sulle loro azioni.

Arrivai dai Masithela con una bottiglia di birra in mano e lo sguardo opaco e iniettato di sangue. Mio cognato Thapelo, di solito abbastanza taciturno, era agitatissimo. Grazie a Dio si trovava nel pieno di una crisi identica alla mia.

Ci sedemmo intorno a un tavolo e affrontammo senza remore il mio confuso senso di impotenza e disagio. La discussione chiarì la causa della mia depressione. Alla fine giungemmo alla conclusione che l'unica era non tradire le proprie passioni e sforzarsi di utilizzarle anche solo per la parvenza di un mezzo sostentamento.

Quella sera io e Thapelo scoprimmo di avere un tratto in comune, un amore incondizionato per l'elucubrazione fine a sé stessa. Per dirla con parole sue: "Il lavoro dei miei sogni sarebbe starmene seduto in una stanza a ricevere gente venuta a chiedermi la mia su qualunque cosa"

Non avrei saputo esprimermi meglio.

Da allora mi sono messo a buttare giù tutto quello che penso. E finalmente, verso la fine di quell'anno, ho sottoposto il risultato a una serie di case editrici. Cominciava a nascere Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi. Ma non ero ancora abbastanza sicuro. Io, uno scrittore? Pochi mesi dopo, armato di brani scelti e una bottiglia di whisky, bussavo alla porta di Fred Khumalo in un quartiere residenziale di Johannesburg, deciso a chiedergli un parere. Dopo una serata passata con lui, Miles e Coltrane, verso le tre del mattino caracollai fuori con tutto il coraggio e le rassicurazioni di cui avevo bisogno. Benedetto whisky!

Per farla breve, volete sapere di cosa si tratta? Facile, di un libro sulle opinioni di Ndumiso Ngcobo a proposito dell'universo mondo, dalla sua personale teoria sul metodo di costruzione delle piramidi fino a considerazioni sull'utilità del capezzolo nell'uomo. E mi auguro sia il primo di una lunga serie.

Il titolo provvisorio del libro era Un paio di cazzate al popolo. Ma mettiamola così: se pubblicare questo libro è stato come correre la versione in salita dell'interminabile Comrades Marathon di Durban, quel titolo in pratica è rimasto ai blocchi di partenza. Sembra che una signora dell'ufficio vendite non riuscisse a pronunciarlo senza accusare una ridarella isterica, accompagnata da un attacco irrefrenabile di starnuti. A me piaceva. Mi ci ritrovavo.

Perché? Be', si racconta che un giorno un lama vide un macaco arrampicato in cima a un albero, intento a guardare una leonessa che dormiva.

- Che fai? - chiese il lama.

- Se proprio lo vuoi sapere, aspetto che la leonessa si svegli per farmi sparare un pompino da paura.

Felice di scroccare uno spettacolo porno, il lama si accomoda tutto contento. Dopo un po' arriva l'ippopotamo, s'informa e si mette comodo anche lui per godersi la scena. In quattro e quattr'otto una piccola folla di animali si raggruppa sotto l'albero in attesa dell'assalto erotico alla regina della giungla. Alla fine anche Sua Maestà il leone raggiunge l'allegra combriccola di depravati.

- Cos'è questo assembramento? - ruggisce minaccioso.

- Niente di che - risponde la scimmia. - Racconto solo un paio di cazzate al popolo.

Io faccio la scimmia. Tu, lettore, sei la folla di depravati. Siamo qui riuniti per sentirmi raccontare cazzate al popolo.

Il mio editore si rifiuta di metterla su questo piano, si capisce, quindi mi ha costretto a parlare di un sacco di cose tipicamente sudafricane: nere snob, bianchi flippati, tassisti maleducati e via dicendo. Ha preteso "un acuto sguardo interetnico sul Sudafrica di oggi". Ha voluto vedere i neri sbeffeggiare le improbabili usanze dei bianchi e i bianchi sbeffeggiare gli assurdi capricci dei neri. Tranquilli, no problem, ho risposto. Ma se qualcuno me lo viene a chiedere, per me restano cazzate al popolo.

Ho scritto quasi tutto il libro per ridere. Sono giunto ad alcune convinzioni sulla base di considerazioni filosofiche profonde, per altre mi sono invece attenuto fermamente a pregiudizi e illazioni. Alcune sono intelligenti, altre assolutamente demenziali. Spesso dico bianco per nero e fischi per fiaschi. Alcune convinzioni, cioè, le spaccio soltanto per mie, mi sono spiegato? Le chiamo le mie nonvinzioni.

Alcune mie convinzioni e nonvinzioni vi incanteranno e mi darete del genio, almeno spero. Una bella percentuale invece vi persuaderà della mia assoluta idiozia. Conto di divertirvi. Ma anche di farvi incazzare. Ma a prescindere da tutto, spero che questa roba vi esalti quanto me. Se Ben Okri e J.M. Coetzee sono come i classici del jazz e della lirica nel mondo della letteratura, il mio stile vuole proporsi come l'equivalente letterario del kwaito. Vi presento il primo kwaibook. Sono onorato di avervi come lettori. Godetevi il viaggio.

NN

giugno 2007

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Pagina 52

Ok, lo ammetto, i bianchi mi piacciono.

Con questa affermazione porto a zero in una mossa le mie già scarse probabilità di farmi una birra con Mugabe. Pazienza.

A parte gli scherzi, ci sono anche aspetti negativi. Uno dei risultati più preoccupanti della mia scarsità di sentimenti ostili per i fratelli bianchi sarà quello di essere evitato di brutto dai fratelli neri quando ci troveremo finalmente a saltellar di nube in nube nel nostro nero paradiso. Sono cose che danno da pensare. Nessuno vuole fare il paria per l'eternità.

Eppure non c'è verso. Certe volte i bianchi mi piacciono e basta. Sono contento che siano scesi fino in fondo all'Africa, se permettete. Sennò staremmo ancora in perizoma, rintanati nelle caverne, a farci versi a vicenda e a sacrificare vergini agli dèi. Cose da pazzi.

Se non siete fra chi considera i pantaloni un segno di civiltà, provate a immaginarvi il culo appiccicato al sellino della BMW in una gelida mattina di luglio nell'alto veld. Brutto, eh? No, ragazzi, anch'io come voi amo le BMW con il sellino in pelle e sotto sotto siamo tutti grati al pantalone lungo per averci salvato da appiccicumi indesiderati.

Certo, durante il colonialismo e l'apartheid alcuni neri cocciuti non hanno voluto capire che era per il loro bene e si sono messi nei casini. Riposa in pace, re Dingane kaSenzangakhona (detto alla bianca: chia ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto). Ma prima di fare un bel girotondo e mettermi a cantare Kumbaya insieme ai bianchi mi devo togliere un paio di sassolini dalla scarpa, perché tra loro e me non è mica tutto rose e fiori (dài, lo avevate già capito...). Niente paura, viso pallido. La mia filippica non provocherà un esodo in massa verso l'Australia dei nostri fratelli amelaninici. Dio ce ne scampi e liberi, non vogliamo ritrovarci soli a correre in BMW con il culo appiccicato sul sellino.

Epperò, due cosette ve le devo dire. Perché voi bianchi siete la gente più assurda della terra.


"Assurdo" è termine soggettivo, lo riconosco. Noi per esempio, sgozzando un bovino in pieno giorno, pensiamo di poter convincere antenati morti alla fine del XIV secolo a intervenire con poteri soprannaturali perché nessuno si accorga che abbiamo infranto la legge e ci siamo ubriacati nel fine settimana di libertà condizionata. Ma non siamo noi quelli sotto accusa. Sono i bianchi. E secondo me sono assurdi.

Correggetemi se sbaglio. In generale, in questo paese i bambini bianchi hanno avuto un'infanzia piena di giochi, giocattoli e divertimento. Dico bene? Intendiamoci, non ho passato anni nei loro campetti da gioco. Al massimo avrò giocato qualche volta con i nipotini dei bravi signori biancaneve per i quali mia nonna ha lavorato una trentina di anni, più o meno. Nelle rare gite della mia infanzia ai grandi magazzini di Pinetown e Durban, poi, ho sempre notato i carrelli dei bianchi traboccare di giochi. Da qui, la mia ipotesi di massima.

Ma dev'essere per forza così. Per forza. Sono a questa conclusione dopo anni di lavoro in azienda circondato da bianchi. È l'unica risposta possibile alla domandache mi girava sempre in testa quando ero al lavoro:


PERCHÉ CAZZO, QUANDO C'È UNA RIUNIONE DI STRATEGIA AZIENDALE, QUESTI BIANCHI COMINCIANO A STRAPARLARE SULL'IMPORTANZA DEL GIOCO?

Davvero, non ci arrivo. Prego notare che la domanda è stata scritta in maiuscolo, in un paragrafo a sé. Appunto per sottolineare quanto poco ci arrivo.

Certo, la mia esperienza nel mondo delle multinazionali è limitata. Ci sono rimasto solo sei anni, una bazzecola. Ma in questo periodo ci fosse mai stato un bosberaad, un'attività per incrementare lo spirito di gruppo nel reparto, un seminario pratico o un brainstorming senza gente ridicolizzata da cappelli assurdi, bandane o maschere artigianali, a fare la lotta o a cercare di colpirsi con pistole a getto d'inchiostro.

Quello che sto per dire è la pura verità. In azienda ho umiliato ripetutamente me stesso, la mia famiglia e i miei antenati uccisori di bestiame facendomi coinvolgere in cazzate mostruose in nome dello spirito di gruppo e del morale aziendale. Mi sono mascherato. Ho corso nei boschi. Mi sono arrampicato con tutto il mio corpaccione su alberi facenti vece di aste per issare la bandiera della mia squadra. Mi sono aggrappato a funi come un forsennato solo per ritrovarmi sistematicamente con la trippa nel fango. Ho visto Barry, il ragazzo peloso dell'ufficio vendite, pestare uva con piedi fungosi, filtrarne il succo e darmi da bere quell'intruglio mitotico. Ho addirittura giocato a cricket.

Tutto per fare gruppo. L'unico effetto di queste cose sulla mia persona è stato di farmi assalire dai conati alla sola vista di Barry. Altro che gruppo, caro uomo bianco.

Di fronte a tanto odio, una domanda sorge spontanea: a che pro questa manica di stronzate?

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Pagina 66

L'apartheid è morto! Viva l'apartheid!

Se il nostro grande scrittore Can Themba potesse risorgere (giochino visto l'ultima volta un paio di millenni fa) non troverebbe il paese tanto cambiato. Avremo pure passato una quindicina d'anni senza apartheid, ma dalle nostre parti ci sono cose dure a morire.

Gli Shangaan sono i soliti pagliacci con il cazzo grosso e i vestiti sgargianti.

I baSotho sono i soliti mpimpi di cui non ci si può fidare.

I baTswana organizzano i soliti matrimoni e banchetti con troppo poco da mangiare.

Gli amaXhosa sono i soliti creativi furbastri che se ne approfittano.

E ovviamente gli amaZulu sono i soliti arrapati violenti.

Can Themba, ci scommetto, scuoterebbe la testa e tornerebbe alla terra dei nostri padri a bere birra di miglio e sangue di bue per l'eternità.


Io sono umZulu.

Ci vuole coraggio ad ammetterlo, lo so.

Noi zulu siamo un popolo antico a cui piace la carne, cantare, ballare e la fica, almeno ai maschi. Jacob Zuma è stato abbastanza chiaro su cosa facevamo anticamente agli uomini non amanti della suddetta...

Quando un politico importante come lui dice quelle cose sugli omosessuali, scaraventa tutti i suoi fratelli al centro della scena tribale, nevvero? Ovunque vada, ormai mi costringono a fare il portavoce di Zuma e degli zulu. E non sono il solo, a quanto pare. Zulu d'ogni ceto e condizione si ritrovano insieme sulla stessa barca, tengano per il governo, per gli autonomisti zulu, per i socialisti, per i comunisti, per la birra o per le sigarette. Ma questa è un'altra storia. Andiamo avanti.

In linea di massima, noi zulu siamo un popolo molto propenso alla cara vecchia scarica di mazzate. Questo porta all'errore atavico di considerarci sanguinari. Non è vero. È una calunnia bella e buona. Purtroppo il nostro senso del reale viene scambiato di continuo per inclinazione alla violenza. Dire che uno zulu ama la violenza è come dire che gli stercorari amano la cacca. Non è così. È il tipico caso di confusione fra mezzi e fini.

Noi zulu vogliamo ordine. Ci piace incasellare tutto per benino. Non sopportiamo la confusione, l'incertezza e le situazioni poco chiare. Per noi le gerarchie sono importanti. La nostra vera religione è stabilire e mantenere scale di valori.

Studiatevi un attimo un atlante politico qualsiasi (l'atlante di guerra, come lo chiamo io) e vedrete che ogni linea di confine è stata "concordata" a suon di schioppettate o prima ancora a colpi di lancia. Giulio Cesare e Pietro il Grande sono grandi conquistatori universalmente riconosciuti, anche se hanno ammazzato abbastanza gente da poter essere accusati di genocidio.

Eppure il nostro re Shaka è considerato un guerrafondaio sanguinario, solo perché ha preso il suo fedele giavellotto, ha fondato una nazione e ha instaurato un ordine costituito. Mi puzza di preconcetto. E come tale meriterebbe di andare a raggiungere tutte le altre cose brutte bandite dalla nostra Costituzione.

Shaka era uno zulu come tanti, con i piedi ben piantati per terra e un'idea molto chiara di come organizzare le cose. Ha acchiappato un manica di gaglioffi appartenenti a tribù abituate a fare la guerra ai vicini solo perché abitavano un chilometro più in là e li ha trasformati in un popolo bene organizzato con una macchina bellica perfetta. Concretezza, capite? Ecco cosa ci caratterizza. Un inestinguibile sete di ordine.

Ho un amico. Si chiama Sifiso. Ci siamo conosciuti alle elementari, in occasione di un diverbio su chi veniva prima alla fila per la mensa. Abbiamo risolto la questione con una rissa in seguito alla quale sono stato gonfiato per bene. Da quel giorno siamo amici per la pelle, perché abbiamo stabilito una scala di valori. A ogni nostra discussione ho sempre ben presente qual è il limite da non oltrepassare. Quello a cui è stato spaccato il deretano deve cedere il passo, e l'ordine è ristabilito. È facile.

Un mio collega cinquantenne di nome Lefty Mshengu mi racconta sempre una storia che per me certifica oltre ogni dubbio la concretezza zulu. Una volta entra in un pub della malfamata Dalton Road a Durban e si trova davanti due uomini, Sithole e Mhlongo, nel pieno di un acceso incontro di lotta. Sono nel mezzo di un reciproco strangolamento e le cose paiono avviate a un esito fatale. Entrambi i contendenti sono zuppi di sudore e a Sithole stanno per schizzare gli occhi fuori dalle orbite.

Il locale è immerso in un tranquillo silenzio, una trentina di avventori si gode lo spettacolo mortale sorseggiando birra di miglio come se niente fosse. Inorridito, Lefty si lancia a separarli. Almeno tre spettatori schizzano in piedi per fermarlo, lasciando i due uomini alla loro lotta. Ben presto, come se risuonassero le trombe di Gerico, l'inquietante silenzio del locale viene rotto da un cupo rimbombo proveniente dalle viscere di Sithole. Cinque uomini si alzano di botto e separano il duo di combattenti.

Perché si sono comportati così? Be', secondo la mentalità zulu non aveva senso interrompere un incontro ancora in pari, perché il fine settimana successivo i due avrebbero ricominciato. E quella gente voleva una sana pax nella propria bettola. Così, invece, alla successiva occasione in cui Sithole avesse voluto attaccare briga con Mhlongo, si poteva ricordargli com'era finita questa volta:

- Khale, Sithole, ingani wena bakuklinya khona lapha waze wasuka? ("Ti ricordi, Sithole, di quando quello ti ha strozzato fino a spremerti le budella?")

L'ordine verrebbe ristabilito grazie a un semplice promemoria della sua disfatta flatulenta. Stupendo. Il culmine del realismo, una comprensione sottile dei fattori in gioco in modo da ristabilire un ordine duraturo.

Nella cittadina di KwaNyavu lungo il fiume Umgeni, vicino alla riserva di Nagle Dam, c'è la scuola superiore Inhlanhlayabebhuze, dove fino a metà degli anni '90 ho insegnato matematica e scienze. Difficile trovare zulu più conservatori di quelli. Ma i venti del cambiamento spiravano nel paese e alla fine arrivarono anche lì. Gli studenti pensarono bene di approfittarne e organizzarono uno sciopero per dare voce al loro malcontento.

Poveri illusi.

I genitori, venuti a conoscenza della rivolta, si misero d'accordo per prendersi un giorno di assenza dal lavoro. Si diedero appuntamento all'ingresso della scuola e arrivarono bene armati di mazze tradizionali, frustini in pelle d'ippopotamo, machete vari, lance e fucili fatti in casa.

Il corpo studentesco venne chiamato in cortile per ascoltare cosa avevano da dire i genitori. I genitori non avrebbero fatto male a nessuno, li rassicurò un portavoce della milizia genitoriale. Erano lì solo per esortare i figli a smetterla subito con quella stupidaggine dello sciopero. Non avrebbero ammesso ulteriori cretinate. Se qualcuno non era d'accordo, poteva farsi avanti e in quattro e quattr'otto avrebbero risolto la questione. Vi abbiamo messo al mondo e quanto è vero il buon Dio non ci mettiamo niente a rimandarvi indietro, questo era il senso. Un signore con un fucile a pompa chiuse l'intervento con questa uscita agghiacciante: "Andiamo a letto tutte le sere con le nostre donne. Non ci vuole niente a metterle incinte di nuovo."

Ecco come finì lo storico sciopero della scuola Inhlanhlayabebhuze, scongiurato grazie al metodo coraggioso di prospettare con chiarezza ai ragazzi lo spappolamento e susseguente spargimento per il portico delle loro cervella. Vorrei potervi tranquillizzare dicendo che quei papà stavano solo prendendo in giro i propri figli, ma non è così. Secondo me, se i pupi in rivolta avessero sfidato i loro padri, le probabilità di dover raccogliere schegge di cranio dopo scuola erano piuttosto alte.

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Pagina 78

Sono terrorizzato dall'idea della prigione. Se dovessi trovarmi nell'improbabile situazione di essere condannato a un periodo di detenzione scriverei una bella letterina, mi chiuderei in garage con il motore acceso e mi farei un riposino eterno.

A mio modo di vedere, la cosa più brutta del carcere è l'altissima probabilità di entrare nelle grazie di un energumeno di nome Godoba che pesa centocinquanta chili e non vede una donna da quando l'ANC aveva ancora un programma socialista. Grazie a una quantità impressionante di birra e zero esercizio fisico, ho sviluppato una certa quantità di adipe su pettorali e deretano. Di conseguenza, basterebbe un'occhiata nelle docce per mettere Godoba in uno stato di fremente attesa. Del mezzo metro di mamba nero in dotazione al nostro amico preferisco non parlare.

Ecco il motivo della mia allergia a qualsiasi cosa anche solo vagamente illegale. Compilo con cura la dichiarazione dei redditi, pago l'abbonamento TV prima della scadenza e contribuisco con deferenza al Fondo Costruzione Strade, altrimenti noto come riscossione multe. Qualunque cosa pur di non finire in galera.

Tuttavia esiste un destino ancora più simile all'inferno in terra, secondo la mia personale scala. Si tratterebbe dell'unica catastrofe capace di costringermi a ingaggiare un'attività criminale, in barba al mio carattere scrupoloso e intransigente. Il cataclisma in questione sarebbe che qualcuno mi obbligasse a usare di nuovo un taxi collettivo come mezzo di trasporto quotidiano tra casa e lavoro. Lo so, sembra da pazzi. Fra l'altro l'ho dovuto fare ogni giorno per i primi vent'anni e rotti della mia vita.

Il motivo è semplice: da quando non salgo più su un minibus la mia autostima è schizzata a vette inusitate. Negli anni in cui viaggiavo da pendolare sui taxi collettivi, venivo sottoposto alle peggiori vessazioni. Ai non adepti sembrerà un'esagerazione, ma credetemi, è vero.

Non mi sto riferendo all'eccezionale disprezzo dei tassisti di minibus per la vita dei pendolari. E nemmeno al minibus medio, di solito privo di frecce, con gomme tanto lisce da ricordare il culetto di un bambino e un'enorme chiave inglese al posto del volante. Tanto meno dell'abitudine dei tassisti di imbarcare ventitré matrone sovrappeso tipiche delle township in un mezzo progettato per contenere dodici microscopici giapponesi, fregandosene di farle viaggiare comode o anche solo sicure. Non parliamo poi di come sgusciano nel traffico, con acrobazie in seguito alle quali anche Juan Pablo Montoya se la farebbe addosso.

Questa è la norma. Chi sale su un taxi collettivo conosce il rischio che corre. No, mi riferivo a ben altro. A una delle bassezze più infime mai perpetrate dall'uomo sull'uomo.


Per chi non lo sapesse, i taxi collettivi non hanno orari di sorta, quindi il loro uso è di per sé una maniera molto flessibile di muoversi. Ma fuori dalle ore di punta la cosa diventa un incubo. Nessun minibus parte prima di avere tutti i posti occupati. Se il vostro tragitto abituale è, poniamo, dal centro direzionale di Durban a una grossa township come Umlazi allora non è grave, aspetterete una ventina di minuti al massimo.

Ma se da Durban vi tocca andare in qualche posto in fondo a qualche ex bantustan, tipo Bizana, allora comincia l'inferno vero. Una volta mi è capitato di aspettare dentro un taxi collettivo per quattro ore con trentacinque gradi all'ombra. E non puoi nemmeno uscire a sgranchirti le gambe o fumarti una sigaretta. La regola non scritta è "una volta dentro, non si esce" (quanto vorrei fosse applicata con lo stesso rigore nei nostri istituti di pena).

Avrò assistito non so quante volte a pendolari sottoposti a minacce e perfino a violenze, solo perché non ne potevano più di aspettare e si erano azzardati a scendere. Una volta è capitato a un'infermiera in divisa, evidentemente attesa con ansia sul posto di lavoro. Eravamo immobili da tre quarti d'ora quando un signore in macchina, a quanto pare suo marito, si è accostato alla fermata. L'infermiera, com'era ovvio, è scesa per farsi dare un passaggio. Il nostro autista, che fino a quel momento era rimasto all'ombra a ingozzarsi di grassa salamella russa, è saltato su, le si è piazzato davanti e ha pronunciato quest'ordine agghiacciante: "Questa è una sala d'aspetto, secondo te? E allora torna dentro!!"

Ammettendo di aver voluto in un primo tempo prendere il minibus (una volta dentro non si esce, eccetera eccetera), la signora ha abbozzato l'ovvio gesto di cercare il portafoglio, presumibilmente per pagare il biglietto e poi andare via. In qualsiasi altro luogo il discorso finiva lì. Ma non al posteggio taxi di Mpumalanga. Il nostro tassista ha lanciato uno sguardo di disprezzo verso il povero marito, come a dire "ma perché non sai evitare una simile assurdità", ha sparato un proiettile salivare attraverso un'apertura fra gli incisivi e ha latrato: "Sei sorda? Torna dentro, ho detto!"

A quel punto la nostra energica signora ha sostenuto il suo sguardo con forza, ha tirato fuori il portafoglio e gli ha teso i tre rand e mezzo della corsa che non aveva fatto. Il seguito è purtroppo pane quotidiano dei fruitori di taxi collettivi. L'autista le ha fatto volare via i soldi con una botta, l'ha acchiappata per il polso e l'ha trascinata nel minibus sotto gli occhi del marito, mentre la borsa del pranzo spargeva a terra il suo contenuto di uova sode.

Il povero marito ha provato a scendere dall'auto ma è stato dissuaso dai vari compari del tassista scattati in piedi con aria minacciosa, uno addirittura sollevando la camicia per afferrare qualche oggetto nascosto nei pantaloni. Il marito si è ritirato con mossa astuta. Se il mio racconto fosse un'eccezione si potrebbe anche soprassedere, ma purtroppo non è affatto così.


Fino a cinque anni fa pesavo circa sessanta chili, con il risultato di essere la vittima designata di ogni tragitto in minibus. Come qualsiasi cliente abituale sa, i posti peggiori sono quelli in fondo, dove ci si deve stritolare in quattro. Ora in quei posti c'entreranno anche i famosi quattro giapponesi micro, ma dalle nostre parti nessuno ci va se non lo obbligano. Specialmente quando gli altri tre posti sono già occupati, magari da almeno due signore in grado di fare impallidire un campione di sumo.

A quel punto il tassista, ci potete giurare, chiamerà il più mingherlino della fila: "Tu con il testone e gli occhiali, vai un po' in fondo." Tra parentesi, eccone un'altra. Ma bisogna proprio insultarli, i pendolari? Placide matrone in carne chiamate di continuo ippopotamesse senza un motivo. Ma dico, non si fa. Insomma dietro preciso ordine ti avvii verso le ippo... pardon, le signore dalla corporatura considerevole sedute dietro. Certo non sono piccine, pensi. Guardando bene, ti rendi conto della scomparsa del sedile, causa il loro immenso assestamento anca contro anca. Non c'è posto e basta. Scoraggiato, ti volti verso l'autista sperando in un minimo di comprensione ma niente, quello sta lì a fissarti davanti allo sportello, sbarrando una tua eventuale fuga. Ti torna in mente la regola di non poter uscire una volta dentro e sospiri cercando di fare buon viso. L'unico modo di sederti è arrivare al posto retrocedendo, a quanto pare. Ti volti, ci provi, ma il tuo culetto ossuto atterra su due coscioni in carne, com'era ovvio. Ti rialzi e tenti una manovra un minimo più di sguincio (manovra che ho affinato con gli anni). Con il solo risultato di incistarti un paio di centimetri nel solco matronale.

A questo punto le signore, cercando di farti spazio, si producono in una serie di sforzi inutili, altrimenti noti come dribblaculo. Nel senso di un tremolio di culi nel disperato tentativo di dribblarti. Come logica conseguenza ti ritrovi a mezz'aria tra gli ippopopò, aggrappato al sedile di fronte nella speranza di restare in vita, con il taxi già bell'e in movimento.

E così ci scaraventiamo a velocità smodata verso la nostra destinazione (o il nostro destino) con le fiancate che stridono di brutto, forse perché tempo addietro il mezzo è stato coinvolto in un tamponamento e riparato con carta stagnola. Poi si accende lo stereo.

Ecco perché sbattevi la testa sul tettuccio. Sei seduto sulle casse di un impianto stereo da cinquemila chilowatt e mezzo, con bassi da fare invidia a una discoteca. L'autista si trasforma in DJ e vuole intrattenerci a tutti i costi.

Intendiamoci, la musica mi piace da matti e a volte, quando sono in macchina da solo, la metto a palla. Ma niente può prepararvi all'esperienza dei Mahlathini and the Mahotella Queens sparati a duemila e rotti decibel direttamente nei timpani. Soprattutto con i bassi tipici della musica umbhagange. Mentre la tua cassa toracica viene messa a dura prova, ti rendi conto che qualcos'altro ti risuona sulla testa. Sono piccoli altoparlanti messi lì dai tassisti apposta per te. Si chiamano tweeter, credo, e servono a sentire meglio gli alti. Grazie a una sapiente equalizzazione il loro suono ti trapana i timpani e ti ritrovi sempre più rintronato a cercare di capire il perché di tanta tortura auricolare.


A un certo punto di ogni tragitto, come per magia, tutti sanno di dover pagare. Mi sono sempre chiesto come vengano scelti simili punti di paga. C'è qualche assemblea generale convocata apposta una volta all'anno? Nel tragitto Mpumalanga-Durban, da me percorso quasi ogni giorno per tutta l'adolescenza, il punto di paga era subito dopo il casello di Marianhill.

La procedura è nota. C'è un esattore di fila, incaricato di raccogliere i soldi dei vicini per ogni fila di posti. Fare l'esattore di fila è un compito che può rivelarsi fatale. Pensate alle conseguenze se l'ammontare raccolto dovesse rivelarsi troppo basso poniamo di venti centesimi. L'esattore di fila passa i soldi all'esattore della fila di fronte, il quale ripete l'operazione fino al conducente. La regola (altra delibera dell'assemblea di cui sopra?) è di far arrivare i soldi in tre mucchietti: uno da quattro biglietti per il sedile in fondo e due da tre per le altre file. Guai a chi licenzia un mucchietto per l'importo di soli due biglietti! Il tassista si produrrà nella solita battuta: "Non mi pare ci siano file da due posti." Provate a spiegargli del signore in fondo con un amico davanti disposto a pagare per lui, per cui c'è anche un'altra fila da quattro anziché da tre... "No!! Ayize ngezihalo!" ("Voglio i soldi fila per fila!")

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"Con gli indiani non ho conti in sospeso, io." Dico sul serio.

Pensandoci un momento, una frase del genere non ha nessun perché. Se anche entrassi in casa Maharaj in una township a maggioranza indiana come Chatsworth, mi piazzassi in salotto e la dicessi ad alta voce, continuerebbero a bere il loro mindrel, alzerebbero le spalle e mi chiederebbero di "mettere piano la Tv".

Mi sembra assurdo sentire ancora gente esprimersi così in questo paese. Magari sono troppo severo e mi aspetto troppo dalle persone, ma quando qualcuno dice una cosa del genere penso subito "ecco un altro razzista". Secondo me gli unici a cui non piacciono gli indiani sono proprio quelli che dicono di non avere pregiudizi nei loro confronti. E se cambiate il termine "indiano" con nero, bianco, omosessuale o ebreo, inutile dirlo, porterete altre tonnellate d'acqua al mio mulino.

Attenzione quindi a chi vi dice di non avere niente contro gli indiani, perché vuol dire che li odia. Tra l'altro basta partecipare a un bel braai giù nella township di Umlazi, sedersi intorno al fuoco, e non di rado si sentiranno volare allegre paroline come coolie. Per carità, mi sbaglierò. Succede a tutti. Ma fino a prova contraria, continuo a pensare di avere ragione.

Sono cresciuto nell'hinterland di Durban. Sì lo so, vi dispiace per me, bella battuta. A Durban c'è la più alta concentrazione di indiani fuori dall'India, ecco una "verità" asserita di continuo. Non ne dubito. Anche perché se posso prendere a riprova le mie passeggiate per Durban, diventa una verità assodata (mi sbaglierò ma... eccetera, ormai la sapete a memoria).

Dove voglio arrivare? Adesso vi racconto una storia per spiegarvi cosa mi gira in testa, almeno spero.


Di recente a Durban mi è successa una cosa abbastanza strana. Ero in un non meglio identificato pub o disco bar a me sconosciuto di Florida Road, dove avevo appuntamento con un amico mai troppo puntuale. Mentre lo aspettavo con la mia birretta in mano, una giovane bianca si è piazzata sua sponte al mio tavolo e ha attaccato bottone. Nel giro di trenta secondi mi sono reso conto della potentissima droga sotto il cui effetto si trovava la ragazza e siccome soffro di una spiccata idiosincrasia per i tossici ho cominciato ad agitarmi. Dopo altri trenta secondi di conversazione (ovvero ascoltarla parlare a raffica e guardarla prodursi in scatti nervosi a intervalli regolari) mi è sorto il dubbio che ci stesse provando.

Non sono un habitué di posti dove si va per rimorchiare. Peraltro ho un testone, la panza e le gambette a stecco, di conseguenza non ci provano spessissimo con me. Quindi se una ragazzina mi sbatte le palpebre insinuando che sarebbe il caso di farci una bella canna e poi fondere i nostri corpi, la prima reazione è sentirmi piacevolmente lusingato. In seconda battuta metto in bella mostra la fede e scateno un lampo di delusione nello sguardo ubriaco della ragazzina in questione (te lo giuro, amore).

Ma c'è poco da sentirsi lusingati quando a rimorchiarti è una fattona piena di tic. Ho quindi declinato l'offerta con garbo e l'ho pregata di non sputacchiarmi in faccia. Purtroppo lei non demordeva, anzi mi incitava senza sosta a rimorchiare una ragazza nera (sic) per poi spostarci in un bel quartiere a nord, a casa sua e del suo ragazzo, dove ci avrebbero di certo mandati fuori di testa (sic).

La testa mi piace averla a posto e con me dentro, perciò continuavo a declinare con tatto. Pur prescindendo dal mio voto di fedeltà matrimoniale, alla sola idea di uscire con lei mi si accapponava la pelle. Datemi pure del pessimista, ma l'unico possibile sbocco di un programma del genere mi sembrava una bella apertura in cronaca: Coppia nuda strangolata in appartamento vista mare.

Resasi conto dei suoi pochi progressi, tra un tic e l'altro ha cambiato tattica e ha cominciato a mettermi a parte della sua preferenza per i neri rispetto agli indiani. Poi mi ha indicato due signori di origini asiatiche a un tavolo vicino, intenti a comunicarle tramite linguaggio dei segni la loro voglia di fare un sacco di porcherie con lei. A quel punto si è scaldata di brutto. Da questo momento in poi il discorso è proseguito grosso modo così:

- Non scoperei mai un coolie. Mi fanno schifo, a te no?

Oh mamma:

- [grugnito].

- Dài, fanno schifo anche a te quei parassiti del cazzo, lo so.

- [grugnito].

- Ammettilo, voi neri li odiate.

Vorrei tanto avere messo al posto suo quella esaltata di una tossica piena di tic, dicendole di farla finita con le sue schifezze razziste. Vorrei tanto avere citato ampiamente la nostra Costituzione per dirle quanto mi sentivo offeso dalle sue parole. Vorrei tanto averle detto a chiare lettere quanto il razzismo mi ripugni, come del resto qualsiasi intolleranza. Vorrei tanto avere difeso l'onore dei miei fratelli indiani e averla criticata senza remore per il suo essere poco o niente arcobaleno.

Ma sono un viscido vigliacco, si sa, e pensavo solo a non eccitare oltre un'isterica sotto crack. Ero anche condizionato da quella bestia alta due metri del fidanzato, seduto al tavolo vicino in attesa di mandarmi fuori di testa, teniamolo presente. Se ho imparato qualcosa in vita mia, è che di solito i maniaci animaleschi alti due metri con tendenza a mandare gli altri fuori di testa non si fanno impressionare troppo da diritti umani e stravaganze simili. Così, da vero imbelle, ho scrollato le spalle e mi sono asciugato ulteriore bava dagli occhi.

Vi racconto tutto ciò non tanto per vantarmi di frequentare anfratti bui e farmi rimorchiare da drogate all'ultimo stadio con la pelle bianca, quanto per approfondire l'affermazione "voi neri li odiate".

Il primo a turarsi il naso in ascensore è il sospettato principe per averla mollata, questa è una regola ferrea a cui mi attengo. Mi sembra una cosa ovvia. Sviluppando il ragionamento, il primo a dire "non odio affatto gli indiani" dovrebbe anche essere il più veloce a premere di nascosto il bottone dell'ufficio del presidente con la scritta Bombardare township indiane. Insomma diciamolo: come moltissimi luoghi comuni, il commento della drogata dal tic incontrollato aveva più di un fondo di verità. Proprio come il nostro ipotetico campione di flatulenze, un sacco di neri negheranno con veemenza. Sciorineranno elenchi lunghi e appassionati di indiani amici loro. Ribadiranno quanto amano il dahl, il biryani e il buon cibo piccante nei ristoranti indiani dei centri commerciali di Durban. Si scalderanno un sacco per concludere: "Con gli indiani non ho conti in sospeso, giuro. Però..."

Permettetemi di cambiare di nuovo argomento e mettere in chiaro una cosa. Quasi tutti i miei conoscenti sono razzisti. Sì, pure i neri.

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GLOSSARIO


ACDP: African Christian Democrattic Party. Fondato nel 1993, è un partito sudafricano a ispirazione cristiana di idee conservatrici.

ANC: African National Congress. Partito politico sudafricano fondato nel 1912 per difendere i diritti della maggioranza nera e rafforzatosi all'epoca della lotta all'apartheid. È al governo ininterrottamente dal 1994, data della fine del regime.

Bafana Bafana: "i nostri ragazzi" in lingua zulu, è il soprannome della nazionale di calcio sudafricana.

bantustan: uno dei dieci territori assegnati dal governo sudafricano alle etnie nere in epoca di apartheid, che fungevano da vere e proprie riserve.

BC (o BCM): Black Consciousness Movement. Movimento politico ispirato alle idee del Black Power statunitense. Nato in Sudafrica dopo il massacro di Sharpeville (21 marzo 1960, in cui settantadue persone morirono durante la repressione poliziesca di una manifestazione antiapartheid) e in seguito all'arresto e la messa al bando dei principali dirigenti dell'ANC e del PAC.

bhuti: fratello (xhosa).

biryani: piatto tipico indiano a base di riso e spezie con carne, pesce, uova o verdure arrosto, a seconda dei casi.

Black Diamonds: espressione usata per definire gli esponenti della nuova classe media di neri in ascesa sociale nel Sudafrica del dopo apartheid.

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