Autore Paolo Nori
Titolo La piccola Battaglia portatile
EdizioneMarcos y Marcos, Milano, 2015, Gli alianti 237 , pag. 146, cop.fle., dim. 13x20,5x1,2 cm , Isbn 978-88-7168-719-3
LettoreSara Allodi, 2015
Classe narrativa italiana












 

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Pagina 11

0. Come son messo

Non so bene come chiamarmi, non so bene come vestirmi, non so bene cosa sono, che spazio occupo, da che parte sto, a cosa servo, quanti anni dimostro, da dove vengo, quando mi sono incontrato per la prima volta, non è facile scrivere così, comunque cominciamo.




1. Vacanze

Ho cominciato a andare in giro, in Italia, quando ho cominciato a pubblicare dei libri: non ero mai stato, prima, né in Sicilia, né in Sardegna, né a Napoli, né a Trento, né a Lecce, né a Bari, né a Verona, né a Salerno, né a Padova e potrei continuare mi fermo. Solo che di quei posti lì, Sicilia, Sardegna, Napoli, Trento eccetera, siccome se ci vado ci vado per presentare dei libri, conosco praticamente solo le librerie e gli alberghi dove son stato a dormire. Io, non lo so come mai, ho una specie di diffidenza per il divertimento, cioè andare in un posto per divertirmi, o per far delle vacanze, è una cosa che non la concepisco, tanto; Vacanza cosa?, mi vien da pensare.

Cioè io alla vacanza preferisco la presenza, al riposo preferisco il lavoro (io, la mia massima forma di divertimento che posso immaginare, è lavorare come si deve sette o otto ore al giorno per quattro o cinque mesi, che meraviglia) e, non so se si capisce, ma mi succede che quando qualcuno mi invita a cena è come se mi offendesse, Ma pensa che non abbia niente da fare?, mi viene da chiedermi, e gli dico «No, grazie, sei molto gentile ma devo lavorare».

Da qualche mese, però, mi è successa una cosa per cui ho cominciato a andare in certi posti anche senza dover presentare dei libri e senza dover lavorare, me l'ha chiesto mia figlia, che ha dieci anni e che chiameremo convenzionalmente la Battaglia.

Anche se, a dire il vero, quella di cui provo a parlare in questo libro non è esattamente mia figlia, cioè mia figlia è poi un'altra cosa, e io, anch'io non sono esattamente io, io sono il babbo della Battaglia, per quello, non so bene cosa sono, che spazio occupo, da che parte sto, a cosa servo, quanti anni dimostro, da dove vengo, quando mi sono incontrato per la prima volta, non so neanche esattamente come mi chiamo potrei chiamarmi Čičikov, nel caso servisse, oppure, meglio, con un nome italiano, Baldassare, mi piace, ecco, sì, Baldassare, ma non servirà, credo.

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Pagina 14

3. Mai incontrati

A pensarci, lo dice uno scrittore russo che si chiama Viktor Erofeev , a pensarci ci son due persone che noi conosciamo senza averli mai incontrati, il babbo e la mamma.

Di quasi tutte le persone che conosciamo il momento più forte, memorabile, quello dove li vediamo davvero, è il primo incontro, quando li vediamo per la prima volta, e il primo incontro con i nostri genitori non ce lo ricordiamo, è come se non ci fosse mai stato, li conosciamo senza averli incontrati invece io la Battaglia, mi ricordo benissimo, il momento che l'ho incontrata, sono stato il primo a vederla in faccia lì in sala parto so anche quello che ho pensato, che ho pensato, me lo ricordo come se succedesse adesso: Merda, ho pensato, è uguale a me.

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Pagina 71

64. Sull'armadio

Prima che andasse a scuola, quando aveva quattro o cinque anni, la Battaglia aveva un armadio bianco, nella sua camera, che prendeva tutta una parete, per il lungo, e ogni tanto sull'armadio scriveva delle cose, con i pennarelli lavabili.

C'erano dei disegni, c'era scritto Chiara, una sua amica, e in fondo, vicino alla finestra, c'era un cuore grande e dentro c'era scritto MAMMA e zAszAa.

«Cosa vuol dire zAszAa?» le avevo chiesto io quando l'avevo visto.

«Eh» mi aveva detto lei «non sapevo come si scriveva papà».

[...]

67. Divagazione

L'italiano vero, lo dico per chi non mi conosce, io a un certo punto, quando avevo venticinque anni, mi son messo a studiare russo e, studiando russo, ho cominciato a andare in Russia, e in Russia mi sono trovato delle volte in certe cucine, con davanti una bottiglia di vodka, un bāton di pane nero e due pomodori e dei miei amici russi, ma della gente che aveva studiato, o che stava studiando, dei pittori, che studiavano all'accademia delle belle arti di Mosca, mi son trovato lì con loro a cantare L'italiano vero di Toto Cutugno che loro la sapevano a memoria e tutto d'un colpo mi è sembrato che quello lì, L'italiano vero di Toto Cutugno, che era una canzone che in Italia io non l'avevo mai considerata, anzi, mi faceva anche un po' schifo, be', cantata in Russia in una cucina mi era sembrata una canzone bellissima e avevo pensato che avrebbe dovuto essere quello, il vero inno italiano, e che sarebbe stato bellissimo, un giorno, vedere i giocatori della nazionale che al centro del campo, prima del fischio d'inizio, la mano sul cuore, invece di Stringiamci a coorte siam pronti alla morte, cantassero Buongiorno Italia gli spaghetti al dente, e un partigiano come presidente, con l'autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra, lo dico per chi non mi conosce che chi mi conosce l'ha già probabilmente anche letto in degli altri libri e non era neanche una cosa troppo importante mi scuso per la divagazione.

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Pagina 108

132. Una cosa stranissima

La cosa stranissima, in questi primi dieci anni con la Battaglia, è una cosa che non si può dire ma si può provare a raccontarla.

Ero stato a Cracovia, per esempio, non c'era la Battaglia, la sentivo tutte le sere una sera su skype le avevo detto che il vento, a Cracovia, ti tagliava la faccia.

«E come fai?» mi aveva chiesto lei.

«Eh, ci sono dei medici, in albergo, che tutte le sere ti ricucion la faccia te la mettono a posto».

«Davvero?» mi aveva detto lei.

«No» le avevo detto io. «Scherzavo» le avevo detto.

Cioè non ero stato proprio a Cracovia, ero stato ad Auschwitz, anche se un po' mi vergognavo, di dire che andavo ad Auschwitz. Cioè c'ero stato, a Cracovia.

Eravamo andati in treno.

Eravamo andati da Carpi a Cracovia.

Poi da Cracovia, in corriera, tutti i giorni andavamo sui campi, se così si può dire, ad Auschwitz e a Birkenau.

Tutto il giorno sui campi, a quindici sotto zero, al vento, a tagliarsi la faccia.

Dopo indietro a Cracovia.

E di sera, tutte le sere, a veder gli spettacoli, al cinema Kijów, i primi due giorni, poi in una discoteca polacca nel quartiere universitario.

Una discoteca che si doveva chiamare Officina Metallurgica e invece non si chiamava così.

Si chiamava Studio zero, o Club studio, o qualcosa del genere.

E, si vede avevano appena lavato i pavimenti, c'era un gran odore di detersivo.

Eravamo in settecento.

E c'era uno storico che si chiama Carlo Saletti che diceva: Siamo qui in massa.

E a me veniva da pensare: Siamo qui insieme.

C'erano delle cose complicate, ad Auschwitz.

La cosa più complicata, mi sembra, era: tutta questa bontà.

Esser lì insieme a settecento studenti, tutta questa bontà.

Ma lì io non ci pensavo, ci penso adesso che sono tornato: tutta questa bontà.

Noi siamo abituati che essere buoni c'è da avere vergogna, mi sembra. Noi siamo abituati così. Non in Polonia, in Italia. E agli studenti, uno, non sa cosa dirgli. A uno studente di diciassette anni, che è lì ad Auschwitz e a Birkenau, in gennaio, con quindici gradi sottozero, a tagliarsi la faccia, uno, cosa gli dice?

Uno magari non gli dice niente.

Però magari se ti chiedono di accompagnare le guide, di aggiungere ogni tanto qualcosa ai loro discorsi che sembrano preregistrati, tu, cosa gli dici?

Magari gli dici che tu, un po' di anni fa, su youtube, hai trovato un discorso del presidente della camera Fini (allora il presidente della camera era Fini) sulle leggi razziali che cominciava dicendo che era strano, che in un paese cattolico come l'Italia ci fossero state queste leggi contro gli ebrei e, quando avevi sentito così, ti era venuto in mente che ghetto, ghetto, è una parola italiana.

E che i ghetti erano stati istituiti il 14 luglio del 1555 dal papa Paolo IV, italiano.

Con la bolla Cum nimis absurdum. E che Cum nimis absurdum era l'incipit della bolla, e significava: Poiché è oltremodo assurdo.

E la cosa oltremodo assurda e disdicevole, c'era scritto nella bolla, era il fatto che gli ebrei, che sono condannati per propria colpa alla schiavitù eterna, avevano l'insolenza di voler vivere in mezzo ai cristiani, e di voler possedere immobili, e di voler assumere balie e donne di casa.

E per punirli per la loro insolenza il papa italiano Paolo IV, con la bolla Cum nimis absurdum ordinava loro di Abitare in un luogo separato dalle case dei cristiani, il ghetto, che nella bolla viene chiamato il serraglio, serraglio che doveva avere un solo ingresso e una sola uscita, e che di notte doveva essere chiuso, e tutti gli animali dentro, e due sentinelle cristiane all'ingresso a controllare, e pagate dalla comunità ebraica.

E la bolla del papa italiano stabiliva, per gli ebrei, l'obbligo di portare un segno distintivo di colore giallo (un cappello giallo per gli uomini e un fazzoletto giallo per le donne), e l'obbligo di non tenere servitù cristiana, e l'obbligo di non lavorare durante le festività cristiane, e l'obbligo di non prestare denaro ai cristiani, e l'obbligo di mantenere buoni rapporti con i cristiani.

E il divieto di esercitare alcun commercio al di fuori di quello degli stracci e dei vestiti usati, e l'esplicito divieto a commerciare beni alimentari destinati al sostentamento umano; non potevano toccare con le mani una cosa che doveva esser mangiata da un cristiano.

E non potevano curare i cristiani, i medici ebrei; e non potevano farsi chiamare con l'appellativo di 'signore' da alcun cristiano, e non potevano fare un sacco di altre cose.

E dopo aver letto Cum nimis absurdum, dicevi, non c'era tanto da sorprendersi, che in un paese cattolico come l'Italia ci fossero state le leggi razziali, e che questa idea che noi italiani siam tanto bravi, e che con la shoah non c'entriamo niente e che quello è stato il male assoluto e che son stati i tedeschi e l'han fatto allora e coi nostri tempi non c'entra niente, questo ti sembra un modo per farti dimenticare per esempio che tua nonna, quando eri piccolo, ti diceva di stare attento agli zingari che rubano i bambini, e ti diceva che le zingare hanno le gonne così larghe perché sotto ci nascondono i bambini, e quella cosa lì, anche se la diceva tua nonna, che tu le hai voluto un bene che non si può dire, era una menzogna razzista, perché non c'è mai stato, nella storia della repubblica italiana, nessuno zingaro condannato per rapimento di bambini.

E ti viene in mente quelli che pochi mesi prima, a Torino, avevano bruciato un campo rom per vendicarsi di uno stupro che non c'era mai stato, e poi avevano impedito ai pompieri di avvicinarsi per spegnere il fuoco, esattamente come i nazisti con i negozi degli ebrei la notte dei cristalli.

E ti veniva in mente Dickens, che da qualche parte racconta che quando, da piccolo, andava a scuola, c'era un insegnante che prendeva sempre in giro un ragazzo che non era sveglissimo; E noi, scrive Dickens, cani, ridevamo.

E che forse comincia tutto lì.

E che in quel senso, solo in quel senso, tu riesci a capire quello che dice lo storico Carlo Saletti che dice che la cultura è il miglior alleato della barbarie, e lui ti sembra non lo dica in quel senso.

E difatti è per quello che il compositore Carlo Boccadoro dice che quella, adesso riassumo, è una gran puttanata.

E in tutto il vagone ristorante, siete in treno, state tornando, si accende una discussione e sono tutti intorno a Saletti a chiedergli: «Ma cosa dici?»

E lui dice che quello che voleva dire era che «La cultura non ti immunizza dalla barbarie».

E gli altri dicono «Ahhhh».

E una ragazza di diciassette anni ti chiede «Ma come faccio, a capire quello che devo fare?»

E tu le rispondi che non lo sai.

E di portare pazienza.

E che se sta attenta, forse, se ne accorge da sola.

E una ragazza di diciotto anni ti dice che lei, a Birkenau, voleva stare da sola.

Senza la guida, senza la gente, senza la massa.

Non insieme, da sola.

E tu dici che Birkenau, è strano, ma è un posto bellissimo.

E è un posto che non si può raccontare.

E che ti mette addosso una voglia di raccontarlo che, da un certo punto di vista, è inspiegabile.

E che tu, la prima volta che l'hai visto, quando sei uscito, hai pensato Quando torno a casa lo devo raccontare alla Battaglia.

E ti sei inspiegabilmente commosso.

E la Battaglia è tua figlia.

E allora aveva tre anni. E adesso ne ha dieci.

E dopo, quando sei tornato, hai avuto vergogna non gliel'hai raccontato.

E chissà mai se e quando glielo racconterai.

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Pagina 113

133. Dentro

La Battaglia, da quando ha scoperto che dentro il kindle c'è il vocabolario, da allora lei il kindle lo chiama Quel bagaglio che c'è dentro tutto.

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