Autore Paolo Nori
Titolo I russi sono matti
SottotitoloCorso sintetico di letteratura russa 1820-1991
EdizioneUtet, Milano, 2021 [2019], , pag. 224, ill., cop.rig.sov., dim. 15,5x23x2,5 cm , Isbn 978-88-511-8428-5
LettoreElisabetta Cavalli, 2021
Classe narrativa italiana , critica letteraria , classici russi , paesi: Russia












 

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Indice


I nomi russi. Una premessa                                7
Nota sulle pronunce                                       9


        Introduzione                                     15

Come mai p. 17
Di Dostoevskij p. 19
Non abbracciare p. 20
La paura p. 21
Opinioni p. 23
Altre opinioni p. 24
Non è importante p. 26
Un viaggio singolare p. 28
Tutti serissimi p. 30
Al tempo stesso p. 33
Di servizio p. 34


        Il potere                                        35

Centodue anni che è uscito un articolo p. 37
Una penna p. 39
Il sole imballato p. 40
I diari di Tolstoj p. 42
A cosa serve l'arte p. 43
Un'altra citazione di Tolstoj p, 44
Uno sguardo p. 47
La fustigazione p. 49
CiCikov p. 51
Anime morte p. 55
Il purgatorio p. 56
Il primo e l'ultimo libro di Gogol' p. 59
Prospettiva Nevskij, 68 p. 64
In piazza Pionerskaja p. 65
Autopubblicazione p. 69
La casa sul Lungofiume p. 73
Un tipo particolare di samizdat p. 75
Una parola di verità p. 77
Fanfarónstvo p. 78
Un dono divino p. 80
Uno dei periodi migliori della mia vita p. 82
Giocare all'esilio p. 84
265-39 p. 87
Noi p. 89


        L'amore                                          93

Come finiscono p. 95
Anche Anna Karenina p. 99
Spoiler p. 100
Una parentesi p. 102
Ancora Anna Karenina p. 103
La fine p. 106
Il genio p. 109
La cosa dei pianeti p. 110
Il manuale di narrativa p. 112
Amare nella vita quotidiana p. 114
28 gennaio 1881 p. 117
La mamma p. 118


        Il byt                                          121

Al'bin e Ksana p. 123
Pochmel'e p. 124
Stoby opochmelit'sja p. 127
La vita p. 128
Per esempio p. 130
Quindi p. 137
Primo esempio p. 139
Secondo esempio p. 143
Come mai? p. 146
Di cosa parla questo libro p. 149


        Appendice. Arrivederci                          151

Su Puškin p. 154
Scene dalla vita di Puškin p. 155
Scene dalla vita di Lev Tolstoj p. 158
Tolstoj e Dostoevskij p. 160
Novecento p. 161
Dostoevskij e Gogol' p. 162
Dostoevskij e Lermontov p. 163
Dostoevskij e le narici p. 164
Daniil Chartns p. 165
Ancora Puškin p. 166
Puškin e Tagore p. 167
Un romanzo di Gogol' p. 168
Gogol' e Arina Rodionovna (la bambinaia di Puškin) p. 169
Turgenev da vecchio p. 170
Gogol' e Dostoevskij p. 171
Manca la fine p. 172


        Un'altra appendice. La lingua del sentimento    173

Come parliamo quando parliamo d'amore p. 177
Le mie idiosincrasie p. 179
Manganelli, Puškin, mia nonna e mia mamma p. 181
A studiare una lingua straniera p. 183
Il bolide p. 185
Un'altra volta p. 186
Un'altra volta ancora p. 187
Lo strumento p. 188
Un caso personale p. 191
Il linguaggio dell'ubriachezza p. 193
Un altro campo semantico p. 195
Togliatti p. 200
Fabio Volo p. 202
Gogol' p. 205
Raffaello Baldini p. 208


Come si accentano i nomi russi di questo libro          211
Elenco delle citazioni (in ordine di apparizione)       215
Indice delle illustrazioni  221


 

 

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Pagina 17

Come mai



Č matematico che chi studia russo si senta chiedere, prima o poi, «Come mai hai studiato russo?».

Come se ci fosse bisogno di un motivo, come se la cosa andasse spiegata, come se studiare russo non equivalesse a studiare inglese, o francese, o tedesco, o spagnolo, per dire.

Secondo me, è vero.

Studiare russo non equivale a studiare inglese, o francese, o tedesco, o spagnolo, per dire. La letteratura russa è molto diversa dalla letteratura inglese, o francese, o tedesca, o spagnola, per dire. Per non parlare di quanto ci sembri diversa da quella italiana, che noi italiani guardiamo in un modo tutto nostro particolare, molto italiano anche lui, il modo, mi viene da dire.

Ma torniamo a noi: se hai studiato russo, e incontri un sacco di gente che ti chiede «Come mai hai studiato russo?», tu puoi chiederti, a tua volta, «Ma come mai me lo chiedono tutti?». Ma se scrivi un libro che si intitola I russi sono matti, e si sottotitola Corso sintetico di letteratura russa, dovresti essere tu, dentro quel libro che scrivi, a dirlo per primo, come mai hai studiato russo o, per lo meno, a dire in cosa si differenzia la letteratura russa da quella inglese, o tedesca, o americana, o cubana eccetera eccetera.

E qui cominciano i problemi: perché tu, in cosa si differenzia, questa benedetta letteratura russa, da tutte le altre letterature, non lo sai di preciso.

Perché tu, in sostanza, sei uno che sa molto poco.

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Pagina 21

La paura



Uno scrittore svizzero che si chiama Peter Bichsel, che ha scritto una volta: «Tutti noi abbiamo vissuto momenti di disperazione di fronte alle prime pagine dei grandi romanzi russi, quando non capivamo chi fosse lo zio e chi il fratello e se la zia fosse la moglie dello zio e se fosse il fratello o l'amico a essere innamorato della figlia e di chi fosse figlia la figlia. Siamo allenati e sappiamo come si affronta il problema: si continua a leggere, prima o poi si capirà», ha scritto Bichsel, e mi viene da dargli ragione: è vero, la letteratura russa, fan dei libri anche così grossi, fa un po' paura. Un po' la stessa paura che a Werner, il medico di Un eroe dei nostri tempi, straordinario romanzo pubblicato nel 1840 da Michail Lermontov, fanno le donne. In quel romanzo Werner paragona le donne al bosco incantato di cui parla il Tasso nella sua Gerusalemme liberata.

«Appena entri», ha detto Werner, «ti saltano addosso da tutte le parti tanti di quegli orrori che Dio ti salvi: il dovere, l'orgoglio, il decoro, l'opinione comune, il ridicolo, il disprezzo.» Secondo Werner, non li si deve guardare, si deve andare avanti: «Pian piano i mostri scompaiono e si apre di fronte a te una quieta e luminosa pianura, nel mezzo della quale fiorisce il verde mirto. Ma che disgrazia, se ai primi passi il cuore trema e tu torni indietro».

Con la letteratura russa, più o meno, potrebbe succedere così.

Cioè che se non ti spaventi, non scappi, vai avanti, dopo un po' arrivi al centro del bosco che c'è una radura che è un posto che si sta benissimo. O malissimo, a seconda dei casi.

Cioè quei romanzi così grossi, con tutti quei personaggi che hanno almeno tre nomi e un cognome e un paio di soprannomi e dei gradi che li collocano in una gerarchia incomprensibile e che sono legati da intricatissimi vincoli di parentela, se fai come Bichsel, se porti pazienza, se arrivi, per dire, a pagina 39, dopo alla fine ti danno delle gran soddisfazioni, e se sei proprio fortunato magari ti fanno anche molto male.

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Pagina 23

Opinioni



Uno scrittore russo del quale parleremo un po', in questo libretto, Ivan Turgenev, ha creato il primo uomo superfluo della letteratura russa e il primo nichilista, della letteratura russa, è stato il primo scrittore russo ad avere successo in Occidente, è stato, per un po', lo scrittore probabilmente più celebre d'Europa, è stato probabilmente lo scrittore russo dell'Ottocento meno russo di tutti (ha vissuto a lungo a Baden-Baden e a Parigi), ha fatto dire a un proprio personaggio (del romanzo Fumo, uscito nel 1867) che «se la Russia intera scomparisse, l'umanità non ne avrebbe nessun danno, e il fatto non provocherebbe nessun turbamento», e sembra che abbia scritto che a lui, dei russi, piaceva in particolare «la pessima opinione che hanno di se stessi».

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Pagina 30

Tutti serissimi



Se un italiano entra in metropolitana a Mosca, o a San Pietroburgo, una cosa che lo colpisce è che i russi che sono con lui, nella carrozza della metropolitana, sono tutti serissimi.

Il che, in un certo senso, risponde all'idea che uno ha, che ho avuto per lo meno io, della letteratura russa, dopo aver letto quel Delitto e castigo che mi ha fatto così male.

Solo che poi, andando avanti, nelle cose che ho letto di Gogol', per esempio, quando ho trovato, nel Cappotto, un personaggio che Gogol' chiama «Il personaggio importante» e che descrive così:

Quale fosse e in cosa consistesse la carica del personaggio importante, ancora oggi non si sa. Bisogna sapere che quel personaggio importante era diventato da poco un personaggio importante e, fino a poco prima, era stato un personaggio che non era importante.

O, in Anime morte, il dialogo tra la signora piacevole da tutti i punti di vista e la signora semplicemente piacevole, o quando ho letto, nei quaderni del dottor Čechov:

Gli piaceva che la sua fidanzata fosse religiosa, che avesse certe sue idee e convinzioni. Ma, quando essa divenne sua moglie, questa autonomia di pensiero cominciò a dargli fastidio.

O, più avanti, nel Novecento, Sergej Dovlatov, per esempio, quando scrive:

Ho incontrato Fel'dman, l'economista.

Dice:

«Sua moglie si chiama Sofia?»

«No», dico io, «Lena.»

«Lo so, scherzavo. Lei non ha il senso dell'umorismo. Č lettone, forse?»

«Perché lettone?»

«Ma scherzavo. Lei proprio non ha nessun senso dell'umorismo. Sta andando per caso dal logopedista?»

«Perché dal logopedista?»

«Scherzo, scherzo. Ma che fine ha fatto il suo senso dell'umorismo?»


Ecco.

Quando ho incontrato queste cose, dicevo, mi sono accorto di un fatto che non avevo immaginato: che i russi hanno il senso dell'umorismo, e lo usano.

E lo usano a volte anche in contesti stranissimi, per esempio nel manuale di lingua russa su cui ho studiato io, che era un manuale ancora sovietico (si chiamava Baš), c'era un dialogo che si intitolava "Purtroppo no" e che diceva così:

«Il manuale ce l'hai?»

«Ce l'ho.»

«Il quaderno ce l'hai?»

«Ce l'ho.»

«La matita ce l'hai?»

«Ce l'ho.»

«Le sigarette ce le hai?»

«Ce le ho.»

«La vodka ce l'hai?»

«Purtroppo no.»

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Pagina 33

Al tempo stesso



Dostoevskij, di sé e dei suoi colleghi, diceva: «Noi veniamo tutti dal cappotto di Gogol'», e Nabokov, in un suo memorabile saggio che si intitola, appunto, Nikolaj Gogol', dà una definizione di quello stile con la quale voglio finire questa introduzione: lo stile di Gogol', secondo Nabokov,

dà la sensazione di qualcosa di ridicolo e di stellare al tempo stesso - e piace richiamare alla mente che la differenza tra il lato comico delle cose e il loro lato cosmico dipende da una sibilante.

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Pagina 73

La casa sul Lungofiume



Quando penso al samizdat, mi viene sempre in mente una cosa che mi è successa nel 1993, quando, da una casa in periferia dove abitavo, a Mosca, mi dovevo trasferire in una casa in centro, dietro al Cremlino, una casa celebre, la casa sul Lungofiume, si chiama, e su questa casa sul Lungofiume, mi aveva detto la mia insegnante di russo, era stato scritto anche un romanzo, da Jurij Trifonov.

«E l'hai letto?» avevo chiesto io alla mia insegnante di russo quando mi aveva detto così.

«Per forza l'ho letto», mi aveva risposto lei, «era proibito.»

C'è stato un periodo, negli anni settanta, che il fenomeno del samizdat aveva raggiunto un livello, in Russia, che praticamente si leggevano solo romanzi in samizdat.

Dice sempre Dovlatov che, in quel periodo lì, se tu, per il compleanno di un tuo amico gli regalavi un libro, dovevi regalargli un libro in samizdat, che regalare libri ufficiali, libri che avevano passato il vaglio della censura, era una cosa che veniva considerata poco educata.

Se un libro veniva pubblicato, dice Dovlatov, voleva dire che valeva poco.

Perché i libri che valevano tanto, sembra incredibile, i libri che dicevano delle cose importanti, sembra incredibile, facevan paura. Lo stato, il grande stato sovietico, il grande regime sovietico, la più grande potenza mondiale, aveva paura dei libri.

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Pagina 99

Anche Anna Karenina



Certo, a pensare: romanzo d'amore, può darsi che venga in mente, per esempio, Anna Karenina, dove, di romanzi d'amore, ce ne dovrebbero esser due, per lo meno: l'amore tra Anna e Vronskij, e l'amore tra Levin e Kitty.

Solo che, secondo me, non è vero.

Di romanzi d'amore, in Anna Karenina, non ce n'è neanche uno, secondo me.

Perché quel che mi resta dentro la testa e negli occhi, dopo aver letto Anna Karenina, non è l'amore tra Anna e Vronskij, né, tantomeno, quello tra Levin e Kitty: quel che mi resta dentro gli occhi sono le orecchie di Karenin, è la schiena spezzata di Frou-Frou, un cavallo da corsa, è il monologo di Anna alla fine del romanzo, è il disastro di un finale che non c'entra niente col resto, e adesso mi spiego meglio, ma prima è necessaria una premessa: chi non ha letto Anna Karenina e non sa come va a finire, si dovrebbe fermare qui.

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Pagina 128

La vita



Delle opere di Puškin, che oggi vengono considerate «un'enciclopedia della vita russa», un critico ottocentesco ha scritto che sono «scenette insignificanti da vite insignificanti».

Molti contemporanei di Puškin si sono stupiti quando, nell' Evgenij Onegin, Puškin ha messo in versi le scene da un matrimonio di una città di provincia.

«Perché ci racconta queste cose?», si chiedevano, «le sappiamo benissimo.»

Ecco quelle cose, quelle cose di Puškin che i suoi contemporanei conoscevano benissimo e che per noi sono così preziose, soprattutto per la leggerezza e l'incanto con cui sono raccontate, sono il byt, la vita quotidiana.

Uscire dall'arte è impossibile, - dice Jurij Lotman in Conversazioni sulla cultura russa - così come lo è uscire dalla lingua. Perfino quando tacciamo lo facciamo in una determinata lingua.

Per questo l'arte siamo noi. Noi siamo compenetrati d'arte. Ora è malata, perché siamo noi a essere malati, soprattutto in questo periodo. Siamo malati e ci lamentiamo di avere un'arte malata. Ma lo sapete, no, il proverbio: non te la prendere con lo specchio, se hai la faccia storta.


E in un libro recente di Giorgio Agamben, intitolato Il fuoco e il racconto, Agamben dice che quel che fa l'arte non è rendere visibile l'invisibile, ma rendere visibile il visibile.

Il byt.

Il quotidiano.

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