Copertina
Autore Amélie Nothomb
Titolo Dizionario dei nomi propri
EdizioneVoland, Roma, 2004, Amazzoni 24 , pag. 150, dim. 145x205x10 mm , Isbn 978-88-88700-16-8
OriginaleRobert des noms propres
EdizioneAlbin Michel, Paris, 2002
TraduttoreMonica Capuani
LettoreElisabetta Cavalli, 2004
Classe narrativa francese
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Pagina 7

L'insonnia di Lucette durava ormai da otto ore. Nel suo ventre, il bimbo aveva il singhiozzo dal giorno avanti. Ogni quattro o cinque secondi un sussulto gigantesco scuoteva il corpo di quella fanciulla di diciannove anni, che un anno prima aveva deciso di diventare sposa e madre.

La fiaba era cominciata come un sogno: Fabien era bello e diceva di essere pronto a tutto per lei, che lo aveva preso in parola. L'idea di giocare al matrimonio aveva divertito quel ragazzo giovane come lei, e la famiglia, perplessa e commossa, aveva assistito allo spettacolo di due bambini che indossavano gli abiti nuziali.

Poco tempo dopo, trionfante, Lucette aveva dato l'annuncio della sua gravidanza.

La sorella maggiore le aveva chiesto:

- Non è un po' presto?

- Non sarà mai presto abbastanza! - aveva risposto la piccola, esaltata.


Poco a poco, la situazione aveva perso i suoi contorni di favola. Fabien e Lucette litigavano in continuazione. Lui, un tempo così felice della gravidanza, ora le diceva:

- Sarà meglio che tu la smetta di fare la pazza quando nascerà il bambino!

- Cos'è, una minaccia?

Lui se ne andava sbattendo la porta.

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Pagina 20

Non si era mai vista una bimba così abile nel farsi amare. Che si fosse resa conto delle circostanze tragiche della sua nascita? Implorava chi le stava intorno, a forza di sguardi strazianti, di non tenerne conto. Bisogna precisare che a quello scopo aveva un asso nella manica: due occhi di una bellezza inverosimile.

Quella neonata piccola ed esile piantava sul suo bersaglio uno sguardo enorme, per dimensioni e significato. I suoi occhi immensi e magnifici dicevano a Clémence e a Denis: "Amatemi! Il vostro destino è amarmi! Ho solo otto settimane, ma non per questo sono una creatura meno grandiosa! Se voi sapeste, se solo sapeste...

Denis e Clémence avevano l'aria di sapere. Ebbero subito una specie di ammirazione per Plectrude. Era strana in tutto: prendeva il biberon a una lentezza insostenibile, non piangeva mai, dormiva poco di notte e molto di giorno, indicava con dito deciso gli oggetti che agognava.

Posava uno sguardo intenso e grave su chiunque la prendesse in braccio, come se volesse comunicare che quello era l'inizio di una grande storia d'amore e che c'era più d'un motivo per essere emozionati.


Clémence aveva amato alla follia la sorella defunta e riversò quella passione su Plectrude. Non la amava più delle sue due figlie: la amava in modo diverso. Per Nicole e Béatrice traboccava di tenerezza, Plectrude le ispirava venerazione.

Le due figlie maggiori erano carine, educate, intelligenti, piacevoli; la più piccola era fuori dal comune: splendida, intensa, enigmatica, stravagante.

Anche Denis impazzì per lei fin dall'inizio e quel sentimento rimase intatto. Ma nulla poté mai eguagliare il carattere sacro dell'amore che Clémence le votò. Tra la sorella e la figlia di Lucette ci fu una passione devastante.

Plectrude non aveva mai appetito e cresceva con la stessa lentezza con la quale mangiava. Era scoraggiante. Nicole e Béatrice erano fameliche e crescevano a vista d'occhio. Le loro guance, rosa e paffutelle, riempivano di gioia i genitori. A Plectrude crescevano solo gli occhi.

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Pagina 64

Quell'inverno, la ballerina inventò un sublime gioco di eroismo: consisteva nel lasciarsi seppellire dalla neve, senza muoversi e senza opporre la minima resistenza.

- Fare un pupazzo di neve è troppo facile - aveva decretato. - Bisogna diventare un pupazzo di neve, restando in piedi sotto i fiocchi, oppure una statua di neve, sdraiandosi in un giardino.

Roselyne la guardò con scettica ammirazione.

- Tu farai il pupazzo, e io la statua - decretò Plectrude.

L amica non osò esprimere la sua reticenza. E si ritrovarono tutte e due sotto la neve, una allungata sulla nuda terra e l'altra in piedi. Quest'ultima smise molto rapidamente di trovare la cosa divertente: aveva freddo ai piedi, bisogno di muoversi, nessuna voglia di trasformarsi in un monumento vivente, e in più si annoiava perché, da degne statue, le due ragazzine erano tenute al silenzio.

La statua giacente, invece, esultava. Aveva tenuto gli occhi aperti, come i morti prima dell'intervento altrui. Stendendosi a terra, aveva abbandonato il suo corpo: si era distaccata dalla sensazione di gelo e dalla paura fisica di lasciarci la pelle. Ormai era solo un volto, soggetto alle forze del cielo.

La sua femminilità di bambina di dieci anni non era presente, non che fosse ingombrante: la statua giacente aveva conservato solo il minimo di sé al fine di opporre meno resistenza possibile a quel livido dilagare.

I suoi occhi spalancati guardavano lo spettacolo più affascinante del mondo: la morte bianca, brillante, che l'universo le inviava in forma di puzzle, frammenti di un immenso mistero.

A volte lo sguardo scrutava il suo corpo, che fu sepolto prima del volto, perché gli abiti isolavano il calore che esso sprigionava. Poi i suoi occhi riguadagnavano le nuvole, e poco a poco il tepore delle gote diminuì, e presto il sudario poté deporvi il suo primo velo, e la statua giacente si impedì di sorridere per non alterarne l'eleganza.


Un miliardo di fiocchi più tardi, l'esile silhouette della statua giacente era pressoché indistinguibile, una semplice irregolarità nel bianco amalgama del giardino.

L'unico imbroglio consisteva nell'aver battuto talvolta le palpebre, peraltro non sempre volontariamente. Così, i suoi oÁchi avevano conservato il loro accesso al cielo e potevano ancora osservare la lenta caduta letale.

L'aria penetrava nello strato di ghiaccio, evitando alla statua giacente l'asfissia. Provava un'impressione straordinaria, sovrumana, quella di una lotta contro non sapeva chi, contro un angelo non identificabile - la neve o se stessa? - ma anche una serenità incredibile, tanto era profonda la sua accettazione.

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