Copertina
Autore Amélie Nothomb
Titolo Sabotaggio d'amore
EdizioneVoland, Roma, 2004 [1993], Amazzoni 6 , pag. 116, cop.fle., dim. 145x205x9 mm , Isbn 978-88-88700-34-2
OriginaleLe sabotage amoureux
EdizioneAlbin Michel, Paris, 1993
TraduttoreBiancamaria Bruno
LettoreGiovanna Bacci, 2005
Classe narrativa francese
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

Al galoppo sul mio cavallo, sfilavo fra i ventilatori.

Avevo sette anni. Niente era più piacevole che avere troppa aria nel cervello. Più la velocità fischiava, più entrava ossigeno che faceva piazza pulita.

Il mio destriero arrivò alla piazza del Gran Ventilatore, volgarmente detta piazza Tien An Men. Prese a destra, per il viale della Bruttezza Abitabile.

Tenevo le redini con una mano. L'altra mano si abbandonava a un'esegesi della mia immensità interiore, carezzando ora il dorso del cavallo, ora il cielo di Pechino.

L'eleganza del mio equilibrio lasciava senza fiato i passanti, gli sputi, gli asini e i ventilatori.

Non avevo bisogno di spronare la mia cavalcatura. La Cina l'aveva creata a mia immagine: era una fanatica delle grandi velocità. Andava a passione interiore e a folle in delirio.

Fin dal primo giorno avevo capito l'assioma: nella Città dei Ventilatori, tutto quello che non era splendido era orribile.

Il che equivale a dire che quasi tutto era orribile.

Corollario immediato: la bellezza del mondo ero io.

Non che questi sette anni di pelle, carne, capelli e scheletro avessero di che eclissare le creature di sogno dei giardini di Allah e del ghetto della comunità internazionale.

La bellezza del mondo ero io che mi pavoneggiavo a lungo, offrendomi alla luce, era il mio cervello spiegato come una vela ai soffi dei ventilatori.

Pechino puzzava di vomito di bambino.

Nel Viale della Bruttezza Abitabile c'era solo il rumore del galoppo per coprire i raschiamenti di gola, il divieto di comunicare coi cinesi e il vuoto terribile degli sguardi.

Avvicinandosi al recinto, il destriero rallentò per permettere alle guardie di identificarmi. Non mi trovarono più sospetta del solito.

Penetrai all'interno del ghetto di San Li Tun, dove vivevo dall'epoca dell'invenzione della scrittura, cioè da circa due anni, verso il neolitico, sotto il regime della Banda dei Quattro.


"Il mondo è tutto ciò che ha luogo" scrive Wittgenstein nella sua prosa mirabile.

Nel 1974 Pechino non aveva luogo: non vedo come potrei meglio esprimere la situazione.

Wittgenstein non era la lettura preferita dei miei sette anni. Ma i miei occhi avevano anticipato il sillogismo di cui sopra per giungere alla conclusione che Pechino non aveva molto a che vedere con il mondo.

Mi adattavo: avevo un cavallo e una fame d'aria tentacolare nel cervello.

Avevo tutto. Ero un'epopea senza fine.

Mi sentivo in relazione solo con la Grande Muraglia: unica costruzione umana visibile dalla Luna, lei almeno rispettava la mia scala. Non delimitava lo sguardo, lo trascinava verso l'infinito.


Ogni mattina, una schiava veniva a pettinarmi.

Lei non sapeva di essere la mia schiava. Pensava di essere una cinese. In realtà non aveva nazionalità, visto che era la mia schiava.

Prima di Pechino vivevo in Giappone, dove si trovavano le schiave migliori. In Cina la qualità delle schiave lasciava a desiderare.

In Giappone, quando avevo quattro anni, avevo una schiava che mi era molto devota. Si prosternava spesso ai miei piedi. Andava bene.

La schiava di Pechino ignorava questi usi. La mattina, cominciava col pettinare i miei lunghi capelli: ma lo faceva in modo brutale. Urlavo di dolore e le affibbiavo parecchi colpi di frusta mentali. Poi mi faceva una o due trecce meravigliose, con quell'arte ancestrale della treccia cui la Rivoluzione culturale non aveva torto un capello. Preferivo che mi facesse una treccia unica: mi pareva più adatta a una persona del mio rango.

La cinese si chiamava TrÍ, nome che già di suo mi sembrava inammissibile. La avvertii che avrebbe portato il nome della mia schiava giapponese, che era molto bello. Lei mi guardò stupita e continuò a chiamarsi TrÍ. Da quel giorno capii che c'era qualcosa di marcio nella politica di quel paese.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 21

Mi ci volle tutta la mia ostinazione per essere ammessa nell'esercito alleato. Mi trovavano troppo piccola. Nel ghetto c'erano bambini della mia età, anche più piccoli, ma non avevano ancora ambizioni militari.

Feci valere i miei meriti: coraggio, tenacia, lealtà senza limiti e soprattutto rapidità a cavallo.

Quest'ultima virtù attirò l'attenzione.

Ci furono lunghe discussioni fra i generali. Alla fine mi convocarono. Arrivai tremante. Mi fu annunciato che, in ragione della mia piccola statura e della mia velocità, venivo nominata esploratore.

- E poi siccome sei una bambina piccola il nemico non avrà sospetti.

La meschinità di quella insinuazione non riuscì a intaccare la felicità che produsse in me la nomina.

Esploratore: non riuscivo a concepire niente di più bello, di più grande, di più degno di me.

Potevo prendere quella parola da un capo all'altro, in tutti i sensi, inforcarla come un mustang, appendermici come a un trapezio: restava sempre bella.

L'esploratore era colui da cui dipendeva la sopravvivenza dell'esercito. A rischio della vita, egli avanzava solo in territorio sconosciuto alfine di scovare i pericoli. Per un minimo capriccio del destino, poteva calpestare una mina ed esplodere in mille pezzi - e il suo corpo, un puzzle d'eroismo ormai, sarebbe ricaduto a terra lentamente disegnando nell'aria un fungo atomico di coriandoli di carne - e i suoi compagni, rimasti al campo, vedendo un turbine di frammenti organici salire verso il cielo, avrebbero esclamato: "» l'esploratore!". E dopo essersi elevati in proporzione alla loro importanza storica, i mille pezzi si sarebbero fermati per un momento nell'etere, poi sarebbero atterrati con tale grazia che perfino il nemico avrebbe pianto una così nobile oblazione. Sognavo di morire così: quel fuoco d'artificio avrebbe reso eterna la mia leggenda.

La missione dell'esploratore è esplorare, perlustrare, illuminare, e illuminare mi sarebbe andato a pennello: sarei stata una torcia umana.

Ma, capace di contraddirsi come i geni proteiformi, l'esploratore poteva pure diventare invisibile, impercettibile. L'ombra furtiva si insinuava tra le file nemiche senza che nessuno la notasse. La spia, picaresca, si camuffa; l'esploratore, epico, non si adatta a quei travestimenti. Rimpiattato nell'ombra, rischia la vita con alterigia.

E quando al termine di una ricognizione suicida l'esploratore rientra alla base, il suo esercito, sconvolto dalla gratitudine e dall'ammirazione, accoglie le sue informazioni inestimabili come una manna dal cielo. Appena l'esploratore apre la bocca per parlare, i generali pendono dalle sue labbra. Nessuno si complimenta con lui, ma gli si lanciano sguardi franchi e brillanti che la dicono ben più lunga.

In tutta la mia vita, nessuna nomina mi ha mai reso felice quanto quella: mai un titolo mi è sembrato accordarsi così intimamente al valore che mi attribuivo.

Più tardi, quando mi sarei contentata di essere Premio Nobel o martire, avrei accettato senza troppo fastidio quei destini un po' volgari, ricordando che avevo ormai alle spalle la parte più nobile della mia esistenza, e che sarebbe rimasta mia per l'eternità. Fino alla morte, avrei potuto stupire la gente con questa semplice frase: "A Pechino, durante la guerra, facevo l'esploratore."


Ho avuto un bel leggere Ho Chi Min nel testo originale, tradurre Marx in ittita, abbandonarmi a un'analisi stilistica delle epanadiplosi del Libretto rosso, eseguire una trascrizione ulipiana del pensiero di Lenin, ho avuto un bel dare in pasto il comunismo alla mia riflessione, o viceversa: non sono riuscita ad andare oltre le conclusioni di quando avevo cinque anni.

Avevo appena messo piede in Terra Rossa, non ero nemmeno uscita dall'aeroporto, e avevo già capito.

Avevo trovato il solo veicolo che potesse riassumere la situazione in una frase.

Questa asserzione era al tempo stesso bella, semplice, poetica e deludente, come tutte le grandi verità.

"L'acqua bolle a cento gradi." Frase di una bellezza elementare, che lascia un po' insoddisfatti.

Ma la vera bellezza deve lasciare insoddisfatti: deve lasciare all'anima una parte del suo desiderio.

Quanto a questo, la mia frase era bella.

Eccola: "Un paese comunista è un paese dove ci sono dei ventilatori."

Questa frase ha una struttura così luminosa che potrebbe servire come esempio in un trattato viennese di logica. Ma, al di là delle sue qualità di stile, questa asserzione è sorprendente perché è vera.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 42

Il solo modo per smettere di soffrire è avere la testa completamente vuota. Il solo modo di vuotarsi completamente la testa è andare più velocemente possibile, lanciare il cavallo al galoppo, appoggiare la fronte contro il vento, non essere che il prolungamento del destriero, il corno dell'unicorno, con il solo scopo di fendere l'aria - fino allo scontro finale in cui l'aria vincerà, in cui cavallo e cavaliere, perduti nella loro corsa, saranno disintegrati e assorbiti dall'invisibile, aspirati e polverizzati dai Ventilatori.

Elena è cieca. Questo cavallo è un cavallo. Ogni volta che c'è liberazione per mezzo del vento e della velocità, c'è un cavallo. Definisco cavallo non ciò che ha quattro zampe e produce sterco, ma ciò che maledice il suolo e me ne allontana, ciò che mi solleva e mi costringe a non cadere, ciò che mi calpesterebbe a morte se cedessi alla tentazione del fango, ciò che mi fa danzare il cuore e nitrire il ventre, ciò che mi spinge a un'andatura così forsennata che devo stringere le palpebre, poiché anche la luce più pura non abbaglierà mai quanto la sferza dell'aria.

Definisco cavallo quel luogo unico dove è possibile perdere ogni ormeggio, ogni pensiero, ogni coscienza, ogni nozione di futuro, per essere solo uno slancio, una vela spiegata.

Definisco cavallo quell'accesso all'infinito, e cavalcata il momento in cui incontro le schiere innumerevoli dei mongoli, dei tartari, dei saraceni, dei pellerossa o di altri fratelli di galoppo che hanno vissuto solo per essere cavalieri, cioè per essere.

Definisco cavalcatura lo spirito che scalcia con quattro ferri, e io so che la mia bicicletta ha quattro ferri, e scalcia ed è un cavallo.

Definisco cavaliere colui che il suo cavallo ha sottratto all'insabbiamento, colui che il suo cavallo ha reso alla libertà che fischia nelle orecchie.

Ecco perché nessun cavallo ha mai meritato il nome di cavallo quanto il mio.

Se Elena non fosse stata cieca, avrebbe visto che quella bicicletta era un cavallo e mi avrebbe amato.

| << |  <  |