Copertina
Autore Amélie Nothomb
Titolo Metafisica dei tubi
EdizioneVoland, Roma, 2002, Amazzoni 15 , pag. 128, dim. 145x205x9 mm , Isbn 978-88-86586-85-6
OriginaleMétaphysique des tubes
EdizioneAlbin Michel, Paris, 2000
TraduttorePatrizia Galeone
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe narrativa francese , biografie
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

In principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo: esso nominava solo se stesso. E Dio vide che questo era un bene. Per niente al mondo avrebbe creato alcunché. Il nulla non solo gli piaceva, ma addirittura lo appagava totalmente.

Dio aveva gli occhi perennemente aperti e fissi. Se anche fossero stati chiusi, nulla sarebbe comunque cambiato. Non c'era niente da vedere e Dio non guardava niente. Era pieno e denso come un uovo sodo, di cui possedeva anche la rotondità e l'immobilità.

Dio era soddisfazione assoluta. Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Dio non viveva: esisteva.

L'esistenza non aveva avuto per lui un inizio percettibile. Alcuni grandi libri esordiscono con frasi a tal punto poco chiassose che le dimentichiamo quasi immediatamente, rimanendo con l'impressione di essere impegnati in quella lettura dalla notte dei tempi. Allo stesso modo era impossibile rilevare il momento in cui Dio aveva iniziato a esistere. Era come se esistesse da sempre.

Dio non possedeva linguaggio e, di conseguenza, non possedeva pensiero. Egli era sazietà ed eternità. Il che dimostrava, incontestabilmente, che Dio era Dio. E questa evidenza non aveva la minima importanza, poiché Dio se ne infischiava altamente di essere Dio.


Gli occhi degli esseri viventi possiedono la più straordinaria delle proprietà: lo sguardo. Nulla è più eccezionale dello sguardo. Quando parliamo delle orecchie delle creature non diciamo che hanno un 'ascoltardo', oppure, delle loro narici, che hanno un 'sentardo' o un 'annusardo'.

Cos'è lo sguardo? qualcosa di inesprimibile. Nessuna parola esprime, neanche lontanamente, la sua strana essenza. Eppure lo sguardo esiste. Poche sono le realtà che hanno un tale livello di esistenza.

Che differenza c'è fra occhi che possiedono uno sguardo e occhi che ne sono sprovvisti? Questa differenza ha un nome: si chiama vita. La vita inizia laddove inizia lo sguardo.

Dio non aveva sguardo.


Dio aveva tre sole occupazioni: la deglutizione, la digestione e, conseguenza diretta, l'escrezione. Queste attività vegetative attraversavano il corpo di Dio senza che lui se ne accorgesse. Il cibo, sempre lo stesso, non era eccitante al punto che lui lo notasse. E quanto al bere, non era diverso. Dio apriva tutti gli orifizi necessari al passaggio degli alimenti, solidi e liquidi.

Ecco perché, a questo stadio della crescita, chiameremo Dio il tubo.

Esiste una metafisica dei tubi. Slawomir Mrozek ha scritto sui tubi flessibili parole che non si sa se siano di una perturbante profondità o magnificamente deliranti. Forse sono tutto questo insieme: i tubi sono straordinari miscugli di pieno e di vuoto, sono materia cava, una membrana di esistenza che ricopre un fascio di inesistenza. Il tubo flessibile è la versione molle del tubo. Eppure, la mollezza di cui è dotato non lo rende meno enigmatico.

Dio possedeva la flessibilità di quest'ultimo e al tempo stesso giaceva rigido e inerte, confermando così la sua natura di tubo. Sperimentava la serenità assoluta del cilindro. Filtrava l'universo e non tratteneva niente.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 48

Ero giapponese.

Nella provincia del Kansai, a due anni e mezzo, essere giapponese significava vivere nel cuore della bellezza e dell'adorazione. Essere giapponese significava abbuffarsi dei fiori esageratamente profumati del giardino molle di pioggia, sedersi sul bordo dello stagno di pietra a guardare, in lontananza, le montagne grandi come l'interno del proprio petto, prolungare dentro di sé il canto mistico del venditore di patate dolci che attraversa il quartiere all'imbrunire.

A due anni e mezzo, essere giapponese significava essere la prediletta di Nishio-san. Se glielo chiedevo, lei abbandonava in qualsiasi momento le sue occupazioni per prendermi in braccio, coccolarmi, cantarmi canzoni che parlavano di gattini o di ciliegi in fiore.

Era sempre pronta a raccontarmi le sue storie di corpi fatti a pezzi che tanto mi stupivano, oppure la leggenda di questa o quella strega che cuoceva la gente in un calderone per farne la zuppa: racconti adorabili che mi incantavano fino all'ebetudine.

Si sedeva e mi cullava come una bambola. Io assumevo un'aria sofferente soltanto per il desiderio di essere consolata: Nishio-san stava al gioco e mi consolava a lungo per le mie pene inesistenti, compatendomi con grande maestria.

Poi seguiva delicatamente con un dito il disegno dei miei tratti e ne vantava la bellezza che lei diceva estrema: si esaltava per la mia bocca, per la mia fronte, per le mie guance, per i miei occhi, e concludeva di non avere mai visto una dea dal viso così incantevole. Era una brava persona.

E io non mi stancavo di rimanere tra le sue braccia, e ci sarei rimasta per sempre, estasiata dalla sua idolatria. Anche lei si estasiava nell'idolatrarmi a quel modo, dimostrando quanto la mia divinità fosse giusta ed eccellente.

A due anni e mezzo, avrei dovuto essere idiota per non essere giapponese.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 113

Lancio frammenti di cibo. L'ammasso di bocche vi si getta sopra. I tubi aperti ingoiano. Quando hanno deglutito ne chiedono ancora. La gola è così spalancata che, se solo si inclinassero un po', si potrebbe vedere il loro stomaco. Mentre continuo a distribuire la pietanza, sono sempre più sconvolta da ciò che la trinità mi mostra: in genere le creature tengono nascosto l'interno del proprio corpo. Cosa accadrebbe se la gente esibisse le proprie viscere?

Le carpe hanno infranto questo tabù primordiale: mi impongono la visione del loro tubo digestivo all'aria.

Lo trovi ripugnante? L'interno del tuo ventre è identico. Se questo spettacolo ti ossessiona tanto, forse è perché ti ci rivedi. Credi che la tua specie sia diversa? I tuoi mangiano in modo meno sporco, ma mangiano, e anche dentro tua madre, dentro tua sorella, è la stessa cosa.

E tu, che cosa ti credi di essere? Sei un tubo venuto fuori da un altro tubo. In questi ultimi tempi hai avuto la gloriosa impressione di evolvere, di diventare materia pensante. Tutte fesserie. La bocca delle carpe potrebbe davvero farti stare così male se non ci vedessi il tuo ignobile specchio? Ricordati che tubo sei e che tubo ritornerai.

| << |  <  |