Autore Edoardo Novelli
Titolo I manifesti politici
SottotitoloStorie e immagini dell'Italia repubblicana
EdizioneCarocci, Roma, 2021, Sfere 168 , pag. 264, ill., cop.fle., dim. 17x24x1,5 cm , Isbn 978-88-290-1153-7
LettoreElisabetta Cavalli, 2022
Classe illustrazione , comunicazione , politica , storia contemporanea d'Italia












 

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Indice


    Segni, codici e culture visive
    dell'iconografia politica italiana       11

    Ringraziamenti                           17


Anni '40                                     19

    L'immagine della Resistenza              22
    Rivoluzione e Liberazione                24
    I partiti di massa                       26
    Il trasformismo dell'immagine            28
    Il voto alle donne                       30
    La nuova immagine di casa Savoia         32
    La lingua del realismo nuovo             34
    L'Assemblea Costituente                  36
    Vota Garibaldi                           38
    Donna e madonna                          40
    L'offesa della razza                     42
    Il bestiario elettorale                  44
    La terza via                             46
    Il candidato                             48
    Nel segreto della cabina                 50
    I Want You                               52
    L'attentato a Togliatti                  54
    La riforma agraria                       56

Anni '50                                     59

    La minaccia atomica                      62
    Forza Italia - Comitati civici           64
    La lingua del neofascismo                66
    La "legge truffa"                        68
    Gli opposti estremismi                   70
    Un voto sereno                           72
    Trieste italiana                         74
    La propaganda del boom                   76
    La Carovana Lauro                        78
    Volare                                   80

Anni '60                                     83

    Segui la freccia                         86
    25 aprile - DC                           88
    Un cachet contro il centrosinistra       90
    Giovane e bella                          92
    Uno slogan intercambiabile               94
    La dolce vita                            96
    La stampa di partito                     98
    Tacito per il Vietnam                   100
    La lingua del Sessantotto               102
    I giovani                               104
    Il potere deve essere operaio           106
    La battaglia dell'informazione          108
    L'"autunno caldo"                       110

Anni '70                                    113

    La "lutte continue"                     116
    I manifesti clandestini                 118
    Io sono mia                             120
    Hall Giorgio                            122
    La strage di Stato                      124
    Anni di piombo                          126
    La nuova destra                         128
    L'immagine coordinata                   130
    15 aprile - PSI                         131
    Divorzio "sì"                           134
    Divorzio "no"                           136
    Il "fanfascismo"                        138
    I1 Vietnam                              140
    Cocco Bill                              142
    Parco Lambro                            144
    La legge sull'aborto                    146
    La questione morale                     148
    La nuova DC                             150
    La rosa radicale                        152
    Il compromesso storico                  154
    Il rapimento Moro                       156
    Il nuovo Concordato                     158
    Le elezioni europee                     160

Anni '80                                    163

    Cipputi                                 166
    I 35 giorni alla FIAT                   168
    I referendum sull'aborto                170
    Diritti civili                          172
    Il nuovo PSI                            174
    La morte di Berlinguer                  176
    Federalismo e autonomia                 178
    25 aprile - PCI                         180
    Forza Italia - DC                       182
    Restyling                               184
    Il nucleare                             186

Anni '90                                    189

    La Pantera                              192
    Caccia e pesticidi                      194
    La Quercia                              196
    Post-comunismo                          198
    Roma ladrona                            200
    L'ultimo manifesto                      202
    Privilegi                               204
    Forza Italia - Berlusconi               206
    La gioiosa macchina da guerra           208
    Animalisti                              210
    Emma for President                      212
    Pena di morte                           214

Anni 2000                                   117

    Il cuore di Milton Glaser               220
    I maxiposter                            222
    L' Ulivo                                224
    I manifesti taroccati                   226
    Il G8 di Genova                         228
    Procreazione assistita                  230
    Le primarie                             232
    Il candidato sbagliato                  234
    Immigrazione                            236
    L'autogoal                              238
    Il PD                                   240
    Riserve                                 242
    Il "dipietrese"                         244
    L'estremo centro                        246
    L'urlo «No nuke»                        248
    Tutti a casa                            250
    La fine del manifesto politico?         252
    Street Art                              254

Referenze iconografiche                     257


 

 

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SEGNI, CODICI E CULTURE VISIVE

DELL'ICONOGRAFIA POLITICA ITALIANA


Oltre 100 manifesti, per ripercorrere la storia recente del nostro paese e documentare l'evoluzione e le stagioni della comunicazione politica, dell'iconografia e della grafica politica italiane dal 1945 a oggi. Una selezione complessa, innanzitutto per l'ampiezza della produzione all'interno della quale scegliere, fra migliaia di manifesti realizzati da decine e decine di soggetti, e poi per la volontà di tenere in considerazione diversi criteri, nel tentativo di seguire plurimi percorsi e storie. Assieme al comizio, il manifesto è stato infatti il principale strumento della comunicazione e della propaganda politica della seconda metà del Novecento, documento non solo della vita politica-istituzionale del paese ma anche testimonianza sociale e culturale.

Non dunque i manifesti più belli o famosi, anche se alcuni di quelli selezionati eccellono in queste categorie, ma quelli ritenuti più interessanti e significativi. Molti di questi, soprattutto i più recenti, saranno probabilmente stati visti nella loro versione originale, qualcun altro sarà stato anche affisso sui muri o in case e ambienti privati e altri ancora, perché no?, strappati o deturpati all'interno della battaglia comunicativa che da sempre accompagna il manifesto politico. A dimostrazione di come questo strumento faccia parte della storia ufficiale del paese e al contempo delle vite e delle biografie delle persone.

I manifesti raccontano alcuni dei principali eventi e fasi che hanno caratterizzato questi quasi ottant'anni. La riforma agraria e lo scontro fra comunismo e anticomunismo nell'immediato dopoguerra; la paura di un conflitto nucleare e il boom economico e dei consumi degli anni Cinquanta e della ricostruzione; il movimento studentesco del Sessantotto, la protesta operaia dell'autunno caldo del 1969 e la "strage di Stato" di piazza Fontana a Milano nel dicembre dello stesso anno. Quindi, la stagione della violenza politica e del terrorismo, con i suoi attori e le sue vittime, culminata nell'omicidio di Moro nel 1978. Ma anche la battaglia per il referendum sul divorzio del 1974 e quella per il libero aborto. E, ancora, il lungo sciopero della FIAT che apre gli anni Ottanta, la morte di Enrico Berlinguer nel 1984 e l'incidente di Černobyl tre anni dopo. Quindi, l'inchiesta "Mani Pulite" all'inizio degli anni Novanta che segna la fine della Prima Repubblica e di alcuni partiti storici e, ancora, le campagne ambientaliste e sui diritti civili, sino al G8 di Genova del 2001 e, in anni recenti, il nuovo fenomeno dell'immigrazione e della sua problematica gestione.

Nei manifesti c'è poi, ovviamente ben presente, il piano politico-istituzionale. Nei fogli che hanno animato e colorato muri e tabelloni elettorali compaiono i principali partiti e leader che hanno accompagnato la vita politica del paese; associazioni, gruppi e movimenti attivi per una sola stagione, ma non per questo meno importanti o significativi; le diverse coalizioni e formule politiche che si sono susseguite. Dal centrismo e dai governi monocolore degli anni Cinquanta sino alle inedite recenti alleanze gialloverde e giallorossa, passando per il centrosinistra, il compromesso storico, la solidarietà nazionale, il pentapartito, l'alleanza di centrosinistra e di centrodestra. Tutte fasi caratterizzate da parole, volti, segni, simboli particolari e specifici, capaci di evocare, nella sinteticità di un foglio di 70 x 100 centimetri - questa la dimensione standard del manifesto politico -, culture, fasi, identità, appartenenze.

In questa dimensione istituzionale i manifesti sono anche il racconto dei momenti più alti dello scontro politico e del confronto democratico, cioè le elezioni e le campagne elettorali. Le storiche doppie votazioni del 2-3 giugno 1946 per la scelta fra repubblica e monarchia e l'elezione dell'Assemblea Costituente, e le prime elezioni politiche dell'Italia repubblicana del 18 aprile 1948; le elezioni sul tema dell'apertura al centrosinistra negli anni Sessanta, la campagna elettorale per il referendum sul divorzio del 1974 e quelle della seconda parte di quel decennio all'insegna del pericolo, o della speranza, del sorpasso del PCI ai danni della DC, contraddistinte dall'ingresso nella scena politica di nuovi protagonisti, portatori di linguaggi visivi e retoriche verbali originali e aggressive. Quindi, le campagne elettorali degli anni Ottanta, testimoni di un rapido processo di personalizzazione dei partiti e deideologizzazione della lingua e della grafica politica. E negli anni Novanta la prima campagna elettorale con la nuova legge maggioritaria e lo scontro diretto fra le coalizioni e i loro rappresentanti, e quelle per l'elezione diretta di sindaci e presidenti di Regione, centrate sui candidati e molto meno sui partiti. Anni in cui si afferma il maxiposter elettorale, 6 x 3 metri, sul modello di quelli commerciali, che stravolge la struttura e la sintassi del manifesto politico. Sino alle attuali campagne elettorali in epoca di social network, che segnano una progressiva decadenza nell'uso di questo strumento. Nella funzione istituzionale svolta dai manifesti rientra anche l'azione di costruzione della nuova identità nazionale repubblicana e di consolidamento delle sue basi identitarie tramite la celebrazione dei principali appuntamenti e ricorrenze, prima fra tutte quella del 25 aprile. Un'operazione che non sempre ha visto i partiti muoversi in sintonia.

Nei manifesti è poi rintracciabile il percorso della comunicazione visiva attraverso stagioni, stili, vocabolari simbolici, ispirati a correnti artistiche, scuole, movimenti e al lavoro dei loro principali esponenti, che hanno contaminato e influenzato la comunicazione politica italiana. Lungo, anche in questo caso, l'elenco: dal futurismo al costruttivismo, dal Liberty al Bauhaus, e poi il suprematismo, il realismo, il neoplasticismo. Contaminazioni che non si limitano al piano estetico e formale, con l'adozione di registri visivi e tecniche - quali ad esempio il fotomontaggio -, ma che investono il contenuto del messaggio, rimarcando appartenenze, affinità, orientamenti ideologici.

La storia dei manifesti politici è anche quella della grafica italiana e del progressivo affermarsi al suo interno di una nuova cultura della visione, che ricompone in maniera progettuale il piano simbolico e quello verbale e che, da una certa data in avanti, si libera dal semplice ruolo di esecutrice e inizia a contribuire attivamente, anche per la comunicazione politica, ai processi di formazione del messaggio e a ragionare in termini di immagine coordinata e di brand image. Un percorso lungo il quale si incrociano autori quali Bruno Magno, Piergiorgio Maoloni, Michele Spera, Albe Steiner, Luigi Veronesi, Ettore Vitale, solo per citare i più rilevanti, attivi tanto nel campo della comunicazione politica e sociale quanto in quello della comunicazione di marca e commerciale.

C'è poi la storia della pubblicità. Dalla stagione del cartellonismo e dell'illustrazione realistica, caratteristici dell'epoca della réclame e della propaganda fascista, estesi alla comunicazione politica ed elettorale dell'Italia repubblicana con il coinvolgimento di nomi storici quali Marcello Dudovich e altri meno noti ma altrettanto attivi quali Manlio D'Ercoli e Augusto Cavazzoni; all'intervento di professionisti nel campo della pubblicità e dei "carosello", quali Aldo Beldi e Felice Canonico; sino alla fase delle agenzie di comunicazione e marketing.

Infine, il manifesto politico racconta anche la storia del fumetto d'autore e della satira, con nomi quali Jacovitti, Guareschi, Crepax, Chiappori, Altan, Gal, che hanno prestato le loro matite e la loro creatività per il sostegno dei partiti e per materializzare e dare volto ai sogni o agli incubi degli elettori italiani.

Percorsi e ambiti differenti, ma indissolubilmente intrecciati nei manifesti politici, che la contestualizzazione storica e l'analisi tanto del piano verbale quanto di quello visuale-iconografico sono in grado di far emergere e restituire. Un'operazione avviata in ambito storico e progressivamente allargatasi a metodologie e competenze provenienti da differenti settori quali la storia dell'arte, la pubblicità, la semiotica, la comunicazione e gli studi visuali in genere.

[...]

Per molto tempo i manifesti sono stati per la politica l'unico strumento tramite il quale mostrare e far vedere, anziché spiegare e raccontare. L'immagine al posto o, comunque, a fianco della parola: con la sua maggior forza persuasiva e seduttiva che deriva dal fatto che è più facile credere a quello che si vede che a quello che si ascolta. Questo ha portato a un crescente utilizzo dell'immagine da parte della politica con la costituzione di diversi vocabolari iconografici e l'elaborazione di simbologie rappresentative dei differenti orizzonti ideali e culturali dei partiti, che si sono sviluppati ed evoluti nel tempo. Strumenti del lavoro quali falci, incudini, martelli, aratri, ma anche piante ed elementi floreali, simboli del sapere quali i libri, e ancora scudi, spade, fiamme, fiaccole, e poi, ovviamente, l'alfabeto cromatico-politico dei colori: il rosso, il nero, l'azzurro, il verde, con i loro precisi significati ideologici che, in alcuni casi, sono mutati nel corso degli anni aprendo a nuove significazioni. Tutti elementi ben presenti nei manifesti repubblicani, nella loro versione originale o in successive rielaborazioni.

Con lo sviluppo di più moderni sistemi e tecniche di stampa, la componente visiva dei manifesti è cresciuta, diventando in molti casi predominante. Mostri, spettri, animali parlanti, personaggi storici sono i protagonisti dei manifesti politici degli anni Quaranta e Cinquanta, che materializzano, di solito a tinte molto vivaci, paure, minacce, pericoli, speranze. L'importanza attribuita alla comunicazione visiva e, al contempo, l'esigenza di controllarne contenuti, forme e significati hanno portato i principali partiti ad attrezzare al proprio interno uffici grafici, incaricati di elaborare e sviluppare i manifesti.

Nel corso della fase repubblicana del nostro paese, l'egemonia del manifesto sull'immagine politica, inizialmente assoluta, è andata progressivamente riducendosi per l'intervento di altri media e strumenti: prima la diffusione delle riviste illustrate e dei periodici fotogiornalistici, quindi l'arrivo della televisione e, recentemente, di Internet. Colpito dalla gratuità, rapidità e interattività della rete, ma anche da alcune modifiche del sistema elettorale che di fatto ne hanno limitato l'efficacia - quale l'introduzione dei listini bloccati o l'abolizione dei collegi uninominali -, il manifesto politico ha oggi perso gran parte della sua originaria funzione. Un ridimensionamento andato di pari passo con l'impoverimento dei linguaggi verbale e iconografico della politica, a sua volta conseguenza di un drastico ridimensionamento della componente ideologica. Pur continuando a essere utilizzato per le elezioni amministrative - soprattutto per la necessità di far conoscere i candidati - e in particolari occasioni, il manifesto non è più il principale strumento della comunicazione e del confronto politico elettorale.

In rete, i manifesti sono stati sostituiti da nuovi artefatti digitali quali le webcard e i meme, che ne conservano la struttura e l'impostazione grafica oltre alla prevalenza della dimensione visiva, ma soggetti a differenti percorsi di produzione, diffusione e fruizione. Negli spazi pubblici e sui muri, storici terreni d'elezione del manifesto politico, è emerso all'interno della più ampia corrente della Street Art - evoluzione dei murales e del graffitismo degli anni Settanta - un particolare segmento che coniuga l'arte e la pittura alla satira e alla comunicazione politica. Opere uniche, prodotte quasi sempre illegalmente, destinate a sopravvivere per poche ore prima di essere coperte e censurate e continuare la loro vita in rete, e in quanto tali lontane dal manifesto politico. Ma anche opere di critica e denuncia sociale, realizzate su carta e affisse in posti pubblici, dalla forte se non esclusiva componente visiva, e pertanto simili in questo al tradizionale manifesto, di cui sembrano costituire una forma più contemporanea e attualizzata. Sviluppatasi e diventata famosa all'estero grazie ad artisti quali il britannico Banksy, questa particolare forma di Street Art conta autori e celebri interventi anche in Italia, dove alcune opere murarie hanno avuto la capacità non solo di imporsi all'attenzione del sistema dell'informazione, ma anche di "intervenire" nel dibattito politico anticipandone fasi ed evoluzioni.

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ANNI '40

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Pagina 59

ANNI '50

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Pagina 83

ANNI '60

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Pagina 113

ANNI '70

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Pagina 163

ANNI '80

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Pagina 189

ANNI '90

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Pagina 217

ANNI 2000

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Pagina 228

2001 - IL G8 DI GENOVA

Dal 14 al 22 luglio 2001 si svolge a Genova il Genoa Social Forum, a cui aderiscono oltre mille associazioni e movimenti italiani e stranieri appartenenti all'area dei no global, dell'ambientalismo, del lavoro, della protesta, del volontariato, oltre che a partiti e sindacati. Il forum è organizzato in concomitanza e in risposta al summit dei G8, previsto anch'esso nel capoluogo ligure e al quale partecipano i vertici degli otto paesi più sviluppati del pianeta. Il doppio appuntamento assume subito un alto valore simbolico e comunicativo, oltre che politico, ben rappresentato dalla divisione di Genova in zone di diverso colore dall'accesso limitato e da un'intensa copertura da parte dei mezzi di informazione. Obiettivo degli organizzatori è mettere in scena nella principale piazza mediale mondiale un G8 «alternativo a quello dei potenti», sostenuto da un diffuso uso dell'informazione e della comunicazione e da coreografie e apparati scenici. Obiettivo del nuovo governo Berlusconi, appena insediato dopo la vittoria del centrodestra alle elezioni del 13 maggio 2001, e delle autorità è invece limitare la protesta e garantire il regolare svolgimento del G8. La tre giorni di Genova, segnata dalla morte di Carlo Giuliani per mano di un carabiniere, diventa subito una questione di ordine pubblico e, anche in seguito all'irruzione della polizia alla scuola Diaz e ai fatti accaduti nella caserma di Bolzaneto, rappresenta una delle pagine più critiche e più buie nella recente storia delle forze dell'ordine e di polizia.

Nonostante la chiara e marcata collocazione politica del Genoa Social Forum, il manifesto ufficiale dell'evento non ricorre ai linguaggi e all'iconografia identitari della sinistra e dei movimenti di lotta e antagonisti. A partire dall'utilizzo del colore rosso, che è adoperato per i rappresentanti del G8. Elemento centrale, composto nel grande rettangolo che sorregge la schematica struttura del manifesto, a sua volta sorretto dalla barra con la data e il luogo dell'evento, è l'insieme di omini realizzati con un tratto veloce e moderno, che funziona sia come mero campo grafico-visivo, sia come illustrazione in dialogo con il titolo del manifesto. Il tratto, abbozzato, richiama i lavori dell'artista americano Keith Haring (1958-1990), esponente della Street Art e autore di graffiti, fumetti e quadri, rappresentante dell'arte visuale post-Pop Art di fine Novecento, sostenitore di una visione dell'arte quale bene pubblico sottratto alle logiche del profitto. Il manifesto, dal tono ironico e gioioso, è ben lontano dal clima drammatico che segna i giorni del G8. Un manifesto moderno e attuale, dunque, che a partire dal segno si pone quale espressione di una stagione politica e sociale incentrata su nuovi temi.

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2005 - IL CANDIDATO SBAGLIATO

Nel novembre 1999, con l'approvazione da parte di più dei due terzi dei componenti delle Camere della modifica dell'art. 122 della Costituzione, viene introdotta l'elezione diretta dei presidenti di Regione, che in virtù di questa nuova investitura si tenderà impropriamente a chiamare governatori. La legge si inserisce nella scia delle riforme finalizzate a garantire un maggiore potere decisionale agli elettori, inaugurate dall'elezione diretta dei sindaci del 1993 e dalla riforma del sistema elettorale per le elezioni politiche in senso maggioritario dello stesso anno.

Il risultato più immediato e percepibile è una marcata personalizzazione anche delle elezioni regionali: i candidati guadagnano una grande visibilità nazionale, scavalcando in molti casi gli stessi partiti che li appoggiano, e si scontrano in campagne elettorali costruite sulle loro figure e biografie politiche e personali, nella cui realizzazione vengono coinvolti staff, consulenti e professionisti, sul modello di quelle per i capilista alle elezioni politiche (cfr. p. 220).

Nel 2005, uscito vincitore dalle elezioni primarie pugliesi, il parlamentare di Rifondazione comunista Nichi Vendola è candidato per il centrosinistra alla carica di presidente alla Regione Puglia, sostenuto da una campagna che si segnala all'attenzione nazionale. L'Agenzia barese Proforma, consapevole delle molte resistenze e perplessità sulla figura di Vendola, adotta la strategia del ribaltamento e realizza una serie di affissioni dal forte impatto, che contraddice molte delle regole e delle raccomandazioni della perfetta comunicazione politica. Il risultato è una campagna estremamente personalizzata, ma anche molto ironica e provocatoria, giocata sui "difetti" del candidato, girati in senso positivo. Pericoloso, diverso, sovversivo, estremista sono gli aggettivi che bollano un'immagine di Vendola in primo piano, dall'aria seria e quasi truce, come a richiamare una foto segnaletica, "smontati" nei brevi testi a seguire. A poche settimane dal voto Vendola viene "normalizzato" in un manifesto in cui compare in compagnia della mamma. Una diretta incursione nella vita intima e familiare del candidato a dimostrazione che un comunista gay dichiarato, con l'orecchino (di cui molto si parla in campagna elettorale ma che non compare nei manifesti), gode dei tradizionali affetti familiari e può ambire a essere eletto presidente della Regione Puglia.

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2008 - RISERVE

A cavallo del nuovo millennio, sull'onda di rivolgimenti economici e politici di portata sovranazionale, il tema dell'immigrazione, da sempre presente nel dibattito politico italiano, assume aspetti e contorni differenti. Paese storicamente di emigranti, che a partire dagli anni Cinquanta del Novecento ha assistito a un massiccio esodo interno dal Sud verso il Nord, l'Italia, al pari di molti altri paesi occidentali, è ora meta di un sempre più consistente flusso migratorio, prima dall'Est Europa e poi dal Nord Africa.

Gli stranieri residenti in Italia passano dai 321.000 del 1981 agli oltre 620.000 del 1991, anno di un massiccio arrivo dall'Albania, per sfiorare alla fine del primo decennio del Duemila i 4 milioni, a cui vanno aggiunti quelli non monitorati dalle statistiche. Un immigrato ogni 17 abitanti; molto meno delle cifre raggiunte in altri Stati europei a noi vicini, ma sufficienti a fare della risposta e della gestione di tale fenomeno una delle principali questioni della politica italiana, strettamente collegata all'altro tema che si impone in cima all'agenda dei primi anni Duemila, quello della sicurezza.

Proseguendo la sua parabola politica e ideologica, la Lega sostituisce all'originale opposizione e contrasto all'immigrazione meridionale in difesa della cultura e dell'identità del Nord, quella contro l'invasione straniera in difesa dall'Italia, dei suoi confini e dei suoi valori, comprese le radici cristiane che iniziano ad essere sempre più spesso rivendicate. La lotta all'immigrazione extracomunitaria accomuna il centrodestra italiano, all'interno del quale dal 1994 la Lega si è stabilmente collocata, assieme a Forza Italia e Alleanza nazionale, ai principali movimenti di destra e xenofobi europei.

Il manifesto, con il capo indiano ridotto nelle riserve a causa dell'immigrazione dei coloni americani, viene diffuso in occasione delle elezioni politiche del 2008, anno in cui l'emergenza migratoria domina l'informazione, proponendo un parallelismo piuttosto inusuale fra i nativi americani e il popolo padano. L'iconografia è elementare e stereotipata, molto simile a quella dei fumetti, con il capo indiano che indossa il tradizionale copricapo di piume, e il trattamento grafico piuttosto artigianale. Il manifesto, che sulla rete è oggetto di parodie e commenti, è, almeno nel soggetto, chiaramente ispirato a uno realizzato anni prima dall'organizzazione giovanile del Front National francese. Con una differenza sostanziale: mentre nel manifesto italiano i nativi americani sono un esempio perdente, da evitare, in quello francese sono un modello di azione e combattività in cui identificarsi.

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2013 - TUTTI A CASA

Lo Tzunami Tour, organizzato nella piazze italiane dal Movimento 5 Stelle in occasione della campagna elettorale per le elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013, segnala la crescita a livello nazionale di questo nuovo soggetto politico che sfugge alle classificazioni tradizionali e che sino a quel momento si è presentato soltanto ad elezioni amministrative. L'impressione è confermata dal 25% ottenuto nelle urne, un dato storico che trasforma in tripolare il sistema politico italiano, dal 1946 sempre strutturato intorno a due poli politici contrapposti. Ispiratore e fondatore del M5S è il comico Beppe Grillo, che, dopo aver aggregato nel suo blog www beppegrillo.it vari meet-up e gruppi di attivisti presenti in rete e aver costituito nel 2005 il Movimento amici di Beppe Grillo, nel 2009 ha proceduto alla fondazione ufficiale del partito assieme a Gianroberto Casaleggio. Iniziative di piazza e raccolte firme, come Parlamento Pulito del 2006 e il primo Vaffanculo Day (V-Day) del 2007, hanno aggiunto agli originari cinque temi identitari del movimento - acqua, ambiente, trasporti, connettività, sviluppo - la battaglia contro la corruzione della classe politica.

La dura critica al sistema politico e dei media, il collocarsi al di fuori del tradizionale asse politico sinistra-destra, l'aspirazione a una democrazia digitale diretta e alcuni temi in comune con l'area sovranista e antiestablishment sono tratti caratterizzanti il M5S che hanno dirette ripercussioni sulla sua comunicazione e sui suoi registri visuali. Il Movimento 5 Stelle, infatti, non attinge ai repertori delle famiglie politiche tradizionali e non ne elabora di propri e specifici. Il risultato è la mancanza di un vocabolario simbolico, ad eccezione delle cinque stelle e del giallo, una certa incertezza nei linguaggi visivi e uno scarso utilizzo dello strumento del manifesto, sostituito dalla rete.

Nel manifesto per le elezioni del 2013 la proposta di rinnovamento della classe politica, che costituisce uno dei temi dello Tzunami Tour, viene espressa con la radicalità che contraddistingue il linguaggio del M5S, accompagnata dal disegno altrettanto semplice e radicale di uno scarpone da lavoro giallo che scaccia degli anonimi omini stilizzati, esplicitando così la proposta di mandare a casa a calci la vecchia classe politica. A dispetto della trasversalità fra destra e sinistra rivendicata dal movimento, lo slogan rientra nel vocabolario e nei registri linguistici del qualunquismo e del populismo, e lo scarpone, diversamente da una semplice scarpa, appartiene al guardaroba ideologico-simbolico della destra estrema e dei movimenti skinhead, che da anni lo hanno eletto a indumento identitario. Non è sufficiente una proclamazione d'indipendenza per sterilizzare codici verbali e simboli visivi con storie e vissuti precisi. Anche se forse in maniera non programmata dagli autori, almeno per una fascia di elettori politicamente e visivamente più attrezzati, il manifesto si presta così a un secondo livello di lettura.

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2018 - LA FINE DEL MANIFESTO POLITICO?

La campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo 2018 conferma il drastico ridimensionamento nell'uso dei manifesti. Fenomeno reso evidente dai tabelloni elettorali rimasti pressoché vuoti, un tempo terreno di battaglie notturne fra squadre di militanti e attacchini armati di secchi e scope, e dallo scarsissimo utilizzo dei maxiposter a pagamento, in passato assai utilizzati (cfr. pp. 222, 224) e ora esposti soltanto in luoghi di grande passaggio, quali le stazioni. Lo strumento per eccellenza delle campagne elettorali e del confronto politico dell'Italia repubblicana - che nelle sue varie stagioni, da quella totalmente gestita dai partiti degli anni Quaranta e Cinquanta a quella spontanea dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta, sino a quella pubblicitaria con il coinvolgimento diretto delle agenzie negli anni Ottanta e successivi, ha accompagnato il confronto e il dibattito politico dell'Italia repubblicana - appare superato.

Diverse le cause. Innanzitutto il drastico ridimensionamento dei fondi a disposizione dei partiti, conseguente al taglio del finanziamento pubblico e dei rimborsi elettorali approvato dal Parlamento nel corso dell'ultima legislatura. Le campagne elettorali passano, nella definizione di David Farrell, da labour intensive, cioè basate sul lavoro non retribuito di un'enorme quantità di militanti e volontari, a capital intensive, ossia direttamente dipendenti dalle risorse disponibili e dai fondi che i partiti sono in grado di raccogliere. Ma al di là delle solide ragioni di bilancio che depongono a sfavore del manifesto ve ne sono anche altre relative alla sua efficacia. La diffusione di un mezzo di comunicazione rapido, diretto e gratuito come la rete ha reso obsoleto uno strumento che, oltre a essere costoso, richiede tempi e procedure più lunghe per la sua ideazione, realizzazione e pubblicazione, con il rischio che, una volta pronto, sia già stato superato dal sempre più rapido svolgersi della cronaca e del dibattito politico, ora sintonizzati sui tempi dell'online e dei social network. Per queste ragioni l'uso del manifesto politico sembra essersi ridotto alla presentazione di candidati e di nuovi soggetti politici: liste, partiti, coalizioni. Si tratta di campagne istituzionali limitate a pochi essenziali elementi (il simbolo, lo slogan e talvolta il leader), povere di creatività, ironia, qualità, con una scarsissima componente iconografica e simbolica, che nel frattempo è andata fortemente logorandosi e annacquandosi.

I manifesti qui riprodotti, realizzati dai principali partiti politici per la campagna elettorale del 2018, ben documentano nell'elementarità del progetto grafico, semplicità del messaggio, pochezza di codici e registri e, non ultimo, nella loro estrema somiglianza, la riduzione e l'impoverimento del manifesto politico. pagina 254

2018 - STREET ART

Nel marzo del 2018 l'Italia è alle prese con la difficile gestione dei risultati delle elezioni politiche del 4 marzo. La coalizione di centrodestra, composta da Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia e UDC, ha ottenuto il 37%; quella di centrosinistra, composta da Partito democratico, +Europa, Italia Europa Insieme, Civica popolare e Südtirolen, il 22,8%; il Movimento 5 Stelle, presentatosi da solo, ha ottenuto il 32% dei voti, ed è pertanto il primo partito italiano, mentre la Lega, con il 17%, è diventata la prima forza del centrodestra. Il sistema politico è di fatto tripolare e i vecchi equilibri ed egemonie sono sconvolti. Nell'immediato, il problema è la formazione di una nuova maggioranza di governo che deve obbligatoriamente unire forze molto differenti, presentatesi alle elezioni con programmi contrapposti.

Venerdì 13 marzo, il giorno prima dell'elezione dei nuovi presidenti di Camera e Senato, su un muro di via del Collegio Romano, nel centro di Roma, a due passi dai palazzi del potere e delle istituzioni, compare un'opera dello street artist palermitano TvBoy (Salvatore Benintende), realizzata con la tecnica del collage, che ritrae Matteo Salvini e Luigi Di Maio avvinti in un bacio. Si tratta di un'immagine già utilizzata in altre occasioni, anche da altri autori - a partire dal famoso murale del bacio fra l'ex presidente della DDR Erich Honecker e l'ex segretario generale dell'URSS Leonid Bre˛nev, disegnato nel 1990 su una parte ancora in piedi del Muro di Berlino dall'artista russo Dmitri Vrubel -, e già usata dallo stesso TvBoy per ritrarre molti altri personaggi del mondo della politica, dello sport, dello spettacolo, al punto da essere diventata nel tempo una icona. Ciò nonostante, e nonostante anche la natura artistica dell'intervento, Amor Populi - questo il titolo del disegno con chiaro riferimento alla natura populista dei partiti guidati dai due leader - attira l'attenzione e fa notizia. Il disegno attacca e svela nella semplicità di quel bacio, politicamente innaturale, quello che sta avvenendo e che viene formalizzato solo il 1° giugno: l'alleanza fra Lega e Movimento 5 Stelle e la formazione del primo governo italiano retto da una maggioranza gialloverde. Amor Populi resta visibile solo poche ore: è prima transennato, poi coperto da una pila di scatoloni e quindi fatto rimuovere da un operatore della nettezza urbana di Roma. Ma l'immagine ripresa da decine di fotografi e centinaia di passanti e visitata anche dallo stesso Salvini viene pubblicata da tutti i giornali, trasmessa da tutti i telegiornali e riprodotta centinaia e centinaia di volte in rete, dove si trasforma in meme e guadagna l'immortalità.

Opera d'arte, atto vandalico, intervento politico, manifesto o tutte e quattro queste cose, Amor Populi segna la dilatazione dei confini e lo stravolgimento delle caratteristiche del manifesto politico all'interno del moderno sistema della comunicazione.

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