Copertina
Autore Barak Obama
Titolo I sogni di mio padre
SottotitoloL'autobiografia del nuovo presidente degli Stati Uniti
EdizioneNutrimenti, Roma, 2007 , pag. 460, dim. 14,2x24x2,5 cm , Isbn 978-88-88389-86-8
OriginaleDreams from my Father. A story of race and inheritance
TraduttoreCristina Cavalli, Gianni Nicola
LettorePiergiorgio Siena, 2009
Classe paesi: USA , biografie
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

Prefazione all'edizione del 2004      9

Introduzione                         15


Parte prima. Le origini

    Capitolo uno                     23
    Capitolo due                     49
    Capitolo tre                     73
    Capitolo quattro                 93
    Capitolo cinque                 113
    Capitolo sei                    133

Parte seconda. Chicago

    Capitolo sette                  153
    Capitolo otto                   165
    Capitolo nove                   185
    Capitolo dieci                  207
    Capitolo undici                 227
    Capitolo dodici                 241
    Capitolo tredici                267
    Capitolo quattordici            291

Parte terza. Kenya

    Capitolo quindici               319
    Capitolo sedici                 345
    Capitolo diciassette            367
    Capitolo diciotto               389
    Capitolo diciannove             415

Epilogo                             449


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 23

Capitolo uno



Ricevetti la notizia da uno sconosciuto qualche mese dopo il mio ventunesimo compleanno. In quel periodo vivevo a New York sulla Novantaquattresima Strada, tra la Seconda e la Prima, parte di quel confine mutevole e senza nome che separa East Harlem dal resto di Manhattan. Era un isolato squallido, tetro e senza verde, fiancheggiato da palazzi fuligginosi e privi di ascensore che lo immergevano nell'ombra per gran parte della giornata. L'appartamento era piccolo, con il pavimento in pendenza e il riscaldamento che funzionava a tratti. Il citofono era rotto e così, prima di salire, gli amici dovevano chiamare dal telefono a gettoni del benzinaio all'angolo dove un dobermann nero, grosso come un lupo, faceva la guardia tutta la notte camminando su e giù con una bottiglia di birra vuota tra i denti.

Tutto questo per me non era un grosso problema dal momento che non ricevevo molte visite. In quei giorni ero inquieto, pieno di lavoro e di progetti da portare a termine, e consideravo le relazioni sociali un'inutile distrazione. Non che disdegnassi la compagnia. Mi piaceva fare quattro chiacchiere con i vicini portoricani e quando rientravo a casa dopo lezione mi fermavo a parlare dei Knicks o della sparatoria della notte prima con i ragazzi del vicinato che d'estate se ne stavano sempre fuori in veranda. Quando era bel tempo, io e il mio coinquilino ci sedevamo sulle scale antincendio a fumare una sigaretta e osservare il tramonto o a guardare i bianchi dei quartieri più ricchi che portavano i cani a fare i bisogni sui marciapiedi della nostra zona. "Raccogli quella merda, bastardo!", gridava con una rabbia impressionante il mio coinquilino, poi scoppiavamo tutti e due a ridere sia per l'espressione del cane sia per quella del padrone che si chinava a pulire.

Mi piacevano quei momenti, ma dovevano essere brevi. Se la chiacchierata cominciava ad andare per le lunghe o a diventare troppo intima, trovavo una scusa per allontanarmi. Mi ero abituato alla mia solitudine, il luogo più sicuro che conoscessi.

Ricordo che nell'appartamento a fianco al mio ci abitava un vecchio che sembrava avere il mio stesso carattere. Viveva da solo, era scheletrico e curvo, e nelle rare occasioni in cui usciva di casa indossava un pesante cappotto nero e un cappello di feltro sformato. Ogni tanto lo incontravo mentre tornava dall'emporio e mi offrivo di portargli le buste della spesa su per le scale. Lui mi guardava e scrollava le spalle, poi cominciavamo la nostra scalata fermandoci a ogni pianerottolo in modo che potesse riprendere fiato. Appena arrivavamo davanti alla sua porta, posavo delicatamente le buste a terra e lui mi salutava con un cortese cenno del capo per poi trascinarsi dentro e chiudere la porta col chiavistello. Non ci scambiammo mai una sola parola né ricevetti mai da lui un ringraziamento.

Il suo silenzio mi è rimasto impresso: consideravo quell'uomo il mio alter ego. Un giorno il mio coinquilino lo trovò accasciato sul pianerottolo del terzo piano, rannicchiato come un feto, con gli occhi spalancati e braccia e gambe irrigidite. Attorno a lui si era radunata un po' di gente; alcune donne si facevano il segno della croce e i bambini parlottavano tra loro tutti eccitati. Alla fine arrivarono i medici che si portarono via il corpo e la polizia entrò nel suo appartamento. Era ordinato, spoglio: un tavolo, una sedia, il ritratto scolorito di una donna con le sopracciglia folte e un sorriso gentile sopra la mensola del camino. Quando aprirono il frigorifero, nascosto dietro barattoli di maionese e sottaceti trovarono circa un migliaio di dollari in banconote di piccolo taglio arrotolate dentro vecchi fogli di giornale.

Fui molto colpito da quella scena desolante, e per un momento provai il desiderio di sapere come si chiamasse il vecchio. Subito dopo, però, respinsi quel desiderio, così come il dolore: ebbi l'impressione che la nostra intesa si fosse spezzata, come se in quella stanza vuota il vecchio mi stesse sussurrando una storia indicibile e mi stesse dicendo cose che avrei preferito non sentire.

Ricevetti la notizia più o meno un mese dopo la morte del vecchio, in una di quelle mattine di novembre fredde e cupe nelle quali si intravede appena il sole dietro un velo di nubi. Stavo preparando la colazione, il caffè era sul fuoco e due uova friggevano in padella, quando a un certo punto il mio coinquilino mi passò il telefono. La linea era molto disturbata.

"Barry? Barry, sei tu?".

"Sì, chi parla?".

"Barry, sono zia Jane, da Nairobi. Mi senti?".

"Mi dispiace, si sente malissimo, chi parla?".

"Sono zia Jane. Ascolta Barry, tuo padre è morto. Ha avuto un incidente stradale. Ehi, mi senti? Ho detto che tuo padre è morto. Ti prego, Barry, chiama tuo zio a Boston e diglielo. Devo attaccare adesso, Barry. Provo a richiamarti più tardi...".

Fu tutto quello che riuscii a sentire. Cadde la linea. Mi sedetti sul divano, mentre le uova bruciavano in cucina, a fissare le crepe dell'intonaco e a cercare di soppesare la mia perdita.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 93

Capitolo quattro



"Non andrò più a quelle feste di merda della Punahou".

"E la stessa identica cosa che hai detto l'altra volta".

Eravamo seduti al tavolo, io e Ray, e stavamo scartando gli hamburger. Era due anni più grande di me, frequentava l'ultimo anno e si era trasferito da Los Angeles un anno fa insieme a suo padre che era un militare. Nonostante la differenza d'età diventammo subito amici, soprattutto perché noi due rappresentavamo quasi la metà della popolazione nera della scuola Punahou. Mi piaceva stare in sua compagnia, aveva un senso dell'umorismo sfacciato e coinvolgente che gli derivava dalla vita trascorsa a Los Angeles: le schiere di donne che, stando a quello che diceva, lo chiamavano tutte le notti da ogni parte del mondo, i suoi exploit come giocatore di football e tutte le celebrità che conosceva. Credevo solo a una piccola parte di quanto mi raccontava: era vero, per esempio, che fosse uno dei corridori più veloci di tutta l'isola, uno da Olimpiadi come diceva qualcuno, nonostante la sua pancia che ballava in maniera vistosa sotto la maglietta bagnata di sudore ogni volta che correva e che faceva scuotere la testa ad allenatori e avversari increduli. Grazie a Ray scoprii che all'università o vicino alla base militare si svolgevano feste di neri e contavo su di lui per entrare in quel mondo che non conoscevo ancora. In cambio rimanevo lì ad ascoltare le sue frustrazioni.

" proprio così", mi disse. "Le ragazze sono delle razziste di prima classe, con tanto di certificazione. Tutte. Le bianche. E le asiatiche poi, le asiatiche sono peggio delle bianche. Pensano che noi neri siamo malati o cose del genere".

"Forse ti guardano il culone che ti ritrovi. Dai, pensavo che ti stessi allenando".

"Giù le mani dalle patatine. Non sei la mia puttana, negro... comprati le tue dannate patatine. Cosa stavo dicendo?".

"Se una ragazza non vuole uscire con te non è per forza una razzista".

"Non fare l'idiota. Non è successo una volta sola. Ascolta, chiedo a Monica di uscire e lei mi dice di no. Io dico ok, non sei poi così fica". Ray si fermò per osservare la mia reazione, poi sorrise. "Va bene. Forse non gli ho detto proprio così. Gli ho detto, ok, Monica, tranquilla, possiamo restare amici. E dopo la vedo mano nella mano con Steve 'senzacollo' Yamaguchi come due piccioncini. Non c'è problema, in fondo il mare è pieno di pesci. Chiedo a Pamela di uscire e lei risponde che non le va di andare al ballo. Perfetto, dico io. Vado al ballo e chi ti becco? Indovina un po'? Pamela con le braccia al collo di Rick Cook. 'Ciao, Ray', mi saluta facendo finta di niente. Rick Cook! Lo sai anche tu che quello non vale un cazzo. Quel figlio di puttana rotto in culo non vale quanto me, no? Non vale niente".

Si riempì la bocca di patatine. "Comunque, sono in buona compagnia, pure il tuo bottino non mi pare molto migliore".

Perché sono timido, pensai, ma non lo avrei mai ammesso davanti a lui. Ray approfittò del vantaggio e mi incalzò.

"Cosa succede quando vai a una festa e ti porti dietro una sorella, eh? Cosa succede? Te lo dico io. Boom! Ci stanno addosso come se fosse questione di vita o di morte. Tipe delle superiori o dell'università, è uguale. Sono sempre carine, tutte sorrisi: 'Certo che ti do il mio numero'. Come no".

"Beh...".

"Beh cosa? Ascolta, perché non ti fanno giocare di più nella squadra di basket, eh? Ci sono almeno due ragazzi davanti a te che non valgono niente. Tu lo sai, e pure loro lo sanno. Ti ho visto che li facevi a pezzi sul campo, non c'era partita. E perché io quest'anno non mi alleno con la squadra di football anche se sto davanti a tanti? Dimmi se non saremmo trattati diversamente se fossimo bianchi. O giapponesi. O hawaiani. O dei cazzo di eschimesi".

"Non era quello che volevo dire".

"E cosa volevi dire?".

"Beh, ecco, volevo dire che è difficile uscire con le ragazze perché non ci sono molte nere da queste parti. Ma questo non significa che siano tutte razziste. Forse cercano qualcuno che somigli al padre, al fratello o a chissà chi. vero, forse ho meno occasioni di giocare rispetto a tanti altri, ma loro giocano come i bianchi e all'allenatore piace quel tipo di gioco. E vincono. Io non gioco in quel modo. E per quanto riguarda te e la tua boccaccia unta", aggiunsi rubandogli le ultime palatine, "dico che forse non piaci agli allenatori perché sei un nero rompicazzo e sembri incinto di sei mesi. E sarebbe meglio se smettessi di mangiare palatine fritte. Ecco cosa volevo dire".

"Non capisco perché li difendi". Ray si alzò in piedi e appallottolò la carta. "Andiamo via. Le stronzate che dici si sono fatte troppo complicate per me".

Ray aveva ragione: le cose erano complicate. Erano passati cinque anni dalla visita di mio padre e, almeno in apparenza, era stato un periodo tranquillo scandito dai soliti rituali che l'America si aspetta dai suoi figli: qualche nota scolastica di poca importanza e qualche convocazione nell'ufficio del preside, lavoretti part time in qualche fast food, l'acne, l'esame di guida e le prime tempeste ormonali. Mi ero fatto qualche amico a scuola ed ero uscito con qualche ragazza, i primi appuntamenti impacciati. A volte mi scervellavo per cercare di capire i misteriosi cambiamenti dei miei compagni, alcuni maturavano, altri pensavano solo alle donne o alle loro automobili, mentre io trovavo conforto nel fatto che la mia posizione fosse di gran funga migliorata. Ma non mi rendevo realmente conto di quanto fossi fortunato perché raramente avevo a che fare con gente che aveva meno possibilità economiche di me.

Mia madre faceva del suo meglio per ricordarmelo. Si era separata da Lolo ed era tornata alle Hawaii poco dopo il mio arrivo per conseguire un master in antropologia. Vissi per tre anni con lei e Maya in un piccolo appartamento a un isolato dalla Punahou. Ci mantenevamo con la borsa di studio di mia madre. Quando dopo la scuola portavo degli amici a casa, a mia madre capitava di sentire i loro commentì sul fatto che c'era poco cibo nel frigo e che la casa non era tenuta in perfetto ordine. Lei mi prendeva da parte e mi spiegava che era una madre sola, aveva ripreso a studiare e aveva due figli da crescere, quindi cucinare biscotti non era esattamente in cima alla lista delle sue priorità. Era soddisfatta dell'educazione che ricevevo alla Punahou ma non era disposta a tollerare che io o gli altri avessimo comportamenti altezzosi. Chiaro?

Chiaro. Nonostante i miei frequenti e a volte astiosi proclami di indipendenza, avevo un buon rapporto con mia madre e mi davo da fare per aiutarla: facevo la spesa e il bucato e badavo a quella bambina sveglia con gli occhioni scuri che era diventata mia sorella. Ma quando mia madre decise di tornare in Indonesia per un progetto di ricerca e mi propose di seguirla insieme a Maya e frequentare lì la scuola internazionale, io risposi istintivamente di no. Mi faceva paura l'idea di un nuovo cambiamento e avevo dei dubbi su quello che poteva offrirmi l'Indonesia in quel momento. Inoltre avevo stretto un tacito accordo con i nonni: avrei potuto vivere con loro a patto che non gli avrei creato problemi, e loro mi avrebbero lasciato in pace. Quell'accordo era perfetto per il mio scopo, uno scopo che a malapena riuscivo a spiegare a me stesso, figuriamoci agli altri. Lontano da mia madre e dai nonni stavo combattendo un burrascoso dissidio interiore: cercavo di crescere come un nero in America e, al di là delle apparenze, nessuno intorno a me sembrava capire esattamente cosa significasse.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 165

Capitolo otto



Ero già stato a Chicago una volta. L'estate successiva alla visita di mio padre alle Hawaii, poco prima del mio undicesimo compleanno, quando Toot aveva deciso che per me era arrivato il momento di vedere il continente. Forse c'era un collegamento tra le due cose, la decisione di Toot e la visita di mio padre, presenza che andava a turbare, ancora una volta, il mondo che Toot e Nonno avevano creato per sé suscitando in lei il desiderio di rivendicare gli antecedenti, le proprie memorie, e trasmetterli a suo nipote.

Viaggiammo per un mese, io, Toot, mia madre e Maya, mentre Nonno, che quella volta non aveva voglia di mettersi in viaggio, rimase a casa. Andammo a Seattle in aereo, poi scendemmo in California e a Disneyland, andammo a est fino al Grand Canyon, attraversammo le Grandi Pianure, risalimmo fino ai Grandi Laghi prima di tornare verso ovest e visitare il parco di Yellowstone. Viaggiavamo soprattutto con i pullman della Greyhound e alloggiavamo negli Howard Johnson's. La sera guardavamo alla televisione le udienze sullo scandalo Watergate e poi ce ne andavamo a dormire. Rimanemmo a Chicago tre giorni, in un motel nel South Loop. Doveva essere luglio, ma non so perché ho un ricordo di giornate fredde e grigie. Nel motel c'era una piscina coperta, cosa che mi colpì molto perché alle Hawaii non ce ne erano. Mi mettevo sotto la ferrovia sopraelevata e quando passava il treno chiudevo gli occhi e urlavo a squarciagola. Andammo al Field Museum dove erano esposte due piccole teste umane, rugose, ma ben conservate, grandi come il palmo di una mano. Gli occhi e la bocca erano stati cuciti, proprio come mi sarei aspettato. Sembravano di origine europea. L'uomo aveva un minuscolo pizzetto, come un conquistador, e la donna capelli lunghi e rossi. Li fissai a lungo (finché mia madre non mi trascinò via) provando la sensazione - accompagnata dalla macabra gioia tipica di un ragazzino - di trovarmi di fronte a una sorta di scherzo cosmico. Non era tanto il fatto che le teste si fossero ritirate, quello lo potevo capire, quanto una forma di magia, come mangiare la carne di tigre insieme a Lolo, una presa di controllo. Ciò che trovavo grottesco era che quelle piccole facce di europei si trovassero dentro una vetrina dove degli estranei, e forse perfino i loro discendenti, avrebbero potuto osservare i dettagli del loro raccapricciante destino. Nessuno però sembrava trovarlo bizzarro, e questo per me era un'altra forma di magia: le luci intense del museo, le targhette esplicative, l'apparente indifferenza dei visitatori. Uno sforzo per mantenere il controllo.

Quattordici anni dopo, la città mi sembrò molto più bella. Era di nuovo luglio e il sole scintillava tra gli alberi rigogliosi. Le vele bianche, come ali di colombe, attraversavano in lontananza il lago Michigan. Marty mi disse che nei primi giorni sarebbe stato molto impegnato, quindi rimasi da solo. Comprai una piantina della città, percorsi tutta Martin Luther King Drive e tornai indietro passando per Cottage Grove, tra vicoli e stradine secondarie, superando una moltitudine di condomini, case in vendita, bungalow e negozi aperti fino a tardi. Mentre guidavo mi lasciavo andare ai ricordi: il fischio dell'Illinois Central che trasportava le migliaia di neri giunti dal Sud molti anni prima, uomini, donne e bambini di colore sporchi di fuliggine che stringevano i loro bagagli di fortuna diretti verso la terra di Canaan. Immaginai Frank con una giacca abbondante fermo di fronte al vecchio Regal Theatre nella speranza di riuscire a vedere Duke o Ella uscire. Il postino che vidi era Richard Wright, consegnava la posta prima di vendere il suo primo libro. La ragazzina con gli occhiali e i codini era Regina che saltava alla corda. Creai una catena tra la mia vita e le facce che avevo visto, prendendo in prestito i ricordi degli altri. Era un modo per impossessarmi della città. Un'altra forma di magia.

Il terzo giorno passai davanti a un barbiere ai margini di Hyde Park. Dentro c'erano quattro poltroncine e un tavolo da gioco che serviva a LaTisha, la manicurista part time. La porta era aperta ed entrai. L'aria era densa dell'odore di crema per capelli e dopobarba mescolato al suono delle risate e al ronzio di una ventola da soffitto. Smitty, il barbiere, era un vecchio di colore magro e curvo e con i capelli grigi. Mi sedetti su una poltroncina libera e mi unii subito alle chiacchiere informali sullo sport, le donne e i titoli di giornale che animavano il negozio. Conversazioni al tempo stesso intime e anonime tra uomini che avevano accettato di lasciare fuori i loro problemi.

Qualcuno aveva appena finito di raccontare la storia del suo vicino di casa - il tizio era stato beccato a letto con il cugino di sua moglie e inseguito dalla punta di un coltello da cucina, nudo come un verme, fino in strada -, quando la conversazione passò alla politica.

"Vrdolyak e i suoi non capiscono quando è il momento di smettere", disse l'uomo che leggeva il giornale, scuotendo la testa disgustato. "Quando era sindaco il vecchio Daley nessuno aveva detto niente del fatto che avesse piazzato un sacco di irlandesi al municipio. Ma appena Harold cerca di mettere qualche nero, tutti a dargli addosso e a parlare di razzismo al contrario...".

"Si sa come vanno le cose. Ogni volta che un nero raggiunge una posizione di potere, quelli provano a cambiare le regole".

"Il fatto peggiore è che i giornali ne parlano come se fossero stati i neri a iniziare tutto questo casino".

"E cosa ti aspettavi da un giornale dei bianchi?".

"Hai ragione. Harold, però, sa il fatto suo. Sta solo prendendo tempo fino alla prossima elezione".

Ecco come parlavano del sindaco i neri di Chicago, con l'affetto e la familiarità riservati normalmente a un parente.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 291

Capitolo quattordici



Era un vecchio edificio, in uno dei quartieri più vecchi del South Side, ancora in buono stato ma con un disperato bisogno di una mano di stucco e magari di un tetto nuovo. Il presbiterio era buio; diverse panche avevano crepe e scheggiature, il tappeto rossastro emanava un odore di chiuso e di umido, e in vari punti le assi di legno sottostanti si inarcavano e si infossavano come dossi in un prato. L'ufficio del reverendo Philips aveva lo stesso aspetto dimesso e trascurato, illuminato solo da un'antica lampada da tavolo che avvolgeva la stanza in un debole bagliore ambrato. Anche il reverendo Philips era vecchio. Con le tendine abbassate, circondato da pile di vecchi libri polverosi, sembrava svanire nella parete, immobile come un ritratto, solo i capelli candidi chiaramente visibili, la voce altisonante e incorporea, come la voce di un sogno.

Stavamo parlando da circa un'ora, soprattutto della chiesa. Non tanto della sua chiesa quanto della Chiesa, la Chiesa nera storica, la Chiesa come istituzione, la Chiesa come concetto. Era un uomo colto e cominciò la nostra chiacchierata con una storia sulla religione degli schiavi, raccontandomi di quegli africani che, appena approdati in terre ostili, si erano seduti in cerchio intorno a un fuoco mescolando miti appena scoperti con ritmi antichi, facendo delle loro canzoni il veicolo delle idee più radicali: sopravvivenza, libertà e speranza. Il reverendo proseguì ricordando la chiesa del Sud della sua giovinezza, una piccola costruzione di legno imbiancata a calce, costruita con il sudore e con i risparmi del lavoro di mezzadri, dove nelle calde e splendenti mattine domenicali tutto il terrore silente e le ferite aperte della settimana scivolavano via in lacrime e urla di gratitudine; le mani che applaudivano, si agitavano e sventolavano, attizzavano le braci di quelle stesse idee ostinate: sopravvivenza, libertà e speranza. Mi raccontò della visita di Martin Luther King a Chicago e della gelosia di cui era stato testimone fra alcuni ministri di culto a lui vicini, del loro timore di venire usurpati; e poi la comparsa dei musulmani, di cui il reverendo Philips comprendeva la rabbia: era la sua stessa rabbia, disse, una rabbia alla quale non si aspettava di poter mai sfuggire completamente, ma che attraverso la preghiera aveva imparato a controllare, e che aveva cercato di non trasmettere ai suoi figli.

Adesso mi stava spiegando la storia delle chiese di Chicago. Ce n'erano migliala e lui sembrava conoscerle tutte: le minuscole chiese allestite nei negozi abbandonati e i grandi edifici in pietra, le congregazioni dei mulatti che sedevano rigidi come cadetti e cantavano seguendo i loro austeri innari e i carismatici che si dimenavano mentre i loro corpi diffondevano l'inintelligibile lingua di Dio. La maggior parte delle più grandi chiese di Chicago era nata dalla fusione di questi due generi, spiegò il reverendo, un esempio delle inattese benedizioni della segregazione, il fatto che costringesse il medico e l'avvocato a vivere e a pregare fianco a fianco con la cameriera e il manovale. Come un immenso cuore pulsante, la chiesa aveva fatto circolare merci, informazioni, valori e idee avanti e indietro fra ricchi e poveri, persone colte e ignoranti, peccatori e redenti.

Il reverendo non sapeva per quanto tempo ancora la sua chiesa avrebbe continuato ad assolvere questa funzione. La maggior parte dei suoi membri più benestanti si era trasferita in quartieri più rispettabili, a fare vita di provincia. Continuavano a tornare ogni domenica, per dedizione o per abitudine, ma la natura del loro coinvolgimento era cambiata. Erano restii a offrirsi volontari per qualsiasi attività, un programma di insegnamento o una visita a domicilio, che potesse trattenerli in città dopo il calare del buio. Volevano più sicurezza intorno alla chiesa, un parcheggio recintato per proteggere le loro auto. Il reverendo Philips prevedeva che dopo la sua morte molti di quei membri avrebbero smesso di tornare. Avrebbero fondato nuove chiese, rispettabili come i loro nuovi quartieri. Temeva che il legame con il passato si sarebbe definitivamente spezzato, che i bambini non avrebbero più conservato il ricordo di quel primo cerchio intorno al fuoco...

La sua voce cominciò ad affievolirsi; mi sembrò che si stesse stancando. Gli chiesi se conoscesse altri pastori che potessero essere interessati alla nostra attività e lui mi fece qualche nome: c'era un giovane pastore dinamico, disse, un certo reverendo Jeremiah Wright jr, pastore della Trinity United Church of Christ, con cui sarebbe valsa la pena parlare; il suo messaggio sembrava far presa sui giovani come me e il reverendo Philips mi diede il suo numero. Mentre stavo per andarmene, dissi: "Se riuscissimo a mettere insieme anche solo cinquanta chiese, forse potremmo invertire alcune delle tendenze di cui parlava prima".

Il reverendo annuì e disse: "Forse ha ragione, Mr Obama. Lei ha idee interessanti. Ma vede, le chiese da queste parti sono abituate a fare le cose a modo loro, le congregazioni ancor più dei pastori a volte". Mi aprì la porta, poi fece una pausa: "A proposito, lei a quale chiesa appartiene?".

"Beh... ne frequento diverse".

"Ma non è membro di nessuna?".

"Diciamo che sto ancora cercando".

"Beh, lo posso capire. Però il fatto di appartenere a una chiesa potrebbe agevolare la sua missione. Non importa quale, davvero. Quello che lei chiede a noi pastori ci impone di accantonare alcuni dei nostri doveri più strettamente sacerdotali in favore della profezia. Ciò richiede una buona dose di fede da parte nostra. E ci spinge a voler sapere da dove lei trae la sua. La sua fede, intendo".

Una volta fuori, indossai gli occhiali da sole e passai davanti a un gruppo di anziani che aveva sistemato alcune sedie da giardino sul marciapiede per una partita a bid whist. Era una splendida, giornata, ventiquattro gradi a fine settembre. Invece di recarmi direttamente all'appuntamento successivo, decisi di trattenermi un po', con le gambe fuori dalla portiera dell'auto, a guardare quei signori giocare. Non parlavano molto fra loro. Mi ricordavano gli uomini con cui Nonno giocava a bridge: le stesse mani grosse e indolenzite, gli stessi calzini sottili ed eleganti in scarpe sorprendentemente leggere; le stesse goccioline di sudore lungo le pieghe del collo, appena sotto il basco. Cercai di ricordare i nomi di quegli uomini delle Hawaii, come si guadagnassero da vivere, chiedendomi quale frammento di loro avessero lasciato dentro di me. All'epoca erano un mistero per me, quegli anziani uomini di colore, e in parte era stato proprio quel mistero a portarmi a Chicago. E adesso, adesso che vivevo a Chicago, mi chiedevo se riuscissi a capirli meglio di allora.

Non avevo detto a nessuno, tranne a Johnnie, della mia decisione. Immaginavo che ci sarebbe stato tempo più avanti per un annuncio. Fino a gennaio non avrei ricevuto risposta dalle facoltà di giurisprudenza e per allora il nostro nuovo progetto per i giovani sarebbe stato già pronto e avviato; avrei trovato il budget necessario per l'anno successivo e magari coinvolto qualche altra chiesa. L'avevo detto a Johnnie solo perché dovevo sapere se era disposto a restare e prendere il mio posto di capocoordinatore, e forse anche perché era mio amico e sentivo il bisogno di giustificarmi. Ma per Johnnie non c'era bisogno di alcuna giustificazione. Appena gli dissi i nomi delle università alle quali avevo fatto domanda, Harvard, Yale, Stanford, aveva fatto un grande sorriso e si era congratulato con me.

"Lo sapevo!", gridò.

"Che cosa sapevi?".

"Che era solo una questione di tempo, Barack. Prima che te ne andassi da qui".

"E perché lo pensavi?".

Johnnie scosse la testa e rise. "Accidenti, Barack... perché tu puoi scegliere, ecco perché. Perché tu puoi andartene. Insomma, lo so che sei un fratello coscienzioso e tutto quanto, ma quando uno può scegliere fra Harward e Roseland, solo un pazzo continuerebbe a scegliere Roseland"

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 417

Provai a berne un sorso. Il sapore dell'infuso era disgustoso quanto il suo odore, ma Zeituni mi tenne d'occhio finché non l'ebbi trangugiato fino all'ultima goccia. " una ricetta del nonno", disse. "Ti ho raccontato che era un erborista".

Tirai un'altra boccata di sigaretta e, rivolto ad Auma, dissi: "Chiedi alla nonna di raccontarmi ancora qualcosa di lui. Di nostro nonno. Roy ha detto che in realtà è cresciuto a Kendu e che poi si è trasferito da solo ad Alego".

Mentre Auma traduceva, la nonna annuiva. "Sa perché se ne andò da Kendu?".

La nonna alzò le spalle. "Dice che la sua gente era originaria di questa terra", spiegò Auma.

Chiesi alla nonna di cominciare dall'inizio. Come mai nostro bisnonno Obama andò a vivere a Kendu? Dove lavorava nostro nonno? Perché la mamma del Vecchio se ne andò? Mentre iniziava a rispondere, sentii il vento alzarsi e poi calmarsi. Una fila di nuvole alte attraversò il cielo sopra le colline e sotto l'ombra ventilata del mango, mentre le mani intrecciavano riccioli neri in ciocche regolari, sentii tutte le nostre voci iniziare a rincorrersi, il suono di tre generazioni che incespicano l'una sull'altra come le correnti di un fiume che scorre lento, le mie domande come pietre che agitano l'acqua, squarci nella memoria che separano le correnti, ma con le voci che ritornano sempre a quell'unico corso, a quell'unica storia...

In principio c'era Miwiru. Non si sa chi ci fu prima di lui. Miwiru generò Sigoma, Sigoma generò Owiny, Owiny generò Kisodhi, Kisodhi generò Ogelo, Ogelo generò Otondi, Otondi generò Obongo, Obongo generò Okoth, Okoth generò Opiyo. Delle donne che li diedero alla luce non si ricordano i nomi, perché così si usava fra la nostra gente.

Okoth viveva ad Alego. Prima di ciò sappiamo solo che le famiglie intrapresero un lungo viaggio che le portò fin qui dall'attuale Uganda, e che eravamo come i Masai, che migrano in cerca di acqua e di pascoli per le loro grandi mandrie di bestiame. La gente si stabilì ad Alego e cominciò a coltivare la terra, mentre altri Luo si stabilirono nei pressi del lago e impararono a pescare. Quando arrivarono i Luo, ad Alego vivevano già altre tribù, di lingua bantu, e furono combattute grandi guerre. Il nostro antenato Owiny aveva fama di grande guerriero e condottiero del suo popolo. Aiutò a sconfiggere le armate bantu, ma ai vinti fu concesso di restare e di sposare i Luo, e i Bantu ci insegnarono molte cose sull'agricoltura e sulla nuova terra.

Quando la gente iniziò a stabilirsi e a coltivare la terra, Alego si fece sempre più affollata. Opiyo, figlio dì Okoth, era uno dei fratelli minori e, forse, proprio per questo decise di trasferirsi a Kendu Bay. Non possedeva terre quando andò a vivere lì, ma secondo l'usanza della nostra gente, un uomo poteva sfruttare qualsiasi terra inutilizzata e quella che non usava ritornava alla tribù. Non vi era nulla di disonorevole, quindi, nella situazione di Opiyo. Lavorava nelle proprietà di altri uomini e intanto spianava la terra dove sarebbe sorta la sua fattoria. Ma prima che potesse godere dei frutti del suo lavoro, quand'era ancora molto giovane morì, lasciando due mogli e diversi bambini. Una moglie fu accolta nella casa del fratello di Opiyo, come si usava allora: la donna lo sposò e i figli di lei diventarono suoi figli. Ma l'altra moglie morì e il figlio maggiore, Obama, rimase orfano quando era ancora un ragazzina. Anche luì viveva con lo zio, ma le risorse della famiglia erano molto limitate così, una volta cresciuto, Obama iniziò a lavorare per altri uomini, come suo padre aveva fatto prima di lui.

La famiglia per la quale lavorava era ricca e possedeva molto bestiame, ma imparò ad apprezzare Obama, perché era un uomo intraprendente e un ottimo agricoltore. Quando volle sposare la loro figlia maggiore, i genitori acconsentirono e gli zii della famiglia fornirono la dote necessaria. Quando la primogenita morì, permisero a Obama di sposare la figlia più piccola, che si chiamava Nyaoke. Obama ebbe in tutto quattro mogli, che gli diedero molti figli. Coltivò la sua terra e fece fortuna, con una grande proprietà e molti bovini e molte capre. Grazie ai suoi modi gentili e al suo comportamento responsabile, divenne uno degli anziani di Kendu e in molti andavano da lui a chiedere consiglio.

Tuo nonno, Onyango, era il quinto figlio di Nyaoke. Dorsila, che è qui accanto a me, era l'ultimogenita dell'ultima moglie di Obama.

| << |  <  |