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| << | < | > | >> |Pagina 7 [ inizio libro ]«Ma vi faccio presente, my Lord, che il denaro delle prede è di importanza capitale per la Royal Navy. La possibilità, per quanto remota, di realizzare una fortuna grazie a qualche colpo ben riuscito è un incentivo che non ha uguali per quanto riguarda la disciplina, la solerzia e la disponibilità continua di ogni uomo a bordo. Sono certo che i membri militari di questa assemblea saranno d'accordo con me», disse, guardandosi in giro. Parecchie tra le figure in uniforme sedute intorno al tavolo alzarono gli occhi e ci fu un mormorio di consenso: non universale, tuttavia; qualche civile assunse l'aria di chi non voleva pronunciarsi e uno o due fra gli ufficiali di marina continuarono a fissare i fogli di carta assorbente posati davanti a loro. Difficile cogliere l'orientamento di quella riunione, ammesso che un indirizzo preciso si fosse già delineato. Non si trattava della solita riunione ristretta dei Lords Commissioners dell'ammiragliato, ma della prima assemblea della nuova amministrazione, la prima dopo le dimissioni di Lord Melville, alla quale partecipavano numerosi nuovi membri, molti capi di dipartimento e rappresentanti di altre commissioni; tutti stavano saggiando il terreno, comportandosi con educata riservatezza, trattenendo il fuoco. Difficile afferrare l'atmosfera, ma pur sapendo di non avere tutti dalla sua parte, Sir Joseph non avvertiva una decisa opposizione, nemmeno un'incertezza, e sperava, con la forza della propria convinzione, di potere ancora far prevalere il suo punto di vista, nonostante la scarsa propensione del Primo Lord. «Uno o due casi clamorosi di questa specie nel corso di una guerra prolungata sono sufficienti a stimolare lo zelo dell'intera flotta durante anni e anni di dura vita sul mare; laddove un rifiuto, d'altro canto, non potrebbe non avere un... produrrebbe certamente l'effetto contrario.» Sir joseph era un abile e sperimentato capo dei servizi d'informazione della marina, ma non era un oratore; in particolare, davanti a un pubblico così numeroso, non aveva saputo toccare la corda giusta, gli era sfuggita la parola chiave e ora si rendeva conto di un clima vagamente negativo che si era andato instaurando. | << | < | > | >> |Pagina 36Una volta tanto non fu necessaria una grande urgenza; una volta tanto quella «logorante impressione di fretta, di non poter perdere un solo minuto, invero» della quale Stephen si lamentava così spesso, era assente. Era la stagione dei venti da settentrione quasi permanenti nel Mediterraneo occidentale, del mistral, del gargoulenc e della tramontana, tutti venti favorevoli per Minorca e per l'appuntamento della Lively; ma era importante non arrivare al largo dell'isola troppo in fretta, per non dover incrociare avanti e indietro, destando sospetti; e poiché gli ordini di Jack, con le istruzioni generali di «disturbare il naviglio, le installazioni e le comunicazioni del nemico» gli lasciavano ampio spazio di manovra, la fregata stava ora attraversando il golfo del Leone verso la costa della Languedoc con tutte le vele che poteva portare e l'impavesata di sinistra che ogni tanto scompariva sotto la bianca spuma ribollente. L'esercitazione del mattino ai cannoni, una bordata dopo l'altra contro il mare aperto, e adesso quella magnifica corsa nel brillare del sole avevano fatto scomparire gli sguardi e i mormorii di scontento del giorno precedente: niente provviste e niente missione; quei maledetti ordini li avevano privati di entrambe le cose proprio quando sarebbe toccato a loro, ed essi imprecavano contro lo sciagurato Weasel per lo scherzo fuori luogo, per la sua stupida mania di correre e di esibirsi, così tipica di quei leccapalle di velieri non classificati. «Se fosse arrivato da cristiano invece che da turco qual è, a quest'ora saremmo già quasi all'Elba», si era lamentato Giava Dick. Ma questo avveniva ieri; adesso l'esercizio fisico, la facilità di dimenticare, la possibilità di qualcosa di piacevole che poteva presentarsi all'orizzonte a ogni nuovo miglio percorso e, soprattutto, la deliziosa aspettativa della ricchezza l'indomani avevano riportato il buonumore a bordo della fregata. Il suo comandante se ne accorse mentre finiva l'ultimo giro in coperta prima di ritirarsi nella sua cabina per accogliere gli ospiti, e provò una certa emozione, difficile da definire: non era invidia, dato che lui sarebbe stato il più ricco di tutti loro messi insieme, più ricco in posse, soggiunse fra sé, incrociando come al solito le dita. Eppure si trattava di invidia, anche: loro avevano una nave, facevano parte di una comunità unita da forti legami. Loro avevano una nave, e lui no. E tuttavia non proprio invidia, non nel senso comune del termine... Le definizioni appropriate se ne volarono via col vento mentre la clessidra veniva girata, il fante di marina si portava a prua per suonare i quattro colpi e l'allievo di guardia gettava il solcometro. Jack si affrettò nel proprio alloggio, lanciò un'occhiata alla lunga tavola disposta per madiere, ai suoi piatti d'argento scintillanti nel sole che inviavano altri piccoli soli a raggiungere i riflessi del mare sul bottazzo (fino a che punto il metallo solido avrebbe resistito a tutte quelle lucidature?), ai bicchieri di cristallo, ai piatti, alle scodelle, tutti perfettamente assicurati e in perfetto ordine nei loro ritegni, al famiglio e ai suoi aiuti, in piedi accanto alle bottiglie di cristallo con aria impassibile.«Tutto a posto, Killick?» domandò. «Tutto a posto, signore», rispose il famiglio, guardando alle spalle di Jack e alzando il mento a mo' di segnalazione. | << | < | > | >> |Pagina 44Fece una pausa, lasciando asciugare l'inchiostro. L'impressione era ancora fortissima: i cinesi che sciamavano sulle barche cannoniere, saltando all'ultimo istante per evitare il fuoco dei fucili, e affrontavano l'avversario in coppia: uno lo faceva cadere, schivando i colpi, l'altro gli tagliava la gola fino all'osso, abbandonandolo subito per passare a un altro: un lavoro sistematico, efficiente, da poppa a prua, senza chiasso, se non qualche richiamo in falsetto. Niente furia cieca, niente rabbia violenta. E, immediatamente dopo il primo assalto, i giavanesi che saltavano su dall'acqua dall'altro lato della barca cannoniera, essendovi passati sotto, le mani scure bagnate che si afferravano al filareto per tutta la lunghezza dell'imbarcazione: i francesi che urlavano correndo avanti e indietro sulla coperta sdrucciolevole, la grande vela latina che sbatteva, e sempre quel corpo a corpo silenzioso, usando solo il coltello e pezzi di fune, in una frenesia terribile e quieta. Dopo aver finalmente scaraventato in mare a prua il suo diretto avversario - un robusto e tenace marinaio con il berretto di lana sul quale l'acqua si richiuse, rossa -, Jack risentì se stesso gridare: «Dare volta a quella scotta, laggiù. Poggia! I prigionieri al boccaporto di prua», e la risposta di Bonden, sconvolto: «Non ci sono prigionieri, signore». Poi il ponte di un rosso vivo, lucido nel sole: i cinesi accovacciati a coppie, in fila, che spogliavano velocemente i cadaveri, i malesi che impilavano le teste in mucchi ordinati come palle di cannone, una piantata nel ventre di un cadavere. Due uomini già alla ruota del timone, il bottino accanto a loro in un fagotto: la scotta ben fissata. Aveva già visto più di un brutto spettacolo: il macello a bordo di un vascello da settantaquattro cannoni durante un duro combattimento della flotta, arrembaggi a dozzine, la baia di Abukir dopo che l' Orion era saltata in aria, ma in quel momento si era sentito rivoltare lo stomaco: la cattura della barca cannoniera era stata portata a termine in un modo che più professionale non poteva essere, e questo lo nauseava del suo mestiere. Un'impressione forte: ma come renderla quando non si era niente di eccezionale con la penna? Alla luce della lampada osservò la ferita all'avambraccio, con il sangue fresco che ancora bagnava la benda, e si mise a riflettere; d'un tratto gli balenò il pensiero che non aveva nessun desiderio di renderla in modo efficace, niente affatto. Per quanto riguardava la sua cara Sophia, la vita in mare doveva essere... be', se non proprio un continuo picnic, perlomeno qualcosa di non molto diverso: disagi temporanei, senza dubbio, quali mancanza di caffè, latte fresco o verdura, e cannoni che ogni tanto sparavano, e un cozzare di spade qua e là, ma senza che nessuno si facesse veramente male, [...]| << | < | > | >> |Pagina 119«Stavo riflettendo sugli ufficiali di marina poco fa», osservò Stephen, «stavo cercando di definire le qualità che fanno esclamare: "Ecco un marinaio nel senso migliore della parola". Da quello sono passato a considerare che l'ufficiale di marina tipico è raro come il classico cadavere dal punto di vista anatomico; vale a dire che esso è confuso fra quelli che, per mancanza di un termine più soddisfacente, definirei esemplari insoddisfacentí o sub specie. E così sono stato indotto a pensare che, se esistono molti bravi o perlomeno amabili sottufficiali, i buoni ufficiali sono in numero minore, di buoni comandanti ce ne sono ancor meno e non esiste quasi nessun buon ammiraglio. Una spiegazione possibile può essere la seguente: oltre alla competenza professionale, alla capacità di sopportare con allegria, a un fegato in ottime condizioni, a una naturale autorevolezza e a un centinaio di altre virtù, questi devono possedere la qualità assai più rara di resistere agli effetti, disumanizzanti, dell'esercizio del potere. Il potere è il solvente delle qualità umane: basta considerare un marito, un padre di famiglia per constatare come la persona venga assorbita dal personaggio, l'individuo dal ruolo. Se si moltiplicano la famiglia e l'autorità di molte centinaia di volte, si potranno osservare gli effetti su un comandante di mare, per non parlare di un monarca assoluto. Di sicuro l'uomo in generale è costretto a essere oppresso o solitario, se vuole essere del tutto umano; a meno che non sia immune dal veleno del potere. Nel servizio in marina questa immunità non la si individua se non tardi, ma certamente esiste. Come si spiegherebbero altrimenti ammiragli rari, ma pienamente umani e perciò di valore, quali Duncan e Nelson?»
Stephen si accorse che l'attenzione di Nicolls si era distratta.
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