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| << | < | > | >> |Indice
La strada per Dio sa dove: diario
irlandese di un Mondiale 5
La faccenda dello scrivere: gli scrittori
irlandesi e la scrittura
l. Rispedito al mittente 59
2. Barrytown International: il mondo di
Roddy Doyle 63
3. James Joyce e l'industria del turismo
irlandese: riflessioni su una
tradizione inventata 69
4. Lo scrittore irlandese moderno e
l'Inghilterra 81
5. On a Dark Desert Highway: il ruolo
del giro promozionale nella moderna
narrativa irlandese 85
Farfafle e cavoli: manuale per innamorati 89
Datemi una casa in cui scorrazzano gli
scarafaggi
l. Dividere la camera da letto con Dick 103
2. Cow-boy e motori 111
3. Drastica plastica 118
4. L'uomo nuovo 122
5. Il vello di smeraldo 125
Sodomiti e pure scambisti
l. La banca a cui piace dire: «Ssssì!» 129
2. This is a Man's Man's Man's Man's World 141
Il maschio irlandese in patria e all'estero
l. Irlanda in esilio 149
2. Imparare ad amare gli inglesi -
Parte prima 156
Imparare ad amare gli inglesi -
Parte seconda 159
Imparare ad amare gli inglesi -
Parte terza 161
3. Straniero a Managua 164
4. Linee di confine 168
Il Natale avvelena anche te
l. Il Natale andrebbe abolito? 173
2. Babbo Natale 180
3. Pavlova di Natale 185
Banana Republic: ricordi di un'adolescenza
irlandese di periferia 195
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| << | < | > | >> |Pagina 5Mercoledì 15 giugno, ore 7,20. Aeroporto di Dublino. Sono a pezzi. Ho finito di fare le valigie alle tre di notte. Adesso sono qui, in coda per il check-in, così stanco che scambierei allegramente il biglietto aereo, le prenotazioni degli hotel e i tre biglietti categoria A per tutte e tre le partite del primo turno dei Mondiali con una stanza buia, lenzuola pulite e mezz'ora di sonno. La coda è immane. Sono circondato da un gruppo di sei o sette uomini di mezza età che indossano la maglia della nazionale irlandese, calzoni verdi, giacche di cotone verde, scarpe da tennis verdi, enormi sombreri verdi ricoperti di trifogli e arpe, cravattini a stelle e strisce. Hanno in mano bandiere tricolori e striscioni arrotolati. Uno di loro si sta dipingendo di verde, bianco e arancione le guance, strizzando gli occhi e facendo smorfie davanti a uno specchietto, con la sigaretta accesa incollata al labbro. «Non ti sembra un po'troppo?» chiede un tizio. «Al telegiornale continuano a dire che i tizi della dogana non ti fanno passare se hai quella roba in faccia.» Il tizio che si sta dipingendo si volta verso di lui: «Non fare il solito finocchio» dice. 7,40. Un uomo di mezza età con una maglietta dell'Irlanda è seduto al bar dell'aeroporto, divorandosi una colazione ipercalorica a base di sanguinaccio di maiale, salamella di grasso di rognone, fagioli, salsicce, pancetta e uova fritte. Sorseggia anche una pinta di Guinness. Lo fisso per un certo tempo, sbalordito al pensiero che possa mangiarsi una cosa del genere a quest'ora del mattino. Lui coglie il mio sguardo, si porta alla bocca una forchettata di fagioli, strizza l'occhio e inghiotte. «Per ricordarmi com'è una colazione irlandese» dice. Lo considero un invito a sedermi e parlare con lui. Viene da Mallow, nella contea di Cork, sta andando in America per i Mondiali, e si fermerà da suo fratello che abita a Queens. Non lo vede da sette anni. Laggiù c'è un nipote che non conosce ancora. «Sarà fantastico» dice. «Non che mi interessi poi tanto il calcio, ma non vedo l'ora di vederli.» 8,10. Saliamo sull'aereo e prendiamo posto. Osservo passare i tifosi. Ci sono molti uomini, naturalmente, di tutte le età, tutti con una maglietta verde, ma ci sono anche parecchie donne, e vagonate di ragazzi e bambini, alcuni veramente piccolissimi. Un uomo avanza pomposamente per il corridoio con un bambino di un paio d'anni in braccio, addormentato. Padre e figlio indossano identiche maglie verdi della nazionale. Avanza un ragazzo sui sedici anni, avvolto in un tricolore. Lo seguono il padre e la madre, anch'essi avvolti in un tricolore. Hanno tutti gli occhi spalancati per l'eccitazione. 8,30. Il capitano annuncia alla radio che ci sarà un ritardo di un'ora. «Lo so che avete bisogno di questa notizia come un topo di un attaccapanni dice, «ma una volta che saremo lassù, faremo del nostro meglio per pedalare un po' più forte del solito.» Si chiama Terry, ci dice, e possiamo chiedergli tutto quello che vogliamo. Per qualche ragione, non mi sento troppo sicuro all'idea di essere trasportato al di là dell'Atlantico da un uomo che si chiama Terry. Irrazionale, lo so. Ma è così. 9,20. L'aereo decolla per il breve volo fino a Shannon. Comincio a parlare con il tizio accanto a me. Lui, suo figlio di cinque anni, suo padre e suo suocero stanno andando tutti a vedere i Mondiali. «È costoso, ma è un'occasione che capita una volta nella vita» dice. «Sarà un ricordo speciale che avremo per sempre tutti insieme.» Atterriamo a Shannon, scendiamo a terra e ci trasciniamo nella sala transito. Altro ritardo. I tifosi convergono verso il bar. È molto presto ma i cori e i canti - «Oooh-Ahh, Paul McGrath» e «Nessuno batterà mai gli irlandesi» - sono già cominciati. «Di sicuro nessuno batterà mai gli irlandesi al bar, cazzo» dice uno. 11,30. Tornati tutti sani e salvi a bordo, il capitano Terry aumenta i giri, schiaccia sull'acceleratore e decolliamo. C'è un poderoso applauso quando l'aeroplano sbuca nel cielo limpido. Terry, che è inglese, parla alla radio ed esprime la speranza che l'Irlanda faccia strada ai Mondiali. Comincia un nuovo coro: «L'Inghilterra non c'è. L'Inghilterra non c'è». 12,00. Vado in fondo a fumare e mi trovo seduto accanto a un bambino di nove anni, il mio incubo peggiore in un lungo volo. Lui è anche molto sicuro di sé, e questo non fa che peggiorare la situazione. «Vado in America» dice. Considero l'idea di dirgli che ha sbagliato aereo, e che in realtà sta andando in Siberia, ma i suoi genitori sono seduti a fianco, oltre il corridoio. «L'Irlanda è forte» dice, «vero?» Sono d'accordo, l'Irlanda è forte. «Ho una fidanzata» dice, «e la sposerò quando sarò grande.» Gli presento le più calorose congratulazioni. «La bacio» dice, «la bacio e tutto.» Gli dico che mi sembra un po' troppo giovane per andare in giro a baciare le ragazze. «No che non lo sono» dice lui, «le metti la lingua in bocca ma non scambi la saliva.» Mi rendo conto all'improvviso che in questi anni ho sbagliato tutto. Dietro, i tifosi stanno cantando: «Ir-laanda, Ir-laanda, Ir-laanda». «Tu le baci le ragazze?» mi chiede il bambino. Io lo ignoro. «TU LE BACI LE RAGAZZE?» strilla lui. «Non tanto spesso come te» gli rispondo. «Ci scommetto» dice soffocando le risate, e la sua vocina ribolle di malevolo piacere. «Posso provare i tuoi occhiali, ciccio?» Sarà un viaggio molto lungo. | << | < | > | >> |Pagina 59l. Rispedito al mittente Una delle cose interessanti del fatto di essere uno scrittore professionista è che uno finisce in un sacco di guai per le cose che scrive, cose che magari non pensava davvero, o sulle quali può aver cambiato opinione nell'intervallo di tempo compreso fra la stesura e la stampa. Ma ci sono anche cose in cui uno crede, e quando si viene sgridati per quelle, ci si ritrova sulla strada della pazzia e dell'alcol. Per esempio, ho ricevuto poco tempo fa una lettera che mi attaccava per qualcosa che avevo scritto sull'«Independent» di Londra. Avevo sostenuto che parte del problema dell'Irlanda del Nord era che molti irlandesi del Sud lo considerano a loro estraneo. Questo ha fatto dolorosamente attorcigliare le mutande al mio corrispondente. «La guerra nel Nord», mi ha informato, dal suo osservatorio privilegíato di Hackney, Grande Londra, «è la tragedia centrale dell'Irlanda.» Be', vada a dirlo a quei venti irlandesi su cento che non hanno un lavoro. O alle donne sole e spaventate che sono costrette ad attraversare il mare d'Irlanda per ottenere quell'interruzíone di gravidanza che è un evidente diritto morale. La guerra non è la tragedia centrale dell'Irlanda. La tragedia centrale dell'Irlanda è - e lo è sempre stato - il conflitto fra la vita privata e la fantasia pubblica. | << | < | > | >> |Pagina 63Sono stato accusato dai miei corrispondenti di essere membro della CIA, dell'MI5, della Massoneria e una volta, cosa piuttosto bizzarra dato lo sfrenato paganesimo della mia rubrica, dei Cavalieri di san Colombano. Una volta, un lettore della contea di Mayo mi ha scritto : «Lei è la persona più brutta del mondo. Ha una faccia che fa fermare gli orologi». Un altro lebbroso sociale di Athenry diceva: «Tu e la tua prole di bastardi sarete tutti morti entro martedì». Be', la mia prole di bastardi pare che stia sempre bene, almeno così mi fanno sapere dall'orfanotrofio. Un'altra lettera da Sligo: «Sei una sciagura e morirai urlando con le gambe in aria». Be', c'è una sola cosa da dire: uno non riconosce mai la propria fortuna. Siamo una nazione di grande cultura letteraria. Roddy Doyle e John Banville devono stare attenti. C'è un'enorme quantità di talento in giro, e aspetta solo di essere scoperta.
2. Barrytown Internatíonal: il mondo di Roddy Doyle
Roddy Doyle
Ma a giudicare dalla spazzatura snob e classista che di quando in quando viene scritta su di lui, Roddy Doyle evidentemente mette a disagio alcuni giornalisti culturali o membri dell'intellighenzia di Dublino. Ciò che sembra renderli nervosi non è solo il suo successo commerciale, sorprendente e senza precedenti, ma anche il consenso critico che ha ricevuto allo stesso tempo. Un autore di best seller che può essere velocemente liquidato come privo di qualunque merito letterario è tollerabile. Ma un autore di best seller che vince il Booker Prize, scrivendo un libro su una famiglia proletaria di Dublino, è una strana e pericolosa creatura. In effetti, sembra che nelle pagine di alcuni nostri giornali sia Roddy Doyle a essere recensito, e non i libri che scrive. Come sull'lrlanda del Nord, il divorzio e la mucca pazza, Roddy Doyle è diventato una questione su cui è obbligatorio avere una posizione. I più intelligenti detrattorí di Doyle se non altro adducono qualche argomentazione. Dicono che la sua opera è piena di cliché e stereotipi. Dicono che è infantile, stupida, sentimentale, troppo piena di dialogo, che è sdolcinata, che tende troppo pesantemente a un certo sorpassato approccio umoristico alla vita di Dublino. Dicono - con una certa forza - che se fosse stata scritta da un inglese, l'opera di Doyle sarebbe stata accusata di razzismo.
Ma il punto è che non è scritta da un autore inglese.
E, di sicuro, Roddy Doyle ha diritto quanto ogni altro
romanziere irlandese a mettere in evidenza quelli che gli
appaiono come i difetti della nazione a modo suo, e con le
sue parole. Chiunque abbia letto con attenzione i suoi
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