Copertina
Autore Ermanno Olmi
Titolo Ragazzo della Bovisa
EdizioneMondadori, Milano, 2004 , pag. 172, cop.fle., dim. 137x180x13 mm , Isbn 978-88-04-52997-2
PrefazioneGoffredo Fofi
LettorePiergiorgio Siena, 2007
Classe narrativa italiana , citta': Milano
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Pagina 5

A maggio c'era già una gran voglia che finissero le scuole. In casa gli scuri rimanevano socchiusi, perché il sole era troppo forte e accecava. Una fessura incandescente attraversava la penombra della stanza. Sul filo di quella luce arrivavano i rumori da fuori e si poteva immaginare quello che stava accadendo in strada. Ogni più piccolo rumore mi distraeva dal quaderno dei compiti. Erano solo passi o lo sferragliare di un tram lontano. Se avessi udito la voce di un solo bambino non avrei resistito e sarei fuggito dai libri per correre a giocare. Ma era troppo presto: stavano ancora tutti nelle loro case, appena finito di mangiare.

Un angolo della tavola rimaneva sempre apparecchiato con un piatto coperto per mio fratello più grande che doveva ancora tornare da scuola. Mia madre stava di là, nell'altra stanza a sistemare cassetti. Aveva la mania di metter sempre ordine nei cassetti e forse si compiaceva un po' di rimirare di tanto in tanto la biancheria di riguardo. Avevo visto spesso anche mia nonna fare così: probabilmente si tratta di una ingenua mania dei poveri guardare e riguardare quel poco di buono che posseggono.

Arrivò inaspettato il suono di una pianola. Riconobbi subito le note di quella canzone. Avevo uno zio che cantava sempre e quel motivo lo sentivo spesso. Mi alzai silenziosamente e raggiunsi la finestra della camera. Mia madre stava inginocchiata fra le ante dell'armadio e nemmeno si voltò. Disse solamente:

« questa la voglia che hai di studiare?»

Tra le fessure degli scuri potevo vedere via Cantoni deserta e la pianola di legno nero in un mare di luce abbagliante. Alcune operaie di una bottega artigiana stavano sedute sul gradino dell'ingresso, nel filo d'ombra della parete, a guardare due di loro che si erano messe a ballare. Ridevano tutte insieme, ma non si capiva quello che dicevano. Sicuramente parlavano di cose d'amore. Quando la musica finì rientrarono in bottega di malavoglia; due di loro si rincorsero con un improvviso scatto di gioia, facendo un largo giro lì intorno quasi a voler ritardare ancora di un poco l'entrata nel buio della bottega.

«Sei tu?»

Sentii la voce di mia madre interrogare mio fratello che rientrava in quel momento: «Come mai così tardi?». «Eh... il tram.» «Sarà tutto freddo.» «Meglio. Con questo caldo!» In cucina trovai mio fratello che stava mangiando di gran lena. Gli chiesi sottovoce se avevano aspettato il "gamba de legn". Chiamavamo così una vecchia vettura tramviaria ancora in circolazione. E i ragazzi, che dopo le elementari andavano a scuola in centro, si davano un tacito appuntamento sul "gamba de legn". Era un modo sicuro per ritrovarsi, poiché di queste vecchie vetture ne circolavano pochissime. Certe volte si aspettava più di mezz'ora: ma c'erano anche le ragazze! Quelli più grandi, come mio fratello, avevano più occasioni per parlare con le femmine, perché erano in classe mista e poi si vedevano tutti i giorni sul tram. Noi, invece, che eravamo un po' più piccoli, stavamo di rado con le femmine: solo in occasione di qualche gioco e quando capitava sentivamo una strana emozione.

Si giocava soprattutto in strada. La strada era per noi il mondo intero. E nemmeno pensavamo che potesse esserci nel nostro futuro qualcosa di diverso da quella strada e da quei nostri compagni. Se c'era una palla allora si facevano partite interminabili che duravano tutto il pomeriggio. Se no si improvvisavano giochi di ogni genere: il padrone della montagnetta, per vedere chi era il più forte; la lippa fatta con i manici di scopa (una volta ne beccai una in un occhio e mia madre si prese un gran spavento), le figurine, il giro d'Italia con le biglie, il cerchio con la guida di filo di ferro. Il cerchio era un cerchione di bicicletta: facevamo il giro di tutto il quartiere, di corsa e con un gran frastuono di ferraglie, perché eravamo una bella "battera" di bambini. Facevamo una sosta davanti al cinema rionale a vedere i cartelloni. Ci parevano film meravigliosi; noi non si andava quasi mai al cinema pubblico, perché facevano film dove si baciavano. Noi si andava solo al cinema dell'oratorio. Una volta ci fecero vedere Sigfrido che uccideva il drago e per un bel po' di tempo andammo avanti a fare la scherma con spade fatte di sambuco. E dappertutto c'erano draghi da colpire, così che anche noi diventavamo invulnerabili e immortali come l'eroe del film.

Il pomeriggio finiva quando vedevo mio padre spuntare in fondo alla strada sulla sua bicicletta. Tornava dal lavoro e, appesa alla canna, aveva la borsa del mangiare. Volevo portarla in casa io, la bicicletta; così, prima di accollarmela in spalla per salire le scale, potevo fare un piccolo giro davanti al portone. Qualche volta me la lasciava per andargli a prendere il giornale fino all'edicola.

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Pagina 39

Tornammo a Milano alla fine di settembre, perché ai primi di ottobre sarebbero ricominciate le scuole. Ritrovai tutti i miei compagni. Avevano inventato un gioco nuovo: con del carburo e dei barattoli vuoti facevano "bombe contraeree". Sotterravano a metà il barattolo con dentro il carburo bagnato. Quando la pressione del gas raggiungeva la forza necessaria, si accostava un fiammifero a un buchino praticato sulla testa del barattolo dove si teneva pressato un dito per non far uscire il gas. Allora il barattolo partiva come un vero proiettile verso il cielo. Il botto rotolava sulle facciate delle case fino in fondo alla strada. Qualche donna si lamentò: «Non ne avete già abbastanza della guerra?».

In quei giorni mia madre tornava sempre con delle borsate di spesa. Mi chiamava per aiutarla a portare le borse in casa e a sistemare la roba. Erano scorte di cibo, scatolette d'ogni genere, caso mai la guerra fosse durata più del previsto. E non bisognava dirlo in giro, perché chi faceva scorte era chiamato "accaparratore". Anzi, per non dar nell'occhio ai negozianti, bisognava fare il giro delle botteghe; e mai le stesse persone, così mandarono anche me e mio fratello. Decidemmo di fare il giro a metà: lui da una parte e io dall'altra. Avevamo diviso i soldi e il foglietto con su scritto la roba da comperare. Dal droghiere si sentì suonare la sirena d'allarme. Una donna disse:

«Proprio adesso che è l'ora di far da mangiare!»

La moglie del droghiere abbassò la saracinesca a metà, guardò di qua e di là e poi anche in cielo. Per la strada la gente andava normale come se niente fosse. Il droghiere seguitava a servire con il suo solito ritmo.

« tutta l'estate che una volta o due alla settimana suonano l'allarme e poi non si sente volare una mosca.»

«Intanto ci tengono allenati» concluse la donna, mentre usciva dal negozio.

«E tu?» mi chiese il droghiere.

Mostrai il pezzetto di carta con la nota. Mi passò subito una bottiglia di aceto che aveva lì a portata di mano, poi si allontanò lungo gli scaffali. La moglie del droghiere gridò verso la strada:

«Cosa c'è?»

Mi voltai e vidi che qualcuno correva sul marciapiede di fronte, rispondendo qualcosa che non capii. Allora la donna rientrò svelta e mi spinse verso l'uscita: «Vai, vai! Corri a casa!».

Mi ritrovai fuori, mentre alle mie spalle abbassavano del tutto la saracinesca. Vidi altri che correvano; uno che faceva segno alla filovia di fermarsi e indicava in alto. Le voci si confondevano col fracasso delle saracinesche. Mi misi a correre anch'io, ma solo per imitare gli altri, perché non capivo quale fosse il vero motivo di tanta agitazione.

Cominciarono a sentirsi dei botti lontani: li sentivo rimbalzare sulle facciate delle case, come quelli delle nostre bombe di carburo. Poi vidi in cielo una nuvoletta e poi un'altra e un'altra! Erano grigie con i contorni rosa, perché il sole era al tramonto. Si formavano in silenzio come piccole esplosioni di fumo e il rumore si posava dopo un po' sul muro delle case. Cresceva invece un brontolio cupo, una strana vibrazione che non avevo mai sentito prima.

Guardai in alto perché veniva dal cielo e all'improvviso mi sentii leggero come se mi stessi sollevando dal suolo. Poi la terra ebbe un piccolo sussulto e subito uno schianto spaventoso lacerò l'aria, mi riempì la bocca, abbacinò il cervello cancellando ogni pensiero finché si dissolse come il boato di una valanga che rotola lontano. Ci fu un momento di silenzio assoluto, senza suono o voce. Chissà perché per un istante i miei occhi fissarono il sole rosso del tramonto. Poi ricordo i miei passi di corsa che battevano forte dentro la mia testa mentre filavo all'impazzata verso il portone di casa. L'androne era vuoto, ma sentivo voci che chiamavano nomi noti, che gridavano raccomandazioni, che urlavano disperate.

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Pagina 67

Un fragore di zoccoli giunse dal fondo della strada. Noi ragazzi andammo a vedere. Passava un drappello di soldati a cavallo. Notai Pedrini, un mio compagno di classe, che li seguiva sul marciapiede:

«Vanno alla ferrovia! Partono per il fronte!»

I passanti si fermavano a guardare, altri si affacciavano alle finestre. Qualcuno accennò un saluto, ma i soldati non risposero. C'era un'aria mesta e pareva che persino i cavalli procedessero di malavoglia.

«Hai visto, hanno le lance!» dissi a Pedrini. E lui:

«Ma quando sono in guerra poi gli danno i fucili!»

«E come fanno a sparare?»

«Come i cowboys!»

Man mano che il drappello avanzava la gente si fermava a guardare: ma nessuno diceva niente. I volti dei soldati sembravano impassibili: stavano con lo sguardo fisso in avanti e non si capiva dove o cosa guardassero. Solo una volta uno di loro si girò appena, per scambiare un'occhiata con una giovane donna. E tentò di sorridere, ma parve più un'espressione di tristezza.

Entrarono nel cancello dello scalo ferroviario. C'erano già altri cavalli e soldati in sosta. Ma c'erano anche dei civili: forse dei parenti. In uno slargo avevano messo un tavolo con intorno il tricolore e delle signore col cappello distribuivano pacchi ai soldati. Fra quelle signore, a un certo punto, vidi anche il mio maestro di ginnastica sempre in divisa. Andò subito incontro ai nuovi arrivati e, dai gesti che faceva all'ufficiale, capii che li invitava al tavolo tricolore dove una scritta diceva "Pacco dono ai nostri valorosi soldati".

L'ufficiale non diede molta retta e anche i soldati badarono prima di tutto ai loro cavalli. Intanto quelli arrivati per primi caricavano gli animali sui carri. Qualcuno più fortunato aveva ricevuto la visita dei parenti e allora si metteva in disparte per un momento di intimità.

Passò vicino a noi un ferroviere e Pedrini gli chiese: «Dove vanno?»

L'altro senza fermarsi rispose:

«In Albania.»

«Dove c'è la guerra?»

«Certo... Dove vuoi che vadano?»

Dopo un po' di silenzio Pedrini mi domandò:

«Ma allora, anche questi binari arrivano fin dove c'è la guerra?»

Ai cancelli d'ingresso si fermò un taxi. Scesero una signora e due bambini e con molta ansia, guardandosi intorno, la donna avanzò verso i soldati, tirandosi dietro i due piccini. A un certo punto vedemmo l'ufficiale (fino a un istante prima rigido nel comportamento) correre senza più alcun ritegno attraverso i binari e, raggiunti i suoi, stringerseli tutti e tre in un solo abbraccio, così forte che pareva non volesse lasciarli più. Le signore dei pacchi rimasero là a guardare senza sapere cosa fare, mentre i soldati continuavano i loro lavori facendo finta di niente.

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Stavamo finendo la nostra scodella di latte del mattino, prima d'andare a scuola, quando entrò di corsa in refettorio il cuoco Antonio. Andò dritto dal professore con i capelli bianchi che mangiava a un tavolo con il personale della segreteria. Antonio non fece nemmeno in tempo a finire di parlare che l'altro era già scattato in piedi e insieme sparirono di corsa nelle cucine. Le vigilatrici, come noi, non capivano cosa stesse accadendo. Poi una segretaria andò alla finestra che dava sul piazzaletto esterno e allora anche noi guardammo fuori. Stava là fermo, rivolto dalla nostra parte, un piccolo autocarro col muso da guerra e una lunga antenna tenuta legata, con un'ampia curva, da una cordicella. Di fianco, la solita motocicletta col carrozzino e due soldati tedeschi con l'elmetto. S'aprì lo sportello dell'autocarro e scese un graduato. Noi guardavamo il tutto da dietro i vetri. Comparve la direttrice e il graduato le andò incontro. Parlottarono brevemente, poi si avviarono sparendo alla nostra vista. «Muovetevi che fate tardi a scuola!» disse una vigilatrice e noi ubbidimmo.

I soldati tedeschi piantarono una stazione radio nascosta tra gli alberi. Un'altra antenna altissima, trattenuta da cavetti d'acciaio, arrivava a superare le cime degli alberi. Di fianco all'autocarro avevano montato una tenda da campo con le loro brandine. Noi qualche volta andavamo a sbirciare dentro all'autocarro attraverso uno sportellone ch'era quasi sempre socchiuso. Dentro c'erano i complessi meccanismi della stazione radio e sempre uno dei soldati con la cuffia d'ascolto in testa. A volte ci guardavano, dicevano qualcosa tra loro che noi non capivamo, e poi ridevano allegramente.

Tra noi correvano supposizioni d'ogni genere: «Cercano le radio clandestine»; «Ma va' là! Ascoltano gli inglesi quando passano con gli aereoplani, per capire dove vanno a bombardare!»; «Ma cosa dici?»; «Scommessa?».

Dopo la partenza di Tiberio si parlò meno di ragazze e più di partite di calcio. Volevamo formare una bella squadra e sfidare tutti gli altri. Giocavamo con una palla di gomma non più grande di un cerchio fatto con le dita. Ogni giorno una partita e per questo trascuravo un po' troppo la scuola: ero preoccupato per la pagella di Natale. Mia madre s'era tanto raccomandata.

Una volta, mentre stavamo giocando la solita partitona del pomeriggio, vedemmo comparire dal fondo del campo un tipo strano: un uomo in pantaloni corti, maglietta e scarponi militari. Ma la cosa più strana, e per noi affascinante, era che teneva sotto il braccio un grosso pallone di cuoio: un pallone vero! Lo riconoscemmo, dopo il primo disorientamento, dagli occhiali inconfondibili: cerchiati neri con le lenti azzurrate. Era il graduato tedesco! Voleva giocare con noi una partita a pallone. A gesti ci faceva capire che lui voleva mettersi dalla parte dei meno bravi, perché appunto lui era più grande e più forte. Noi non stavamo più nella pelle all'idea di giocare finalmente con un pallone come quello dei calciatori. Intanto che si facevano i preparativi per la nuova partita, ognuno di noi se lo rigirava fra le mani, lo provava nel rimbalzo e qualcuno persino lo odorava. A un ordine del graduato cominciò la partita. I primi tiri erano impacciati, perché non eravamo abituati al pallone. Il graduato, invece, appena ne ebbe l'occasione, sfoderò un tiro potentissimo che mandò il pallone fra gli alberi in fondo al campo. Un gran tiro, ma del tutto inutile.

Nel frattempo arrivò al campo anche la direttrice. Evidentemente qualcuno l'aveva avvisata. Venne subito segnalata la sua presenza: «La direttrice! C'è qua la direttrice!». Quando il graduato s'accorse del suo arrivo, fermò il gioco, le andò incontro e, siccome la direttrice aveva sempre un fischietto al collo, le fece capire che doveva arbitrare. Lei, un po' confusa, dovette accettare, perché lui la sospingeva verso il centro del campo. Quindi le fece cenno di fischiare e il gioco riprese. C'era un piccoletto fra noi, che si chiamava Erba: giocava benissimo. Svelto come un gatto sapeva dribblare tutti, anche il graduato che regolarmente veniva sorpreso dall'agilità di quel ragazzino. Una volta, però, senza volerlo, il graduato allungò pesantemente un piede che finì per scalcagnare un sandalo di Erba. La reazione del piccoletto fu immediata e spontanea, quasi fosse diretta a un normale compagno di gioco: «Ma va' a da' via 'l cù!». La direttrice fischiò immediatamente: «Fuori! Squalificato! Questo non è il modo di comportarsi!». Erba, che ormai non poteva rimangiarsi l'improperio, si alzò, avviandosi col suo sandalo slacciato in mano. Ma a questo punto intervenne il graduato: «No, no! Es normal» andava ripetendo, «Es normal». E andò a prendere il ragazzo per riportarlo in campo: «Lui molto bravo giocatore! Ancora giocare. Ancora giocare!». E faceva cenno alla direttrice di continuare. La direttrice rassegnata fischiò nuovamente e il gioco riprese.

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Pagina 127

Guardavo dal finestrino ma ormai non riuscivo quasi più a distinguere il paesaggio che mi scorreva davanti agli occhi. Si faceva sempre più buio e nessuna luce mi aiutava a capire dove eravamo. Volevo riconoscere, da qualche riferimento, l'approssimarsi della mia città. E, invece, pareva che il treno attraversasse una terra completamente abbandonata. Ma poi, via via che le sagome scure delle case si facevano più alte, capii che stavamo per arrivare. «Siamo a Milano?» chiesi a mio fratello. Mi accorsi in quel momento che s'era addormentato. Aprì gli occhi e fece col capo un piccolo cenno affermativo. Per prendere l'altro treno che ci portava a Treviglio dalla nonna, dovevamo attraversare un tratto di città. Mi guardavo intorno, cercando di ritrovarmi con la memoria. Mio fratello capì, perché mi disse: « un po' diverso da quando sei partito, eh?». Poche automobili, pochi tram. Passanti che tiravano via frettolosi, chiusi nei baveri dei cappotti. Qualcuno in divisa. Mio fratello disse ancora: «Non ci conviene aspettare il tram. Ne passa uno ogni tanto». E proseguimmo a piedi. Vidi una casa completamente sventrata: c'erano solo i muri maestri con i buchi delle finestre. A terra, mucchi di macerie. «Anche la nostra è così?» chiesi a mio fratello. «La nostra è bruciata, ma non è crollata.»

La stazione era più animata; c'erano luci, il chiosco dei giornali, il bar, le biglietterie, qualche fanale nell'atrio; le sale d'aspetto erano gremite di gente.

«Quelli non partono» mi spiegò mio fratello. «Stanno lì solo per stare al caldo.»

Dovevamo aspettare un po' per il treno: « lo stesso che prendono lo zio e il papà.»

Camminavamo avanti e indietro solo per non star fermi. «Hai fame?» mi chiese mio fratello. «Ho solo sete» risposi. Andammo a una fontanella, ma non c'era acqua. Allora lui disse: «Entriamo al bar. Prendiamo una gazzosa.» «E i soldi?» chiesi mentre lo seguivo. «La mamma mi ha dato qualcosa, caso mai ne avessimo avuto bisogno.»

Anche il bar era affollato. Ferrovieri, gente che stazionava, altri che si capiva che erano in viaggio perché avevano ai loro piedi valigie e pacchi. Bevemmo la gazzosa un po' per uno. Mentre prendevo l'ultimo sorso comparvero tre individui che avevano sul braccio una striscia con scritto qualcosa. Ci fu una certa agitazione fra quelli che aspettavano. I tre cominciarono a controllare i bagagli facendo aprire valigie e pacchi. Cercavano quelli che facevano la borsa nera di roba da mangiare. In una valigia trovarono due bottiglie d'olio; il proprietario parlava continuamente, raccontando un sacco di storie penose. Una donna tutta dipinta aveva un paio di borse piene di pacchetti di sigarette. Mi ricordava un po' la pensionante, anche se questa doveva avere qualche anno in più. Era abbastanza vicina e sentii che diceva sottovoce a quello che doveva essere il capo: «Posso dirle una cosa da solo, di là?». L'altro non rispose. Allora lei si alzò e andò in fondo alla sala e sparì dietro una porta. L'uomo rimise le sigarette nelle borse e le lasciò sul tavolo. Poi, dopo un cenno ai suoi uomini di proseguire, anche lui sparì dietro la porta dov'era uscita la donna. Uno dei baristi commentò col suo collega: «Secondo te, lo convince?» «Una così trova sempre la maniera giusta di convincere.»

Era ora d'andare al treno e c'incamminammo alla pensilina. Cominciavano ad arrivare gli operai. Cercavo fra quei volti di distinguere la fisionomia di mio padre. Ma mi parevano tutti uguali e quasi feci fatica a riconoscerlo quando finalmente lo vidi avvicinarsi. Non ci abbracciammo come in colonia. Mi mise il braccio sulle spalle e si chinò a sfiorarmi i capelli. Disse: «Sei contento d'essere tornato?»,

Il vagone era molto affollato e rimanemmo in piedi nella piattaforma d'ingresso. Il treno partì e tornammo nel buio quasi totale delle notti di guerra. Ogni tanto qualcuno accendeva un fiammifero per fumare e allora sbirciavo il volto di mio padre: mi sembrava trasformato, più pensieroso, più stanco. Per tutto il viaggio mi tenne accanto a sé, col braccio intorno al collo. Arrivammo al paese. All'uscita della stazione imboccammo il viale alberato dove la sera andavamo in bicicletta con le ragazze. Chissà dov'era Desy? Avevo conservato la fotografia che avrei dovuto darle la sera dell'addio, con la speranza di quel bacio che non ottenni. Sicuramente l'avrei rivista durante le vacanze! E se per caso si fosse riproposta l'occasione del bacio, come l'avrei baciata? Come avrei voluto fare quella sera del mancato addio, oppure come mi aveva spiegato l'amico di Tiberio?

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Pagina 171

Si ballò per tutta l'estate. Avevo imparato benissimo ed ero diventato uno dei più bravi, tanto che le ragazze si lasciavano invitare volentieri da me, così che io potevo scegliere quelle che più mi piacevano. E appena mi accostavo alla ballerina capivo subito cosa poteva sottintendere quell'abbraccio, ossia se era un semplice gesto di danza oppure qualcosa di più. Bastava un passo trattenuto o un lieve sfiorarsi dei corpi per cogliere dei segnali di cui avevo imparato a capire i significati. Ormai sentivo che di lì a poco, una di quelle sere, anche a me sarebbe capitata l'occasione favorevole per provare la più attesa emozione della vita.

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