Copertina
Autore Steve Olson
Titolo Mappe della storia dell'uomo
SottotitoloIl passato che è nei nostri geni
EdizioneEinaudi, Torino, 2003, Saggi 855 , pag. 294, cop.fle., dim. 156x215x19 mm , Isbn 978-88-06-16678-6
OriginaleMapping Human History. Discovering the Past Through Our Genes [2002]
TraduttoreAllegra Panini, Giorgio P. Panini
LettoreCorrado Leonardo, 2004
Classe biologia , evoluzione , storia: Africa
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Indice

 XI Introduzione. La varietà umana

    Mappe della storia dell'uomo


    Parte prima   Africa

  5 I.   La fine dell'evoluzione.
         Origini africane dell'uomo anatomicamente moderno
 28 II.  Individui e gruppi.
         Le differenze tra gli uomini moderni
 54 III. L'uscita dall'Africa e l'uniformità genetica degli
         uomini moderni

    Parte seconda   Il Vicino e il Medio Oriente

 75 IV.  L'incontro con gli altri. Gli uomini anatomicamente
         moderni e i neandertaliani del Vicino Oriente
 96 V.   Agricoltura, civiltà e nascita delle etnie
115 VI.  Il popolo di Dio. Una storia genetica degli ebrei

    Parte terza   Asia e Australia

133 VII. La grande migrazione. Verso l'Asia e oltre
150 VIII.Una fonte comune. Geni e lingue
159      Africa
161      Medio Oriente
161      Asia e Australia
164      Europa
164      Le Americhe

    Parte quarta   L'Europa

173 IX.  Chi sono gli europei?
195 X.   L'immigrazione e il futuro dell'Europa

    Parte quinta   Le Americhe

217 XI.  La colonizzazione delle Americhe
236 XII. Il fardello della conoscenza. I nativi americani e
         l'HGDP, il progetto Diversità del Genoma Umano

    Parte sesta   Il Mondo

255 XIII.La fine della razza e la fine della corsa.
         Le Hawaii e il miscuglio delle popolazioni

275 Ringraziamenti
277 Indice analitico
 

 

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Pagina IX

Introduzione

La varietà umana


Chiunque cammini lungo un marciapiede di una grande città non può fare a meno di essere colpito dall'incredibile varietà degli esseri umani: individui alti e bassi, grassi e magri, capelloni o calvi. La pelle di alcuni ha il colore della crema alla panna, quella di altri il colore del cioccolato al latte. La forma dei volti umani, il colore dei capelli e degli occhi, il taglio degli occhi stessi, la forma dei nasi, delle labbra sono meravigliosi proprio per la loro unicità. In parte siamo abituati a queste differenze perché le usiamo per identificare la gente che conosciamo. Ma la nostra diversità non è illusoria. Gli esseri umani sono infatti membri di una delle specie presenti sulla Terra che presenta la piu alta variabilità.

La gente tende a basarsi sulla diversità dell'aspetto per trarre conclusioni sulla genealogia degli altri. Nelle Americhe e in Europa, se avete pelle scura, la gente pensa che abbiate antenati africani, anche se persone con la pelle scura possono provenire dall'India, dall'Australia e da alcune aree dell'Asia sudorientale. Gli individui che hanno una piega cutanea arcuata al di sopra degli occhi, detta epicanto, vengono considerati di ceppo asiatico, anche se non tutti gli asiatici presentano questa caratteristica, che invece esiste in individui non asiatici giunti nelle Americhe dall'Africa meridionale. Un naso prominente, occhi profondi, pelle chiara identificano una persona come discendente da antenati europei, anche se genti con le stesse caratteristiche, pur con una pelle leggermente piú scura, per millenni hanno abitato l'India, la Polinesia, il Giappone settentrionale e le due Americhe.

La nostra propensione a suddividere la gente in categorie ha dato, nel corso della storia, un notevole contributo alla sofferenza degli uomini. Interi gruppi sono stati trucidati o fatti schiavi a causa del colore della pelle o al taglio degli occhi. Anche oggi quasi tutte le guerre che si hanno nel mondo si svolgono non tra nazioni ma tra gruppi separati da differenze spesso interpretate in termini biologici.

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Pagina XIII

Questo libro tratta di storia, ma di una storia la cui presenza nella nostra vita di tutti i giorni è molto tangibile. Non pochi di noi pensano a se stessi come spagnoli o svedesi, come bianchi o neri, come nigeriani o norvegesi, o come una qualche combinazione di varie categorie di appartenenza. Per alcune persone queste «etichette» hanno ben poca importanza, mentre per altre esse costituiscono l'unico aspetto veramente importante nel definire la propria identità. Tuttavia, qualunque sia l'importanza che i singoli individui attribuiscono a tali etichette, non si può negare che esse continuino ad avere una grande forza nelle società moderne. Molta gente continua infatti a pensare che tra i gruppi umani esistano fondamentali differenze biologiche. Queste persone credono che evidenti diversità nel colore della pelle, nei tratti del volto o nella conformazione del corpo corrispondano a ben piú piú importanti differenze di carattere, temperamento o intelligenza. Anche quando due gruppi sono fisicamente indistinguibili, la gente tende a chiamare in causa le caratteristiche genetiche come fonte di differenze tra i gruppi stessi, che si vogliono comunque rilevare. Costoro sostengono che caratteristiche come l'aggressività, o la religiosità, o l'inventività di un certo gruppo non possano essere apprese e debbano per forza dipendere da qualcosa che sta nei geni.

Le ricerche di genetica stanno dimostrando che le cose non vanno affatto cosí. I gruppi umani sono troppo strettamente correlati per essere davvero diversi tra loro: le differenze sono soltanto superficiali. Le indagini genetiche sul nostro passato ci stanno rivelando che le differenze culturali tra i gruppi non possono avere origini biologiche: tali differenze devono per contro essere il risultato delle esperienze che sono proprie di ogni singolo individuo.

[...]

La storia contenuta nel nostro DNA è ricca, complessa e variamente stratificata. In questo libro mi occuperò di cinque ampie aree del mondo (l'Africa, il Vicino e Medio Oriente, l'Asia e l'Australia, l'Europa e le Americhe), dedicando una capitolo finale alle Hawaii. Ho intenzione di delineare, in ognuna delle sezioni, la storia degli uomini anatomicamente moderni che si è svolta in quella specifica parte del pianeta Terra, dal momento della loro comparsa fino a oggi. Talvolta la storia seguirà direzioni inaspettate: ci occuperemo ad esempio delle origini e della diversificazione delle lingue o delle esperienze di particolari gruppi umani, come gli ebrei o i cinesi han. Il mio centro d'interesse rimarrà sempre lo stesso: indagare su quanto la nostra storia genetica ci dica di noi stessi, del nostro passato e del futuro che ci aspetta come specie.

[...]

Molte delle applicazioni mediche della genetica appartengono ancora al futuro: abbiamo dunque tempo per pensare ai dilemmi che dovremo affrontare. I dati necessari per ricostruire la storia genetica dell'umanità sono però disponibili già oggi; dobbiamo soltanto riuscire a capire che cosa significano. Se la frequenza di un particolare marcatore genetico è alta in un dato gruppo e bassa in un altro, i due gruppi sono fondamentalmente diversi? In quale misura è possibile definire in termini genetici gli asiatici, gli spagnoli, i polinesiani, i nativi americani o qualsiasi altro gruppo umano? Si possono utilizzare i dati forniti dalla genetica per assegnare a un dato gruppo un certo numero di individui?

Non dobbiamo spaventarci di fronte a queste domande. Al contrario, se usiamo le dovute precauzioni, l'informazione genetica può avere un notevole effetto liberatorio. In passato non abbiamo mai veramente capito perché i vari gruppi di persone avevano aspetti cosí diversi e caratteristici. I bigotti potevano perciò leggere in queste differenze fisiche tutto ciò che volevano. Le ricerche genetiche stanno per decretare la fine della nostra lunga disavventura con il concetto di razza: oggi sappiamo che i gruppi si sovrappongono geneticamente in misura tale che l'umanità non può essere suddivisa in categorie chiaramente definite. E sappiamo anche come i comportamenti umani siano tremendamente malleabili se sottoposti all'influenza dei diversi ambienti sociali. La storia scritta nel nostro DNA è una storia di grandi speranze, non di pericoli.

Inoltre è una delle migliori storie che vi possa capitare di ascoltare. piena di avventure, conflitti, trionfi e sesso: un sacco di sesso. Spazia dalle giungle ai deserti, alle pianure gelate, attraversando le generazioni e i millenni. la storia di tutti noi, dall'umile origine nelle savane africane a una posizione di dominio senza precedenti sul nostro futuro.

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Pagina 5

Capitolo primo

La fine dell'evoluzione.

Origini africane dell'uomo anatomicamente moderno


[...]

Nel corso della loro storia di contatti con gli altri, i boscimani sono stati oggetto di un accanito razzismo. Gli altri africani li hanno spesso trattati come vagabondi e ladri (uno dei significati del termine «san» è «inaffidabile»); molti agricoltori europei, d'altro canto, hanno semplicemente deciso che i boscimani non erano esseri umani. Un rapporto della fine del XIX secolo elenca gli animali uccisi nell'Africa sudoccidentale tedesca da coloni e poliziotti nell'anno appena trascorso: in cima alla lista, alla voce «mammiferi», risulta «donne boscimani: 400».

Negare l'umanità di un altro popolo è sempre stato un modo per giustificarne l'oppressione e lo sterminio, e la scienza ha una lunga e triste storia di contributi a simili atrocità. Ancora nel XX secolo alcuni antropologi sostenevano che africani, asiatici ed europei si sono evoluti da diversi tipi di primati. Si giungeva cosí inevitabilmente a stabilire che questi gruppi appartengono a specie differenti, una delle quali aveva raggiunto un grado di evoluzione piú elevato rispetto alle altre.

Un'idea simile è sempre stata minata da un problema ovvio: due animali che appartengono a specie diverse sono raramente interfecondi. Per quanto gli esseri umani possano incontrare limitazioni di qualunque tipo, l'incapacità di incrociarsi non è però compresa tra queste.

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Pagina 14

Questa cronologia sembra lasciare intendere l'esistenza di una linea evolutiva quasi diretta che porta dagli australopitechi ai primi Homo e all'uomo anatomicamente moderno. Una simile via è, ad esempio, rappresentata dalla sfilata di antenati illustrata in tantissimi libri e articoli sull'evoluzione umana. Un uomo di oggi, quasi sempre maschio, guida la sfilata marciando con sicurezza verso il margine della pagina, seguono poi, nell'ordine, un «qualcosa» che assomiglia a un cavernicolo, quindi una scimmia antropomorfa bipede e, alla fine, uno scimpanzé vagamente ridicolo, che arranca strascicando le zampe. La serie di immagini sembra suggerire che noi siamo il risultato finale di un processo preordinato, l'inevitabile traguardo dell'evoluzione: si rinforza cosí la nostra convinzione di costituire l'apice di una grande piramide della vita, con tutti gli altri organismi viventi ed estinti schierati sotto di noi.

Ma una simile immagine dell'evoluzione umana è sbagliata o, almeno, cosí incompleta da risultare davvero ingannevole. L'evoluzione dell'uomo non è stato un duro lavoro diretto dal basso all'alto, ma un intrico di vicoli ciechi, deviazioni inaspettate e improvvisi cambiamenti di direzione. Molti dei fossili che noi pensiamo appartengano ai nostri antenati costituiscono probabilmente esperimenti evolutivi falliti, linee evolutive di ominidi diversi che non sono sopravvissuti. In conclusione noi rappresentiamo il prodotto di un'inesorabile operazione di «spulatura», una selezione ottenuta per mezzo di estinzioni.

Oggi sulla Terra vive una sola specie umana, ma per buona parte della storia di Homo e di Australopithecus sono esistite sul pianeta varie specie anatomicamente distinte di ominidi, spesso nella stessa area.

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Pagina 47

Tenendo dunque conto della nostra intricata storia genetica, che cosa significa appartenere a un particolare gruppo umano?

Innanzi tutto la maggior parte dei gruppi a cui sosteniamo di appartenere non ha nulla a che fare con la biologia. Possiamo essere giocatori di bowling, agricoltori, veterani, autisti di autobus, politici, ballerini, soldati, divorziati, mendicanti, infermieri, tecnici programmatori, pensionati. Forse potrebbe avere una base biologica un gruppo formatosi tra persone di una data ascendenza, ma anche se venissero imposte rigide restrizioni per l'ammissione, il legame tra gruppo e ascendenza tenderebbe a offuscarsi con il tempo. La religione islamica, ad esempio, è nata tra gli arabi, ma oggi la maggior parte dei musulmani è asiatica e non araba. Per la maggior parte, i gruppi umani sono insomma il prodotto della cultura e non della biologia.

Anche «gruppi razziali» e «gruppi etnici» sono un prodotto della cultura. Quando etichettiamo qualcuno come egiziano, eschimese o asiatico, ci basiamo su caratteristiche fisiche e culturali per inserire quella persona in una categoria culturalmente definita. Senza simili categorie dovremmo descrivere la persona dicendo che ha pelle leggermente scura o un marcato epicanto, o uno strato piu spesso di grasso epiteliale: tutti caratteri che, in effetti, non ci dicono nulla di interessante su quella persona.

Alcuni si basano su osservazioni di questo tipo per affermare che tutti i gruppi umani sono invenzioni culturali. Una simile conclusione è ovviamente assurda: esistono infatti reali differenze nell'aspetto fisico tra nigeriani medi, norvegesi medi e filippini medi. I membri di ognuno di questi gruppi condividono, per la maggior parte, una comune storia biologica che è riflessa nel loro DNA.

L'uomo anatomicamente moderno è però troppo giovane, come specie, e si è incrociato con troppo entusiasmo perché si formassero gruppi con differenze genetiche sostanziali. I genetisti, ad esempio, non hanno mai individuato una mutazione che sia presente per il 100% in una data «razza» o gruppo etnico e che sia per il 100% assente in un altro e, considerando la nostra storia genetica, non la troveranno mai. In termini di DNA tutti gli esseri umani formano insiemi che si sovrappongono.

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Pagina 91

Tra 100000 e 65000 anni fa è accaduto qualcosa di molto importante nella storia dell'umanità: quando l'uomo anatomicamente moderno si è, di nuovo, spostato fuori dall'Africa, ha infatti dimostrato di avere una cultura assai diversa. Produceva utensili in pietra che erano piu piccoli e piu elaborati; lavorava l'osso e il corno ottenendo, forme accuratamente preordinate; indossava oggetti d'ornamento fatti con conchiglie, ossa e denti di animali; seppelliva i morti in fosse e li ricopriva con ocra rossa. Piu significativa di tutto il resto è poi la produzione artistica: una novità assoluta, cui nessun uomo si era dedicato in precedenza.

Non tutti questi comportamenti appaiono completamente sviluppati nei siti del Vicino Oriente: le piu antiche e sicure prove di un simile comportamento provengono dall'Australia, regione che l'uomo anatomicamente moderno sembra aver raggiunto già 65000 anni fa. Utensili di tipo «nuovo» possono essere comparsi prima (la datazione è incerta) in un'ampia area che si estende ad arco dall'Africa orientale all'Europa orientale, mentre gli esempi piú straordinari delle prime forme d'arte si hanno in Francia e in Spagna. comunque chiaro: gli uomini anatomicamente moderni, che hanno incominciato a vivere nel Vicino Oriente circa 45000 anni fa, erano ben distinti, sul piano culturale, dai loro predecessori neandertaliani. Gli utensili che fabbricavano erano piu accurati, vari e intercambiabili e gli stili di produzione da essi sviluppati, diversi da regione a regione, hanno spazzato via la monotonia dei millenni precedenti.

Una cultura cosí complessa e adattabile non avrebbe potuto esistere senza un linguaggio simile a quello che noi usiamo oggi. La gente si scambiava beni e idee, e aveva ovviamente una complessa concezione di sé e del mondo fisico, come si può dedurre dall'arte e dagli strumenti. Il contrasto con la fase precedente della storia umana non potrebbe essere piu marcato. Forse i neandertaliani avevano sviluppato una sorta di protolinguaggio basato su semplici nomi e verbi simile ai pidgin, le lingue franche con cui oggi spesso si parlano persone di madrelingua diversa. Né i neandertaliani né i primi uomini anatomicamente moderni sembrano comunque aver avuto una lingua con le caratteristiche di quelle che noi conosciamo oggi. Il linguaggio sembra piuttosto essere comparso in qualche momento tra la prima uscita dell'uomo anatomicamente moderno dall'Africa, che risale a circa 100000 anni fa e fallí, e la seconda espansione, che ha portatò con successo l'uomo fino all'Australia 65000 anni fa.

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Pagina 188

Partendo dunque da un luogo non sicuramente identificabile, tra 7000 e 6000 anni fa, la corrente della ceramica a bande lineari si è diffusa nella Francia orientale e nella Germania settentrionale, ma a questo punto l'espansione si è arrestata. Per quasi un millennio c'è stata una sorta di frontiera ben definita: da una parte esistevano gli agricoltori-allevatori centroeuropei cui si mescolavano qua e là gruppi sempre piú ristretti di cacciatori-raccoglitori; dall'altra, verso ovest, esistevano popolazioni costituite esclusivamente da raccoglitori. Indubbiamente i gruppi da una parte e dall'altra del «confine» potevano interagire. Per gradi i cacciatori-raccoglitori incominciarono a utilizzare recipienti di ceramica e forse a impegnarsi nell'allevamento delle pecore. Costoro cominciarono anche a costruire strutture megalitiche (anche se la Stonehenge che conosciamo risale a una fase piú recente).

L'ipotesi tradizionale sull'origine dei megaliti dell'Europa nordoccidentale riconosce nei monumenti una sorta di sottoprodotto legato alle eccedenze (di tempo, di mezzi) delle comunità agricole. Sempre secondo questa teoria, quando i cacciatori-raccoglitori adottarono essi pure la pratica dell'agricoltura si trovarono a disporre di cibo in abbondanza e dunque di molta gente che poteva dedicare il proprio tempo alla realizzazione di colossali «lavori pubblici».

Questa spiegazione si è però rivelata tanto piú traballante quanto piú gli archeologi l'hanno considerata con attenzione. Sono infatti relativamente poche le tracce di pratiche agricole databili alla fase cui si può attribuire la costruzione dei primi monumenti. Per la verità si sono rinvenute poche testimonianze di strutture permanenti riferibili a questo periodo. I costruttori dei primi megaliti possono benissimo essere stati gruppi relativamente mobili di cacciatori-raccoglitori, proprio come i loro antenati. Tuttavia essi erano, almeno per una caratteristica, diversi dagli antenati: le antiche popolazioni non costruirono mai queste grandi strutture di pietre. In qualche modo dunque l'approccio con l'agricoltura deve aver innescato una trasformazione sociale dalla valenza critica.

Nelle menti dei cacciatori-raccoglitori dell'Europa nordoccidentale sembra essere stato elaborato un importante concetto. Prima dell'avvento dell'agricoltura, l'uomo è stato parte integrante del mondo naturale: viveva in armonia con gli animali che cacciava e con le piante che raccoglieva. L'uomo «si fidava»: credeva che il mondo avrebbe soddisfatto i suoi bisogni fino a quando avesse continuato a vivere rispettandone le condizioni.

I monumenti sembrano indicare l'aprirsi di una crepa in questa visione del mondo. Edificando le strutture megalitiche, i cacciatori-raccoglitori cambiavano il proprio ambiente in modo permanente: affermavano cosí il proprio dominio sulla terra, separandosi dalla natura, rivendicando alcune aree da usare come uomini. Esito a impiegare il termine «religione» in questo contesto, perché gli antropologi non sanno nulla delle credenze di queste popolazioni, ma è possibile che essi stessero sperimentando qualcosa di simile a una «conversione» religiosa.

Non tutti, s'intende, sono d'accordo con questa ricostruzione: ci si chiede (e la domanda è ovvia) perché lo stesso processo di costruzione di strutture monumentali non si riscontri anche altrove, anzi ovunque nel mondo. L'idea però appare comunque attraente perché quasi intuitiva: i cacciatori-raccoglitori dell'Europa nordoccidentale hanno avuto bisogno del loro modo di pensare al mondo prima di impegnarsi nelle pratiche dell'agricoltura. Le costruzioni monumentali stimolavano il sorgere di atteggiamenti che rendevano accettabile, per queste popolazioni, la propria trasformazione in contadini. Forniva il senso della collocazione nello spazio, il legame con un dato luogo, che permetteva loro di «usare» il luogo stesso secondo modalità nuove.

Dopo la prima ondata delle costruzioni megalitiche, l'agricoltura si diffuse in tutto il resto del continente europeo, con l'eccezione delle aree settentrionali gelate, che tuttora sono frequentate da pastori nomadi e cacciatori. Nell'arco di un paio di millenni, l'antica cultura dei cacciatori-raccoglitori era, in Europa, quasi ovunque scomparsa, specialmente quando gli animali domestici guadagnavano terreno rispetto alle forme selvatiche. Col passare del tempo, con l'introduzione dell'agricoltura, i monumenti megalitici caddero in disuso. Siti come Stonehenge rimasero centri attivi per lo svolgimento di rituali e culti a noi sconosciuti, ma anche l'associazione con una tale funzione divenne, per gradi, sempre meno rigida. All'epoca dell'invasione romana, la ragione dell'esistenza dei megaliti era stata dimenticata.

La gente oggi si raduna a Stonehenge e presso altre strutture megalitiche dell'Europa nord occidentale per tentare di riappropriarsi della visione del mondo che avevano gli uomini vissuti tanto tempo fa, per guardare verso il passato. L'aspetto ironico della situazione è dato dal fatto che forse i costruttori dei megaliti guardavano nel verso opposto; forse essi stavano tentando di adattarsi all'arrivo del mondo moderno.

Se i discendenti degli agricoltori mediorientali si sono stabiliti in alcune parti d'Europa mentre i cacciatori-raccoglitori rimanevano in altre, si può essere tentati di concludere che alcuni degli attuali europei discendono dal primo gruppo e altri dal secondo. Una tale deduzione è però errata, perché non tiene conto dell'inevitabile commistione genetica che si verifica tra i gruppi. Al passare dei millenni le genti d'Europa si sono mescolate cosí profondamente che ogni europeo ha oggi un po' di DNA che proviene dai cacciatori-raccoglitori paleolitici e un po' dagli agricoltori-allevatori neolitici venuti dal Vicino e Medio Oriente. A questa conclusione si è giunti relativamente di recente e il miglior modo per darne conto è ritornare all'odissea scientifica di Cavalli-Sforza.

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Pagina 194

Se particolari DNA mitocondriali e aplotipi del cromosoma Y sono associati alla diffusione dell'agricoltura in Europa, ogni abitante d'Europa, maschio o femmina, deve essere debitore del proprio DNA mitocondriale o a un cacciatore-raccoglitore paleolitico o a un agricoltore-allevatore mediorientale; per i maschi, il debito relativo al cromosoma Y presenta la stessa alternativa. L'esistenza di categorie distinte di aplotipi sembrerebbe implicare che i due gruppi siano rimasti in qualche modo separati, ma ciò non è accaduto, come dimostra la distribuzione degli aplotipi stessi. Ogni popolazione europea che sia stata oggetto di studi ha dimostrato di avere aplotipi che possono risalire sia ai cacciatori-raccoglitori paleolitici, sia agli agricoltori neolitici: la situazione si spiega soltanto ammettendo che tra i discendenti dei due gruppi siano stati molto frequenti gli incroci. Questi matrimoni misti devono aver continuamente rimescolato il DNA dei cromosomi di ogni individuo. Aplotipi particolari sono piu comuni in certe aree di quanto lo siano in altre: da queste indicazioni si può risalire ai percorsi delle migrazioni dei gruppi umani. In nessun caso però si è potuto rilevare che una popolazione europea discenda esclusivamente da un singolo gruppo. Anche i baschi, a lungo citati come roccaforti del DNA paleolitico e pre-agricolo, presentano grandi quantità di DNA mitocondriale e del cromosoma Y provenienti dagli agricoltori del Medio Oriente.

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Pagina 201

Anche se non hanno effettivamente inventato il razzismo, gli scienziati dei secoli XVIII e XIX lo hanno dotato di un sostegno teorico e di un significato pratico che esso non aveva mai avuto in precedenza. I libri che raccontano la storia dello sviluppo del razzismo in Europa e in America sono molti, e non starò dunque qui a ripetere cose note. Non vorrei però trascurare due importanti osservazioni. La prima: il razzismo in Europa è sempre stato intrecciato, sia in senso positivo sia in senso negativo, con il cristianesimo. Sul piano positivo, si può rilevare che la Bibbia proclama che tutti gli esseri umani discendono da un'unica coppia (Adamo ed Eva). Secondo gli esperti della Chiesa, che hanno studiato con attenzione le genealogie riportate nel testo biblico, i progenitori non sono vissuti poi tanto tempo fa, ma soltanto poche migliaia di anni prima della nascita di Cristo, e una tale valutazione è stata spesso utilizzata per dedurne la sostanziale unità dell'umanità.

Va però detto (e questa è la seconda osservazione) che, come la maggior parte delle religioni, il cristianesimo si è frequentemente impegnato tanto a giustificare gli evidenti soprusi, quanto a combatterli. Ad esempio, il cristianesimo ha esercitato una profonda influenza sulle opinioni relative all'esistenza di una «grande catena dell'essere»: tale teoria parascientifica aveva le sue radici sia nella religione sia nella scienza tradizionale e ordinava gli organismi viventi, gruppi umani compresi, in una gerarchia correlata a valori morali. Queste idee hanno condotto molti europei a concludere che essi occupavano, nella «catena», un posto piú alto di quello di altri gruppi: insomma, erano piú vicini agli angeli che alle bestie.

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