Copertina
Autore Flavio Pagano
Titolo Scacco al maratoneta
Edizionemanifestolibri, Roma, 2008, Società narrata , pag. 152, cop.fle., dim. 14,4x21x1 cm , Isbn 978-88-7285-513-3
PrefazioneAlessandro Cecchi Paone
LettoreLuca Vita, 2008
Classe narrativa italiana , sport , biografie
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Indice


Prefazione.                                          7
di Alessandro Cecchi Paone

Morire, dormire, sognare forse.                     11

Le prime, deliranti Olimpiadi moderne.
Da Atene 1896 a Londra 1908, passando
per la stricnina di Saint Louis                     17

Un legionario con le pezze al culo,
al via della marathon route.                        33

Scolpire la propria strada.                         51

"È un buon giorno per dormire. Augh!".              69

I duellanti.                                        87

Correre da sempre. Correre per sempre.             113

Al di là degli zuccheri. Al di là della vittoria.  125

Là dove comincio, io ritornerò.                    141

Epilogo.                                           149


 

 

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Pagina 11

Morire, dormire, sognare forse.



Mentre auscultava il torace del paziente, il dottor Bulge stava col viso voltato. Aveva un'espressione dolorosa, ma anche nauseata. L'alito di Dorando Pietri, l'atleta che aveva da poco rianimato e che ancora appariva sospeso tra la vita e la morte, puzzava.

Dorando era stato trasportato negli spogliatoi in barella, e disteso alla meglio su un tavolo. Se non altro sarebbe stato a riparo dalla folla e dal caldo.

Lunghi e Brocco, che lo avevano assistito durante la corsa, parlottavano a bassa voce in un angolo. Suo fratello Ulpiano era uscito poco prima, per andare a telegrafare a casa le ultime drammatiche notizie. Anche se la sua forse non era una buona idea. Probabilmente sarebbe stato meglio aspettare ancora, capire come si sarebbero messe le cose, invece di continuare a spedire in Italia messaggi che tra l'altro risultavano assurdamente contraddittori. Nel primo si parlava di vittoria, nel secondo di squalifica. Adesso addirittura di pericolo di vita.

Brocco rivolse alcune parole in buon inglese al dottor Bulge, e subito dopo uscì anche lui, seguito silenziosamente da Lunghi che parve risucchiato nella sua scia.

Nella stanza c'era una lampadina senza paralume, che spargeva una luce giallognola, un po' fastidiosa. Dorando tuttavia la tollerava, e questo a giudizio del medico era un fatto positivo, poiché se la stricnina lo avesse intossicato in modo troppo grave e forse irreversibile, difficilmente avrebbe resistito in un ambiente che non fosse completamente buio.

Anche il fatto che Dorando non mostrasse segni di irrigidimento e di ipersensibilità in genere, apparivano al dottor Bulge motivi di speranza.

Sottovoce, ma serratamente, un giornalista francese discuteva con sir Arthur Conan Doyle, l'ineffabile creatore del detective più famoso del mondo, che durante la gara aveva svolto mansioni di megafonista.

"La verità è che in queste Olimpiadi si cerca in tutti i modi di ledere la dignità della razza latina!", sibilò sprezzante il francese, piccolo di statura ma dall'aria bellicosa come un gallo da combattimento.

"Io volevo soltanto aiutarlo", rispose lo scrittore, toccandosi nervosamente la tesa del cappello, "e lo dimostrerò con i fatti. Aprirò oggi stesso una sottoscrizione in favore di questo piccolo eroe!"

"Vedete che ho ragione? Voi dite 'piccolo eroe', e questo è tendenzioso!", ribatté il francese, affilando gli occhi. "Perché piccolo? Perché è... basso di statura? Questo è un eroe con la E maiuscola. Il più grande di tutti! Secondo soltanto a Filippide!"

"Signori, vi prego", lí tacitò spazientito il dottor Bulge. "Quest'uomo sta lottando per la vita, non per una medaglia. La gara è finita. Se proprio non potete farne a meno, andate a litigare da un'altra parte."

"Che cosa si può fare, adesso?", domandò il barone de Coubertain.

Stando fuori dal cono di luce della lampada era poco più di un'ombra disegnata sulla parete umida. Fino a quel momento era rimasto in silenzio e gli altri si erano quasi dimenticati di lui.

"Nulla", sospirò Bulge, contemplando il corpo disteso di Pietri con lo sguardo pensoso di un artista che riflette su un'opera ancora incompiuta. "Soltanto aspettare. Deve riposare. Anche il trasporto in ospedale potrebbe risultargli fatale in questo momento. Del resto sarebbe inutile, non vedo cosa potrebbero fare..."

Poi, posandogli il palmo della mano sulla fronte, si rivolse al malato. "Raschia dal fondo del barile tutto quello che hai dentro, figliolo. Aggrappati alla vita con le unghie e con i denti. La tua gara più importante la stai disputando adesso. Che tu sia uno che sa lottare, l'abbiamo visto tutti. E presto lo saprà il mondo intero. Non arrenderti, figliolo. Non posso dirti altro."

Il barone de Coubertain, che conosceva l'italiano, si avvicinò al tavolo e ripeté, traducendole, la parole del medico. Ma il suo gesto fu inutile. Dorando rimaneva in stato di semincoscienza. Ogni tanto socchiudeva gli occhi e si guardava intorno, ma il suo sguardo era vuoto, assente.

Ad un tratto sollevò un po' la testa e sembrò persino voler dire qualcosa. Tutti puntarono gli occhi su di lui. Il volto di Bulge s'indurì. Sapeva per esperienza che il desiderio di parlare, come quello di sollevarsi dal letto, non di rado sono espressione degli ultimi aneliti di vita di un moribondo. E che a simili comportamenti, apparentemente incoraggianti, segue repentina la fine.

"Non muoverti", sussurrò de Coubertain a Dorando, "cerca soltanto di riposare..."

Anche Conan Doyle e il giornalista francese si avvicinarono al tavolo, affacciandosi dal buio sul malato. Sembrava la Lezione d'anatomia di Rembrandt. Lo guardavano quasi con curiosità, con una specie di meraviglia, come fosse un marziano caduto dal cielo.

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Pagina 33

Un legionario con le pezze al culo,
al via della marathon route.



Il 24 luglio del 1908 fu un venerdì insolitamente caldo per il clima londinese.

Era la penultima giornata dei Giochi, anzi la penultima delle gare di atletica. L'afa opprimente non rappresentava certo il clima ideale per disputare la gara olimpica per antonomasia. La più attesa, la più leggendaria, la più massacrante: la maratona.

Davanti al castello di Windsor cinquantacinque atleti provenienti da tutto il mondo non attendevano altro che il segnale di partenza.

Dodici britannici (il numero massimo di atleti della stessa nazione consentito dal regolamento), dodici canadesi, sette statunitensi, quattro olandesi, quattro svedesi, tre australiani, due danesi, due greci, due tedeschi, due italiani ed un rappresentante a testa per Sudafrica, Belgio, Austria, Boemia e Russia.

L'ora culminante della quarta Olimpiade dell'era moderna, stava per scoccare.

Per far sì che la partenza avvenisse davanti ai royal apartments del castello (esattamente in corrispondenza della royal nursery) e che il traguardo si trovasse davanti al royal box, il palco reale, nel White City Stadium, il percorso della gara sarebbe stato di 42 chilometri e 195 metri. Cinque chilometri abbondanti in più rispetto alla distanza coperta da Filippide, il leggendario antenato di tutti i maratoneti, che con le parole "χαιρετε, νικωμεν", "gioite, abbiamo vinto!" annunciò la vittoria ateniese sui Persiani, l'attimo prima di spirare stremato.

La lunghezza del percorso della maratona olimpica di Londra era nata insomma casualmente, per mere esigenze di protocollo, ma sarebbe stata poi ratificata come ufficiale nel '21, e, in seguito, a partire dai Giochi del '24, non sarebbe stata mai più modificata.

In realtà gli Inglesi avrebbero voluto che le distanze fossero misurate in miglia, ma il Comitato – seppure con fatica – era riuscito ad imporre il sistema metrico decimale.

Un problema che per il momento non si sarebbe posto se, come avrebbe dovuto essere, quelle Olimpiadi si fossero svolte in Italia.

L'Italia in effetti aveva sostenuto la propria candidatura all'organizzazione delle Olimpiadi del 1908 nel modo più risoluto. Nel 1903 il senatore Todaro, presidente della Federazione Ginnastica Italiana, aveva fatto richiesta ufficiale al barone Pierre de Coubertain affinché Roma fosse designata quale sede dei Giochi. Nel congresso di Londra dell'anno seguente, il CIO aveva accettato la richiesta. La notizia fu trasmessa all'Ambasciata d'Italia e di lì rimbalzò via telegrafo al Sovrano e al principe Colonna, sindaco di Roma.

Il re diede subito disposizioni affinché si ringraziasse il Comitato Olimpico di aver lanciato all'Italia una così significativa testimonianza di stima e simpatia.

Villa Borghese avrebbe ospitato le gare di atletica; le Terme di Caracalla sarebbero state teatro degli sport di combattimento; a Tor di Quinto si sarebbero svolte le prove equestri, e sulle acque del Tevere, nel tratto fra ponte Milvio e ponte Margherita, si sarebbero disputate le gare di nuoto e canottaggio.

Il preventivo delle spese ammontava a 303.000 Lire. La grande macchina organizzativa scaldava già i motori e sembrava pronta a lanciarsi in avanti con uno scatto bruciante. Mancava soltanto una cosa: i soldi. Le 303.000 Lire. Un dettaglio volgare, senza dubbio, ma difficile da superare. Il Governo Giolitti si trovò improvvisamente alle prese con le difficoltà economiche procurate dalla devastante eruzione del Vesuvio nel 1906, e fu costretto a dare forfait.

In quello stesso anno, con mano pietosa, de Coubertain annotò il seguente, amaro ma ispirato commento: "Discretamente il sipario cala sul Tevere, per tosto levarsi sul Tamigi."

Gli inglesi si rimboccarono le maniche e in quattro e quattro otto realizzarono un impianto avveniristico, dotato di pista per l'atletica, velodromo e tanto di piscina che, facendo parte della White City (un complesso di bianchi edifici costruiti sul modello della The World's Columbian Exposition di Chicago del 1893, nella cui area ha oggi sede la BBC), venne battezzato White City Stadium. Il complesso era destinato a ospitare l'Esposizione Anglo-Francese, evento contemporaneo alle Olimpiadi, voluto a suggello della ritrovata pace tra le due Potenze, che quattro anni prima avevano addirittura sfiorato la guerra a causa di aspre contese coloniali, risoltesi poi con un accordo che prese il nome di Entente cordiale.

Il salto di qualità rispetto alle precedenti Olimpiadi era immenso, anche grazie alla bravura dimostrata dagli organizzatori nel reperire fondi privati, ovvero nel trovare sponsor. Anche se qualche piccola pecca non mancò. I giudici di gara, ad esempio, erano tutti, e rigorosamente, inglesi. Il che comportò non poche discussioni, quando la faziosità arbitrale (una vecchia storia...), si faceva troppo sfacciata.

Ma ormai tutto questo non contava più. La maratona stava per partire. Che la distanza fosse calcolata in chilometri o in miglia, non aveva alcuna importanza.

I migliori fondisti dell'epoca erano pronti a darsi battaglia fino all'ultima goccia di sudore, fino all'ultimo respiro.

C'erano gli americani Welton (col numero 34), Hayes (26), di origine irlandese, Morrisey (29) e Ryan (31). Questi ultimi erano due atleti alti e ben strutturati, mentre Hayes e Welton erano più piccoli e leggeri. Probabilmente sarebbero stati loro i più pericolosi.

C'erano Tom Longboat, il pittoresco pellerossa della tribù Onondaga dalla lunga falcata, il temutissimo campione sudafricano Charles Hefferon, gli inglesi Jack, Lord, Price. E, con al petto il numero 19, maglia bianca e mutandoni scarlatti, c'era Dorando Pietri.

Con lui, Umberto Blasi. L'altro italiano in gara che, pur reduce dalla vittoria del campionato nazionale di maratona svoltosi a Roma (peraltro col modesto tempo di 3 ore e un minuto), aveva il compito di fare da secondo al carpione di Carpi. Operare azioni diversive, distrarre gli avversari. Sostenere Dorando.

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Tra le fila di quegli atleti in parata c'era John Taylor, il primo uomo di colore a vincere, con la staffetta statunitense dei 400 metri, una medaglia d'oro olimpica. E c'era Dorando, che — camminando su quella pista d'atletica dal fondo di cenere dove il percorso della sua gara sarebbe terminato, la pista dove avrebbe dovuto compiere il mezzo giro finale della maratona prima dell'arrivo — si era emozionato come un bambino.

Avrebbe dato qualunque cosa per ritornare in quello stadio da solo, alla testa della maratona. Da vincitore. Pronto a raccogliere l'applauso della folla impazzita, con le braccia tese verso il cielo in segno di vittoria.

Ci sarebbe voluto tutto il suo cuore per battere avversari così agguerriti. Lui che era partito per l'Inghilterra timido come un'emigrante, con nei garretti i segni dei chilometri fatti lungo i campi di grano, ed in valigia una buona scorta di pane di Carpi, prosciutto e lambrusco, osava lanciare la sua sfida ad atleti che si erano preparati per le Olimpiadi come per una guerra. Atleti che seguivano programmi d'allenamento elaborati da staff di superesperti, che si alimentavano secondo diete meticolosamente bilanciate, escogitate da arcigni luminari con gli occhialini tondi e baffi portentosi.

Del resto, nemmeno dal punto di vista dei baffi – che ai suoi tempi costituivano un incontrastato simbolo di virilità – Dorando si sentiva secondo a nessuno. Quando li impomatava e li arricciava, faceva una gran figura.

Insomma Dorando sentiva che quel giorno, il giorno della maratona, lungo quei quaranta chilometri e spiccioli, si sarebbe deciso il suo destino. E non solo come atleta. Il garzone di pasticceria, il piccolo corridore, avrebbe potuto trasformarsi in eroe olimpico. Il bruco aveva l'opportunità di diventare farfalla. Era la sua grande occasione. Ma per conquistarla doveva essere il primo a tagliare il traguardo. Il primo a rompere il filo di lana, quel diaframma sottile, quasi invisibile, che separa un atleta qualunque da un campione leggendario.

Inutile nascondersi l'importanza della posta in gioco. Quella che stava per cominciare era la gara che avrebbe potuto consacrare lui, il pasticciere carpigiano di un 1 metro e 59, tra i giganti dell'atletica.

Se avesse tagliato per primo il traguardo della maratona, tutti lo avrebbero amato. Il re Vittorio si sarebbe rallegrato. Avrebbe voluto incontrarlo, stringergli la mano, forse gli avrebbe detto addirittura "grazie". Dorando non riusciva nemmeno a immaginare come potesse suonare quella parola sulle labbra di un re. Probabilmente i re non la dicono quasi mai, tuttavia Dorando era certo che, se avesse vinto, Vittorio Emanuele l'avrebbe convocato, e gli avrebbe detto davanti a tutti: "Grazie! Grazie per aver portato così in alto il sacro nome d'Italia!"

In effetti Dorando e Vittorio Emanuele III si erano già conosciuti. Sua maestà aveva voluto incontrarlo dopo una corsa tenutasi a Torino.

"Siete stanco?", gli domandò il sovrano.

"Maestà, no", rispose Dorando.

"E che vi sentite?", insistette l'altro incuriosito, guardando quell'omino ritto davanti a sé, dignitoso anche nello sfinimento.

"Fame, maestà", disse schiettamente Dorando. Parole che in altri tempi potevano essere il preludio di una rivoluzione. Ma che in quell'occasione erano solo la disinvolta confessione di un atleta in calo di zuccheri.

Il re sorrise. Dorando gli piaceva. Era ben lieto che in circolazione vi fossero campioni bassi quanto lui. E li incontrava volentieri.

Anche il grande Enrico Porro (150 cm) avrebbe avuto l'onore, in quello stesso anno, di incontrare sua maestà. Il lottatore milanese aveva carattere irrequieto, a tal punto che sua madre fu costretta a mandarlo marinaio quando era ancora un ragazzo, per evitare che di rissa in rissa finisse per mettersi nei guai. Lo sport, la lotta, era stata la sua salvezza. Lì poteva scatenare tutta la sua grinta, e conquistarsi medaglie invece che denunce. Il giorno dopo la maratona di Dorando, ultimo dei Giochi, Porro si sarebbe aggiudicato la medaglia d'oro nella grecoromana. Il primo oro della storia olimpica italiana. La circostanza era di quelle straordinarie, e Vittorio Emanuele raggiunse il campione, che rientrava da Londra a La Spezia, appositamente per congratularsi con lui. Appena Porro fu sbarcato dal piroscafo, il re lo fece prelevare dai festeggiamenti (Enrico era un accanito ballerino) e si compiacque di quel forzuto formato mignon, di quell'orco alto quanto un hobbit, che aveva sconfitto in finale il russo Nicolay Orolov, di ben sette chili più pesante, conquistando l'adorazione del pubblico e superando un arbitraggio palesemente ostile.

Porro era la vigorosa prova vivente di quanto un piccolo uomo possa compiere grandi imprese. E il re gongolava. Del resto Porro era sì piccolo, ma pareva davvero scolpito nel granito. Aveva braccia nerborute come tronchi d'albero, e un torace da gorilla di montagna. Di colori invece era delicato, con gli occhi azzurri e il pelo biondo, e aveva due grandi orecchie a sventola che per sua fortuna non era possibile afferrargli negli incontri di lotta. Ma la sua, è un'altra storia.


Gli ultimi istanti prima della partenza sembravano interminabili. Dorando – che per ripararsi dal sole s'era annodato in testa un fazzoletto bianco, alla maniera dei muratori – ripassava mentalmente il percorso che lo attendeva. Lo conosceva a memoria.

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Pagina 64

Anche se un numero pretende di quantificarne la distanza, in miglia o in chilometri che siano, in realtà la vera lunghezza di una maratona non si può misurare.

Cento metri sono cento metri. Quattrocento, sono quattrocento. E anche tremila sono tremila. Persino diecimila sono un numero di metri concepibile a mente.

Ma quanto sono lunghi quarantamila metri?

È difficile dirlo. Possono sembrare pochi. Ma anche quarantamila giorni possono sembrare pochi, eppure sono più di quanti ne contiene un secolo intero.

Solo chi li percorre sa quanto sono lunghi quarantamila metri. Solo chi arriva al traguardo lo scopre veramente. Ogni corridore fa la sua distanza. La sua corsa. In due ore possono accadere molte cose. Mille imprevisti. Può persino cambiare il tempo. Una corsa può cominciare col sole, durare per mezz'ora sotto una pioggia battente, e finire di nuovo con il sole. Magari si alza il vento, e la maglietta umida fa irritare la pelle nei punti più sensibili, mentre la polvere brucia negli occhi. Il fondo della strada può cambiare col mutare delle condizioni atmosferiche. Farsi più morbido o più duro, con variazioni che logorano i muscoli, spezzano le gambe.

Come un musicista che esegue una partitura, un maratoneta non darà mai due volte la stessa interpretazione di una gara, nemmeno se essa avviene sul preciso, identico percorso. Non è possibile. E non sarebbe bello.

La maratona, che può apparire la più tattica delle gare, che forse lo è, resta sempre aperta all'alea dell'imprevisto. Nessuno vede l'arrivo ai momento di partire. Il traguardo, nella maratona, maratona, è un'Idea. Per questo correrla è prima di tutto un'esperienza spirituale, che insegna come il corpo non sia altro che la parte dell'anima sensibile alla forza di gravità.

La maratona va costruita passo dopo passo, Sono i passi di ciascun corridore che diranno quanto realmente lunghi siano i suoi quaranta chilometri. La maratona è un pensiero teso verso l'infinito, cui solo la tenacia, l'umiltà, il desiderio e la follia di un uomo, possono imporre il confine materiale di un arrivo.

La maratona è un'arte. Ogni gara va forgiata, modellata, scolpita nello spazio dai passi di chi la corre. Ogni chilometro percorso, è un tratto di percorso cancellato, un pezzo di marmo tolto dal blocco. Perché la maratona, come una scultura, si costruisce sottraendo.

Nessuno può sentirsi sicuro di vincere, al momento di partire. Non si può star certi nemmeno di arrivare fino in fondo.

La maratona è l'unica gara che si può perdere anche correndo da soli.

Quanto sono lunghi quaranta chilometri? Non c'è una risposta buona per tutti. Ogni corridore deve dare la propria.

Per gli inglesi, quel giorno, la risposta a questa domanda fu amara. Semplicemente, fu che quaranta chilometri erano troppi. 'Troppi', un'altra parola scivolosa e vaga, come la parola 'quasi', ma dalle conseguenze altrettanto micidiali.

L'avventura olimpica cui Jack, Lord e Price erano corsi incontro con tanto slancio, si tramutava metro dopo metro in una disfatta. E al posto del tappeto di sogni sul quale fino a quel momento avevano corso, adesso sotto i loro piedi rimaneva soltanto il duro, nudo selciato della strada.

La giovinezza della corsa stava tramontando. Il momento degli eccessi d'entusiasmo, dei sogni, degli sprechi e delle follie, stava per finire.

La maratona si preparava ad impartire le prime, dure lezioni di vita.

Una nuova fase della corsa stava per cominciare.

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Ma Dorando per il momento non pensava a tutto questo. Non pensava a nulla. Seguiva l'istinto. Gli pareva di correre da sempre, e di poter continuare all'infinito. Sentiva di essere vicino alla 'corsa perfetta', quando il corpo corre senza compiere alcuno sforzo.

Tutto era in armonia: l'ampiezza e il ritmo della falcata; il movimento delle gambe e delle braccia, sincronizzate come periodo e antiperiodo di un pendolo; l'inclinazione della testa, la postura dell'anca e della schiena. E soprattutto il respiro: il magico soffio con cui l'organismo attinge dalla Natura l'energia necessaria a tener viva dentro di sé la scintilla della vita. Quasi il petto fosse un piccolo tempio, dove il respiro arde simile a un fuoco sacro.

Provava la sensazione straordinaria che correre costituisse la sua condizione naturale. Una sorta di estasi, che gli faceva sentire non di star correndo, ma di essere corsa. Quello che forse provano gli uccelli, quando una corrente li culla nel cielo, senza che essi debbano battere le ali per volare.

Inebriato dalla beatitudine del maratoneta, non ricordava neanche più che venti chilometri fa era partito dal castello di Windsor. Gli pareva che la sua corsa fosse iniziata insieme alla sua vita. Forse ancor prima.

Un tepore rassicurante gli scaldava le membra, i piedi molleggiavano morbidamente sul terreno, il cuore batteva sicuro. Come un elettrone pieno d'energia salta ad un livello superiore, cosa Dorando si sentiva pronto a passare ad uno stadio evolutivo dell'umano più elevato. Il suo passo era misura del mondo. Il suo fiato era parte del vento. E la strada che scorreva sotto i suoi piedi era come una retta infinita, lungo la quale ogni punto è partenza e arrivo.

La prima ora di maratona era volata via leggera come un sogno. Il tempo, ciò che normalmente intendiamo con questa parola – o ciò che ci illudiamo di sapere che sia quando la usiamo – semplicemente per lui non esisteva più.

Respirava l'eternità. E correva. Senza ricordare più il momento in cui lo sparo aveva dato il via. Senza interrogarsi sull'arrivo.

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Longboat, intanto, invece che bere qualche sorso e tirare avanti, si attaccò alla bottiglia come un disperato. Beveva a garganella, e sorso dopo sorso la sua andatura si trasformava in una tortuosa gimcana. Una simile bevuta in pieno sforzo e a quella temperatura, avrebbe messo k.o. anche un cavallo, ma lui restò in piedi.

Dorando lo raggiunse nuovamente, poco prima di una curva. Mentre lo sorpassava, per un istante si guardarono negli occhi. Quelli a tettoia di Dorando, con il bulbo leggermente protruso, vagamente 'basedowiani', incrociarono gli occhi scuri, fieri e malinconici dell'indiano irochese. Fu sguardo di un istante, ma nessun computer può rivaleggiare con gli occhi di un uomo in quanto a velocità di download. I due si trasmisero i dati di una vita intera. C'era la storia intera di un popolo nelle pupille corvine del corridore Onondaga. Storia di un'antica libertà perduta, di cavalcate, di bisonti e di meste sere intorno al fuoco, nella pace sonnolenta della Riserva. E c'era storia di trucioli e ore di fatica nelle fabbriche di cappelli di paglia, ore di lavoro con la schiena piegata nei campi, scarpe con la suola di legno, valigie di cartone e sogni di gloria sportiva vissuti ad occhi aperti, impastando farina, in quelli di Dorando.

Per un istante, nella solitudine della corsa, il pellerossa e il contadino si compresero l'un l'altro come fuori del tracciato di gara non avrebbero mai potuto. Lì, lungo la strada, sulle rive del percorso, sulle rive di quell'immobile fiume che è la pista di una maratona, ci si poteva confessare tutto. Erano due iniziati alla sacra corsa che spezza le gambe e fa scoppiare il cuore. La corsa che può esaltare e può far impazzire. Che può condurre alla gloria, e alla distruzione. Erano depositari del segreto, custodi del messaggio. Erano uomini che costruivano la propria strada, e al di là del risultato, sapevano dare un senso alla vita.

Erano maratoneti. E sapevano comunicare come soltanto chi non ha bisogno di usare le parole può fare. Come due montagne, come due innamorati, come due stelle. Come due morti.

Dopo quell'occhiata di un istante, Dorando riprese a guardare dritto davanti a sé. E sfilò avanti. Uscì dalla curva solo, in un tripudio di folla, correndo tra i binari del tramvai.

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