Copertina
Autore Trevor Paglen
CoautoreA.C. Thompson
Titolo Gli aerei della tortura
SottotitoloIl programma di extraordinary rendition della CIA
EdizioneFandango, Roma, 2008 , pag. 148, cop.fle., dim. 17x21x0,9 cm , Isbn 978-88-6044-048-8
OriginaleTorture Taxi [2006]
TraduttoreEnrico Monti
LettoreRiccardo Terzi, 2008
Classe paesi: USA , politica , storia criminale
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Indice


Prologo                                  5
I   IL PROGRAMMA
    Il programma                        13

II  GLI AEREI DELLA TORTURA
1.  Aerei di carta                      31
2.  Una città chiamata Smithfield       52
3.  I planespotter                      63
4.  Prigioni segrete                    85
5.  Le consegne speciali di oggi       103

Conclusione                            123
Ringraziamenti                         131
Nota al testo                          132
Note                                   133


 

 

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Pagina 13

Il programma


"Le leggi sono cambiate", si sentì dire Binyam Mohammed dagli americani che lo interrogavano. "Non ci sono avvocati. Puoi collaborare con noi con le buone, o con le cattive. Se non parli, finisci in Giordania. [...] Lì poi te la vedi con gli arabi."

Mohammed era stato arrestato a Karachi, in Pakistan, il 10 aprile 2002, mentre cercava di lasciare il paese per far ritorno a casa, a Londra. Sostiene di essere andato in Afghanistan e in Pakistan per farla finita con la droga e per vedere com'era un paese islamico. Ma non appena gli ufficiali pakistani scoprirono che usava il passaporto di un amico in Gran Bretagna, lo arrestarono e lo passarono agli americani perché lo interrogassero.

I mesi successivi Binyam Mohammed li passò in una serie di prigioni pakistane, picchiato regolarmente con un frustino di cuoio dalle guardie e accusato dagli americani di appartenere ad Al Qaeda in una serie di interrogatori. La cosa andò avanti per mesi, finché non si presentarono alla prigione due agenti dell'intelligence britannica. "Mi hanno dato una tazza di tè con molto zucchero", ha ricordato Mohammed. "Dove stai per andare avrai bisogno di molto zucchero", gli disse uno degli agenti. "Poi", ha raccontato Mohammed, "uno di loro mi ha detto che stavo per essere torturato dagli arabi."

Dopo tre mesi passati sotto la custodia dei pakistani, Mohammed fu condotto dalla polizia pakistana in un aeroporto militare di Islamabad. Ad attenderlo c'era un gruppo di americani tutti vestiti di nero con maschere al viso. Lo denudarono, gli scattarono delle foto, gli infilarono qualcosa nell'ano e lo rivestirono con una tuta da ginnastica, quindi lo bendarono, gli misero delle cuffie alle orecchie, lo incatenarono e lo caricarono su un aereo. Sarebbe finito in Marocco, Afghanistan e a Guantanamo per ordine della CIA.

Mohammed era stato "consegnato", disperso in un reticolo di prigioni segrete, camere di tortura e "siti neri" allestiti allo scoppio della guerra al Terrore.

Non è stato il primo a essere "consegnato" e non sarebbe stato l'ultimo.


***



Sei giorni dopo l'11 settembre del 2001, George W. Bush firmò una dichiarazione confidenziale sulla "sicurezza nazionale" in cui attribuiva alla Central Intelligence Agency, la CIA, poteri straordinari nella gestione di una guerra al Terrore globale. Questo documento tuttora confidenziale era in parte certificato di nascita, in parte piano strategico di quella che sarebbe diventata la guerra al Terrore: una guida a "un nuovo tipo di guerra" che comportava nuove collaborazioni con governi stranieri, nuovi programmi psicologici e nuove attività paramilitari. Il documento autorizzava la creazione di una rete di prigioni, i cosiddetti "siti neri", da una parte all'altra del pianeta e autorizzava la CIA a sequestrare ogni presunto sospetto di affiliazione terroristica. Erano così destinate a sparire le annose lamentele sulle azioni riservate "annientate" dalla legalità. Nuove e segrete guerre stavano per scoppiare da una parte all'altra del mondo. Le vecchie stavano per espandersi. Le rigide regole che prevedevano la soprintendenza del Congresso e dell'esecutivo sulle operazioni segrete erano destinate a diventare un ricordo. La CIA non aveva più bisogno dell'approvazione del presidente su ogni singola operazione segreta. Da quel momento in poi doveva godere di un'autonomia e di un potere senza precedenti.

Per condurre questa guerra al Terrore, la CIA avrebbe collaborato segretamente con alcuni dei più spaventosi regimi del mondo. I servizi segreti di paesi come Egitto, Giordania e Algeria sarebbero entrati a stretto contatto con la CIA, "comprati" grazie a generosi sussidi. La filosofia secondo cui "il nemico del mio nemico è mio amico" era destinata a innescare nuove relazioni con regimi come Libia e Siria. I servizi segreti stranieri diventavano delegati della CIA, moltiplicando così il potere e il raggio d'azione delle forze statunitensi. Al tempo stesso, la cooperazione fra stati doveva far sì che non restassero impronte americane su certi spiacevoli incidenti che erano destinati, inevitabilmente, a verificarsi.

In un talk-show domenicale, pochi giorni dopo che Bush ebbe scarabocchiato il suo nome in calce alla dichiarazione sulla sicurezza nazionale, il vicepresidente Dick Cheney lasciò intendere cosa comportava quella visione del futuro:

Dobbiamo essere pronti anche a lavorare, per così dire, nell'ombra. Dovremo muoverci negli anfratti del mondo dell'intelligence. Gran parte di ciò che dobbiamo fare dev'essere fatto in maniera silenziosa, senza discussioni, usando le fonti e i metodi di cui dispongono i nostri servizi di intelligence, se vogliamo avere la meglio. questo il mondo in cui opera questa gente.

Perciò è essenziale che usiamo ogni mezzo a nostra disposizione per raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissati [...].

Là fuori ci aspetta un mondo crudele, viscido, sporco e pericoloso e noi dobbiamo operare in quell'arena. Sono convinto che possiamo farcela [...].

Le sparizioni cominciarono quasi subito. Gli aerei della CIA sfrecciavano da una parte all'altra del mondo senza quasi lasciare traccia e la CIA non aveva alcuna intenzione di processare i prigionieri. Così questi finivano per "volatilizzarsi" negli aeroplani della CIA, dopodiché di loro si aveva raramente notizia. Il 23 ottobre 2001, Jamil Qasim Saeed Mohammed sparì incatenato dal Pakistan a bordo di un Gulfstream bianco, probabilmente alla volta della Giordania. L'11 novembre, Ibn al-Shaykh al-Libi fu trasportato in aereo dal Pakistan a una camera di tortura in Egitto. All'inizio di dicembre, Abu Faisal e Abdul Aziz sparirono in mani americane dal Pakistan. Il 18 dicembre, Ahmed Agiza e Mohammed Zery sparirono dalla Svezia per essere portati in Egitto e torturati. L'11 gennaio 2002, Muhammad Saad Iqbal Madni sparì a Giacarta, in Indonesia, a bordo di un Gulfstream senza insegne e finì in Egitto. Queste furono alcune delle prime sparizioni sulla scia dei fatti dell'11 settembre. Ce ne sono state senza dubbio molte altre. "Dall'11 settembre, questo genere di spostamenti è molto frequente", ha raccontato un anonimo ufficiale americano al Washington Past. "Ci permette di ottenere informazioni dai terroristi in modi che non sarebbero possibili sul suolo americano."

Il programma extraordinary rendition deve il suo nome al comune procedimento legale della "consegna", o "estradizione", che in ambito giuridico significa "restituzione", "concessione". Tuttavia il termine "consegna speciale" è un eufemismo. Per quanto vagamente simile a normali procedimenti di estradizione, la consegna "speciale" non è contemplata dal diritto internazionale. Peraltro, l'estradizione di una persona verso un paese in cui rischia di essere sottoposta a tortura è una procedura assolutamente illegale, una chiara violazione del'articolo 3 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Per quanto l'FBI e la CIA dispongano di un programma di consegne speciali fin dalla metà degli anni Novanta, il nuovo programma è radicalmente cambiato nella forma e, con l'avvento della guerra al Terrore, è diventato piano d'azione. Di fatto, il programma segreto di "speciale" ormai ha soltanto il nome. Il programma è diventato prassi: non è più l'eccezione alla regola, ma la regola stessa.


***



L'aereo della CIA che trasportava Mohammed atterrò a Rabat, in Marocco, il 22 luglio 2002. Mohammed fu buttato dentro un furgone e gli fu ordinato di sdraiarsi. Il viaggio durò 30-45 minuti. Mohammed sentì gente che parlava arabo. Non appena il furgone arrivò a destinazione, Mohammed fu rinchiuso in cella all'interno di una casa che ha descritto come: "interrata, quasi completamente sottoterra". C'erano sei stanze: tre per i prigionieri, una per le guardie, una per gli interrogatori e una vuota. Da quanto ha potuto vedere c'erano già due prigionieri nelle altre celle.

Nelle settimane seguenti, Mohammed fu interrogato dai marocchini, ma si rifiutò di parlare. Si presentò più volte anche una donna bianca di nome Sarah, che disse di essere canadese e cercò di convincere Mohammed a collaborare. Verso la fine di luglio, Sarah disse a Mohammed: "Se non parli con me, gli americani cominciano con le torture. Ti danno delle scosse elettriche, ti picchiano e ti violentano". Qualche giorno dopo, si presentò di nuovo alla prigione con una serie di fotografie di vari capi di Al Qaeda. "Non conosco questa gente", le disse Mohammed. Uscendo, Sarah disse a Mohammed: "Ti do un'ultima possibilità di ripensarci e decidere di collaborare con gli Stati Uniti".

La notte del 6 agosto, nella cella di Mohammed entrarono tre uomini tutti vestiti di nero con maschere nere in viso. Gli incatenarono le mani dietro la schiena e cominciarono a picchiarlo. "Dopo dieci minuti ero quasi privo di sensi. Mi è sembrato che la cosa andasse avanti per ore. Avevo detto la preghiera del tramonto, ma non so quanto tempo era passato. Dovevo stare in piedi, ma stavo così male che cadevo in ginocchio. Loro mi ritiravano su e ricominciavano a picchiarmi. Mi calciavano alle cosce mentre mi alzavo. Ho vomitato dopo i primi pugni. Però non ho detto niente. Non avevo né la forza né la volontà di dire niente. Volevo solo che finisse tutto."

Una settimana dopo, Mohammed fu trasferito in un'altra prigione e rinchiuso in una stanza bianca con un gancio al muro. Dalla sua cella riusciva a sentire le grida di altri prigionieri torturati. I carcerieri marocchini andavano regolarmente nella cella di Mohammed a picchiarlo e dirgli cosa volevano che dicesse, cosa volevano che confessasse. Una volta i marocchini lo denudarono e iniziarono a tagliuzzargli il petto e il pene con un bisturi. Da allora tornarono una volta al mese a torturare Mohammed con il bisturi. Ogni due settimane invece era la volta degli interrogatori. Arrivavano con elenchi di confessioni precompilate per Mohammed e gli dicevano di ammettere che faceva parte della cerchia di Osama bin Laden, che era un comandante operativo di Al Qaeda e che consigliava a Osama bin Laden gli obiettivi da attaccare. Mohammed rimase nelle carceri marocchine diciotto mesi. Fu regolarmente torturato e confessò varie attività legate ad Al Qaeda.

Il 21 gennaio 2004, i marocchini dissero a Mohammed che lo rispedivano a casa. "Faceva freddo quella sera", ricorda Mohammed. "Mi hanno ammanettato, bendato e caricato su un furgone. Il viaggio è durato mezz'ora, poi mi hanno portato in una stanza, ancora bendato. Era buio." Qualche ora dopo, Mohammed sentì il rumore di un aeroplano, quindi alcuni uomini che parlavano inglese con accento americano. "Ho capito che mi stavano restituendo agli americani", ha detto. "C'erano altri due prigionieri con me." Come avevano fatto in Pakistan, gli americani gli strapparono di dosso i vestiti e la benda che aveva agli occhi e Mohammed si vide di nuovo circondato da americani vestiti di nero con le maschere al viso. "C'era una donna bianca con gli "occhiali", ha ricordato. "Faceva le foto. Uno dei soldati mi teneva il pene e lei scattava delle foto con una macchina digitale. Ci hanno messo un po', forse mezz'ora. Lei è stata tra i pochi americani a mostrare un po' di comprensione. Non era molto alta, meno di un metro e settanta, e aveva gli occhi azzurri. Quando ha visto le ferite che avevo sul corpo, è rimasta senza fiato. Ha detto: 'Oddio, guardate!'. A quel punto tutti i suoi compagni guardavano dove lei indicava e io ho visto lo choc e l'orrore nei suoi occhi." Mohammed però non stava per tornare a casa. Gli americani lo stavano per portare in Afghanistan.

Il Boeing 737 avvistato nel Desert Rock Airstrip in Nevada doveva trasportare un incatenato e bendato Mohammed alla volta di Kabul, in Afghanistan. "Mi hanno caricato su un camion. Indosso avevo solo dei pantaloncini corti e faceva molto freddo. Sembrava che fossimo su una strada di terra battuta", ha detto. Di lì a dieci minuti, Mohammed si ritrovò in una prigione della CIA ormai nota come "Prigione oscura" o "Prigione delle tenebre".

"C'era un corridoio con stanze staccate le une dalle altre. Ci saranno state circa venti stanze. Mi hanno detto che ci tenevano le persone speciali e che io ero 'speciale', per questo mi ci avevano portato. Più tardi sono venuto a sapere che quelle persone speciali erano gente come Abdulsalam Hiera, l'uomo d'affari yemenita di Sana'a, e il dottor Gairat Bahir, ex ambasciatore dell'Afghanistan." Abdulsalam Hiera era stato sequestrato da agenti della CIA al Cairo nel settembre 2002 e tenuto come prigioniero fantasma in Afghanistan.

"Mi hanno sbattuto più volte la testa contro un muro, finché non ho sentito venir giù il sangue, poi mi hanno rinchiuso in una cella. Era la numero sedici o diciassette, la seconda o la terza dalla stanza delle docce. La cella era circa due metri per due metri e mezzo. C'era una grossa porta di metallo, parecchio solida, quindi una seconda porta con le sbarre. Ai due lati della stanza c'erano degli altoparlanti vicino al soffitto. C'era uno spioncino in basso su una delle pareti. C'era una forca ripiegata. In un angolo c'era un secchio che serviva da gabinetto."

Mohammed ha parlato di una prigione così buia che non riusciva nemmeno a vedersi le mani di fronte alla faccia: "Era buio pesto e le luci nelle celle erano quasi sempre spente. Le accendevano solo per qualche ora, il che non faceva che peggiorare le cose quando le spegnevano".

"Mi hanno appeso alla forca. Il secondo giorno mi hanno lasciato dormire qualche ora, poi mi hanno appeso di nuovo, questa volta per due giorni. Le gambe mi si sono gonfiate. I polsi e le mani non li sentivo più. In tutto questo, mi hanno dato da mangiare solo una volta. Dopo un po' mi sentivo come se fossi morto. Non sentivo più di esistere." Mohammed era in fin di vita, ma fu tirato giù dal muro e lasciato al buio. Come gli altri prigionieri rinchiusi nella "Prigione delle tenebre", ha parlato di musica a tutto volume. Nelle parole di Mohammed: "Slim Shady e Dr. Dre per venti giorni".

"La sentivo ininterrottamente, a ripetizione, quella musica. L'ho memorizzata tutta, poi è stata la volta di certe orribili risate lugubri e di grida terrificanti, roba da Halloween. Quel buco nero era una cosa agghiacciante."

"Molti ci hanno perso la testa", ha raccontato Mohammed. "Ho sentito la gente che batteva la testa contro i muri e le porte e gridava a squarciagola."

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Pagina 24

Il 6 settembre 2006, dopo anni di strenue smentite, il presidente Bush ha confermato il presupposto alla base di questo libro: gli Stati Uniti rinchiudono sospetti terroristi in una rete di prigioni segrete e li sottopongono a interrogatori durissimi.

In un celebre discorso alla Casa Bianca, il presidente Bush ha affermato: "Molti dei prigionieri sono uomini di Al Qaeda o guerriglieri talebani che cercano di nascondere la loro vera identità. E dispongono di informazioni che potrebbero salvare la vita di americani".

"In questi casi", ha aggiunto Bush, "è stato necessario trasferire questi soggetti in luoghi dove fosse possibile tenerli in segreto, farli interrogare da esperti e, al momento opportuno, processarli per le loro azioni terroristiche."

Bush è passato quindi a difendere le tecniche utilizzate negli interrogatori per far parlare i prigionieri, definendole "dure" ma "sicure", "legali" e "necessarie". Per un'amministrazione abituata a occultare questo genere di cose, il discorso del presidente è stato una ventata di sincerità. Ma c'è molto altro che Bush non ha detto.

Non ha detto quante persone gli Stati Uniti avevano arrestato all'interno del programma; cosa di preciso era stato fatto ai prigionieri; chi aveva condotto i "duri" interrogatori (americani o agenti dell'intelligente di altre nazioni?). Non ha fatto parola dei paesi in cui i prigionieri erano detenuti. Non ha citato le leggi internazionali che permettevano agli Stati Uniti di arrestare cittadini di altri paesi, rinchiuderli in prigioni sotterranee, tormentarli fisicamente e psicologicamente e tenerli segregati senza capi d'imputazione talvolta per anni.

Dal 2001 però, giornalisti e ricercatori hanno indagato su varie parti del programma di consegne speciali e sono riusciti a dare una risposta a molte di queste domande. Agli inizi di marzo del 2002, il Washington Post ha presentato il primo importante reportage sulla questione e, nel febbraio del 2005, la giornalista Jane Mayer ha pubblicato un lungo e dettagliato resoconto del programma sul New Yorker. Nel marzo del 2005, i programmi televisivi CBS Evening News e 60 Minutes hanno trasmesso reportage sulle renditions della CIA. Anche la stampa internazionale vi ha dedicato molta attenzione e, alla fine del 2006, l'Unione Europea ha pubblicato un rapporto molto dettagliato in cui si dimostra la complicità di parecchi stati europei nel programma di consegne speciali. A ogni nuova inchiesta, nuovi fatti sono divenuti di pubblico dominio.

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I semi del programma di consegne furono gettati negli anni Ottanta e le operazioni ebbero inizio negli anni Novanta. Il programma quindi aveva vissuto una fase di gestazione durante l'amministrazione Reagan ed era venuto alla luce sotto la presidenza Clinton. Con l'inizio della guerra al Terrore, la sua portata esplose dal giorno alla notte, ma il programma era già ben saldo e costituto.

Si tende a dimenticare che la guerra al Terrore non ha avuto inizio con l'amministrazione Bush, ma con Ronald Reagan. Il terrorismo internazionale divenne una prerogativa importante nella politica estera americana dopo una serie di attacchi terroristici condotti contro americani all'estero. Nel 1983, un attentatore suicida si fece saltare in aria contro l'ambasciata americana a Beirut, facendo 63 vittime e ferendone più di cento. Quello stesso anno 241 Marines furono uccisi da un'autobomba, sempre a Beirut. Nel 1984, alcuni terroristi catturarono, torturarono e uccisero il capo della CIA a Beirut, William Buckley. Nel 1985, un gruppo terrorista dirottò la nave Achille Lauro al largo della costa egiziana, uccidendo un passeggero americano; quello stesso anno, un sommozzatore americano fu ucciso durante il dirottamento da parte di Hezbollah del volo TWA 847 da Atene a Roma. Infine alcuni attacchi dinamitardi negli aeroporti di Roma e Vienna fecero molte vittime americane.

Di fronte a questa ondata di attacchi terroristici antiamericani, nel 1986 il Congresso concesse all'FBI il potere di investigare su attacchi contro gli americani avvenuti al di fuori degli Stati Uniti. Tre anni dopo, all'FBI fu concesso il potere di estradare gente di altre nazionalità senza il consenso dei paesi in questione. Ma già nel 1981, il presidente Reagan aveva firmato l'Ordine esecutivo 12333, che garantiva alla CIA il potere di "fornire attrezzature speciali, conoscenze o assistenza tecnica, o personale esperto al servizio di ogni dipartimento o agenzia". Garantiva anche alla CIA, che per legge non poteva eseguire arresti, di "fornire qualsiasi altra assistenza e cooperazione alle forze dell'ordine non precluse dalle leggi correnti". Contestualmente, una task force diretta dal vicepresidente (ed ex-capo della CIA) George H. W. Bush consigliò di istituire all'interno della CIA il Counterterrorist Center (CTC), in cui rappresentanti di varie agenzie governative potessero consolidare e unire gli sforzi anti-terrorismo. Il Centro antiterrorista avrebbe fatto da ponte tra la Direzione delle operazioni (la branca dell'agenzia preposta alle azioni clandestine) e la Direzione dell'intelligence (la branca analitica dell'agenzia). Il CTC avrebbe redatto analisi e rapporti, ma doveva concentrarsi soprattutto sulle operazioni.

Prima della guerra al Terrore della seconda amministrazione Bush, la consegna di più alto profilo si era avuta l'8 febbraio 1995, quando gli agenti della Joint Terrorism Task Force dell'FBI presero in custodia dalle autorità pakistane Ramzi Yousef, che il Dipartimento di Stato descrisse come "l'uomo più ricercato al mondo", per il ruolo che aveva svolto nell'attacco dinamitardo al World Trade Center nel 1993.

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Nel 1995 la presidenza Clinton riaffermò e rafforzò il nascente programma di consegne. Il terrorismo era tornato a imporsi sulle coscienze nazionali. Dopo il suo arresto, Ramzi Yousef fece proclami grandiosi su tutti i piani che aveva architettato. Le sue minacce riempirono le pagine dei giornali e quando, nell'aprile del 1995, fu bombardato il Federal Building di Oklahoma City, molti commentatori puntarono il dito, a torto, contro i terroristi islamici. Poi fu la volta dell'attentato con il gas nervino alla metropolitana di Tokyo, compiuto dalla setta giapponese Aum Shinrikyo. Questi incidenti spinsero l'amministrazione Clinton a rivedere la propria politica in materia di terrorismo con la Direttiva presidenziale 39: "Quando i terroristi ricercati per violazioni del diritto statunitense si trovano oltreoceano, il loro ritorno per essere processati deve essere una questione della massima priorità. [...] Il ritorno forzato dei sospetti può avvenire senza la cooperazione del governo ospitante". In altre parole, il programma di consegne era riconfermato e gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione d'interromperlo.

Ma il programma di consegne era ancora guidato da un approccio "legalista" al terrorismo internazionale: preparare una consegna voleva dire ottenere un capo d'accusa contro un sospetto, cercare la cooperazione dello stato ospitante in cui si riteneva che questi si nascondesse e procedere a un sequestro clandestino solo nel caso in cui i governi si fossero rifiutati di cooperare. Ma proprio mentre l'FBI assumeva la guida di queste "consegne alla giustizia", come hanno finito per essere definite, la CIA da parte sua avviava un altro programma di consegne, le "consegne speciali".

C'era, all'interno della CIA, la convinzione profonda che le proprie procedure operative fossero fondamentalmente incompatibili con i dettami dei processi statunitensi. Michael Scheuer, capo dell'unità della CIA preposta alla cattura di bin Laden, così descrive la loro frustrazione: "Sapevamo dov'era questa gente, ma non potevamo catturarli perché non avevamo dove portarli". La risposta dell'amministrazione Clinton a questa impasse fu di autorizzare la CIA a trasportare i prigionieri verso paesi terzi, di solito l'Egitto. In pratica, questo voleva dire "sparizioni" e, inevitabilmente, torture. L'Egitto rappresentava una soluzione ovvia al dilemma della CIA. Con l'eccezione di un breve periodo all'inizio degli anni Ottanta, dal 1967 il paese era governato da "leggi d'emergenza": leggi che consolidavano il potere del presidente e che autorizzavano le autorità egiziane a detenere i sospetti per lunghi periodi senza processo, portare i cittadini di fronte a "tribunali di emergenza per la Sicurezza statale", censurare i media nel nome della sicurezza nazionale e proibire attività politiche non autorizzate. Le prigioni egiziane sono note per la pratica della tortura.

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