Copertina
Autore Amineh Pakravan
Titolo Il libraio di Amsterdam
EdizioneMarsilio, Venezia, 2005, Racconti e romanzi , pag. 296, cop.ril.sov., dim. 140x220x27 mm , Isbn 978-88-317-8698-0
LettoreAngela Razzini, 2005
Classe narrativa italiana , narrativa iraniana , storia moderna , libri , religione
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Pagina 71

Uscirono di casa che albeggiava, la città si svegliava appena, nell'afa che già appesantiva l'aria. Il tanfo per le strade saliva fino al cielo, e Simon cercava dove posare i piedi per evitare le lordure che la gente aveva buttato giù dalle finestre. Perse uno zoccolo e poi l'altro. Suo padre lo mandava avanti a spintoni, imprecando a denti stretti. Percorsero un breve tratto, in mezzo a una folla che andava ingrossando. Non era la folla abituale dei giorni di festa o di lavoro, e si muoveva in una sola direzione, quella stessa di Simon e suo padre. Il ragazzo era preso da vertigini per la fame e l'odore ferino dei corpi che lo pigiavano da ogni parte, ma più ancora per lo strano umore, sguaiato e insieme cupo, che correva come un brivido tra la gente. Non osava chiedere dove andavano, e per paura del genitore e perché era meglio non sapere. Da quando Mathieu aveva messo in fuga i suoi amici, il cuore gli pesava in petto come un macigno, e più ancora oggi, quasi in modo insopportabile.

Svoltarono in rue des Carmes che conosceva bene e, d'un tratto, capì dov'erano diretti. L'unico posto del quartiere che lo spaventava: place Maubert. Questa, da tempo, non era più l'aula a cielo aperto degli studenti parigini, ma il luogo dove avvenivano i castighi, sempre più frequenti, dei malpensanti della fede. Simon, nelle sue scorrerie, l'aveva sempre evitata dopo la prima volta, e sentiva di nuovo, nell'avvicinarsi a quel posto maledetto, lo stomaco rivoltarsi dentro. Cacciò indietro le lacrime, suo padre non le sopportava.

La piazza era gremita, ma Mathieu non si diede per vinto. A furia di gomitate, trascinando il figliolo, raggiunse la prima fila, proprio di fronte al patibolo, che si trovava a un angolo della piazza, un po' di sghimbescio per non intralciare lo svolgimento del mercato che in altri giorni vi si allargava dalla vicina rue des Carmes, e anche per consentire i grandi assembramenti in occasione di supplizi importanti come questo. Davanti a loro si ergeva la piattaforma con la legna accatastata e il palo piantato in mezzo che svettava, altissimo; di lato la forca e la ruota, vuote tutte e due quella mattina, ed era un'eccezione. Non c'era altro da vedere. La massa scura della folla cancellava le facciate delle case e delle botteghe e ogni cosa che somigliasse alla vita di tutti i giorni. Simon spalancava gli occhi e non capiva perché non voleva capire. Rivolse lo sguardo al cielo di un azzurro sbiadito, distante, dove gli uccelli, stridendo nell'attesa, descrivevano grandi cerchi.

Aspettarono a lungo. Il sole apparve sopra i tetti e il caldo si fece soffocante. Il ragazzo si abbandonò al dormiveglia, cullato dal brusio, dimenticando la fame e la nausea. Tutti quei corpi attorno lo tenevano in piedi in un abbraccio malevolo. Simon non aveva mai sentito tanta violenza sulla pelle e quasi soffocava per la paura. Vicino, una voce canticchiava un ritornello beffardo: Morte è rete che tutto piglia, morte è mano che tutto afferra, tutto trattiene quando stringe...

Poi la gente si mosse bruscamente, percorsa da un sospiro. Mathieu prese la sua spalla in una morsa di ferro. Simon non vide nulla, finché vide, d'un tratto chiaramente, Dolet, che saliva i gradini della forca, vestito di un paio di brache comuni e di una camiciola bianca, aperta al collo. Si svegliò del tutto e lo riconobbe, quel viso solcato da profonde rughe, che sembrava nascere dal sogno... Fu solo un'impressione se, per un attimo, lo sguardo triste e calmo del poeta sembrò incontrare il suo. Simon si ritrasse e fu un ritrarsi tutto in fondo a un guscio, o a una tana, in un grido non formato che uscì appena dalle sue labbra, un lamento. Abbassò la testa, strinse le palpebre, provò disperatamente a diventare cieco e sordo, ma continuava a udire il sussurro della folla che forse pregava o sogghignava, a sentire intorno a sé il suo ondeggiare inquieto. Così non vide, intuì soltanto, la morte del poeta maledetto sulla forca dove morì una prima volta.

«Guarda!» gli intimò suo padre.

Quando aprì gli occhi, già ardeva il rogo, crepitava violento dov'erano ammucchiati gli scritti proibiti del poeta. Una voce potente si era alzata: Signore non punirmi nel tuo sdegno, non castigarmi nel tuo furore, pietà di me Signore, vengo meno... A cantare il salmo non era il domenicano dal nero abito che mormorava le solite preghiere, dondolando la testa, impassibile. Adesso guardava, Simon, il volto acceso dal calore delle fiamme, gli occhi accesi dal terrore, e non riusciva a credere che fosse davvero lui, lassù, la figura rimpicciolita e misera lambita dal fuoco, che sembrava danzare appesa al palo.

Nella sua mente sfilavano altre immagini, una corsa sull'erba, un'estate lontana; risuonavano nei suoi orecchi le parole gioiose e selvagge che Dolet gettava al vento. Me lo sai dire chi era più illustre e più potente di Temistocle in Grecia? Ridendo, trascinava Simon verso le acque scintillanti del fiume, vi si gettava urlando insieme a lui e quando il bambino annaspava, il poeta maledetto lo raggiungeva in poche bracciate, lo afferrava e lo portava a riva, adagiandolo sul prato con la premura di un padre. Si sedeva accanto a lui e riprendeva la strana lezione di latino, recitando interi brani di Cicerone senza una parola di spiegazione. Taceva dopo un po', sopra pensiero mormorava bestia di un Catilina, fuorilegge pure tu. Simon non capiva i suoi discorsi, ma godeva in quel pomeriggi di una felicità stregata e senza ombra.

«Dopo la morte, niente. Ah! Etienne, non dicevi così?» Rivolgendosi al figlio, Mathieu ebbe un grido di trionfo: «Guardalo bene, Simon, e ricorda! Così muore un uomo consumato dall'orgoglio. Un ateo recidivo, un sadduceo...».

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Pagina 126

18.
Parigi 1564



Jean de Tournes, anni prima a Francoforte, gli aveva chiesto del suo futuro. In verità, Guillaume non aveva fatto altro che cercare quello di suo padre a ritroso nel tempo e non aveva più avuto tregua. Il racconto di Mathieu nei bui pomeriggi invernali della sua adolescenza ad Anversa gli era tornato in mente nitido come una vendetta e, a poco a poco, aveva potuto riscrivere la pagina bianca, colmare la lacuna nella vita di Simon Pradel, dopo che costui ebbe lasciato Lione.

Simon era tornato a Parigi, trovandovi il padre prostrato dalla malattia, i polmoni bruciati dai fumi del suo mestiere di fonditore e l'anima ancora più bruciata dall'amarezza. Il vecchio Mathieu vegetava nella stamberga del vicolo Chartière, di lavoro aveva quel poco procuratogli da Claude Garamond in memoria dei vecchi tempi e forse per compassione. Ma poi Garamond era morto e nel suo testamento gli aveva lasciato una giubba e basta, niente soldi. I tempi si erano fatti ancora più bui. La gloria che aveva sognato da giovane e che avrebbe potuto raggiungere se fosse rimasto da Gryphe era ormai un'illusione. Nella sua officina, Mathieu lavorava da solo e rimuginava senza sosta.

Fu lì che lo trovò Simon al suo arrivo, mentre alimentava le fiamme della grossa stufa di ghisa per scaldare il crogiolo. Nel buio della stanza, il suo volto già sfigurato dalla vecchiaia si accendeva a ogni vampata, maschera di demone smarrito nei gironi dell'inferno. Era totalmente assorto, nei suoi pensieri o nel lavoro, e non sentì la porta d'ingresso aprirsi e richiudersi. Quando si raddrizzò e lo vide, ebbe un sussulto.

«Dio ti maledica, mi hai fatto paura!» disse, con quell'aspro tono di rimprovero che Simon ricordava così bene.

«Sono tornato, padre.»

«Lo vedo, e che sei tornato a fare?»

«C'era la peste a Lione.»

«Pensi di stare meglio qui? La peste c'è anche qui dato che ci sono gli uomini. Sta nel loro cuore e nella loro mente. Se dovessero mettere loro le campanelle ai piedi come ai lebbrosi, il mondo sarebbe tutto un tintinnio.»

Mathieu si girò verso il fuoco e diede qualche altra soffiata con il mantice, poi lo buttò via con rabbia.

«Qui manca tutto, le candele, la legna da bruciare, il lavoro. Se ti aspetti di essere mantenuto, ti sbagli. E poi non voglio in casa uno come te.»

«Cosa intendete?»

«Tu non sei scappato dalla peste. Sei ricercato, e non credere che le cose non si sappiano qui. Le notizie volano come saette. Verranno a prenderti, e quando verranno, tu non ci sarai. Io non ti voglio in casa mia, non voglio nascondere un fuggiasco.»

«Sono vostro figlio.»

«Adesso te lo ricordi? Proprio adesso che tutto il Paese va in rovina per colpa vostra? Io non ti conosco.»

Simon lasciò scappare una risata: un padre e un figlio, cattolico l'uno, ugonotto l'altro, due scorticati vivi che ancora avevano voglia di scorticarsi! Cosa poteva rispondere a Mathieu tranne che si somigliavano più di quanto volessero entrambi: lo stesso cieco attaccamento alle proprie idee, la stessa caparbietà nel distruggere le migliori occasioni della vita, e poi la smania rabbiosa, impotente. Solo quella era rimasta a tutti e due. I loro fallimenti correvano su strade parallele, ma il vecchio era sempre stato più lucido e gli eventi gli davano ragione, lo risarcivano delle tante delusioni, almeno quello. Risalendo da Lione, Simon aveva visto campi abbandonati, case incendiate, chiese diroccate, i primi segni della guerra fratricida che stava dilagando. Dicevano che vi era una tregua in corso, ben sapendo che sarebbe presto finita. Non lasciare che il sole tramonti sulla tua ira! Quante volte, la testa fra le mani in un intenso raccoglimento, Simon si era ripetuto questo invito dell'Apostolo. Troppa ira nel cuore di tutti e nel suo, e il sole tramontava ogni giorno senza che si placasse. Simon leggeva la Bibbia che gli aveva dato Jean Deux, in preda alla terribile certezza di avere, nella sua cieca fede, alimentato l'odio.

Il vecchio Mathieu ebbe un violento singulto di tosse e sputò in terra il muco che gli era risalito in bocca dai polmoni.

«Sì, tossisco» disse con acrimonia, «ma non sono ancora morto.»

«Non voglio niente da voi, padre.»

«E io non ho niente da darti. Te ne devi andare. Non ti voglio qui.»

«Mi tradireste?»

«Sì, eccome! Siamo a questo punto, hai capito? Ed è tutta colpa vostra.»

«Dove volete che vada?»

«Dai tuoi amici, no? Qualcuno trovi di sicuro. Siete dappertutto ormai, in Parlamento, nei consigli, nei mestieri. A ogni angolo di strada, non si sente altro che le vostre maledette salmodie...»

Mathieu si quietò un attimo per guardarlo. Lo guardò con curiosità, quasi volesse capire che uomo era diventato suo figlio. E fu come vedere se stesso allo specchio, magro, curvo, il viso scavato, gli occhi stralunati.

Il vecchio ricominciò a parlare, ghignando: «Dicono che spargevi l'eresia nelle campagne, tra i contadini. Dicono anche di averti visto buttare l'ostia in terra e ungere le tue scarpe con l'olio santo.»

Simon non rispose, facendolo infuriare ancora di più.

«... e portare via sacchi d'oro dalle chiese.»

«Non ho mai toccato l'oro.»

«... trafiggere donne e bambini con la tua spada, insieme ai soldati nemici» urlò Mathieu.

«No» disse Simon, «non ho mai ucciso donne e bambini, solo uomini che combattevano come me, contro di me.»

«Come osi chiedere il mio aiuto? Io ti denuncio. Credi che mi importi qualcosa? Se finisci sulla forca, non sarò io a piangerti. Non ti riconosco come figlio.»

Simon capì troppo tardi che lo stava provocando per farlo reagire, per avere una buona ragione di cacciarlo. Reagì, infatti, com'era solito. Lo afferrò al collo.

«Non capite dunque» sussurrò, «se non c'è pace tra voi e me che siamo padre e figlio, non ci sarà pace per nessuno.»

«Lasciami. Non ci sarà mai pace tra me e te» disse Mathieu. «Non ci sarà pace finché non vincerà qualcuno. E saremo noi a vincere, perché Dio vi ha abbandonati.»

Nel buio della piccola officina, quasi non si vedevano. Simon mollò la presa e si avviò verso la porta, disgustato con se stesso per aver lasciato una volta di più le sue azioni sconfiggere la mansuetudine che aveva nel cuore.

«No, non vi ha abbandonato» infierì Mathieu alle sue spalle «Vi siete illusi. Non è mai stato con voi. E ora non vi darà scampo.»

Il vecchio tossì di nuovo. Era solo un mucchietto di ossa e di odio che si contorceva al suolo. Simon ne ebbe compassione.

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Pagina 176

24.
Leida 1583



Un pomeriggio di tardo autunno, Guillaume era apparso nella bottega sul Rapenburg, infreddolito, i ciuffi biondi ritti sul capo, le scarpe imbrattate di fango. La strada da Anversa, l'aveva percorsa tutta a piedi. Essendo il più giovane, non aveva diritto a un posto nei carri e tanto meno a un cavallo. Nessuno faceva caso a lui, se non per dargli uno scappellotto con mano distratta o mettergli il cibo davanti. Poteva ascoltare a suo agio i discorsi dei suoi compagni, per lo più fattori di case commerciali di Anversa che andavano a Lubecca, ad Amburgo e in altre città tedesche. Commentavano con preoccupazione la brutta piega degli eventi.

Fino a Dordrecht, il percorso si prevedeva irto di ostacoli, e anche oltre non era da ritenersi sicuro. Tutte quelle terre tra Anversa e Leida erano state devastate da un decennio di guerre ma non era finita. La presa di Breda, l'anno prima, aveva tagliato il nord rivoltoso dal resto dei Paesi Bassi. Di lì passava l'invisibile confine dell'odio. A est, era ancora peggio. 's-Hertogenbosch era in mano spagnola già da tempo, e sui confini orientali, Farnese, oltre ai temibili tercios, riuniva sceltissime truppe italiane e tedesche e le faceva avanzare verso la Gheldria. Il piccolo gruppo di viaggiatori si dirigeva proprio in quella direzione e, con l'aumentare della tensione, le lunghe chiacchiere dell'inizio si spegnevano in un silenzio carico d'inquietudine.

La nebbia ghiacciata si dilungava sui grandi fiumi che tratteggiavano la pianura, proteggendo Guillaume e i suoi compagni e tuttavia rallentando il loro cammino. Erano circondati da una solitudine ovattata, neanche i passi dei cavalli facevano rumore sul terreno molle. Si vedeva poca gente in giro: contadini che portavano i loro prodotti a un vicino mercato, donne con gerle d'erba per le loro bestie domestiche, qualcuno in piedi su una barca che raccoglieva torba dagli stagni con un lungo bastone. Figure fantomatiche e stranite. Temevano l'arrivo dell'odiato inverno, e ancora di più la guerra che avrebbe costretto molti villaggi a ospitare guarnigioni di una parte o dell'altra, dissipando in poco tempo tutte le provviste. Le porte restavano chiuse ai forestieri, e a mano a mano che essi procedevano verso nord, diventava sempre più difficile fare tappa.

Guillaume, in silenzio, gettava lo sguardo qua e là, nel timore o forse nella speranza di vedere spuntare quegli strani e minacciosi elmi che sfoggiavano gli spagnoli e quando restava indietro, affrettava il passo, stringendo a sé la sacca in fondo alla quale giaceva l'astuccio di cuoio con le lettere di Plantin. Non incontrarono soldati, né videro altri segni dell'offensiva spagnola e il breve viaggio per lui si concluse senza intralci. A Leida, fu lasciato solo. Per sua fortuna, la strada da cui era entrato in città sfociava proprio sul Rapenburg. Svoltando a destra lungo il grazioso canale, cercò con gli occhi la massiccia chiesa di San Pietro che Plantin gli aveva dato come riferimento. Di fronte stava il convento dove aveva sede l'Università: un grosso edificio di mattoni che somigliava a un fienile e, a due passi, la bottega che teneva allora Louis Elzevier, il suo nuovo padrone. Qualche anno più tardi, dopo un brutto fallimento, costui sarebbe stato autorizzato a stabilirsi in un annesso dell'Università, proprio a lato del cancello, a conferma della sua carica di fornitore privilegiato. Per adesso stava in una palazzina piuttosto angusta, più casa che bottega, con un unico ingresso a comandare le stanze di abitazione e quelle di lavoro.

Guillaume trovò Elzevier in una saletta sul retro, intento a svuotare il contenuto di un barile. Ne tirava fuori le balle che disfaceva per liberare i quaderni, ponendoli su un tavolo vicino, in piccole cataste che componevano ogni singolo libro da rilegare. Borbottava tra sé e sé: «Ah, alla fine me l'hai mandato il Marziale, e perché solo due copie? arrivato anche il Virgilio, meno male. Questo è macchiato, perdiana...» Senza cambiare tono e senza alzare gli occhi, d'un tratto chiese con tono secco: «E tu cosa vuoi?»

Allungò una mano quando Guillaume gli porse le lettere di Plantin e fece saltare i sigilli di quella indirizzata a lui, leggendone il contenuto con grande attenzione. Poi, senza alludervi in alcun modo, disse: «E così ti ha mandato qui a fare l'apprendista?»

Il galoppino più che altro, e Guillaume se ne accorse subito. Elzevier era un uomo giovane. Non stampava ancora per conto proprio. Da Plantin aveva appreso il mestiere di rilegatore e faceva su richiesta dei clienti più ricchi rilegature di pregio, con moresche impresse su vitello finissimo e dipinte di colori vivaci. Più di ogni altra cosa amava fare il libraio e non era certo un brutto mestiere in quel luogo. In poco tempo aveva intessuto rapporti stretti con l'Università. Comprava libri da ogni parte d'Europa per rivenderli e forse già allora, scaltro com'era, faceva fare da qualche tipografo ristampe a buon mercato di edizioni straniere, soprattutto di autori classici molto richiesti dai filologi. I suoi affari conoscevano continui alti e bassi ma non se ne curava più di tanto. Trepidava di più per una spedizione in ritardo che per la cassa vuota. Se i soldi mancavano, per un po' sparivano gli arrosti dalla sua mensa per lasciare il posto alla poltiglia di cereali e cavolo nero, e i caminetti si spegnevano tutti, tranne quello della sala grande. Per un po' si soffriva, ma niente si fermava.

Guillaume, in mezzo a tanta attività, aveva ben poco da fare: consegnare pacchi con il carretto, spazzare i trucioli di legno e di cuoio che cadevano dal banco di rilegatura, e riporre in ordine gli attrezzi dopo la giornata di lavoro. In compenso, la bottega era piena di libri e nelle ore perse, seduto su una delle tante cataste di volumi che coprivano il pavimento in attesa di essere riposti sugli scaffali, leggeva. Sempre e soltanto alla luce del giorno e guai se avesse acceso una candela o un lumicino per farlo: non gli era concesso neanche per andare a letto. Poco importava se il sottoscala dove dormiva era buio come l'antro del diavolo, pieno di vecchi arnesi e di sorci così grossi che il gatto di casa non osava avvicinarsi.

«Il mio amico Plantin mi ha fatto un bel regalo davvero» diceva Louis Elzevier, scuotendo la testa, quando si accorse che al ragazzo, più che fare il garzone, piaceva la geometria di Euclide. «Come farai a imparare un mestiere con i grilli che hai per la testa?»

I suoi grilli per la testa avevano già nomi ben precisi: Frisius che insegnava l'aritmetica e l'uso degli strumenti che Guillaume aveva scoperto nella Cosmografia; Kobel che insegnava a misurare altezza, superficie, piano, larghezza, fossero di torri o di campanili o di alberi o di campi; Tartaglia, l'italiano che insegnava a ridurre a numeri le figure e a eseguire le proposizioni di Euclide con il compasso e la riga. Tutto questo sapere valeva in teoria.

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31.
Arcetri autunno 1636



Galilei era prigioniero della dolce campagna fiorentina. L'unico posto dove poteva recarsi era il convento in cui viveva ancora una delle due figlie, lì, a due passi, oltre il vigneto che si stendeva sotto casa. Ma egli scriveva ad amici in tutta Europa e riceveva qualche visita, pur con tutte le cautele del caso. L'inquisitore ogni tanto allentava la sorveglianza, forse perché Galilei godeva ancora dell'amicizia del granduca ed era comunque troppo vecchio e malconcio per fuggire.

Non ci pensava proprio, aveva ancora troppe cose da sistemare in Italia: smentire le calunnie, convincere il papa della propria buona fede, sì, soprattutto convincere il papa il quale, un tempo, lo onorava della sua amicizia ma poi si era lasciato sobillare dai gesuiti. Gli avevano sussurrato nell'orecchio che il più sempliciotto dei tre disputanti nel Dialogo sopra i Massimi Sistemi fosse proprio lui e papa Barberini non era disposto a perdonare un tale affronto. Intanto, più che la sua persona, Galileo cercava di liberare le proprie opere dall'Indice delle opere proibite. La Chiesa non avrebbe mai consentito la loro stampa in Italia. L'ultima sua fatica, il Trattato delle Nuove Scienze, correva il grave pericolo di essere sepolta per sempre, come diceva lui.

Ora, seduto con i suoi ospiti, nel piccolo loggiato al primo piano della villa, il liuto appoggiato ai piedi e il perspicillum a portata di mano, forse era più sereno. Abraham Elzevier era in possesso del manoscritto e ciò lo rassicurava: era solo questione di tempo vederlo venire alla luce. Cercava di mettere a fuoco i volti dei suoi interlocutori, ascoltandone il latino un po' stentato, e poi il suo sguardo quasi buio si perdeva lungo il pendio dove le vigne cominciavano ad appassire e gli olivi muovevano le chiome d'argento nella brezza. Sembrava felice di poter parlare apertamente e mostrava amicizia verso i due stranieri venuti dall'Olanda, paese da tutti ritenuto libero e civilissimo. Offrì loro le pesche settembrine del suo podere e il vino dal colore rubino che curava con le proprie mani.

«Il vostro amico Descartes la pensa come me, non è vero?» domandò ad Abraham Elzevier.

«Anche lui crede al movimento della terra» confermò Abraham. «Anzi, ci crede così tanto che se dovesse negarlo, sarebbe costretto a negare ogni altra parte della sua filosofia. E lo farà, se una sola sua opinione verrà giudicata contraria alla fede.»

«In segno di obbedienza?» chiese ora Galileo, con crescente agitazione.

«Solo se il divieto su Copernico diventerà articolo di fede. Per ora aspetta. Non ha fatto stampare l'ultima sua opera. Forse ci rinuncerà del tutto ed è un peccato. Essa raccoglie la somma di tutti i suoi studi.»

Il vecchio astronomo non disse nulla. Raccolse il liuto ai suoi piedi e ne toccò distrattamente le corde, poche note che vibrarono nell'assolato pomeriggio toscano. Guillaume osservò in silenzio la sua figura china sullo strumento e si domandò cosa stesse pensando. Descartes era amante del quieto vivere, ma quest'uomo pareva mosso da tutt'altro sentimento. Non coraggio, e questo era risaputo dopo i brutti fatti di Roma, piuttosto un'ostinazione che gli vietava di arrendersi, avendo egli il pieno convincimento di essere dalla parte della ragione.

«Articolo di fede» disse, e poi secco, con voce più forte, «e come potrebbe diventare articolo di fede un tale divieto? Quella di Copernico non è una dottrina opinabile che può scomparire per un semplice divieto. Non si possono mutare le conclusioni dimostrative circa le cose della natura e del cielo. Il Copernicano ha scelto di tacere, come taccio io, ben sapendo che sopra queste cose, fondate su sensate esperienze e accurate osservazioni, non si può mutare opinione secondo voglia, e tanto meno su comando altrui. E questo lo sanno anche loro.»

Guillaume ascoltava assorto la voce fremente del toscano e ammirava la forza che egli dimostrava ancora, malgrado l'età e le traversie subite. Non difendeva i fantasmi della propria mente, ma la sua stessa anima.

«Quel gesuita che mi tormenta da vent'anni e mi ha messo contro il papa, quello Scheiner tedesco che pretende di aver visto le macchie solari prima di me, lui stesso dà nei suoi scritti mille prove che tolgono al sole il suo moto.» Galilei ebbe una risata sarcastica. «Mi vogliono eretico, ma loro, i miei nemici, sanno bene dove sta la ragione e se mi attaccano, dietro la maschera menzognera della religione, è per tutt'altro motivo. Non difendono la fede, difendono i loro interessi particolari. Non difendono le Sacre Scritture, le quali sono da me riverite e tenute di suprema autorità. Se ne servono per qualche loro beneficio, con intento diverso da quello di Santa Romana Chiesa. I libri sacri si curano dell'acquisto dell'eterna beatitudine, non delle cose di natura che al volgo sono manifeste nella loro semplice apparenza e così devono restare. Così devono restare nell'intenzione dei santi Padri e della Chiesa perché il volgo, discutendo di quelle, nella sua inettitudine non discuta anche i principi di fede.

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