Autore Francesco Parisi
Titolo La tecnologia che siamo
EdizioneCodice, Torino, 2019 , pag. 228, cop.fle., dim. 14x21x1,8 cm , Isbn 978-88-7578-845-2
LettoreGiorgia Pezzali, 2020
Classe scienze cognitive , scienze tecniche , filosofia , evoluzione , media , ecologia , mente-corpo , natura-cultura , fotografia












 

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Indice


 IX Introduzione


  3 Capitolo 1 - La tecnologia che siamo

 23 Capitolo 2 - Corpi, ambienti, cose

 67 Capitolo 3 - Una proposta cognitiva e biologica

109 Capitolo 4 - Immagini per la testa

125 Capitolo 5 - Ambienti della visione

149 Capitolo 6 - Mondi possibili

169 Capitolo 7 - Il fungo e la scintilla


189 Ringraziamenti

193 Bibliografia

 

 

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Pagina IX

Introduzione


Il libro che avete tra le mani racconta un percorso di ricerca iniziato qualche anno fa e che si ripropone di rispondere a una sola domanda: come si articola il nostro rapporto con le tecnologie? Il quesito è motivato non solo dal crescente e ingombrante ruolo dei media contemporanei nelle nostre vite, ma dalla constatazione che ciò avvenga sin da quando l' Homo sapiens ha cominciato a espandere il suo dominio sulla Terra. Il problema delle tecnologie, insomma, non è recente e prerogativa esclusiva del mondo globalizzato, ma riguarda la nostra specie fin dalle origini.

Emerge con chiarezza che la consueta contrapposizione presente nel senso comune, per la quale da un lato ci sono i corpi e dall'altro le cose, non solo è inadeguata per la comprensione degli effetti delle tecnologie, ma rischia di nascondere i più profondi e radicali meccanismi che sovrintendono l'interazione tecnologica: noi siamo corpi intimamente e indissolubilmente ibridati con le cose che ci circondano. La versione più celebre di questa intuizione è probabilmente quella di Marshall McLuhan , per il quale i media sono estensioni dell'uomo che rimpiazzano una funzione precedentemente svolta dall'organismo. Lungo un asse concettuale che connette altri autori appartenenti a diverse aree del sapere, qui si esplora questo principio.

Il libro ha pertanto due obiettivi. Il primo è mostrare quanto l'intreccio che lega corpi, cose e mondo sia talmente fitto da costringerci a spostare il baricentro analitico dall'umano al non-umano: paradossalmente, per capire fino in fondo come funzioniamo dobbiamo indirizzare il nostro sguardo a ciò che ci circonda, come l'ambiente e le tecnologie. Il raggiungimento di questo obiettivo è legato a doppio filo al tipo di ricerca condotta, che privilegia un approccio altamente interdisciplinare. Attraverso una comparazione che coinvolge la mediologia, le scienze cognitive, l'archeologia cognitiva, l'estetica, la filosofia della tecnica e la biologia, mostrerò quanto l'attenzione al problema della relazione corpi-mondo-cose sia condivisa e permetta di annullare la distanza disciplinare. Questo è l'intento che ha animato dapprincipio la stesura del libro. Il secondo obiettivo, più ambizioso, è quello di fornire una personale interpretazione dei processi di relazione tra umano e non-umano a partire dalle contemporanee linee di ricerca delle scienze cognitive.

[...]

Infine, una considerazione che reputo molto importante. Il titolo del libro potrebbe suggerire un atteggiamento entusiasta nei confronti della tecnologia: ebbene, non è così. Ma non è neanche un testo contro di essa, perché in un certo senso questo lavoro precede la questione dell'essere a favore o meno della tecnologia. Il punto è che l'indagine che propongo non si pone come un'analisi etica del rapporto tra esseri umani e artefatti tecnologici, ma come un'esplorazione estetica. In altre parole, il libro non mira a fornire una ricetta su cosa sia giusto o sbagliato quando si usa un aggeggio, ma tenta di mostrare i principi di funzionamento generali dei processi di mediazione e gli effetti che producono sui nostri corpi e la nostra cognizione quando vengono indagati attraverso specifici studi di caso.

Due sono le ragioni che mi hanno indotto a fare questa scelta. La prima è che l'adozione di una prospettiva interdisciplinare ha implicato una mole di ricerca che, se accompagnata anche da una riflessione etica, avrebbe sovraccaricato a dismisura il progetto. Infatti, sebbene nel libro si faccia ricorso a vari approcci, in tutti i casi si tratta di metodologie e ricerche che non contemplano il piano etico. La seconda ragione è ancora più importante. Credo di averla ereditata dall'ecologia dei media e mi piace pensare che funga da antidoto al seguente problema: nell'investigare i processi di mediazione si corre il rischio di non osservare le cose per come sono, ma di descriverle per come si ritiene giusto che debbano essere. In altre parole, siccome l'accelerazione mediale contemporanea pone questioni cruciali e non concede il tempo di elaborarne bene le implicazioni, si può cadere nella tentazione di fornire modelli che guidino il comportamento senza aver necessariamente compreso il funzionamento di uno specifico medium e gli effetti percettivi, cognitivi, emotivi - quindi, estetici - che produce. In casi come questi il bias, o pregiudizio, è l'insidia più pericolosa. Osservare invece le interazioni, senza chiedersi preliminarmente se diano luogo a fenomeni giusti o sbagliati, è condizione essenziale per procedere poi verso una riflessione etica certamente imprescindibile, soprattutto se sarete persuasi come me dall'idea che la tecnologia siamo noi.

Messina, luglio 2019

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Pagina 3

Capitolo 1

La tecnologia che siamo




Tecnica, tecnologia, mediazione e altre etichette


Nel terzo episodio della prima stagione della serie britannica distopica Black Mirror ideata da Charlie Brooker, il protagonista - così come tutti i membri della società in cui vive - è dotato di un dispositivo che gli consente di rivedere, grazie all'innesto biomeccanico che connette occhio e cervello, episodi di vita vissuta nella prospettiva in prima persona. Grazie all'interiorizzazione di una tecnologia, Liam estende le proprie capacità percettive e cognitive. Nella celebre scena del film diretto da Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio, vediamo un monolito alieno ergersi tra una comunità di primati che, in un primo momento, si allarmano muovendosi compulsivamente attorno a esso, oscillando tra paura e curiosità. Poi lo annusano e lo tastano, sperando di comprenderne meglio l'eventuale pericolosità, ma l'enorme fascino che il solido esercita su di loro è troppo forte. Lo circondano estasiati, sembra vogliano possederlo a tutti i costi. A causa di questa esposizione, in seguito a una sorta di interazione alchemica, i primati giungeranno a una nuova forma di consapevolezza, tale per cui nulla del mondo circostante sarà più come prima.

La metafora che l'episodio e il film propongono può essere una buona rappresentazione dell'idea che sarà discussa e difesa in questo libro: la tecnologia non è semplicemente una presenza ingombrante che influisce sulla vita delle persone, ma può diventare in taluni casi una componente costitutiva della cognizione dell' Homo sapiens, come il cervello, il cuore e le mani. I nostri corpi sono biologicamente predisposti a interfacciarsi con l'ambiente circostante e, di conseguenza, con le tecnologie contenute in esso, tramite processi di relazione e retroazione. Queste due possibilità di interazione saranno presentate e discusse in seguito: la tecnologia come insieme di strumenti che estendono (talvolta riducono) la capacità della nostra cognizione (retroazione); e la tecnologia come ambiente originante che obbliga a riconsiderare la nostra stessa nozione di umanità (relazione).

[...]

Tra essi, però, un posto di rilievo lo avrà il termine mediazione, usato per indicare il processo tramite cui l'insieme delle conquiste tecnologiche ha progressivamente modificato la relazione ecologica che l' Homo sapiens ha stabilito con il suo ambiente. Generalmente queste conquiste si ottengono mediante due ordini di processi: il dominio di una forza naturale - come la gestione del fuoco o della forza nucleare - e l'invenzione di una specifica tecnica basata sulle conoscenze acquisite - come il cannocchiale, l'automobile o lo spazzolino da denti.

La mediazione pertanto è quel fenomeno che mettiamo in atto naturalmente in quanto esseri viventi e non si esaurisce nell'adeguamento alla natura, ma si fonda su un'interazione protesica tra organismi e mondo. Il termine protesico indica genericamente che il limite che separa gli individui dalle cose è mobile, se non addirittura eliminabile. Per condurre l'analisi in questione - che vuole essere un'analisi mediologica - mi rivolgerò a diversi ambiti del sapere, ma assumerò una prospettiva cognitivista per discriminare la tipologia di relazione protesica che le tecnologie mettono in atto. Nei seguenti paragrafi proverò a illustrare lo scenario di discussione anticipando i concetti chiave del volume.




Corpi cognitivi


Cosa si prova a essere un pipistrello? Non è ciò che si chiede il sempre tormentato Bruce Wayne, ma il titolo di un articolo che ha rivoluzionato la filosofia della mente. Il suo autore, Thomas Nagel (1974), in rottura con il contesto teorico suo contemporaneo, si poneva una domanda legittima alla quale le scienze cognitive non hanno potuto, né voluto in realtà, rispondere per decenni: cosa si prova a fare un certo tipo di esperienza?

[...]

Tale svolta filosofico-scientifica ha avuto come esito la concezione di una cognizione incarnata (embodied cognition), per la quale la mente non è concepibile filosoficamente senza un corpo che la completi costitutivamente. In altre parole la cognizione non può essere compresa a fondo se si lasciano da parte, nella dinamica dell'indagine speculativa e scientifica, le limitazioni e le possibilità forgiate dal corpo.

Mi affiderò dunque a questa integrazione concettuale per descrivere il rapporto tra corpi e tecnologia. Come vedremo, l'integrazione è un processo in atto che ha avuto numerose etichette (cfr. cap. 3), ma che molto probabilmente è stato in gran parte ispirato dall'opera del biologo, neuroscienziato e filosofo cileno Francisco Varela. A partire dalla visione filosofica di Maurice Merleau-Ponty , egli ha incessantemente promosso una naturalizzazione della fenomenologia (...) che risolvesse il grande problema delle scienze cognitive, cioè il problema mente-corpo. L'orientamento fenomenologico è oggi largamente utilizzato nel dibattito cognitivista (...) e non solo in relazione al pensiero di Merleau-Ponty, ma anche a quello di Martin Heidegger (...). Anzi, la cognizione incarnata a vocazione fenomenologica si presenta come il paradigma di riferimento nelle scienze cognitive. Per accentuare provocatoriamente lo spostamento di attenzione dal cervello al corpo, possiamo invertire i termini della embodied cognition e riferirci ai nostri corpi come cognitive bodies: non è la mente a essere incorporata, sono i corpi dell' Homo sapiens, tra tutti quelli presenti in natura, a essere particolarmente cognitivi.

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Pagina 9

Per capire davvero come funziona la cognizione umana, non basta uscire dal buio pesto della scatola cranica e coinvolgere l'organismo, ma compiere un passo in più e considerare come altrettanto costitutivo l'ambiente ecomediale in cui tale organismo agisce, non solo nel senso ovvio in cui si può immaginare - per cui l'aria, la luce solare, l'acqua e il cibo siano condizioni essenziali per l'esistenza -, ma in un senso più direttamente esprimibile dall'assunto per cui l'esperienza è innanzitutto azione. Ora, che l'ambiente sia importante non lo nega nessuno, ma il grado di importanza che gli scienziati cognitivi sono disposti ad attribuirgli caratterizza le diverse anime presenti nella galassia degli orientamenti cognitivisti a vocazione incarnata. Nel dibattito contemporaneo questa diversità viene identificata dalle cosiddette 4E della cognizione. Oltre che embodied (incarnata), la cognizione può essere extended (estesa), embedded (integrata) ed enactive (enattiva). A parte la prima E, che abbiamo visto nel precedente paragrafo, le altre si distinguono precisamente per il grado di rilevanza che l'ambiente ecomediale riveste nel farsi della cognizione.

[...]

La caratteristica peculiare dell' Homo sapiens è di essere un animale specializzato in nulla (L'animale sprovvisto ma non sprovveduto, p. 24), che deve quindi provvedere alla sua sopravvivenza intervenendo drasticamente sull'ambiente che lo circonda. La peculiarità di questo modo di operare, però, è che gli interventi attuati producono effetti di ritorno sulla sua fenomenologia, che mostrano caratteristiche uniche rispetto a qualunque altra specie vivente (...). Come cercherò di dimostrare, non si tratta di un'affermazione antropocentrica, ma il convinto esito speculativo di un'analisi interdisciplinare che considera gli ecomedia non soltanto il prodotto dell'attività cognitiva, ma anche la sua causa.

[...]

In questo libro proverò quindi a trattare il principio della mediazione adottando l'eredità concettuale e terminologica della fenomenologia, del pragmatismo, dell'estetica e della mediologia, rivolgendomi poi alle scienze cognitive e alla filosofia della biologia per offrirne una mia personale elaborazione. Nonostante la considerevole varietà epistemologica invocata, sono convinto che esista un lungo filo conduttore che attraversa questi diversi metodi di ricerca, accomunandoli. Sperabilmente, la collana che verrà fuori dall'accostamento di tutte queste "perle" dovrebbe rappresentare il processo mediante il quale la fenomenologia dell'organismo si estende progressivamente sull'ambiente ecomediale da cui è circondato. Ma anche, è importante sottolinearlo, il processo mediante il quale gli ecomedia si introducono in esso, modificandolo ed eliminando così la centralità del corpo e del cervello.

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La mia idea, insomma, è che l'unico modo di porre la questione di questa sorta di materialismo determinista non consiste tanto nel decretare quale fattore sia più determinante di altri, come hanno fatto per esempio Ellul e Crary , perché mi sembra la riproposizione della nota diatriba concernente l'uovo e la gallina: una ipersemplificazione destinata a restare irrisolta, poiché è fin troppo evidente che, posta l'analisi in termini puramente causali, non sia possibile scindere i fattori di determinazione come unità discrete. Il materialismo determinista che provo a difendere qui, invece, non propugna una visione del dispiegarsi tecnico come unicamente causata da fattori materiali, quanto piuttosto una scelta di parsimonia epistemologica che impone di collocare l'interpretazione dei fatti al livello più elementare della materialità, perché quest'ultima è irriducibile a istanze arbitrarie di significazione. Per fare giusto un esempio banale, torniamo per un attimo a Crary: le cause originanti l'invenzione della fotografia possono derivare dalla speculazione filosofica e scientifica, ma non attuano di per se stesse una trasformazione dell'esperienza, che può essere prodotta esclusivamente dai fenomeni materiali della relazione materiale tra corpi e immagini. Riuscire a vedere di più di quanto il nostro apparato biologico possa fare - uno degli effetti retroattivi dell'immagine tecnica - è una possibilità che scaturisce dalla relazione materiale tra un organismo fatto in un certo modo e l'implementazione tecnica di principi ottici (cfr. cap. 5).

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Alla luce di ciò, un altro aspetto che caratterizzerà l'orientamento di questo libro al problema della mediazione consiste nell'assunzione di una prospettiva interdisciplinare che si sviluppa integrando progetti di ricerca eterogenei che contemplino il ricorso a diverse scale temporali. Nello specifico, sono cinque gli ambiti a cui ricorrerò per sviluppare le argomentazioni: primariamente, lo studio si colloca in una tradizione di ricerca che affonda le radici nella mediologia e nell'estetica, a partire almeno dalla fine dell'Ottocento; tale corpus di ricerche si può considerare l'amalgama che connette tra loro i nessi concettuali e teorici. A questa base di partenza si sommano: l'archeologia cognitiva, nella versione sviluppata da Lambros Malafouris con il nome di material engagement theory (...); il cognitivismo contemporaneo, sintetizzato nella sigla 4E cognition (...); la proposta filosofica di Gilbert Simondon (2011); e l'ecologia dello sviluppo (eco-evo-devo) (...). Tutti i programmi di ricerca appena presentati attribuiscono grande rilevanza al problema della temporalità: intendiamoci, in un certo senso non c'è modo di sottrarre qualunque ricerca alle implicazioni temporali, ma ciò che voglio dire è che in questi casi il ricorso alla temporalità o riveste un ruolo ontogenetico e generativo, oppure permette di individuare entità diverse a seconda della scala temporale adottata. Vediamo brevemente in che senso.

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Una panoramica del libro


Il volume è diviso in sette capitoli. Questo primo capitolo dovrebbe essere servito a presentare il problema generale - il rapporto protesico tra corpi, ambienti e cose - e a evidenziare alcuni concetti chiave che ritroveremo spesso.

Il secondo capitolo è un tentativo di reclutamento storico e teorico dei diversi modi in cui il principio di ibridazione tra organismi e ambiente è stato affrontato. Attraverso questo percorso, emergeranno anche le questioni principali e i nodi teorici più ricorrenti. In particolare, nei primi tre paragrafi farò riferimento alla paleoantropologia, all'antropologia filosofica, all'estetica e alla mediologia al fine di mostrare come in tutti questi diversi ambiti sia stata affrontata l'ipotesi che l'animale-uomo sia caratterizzato da una mancanza di specificità fisica e comportamentale (L'animale sprovvisto ma non sprovveduto, p. 24) che è compensata però dall'investimento tecnico (Tecnoestetica, p. 31). Per l' Homo sapiens l'ambiente offre opportunità strumentali, mentre gli strumenti sono talvolta vissuti come ambienti. Questa strana situazione è sintetizzata nel termine ecomedia (Ecomedia, p. 37), il cui significato verrà meglio articolato e approfondito facendo riferimento soprattutto all'ecologia dei media e alla biologia della costruzione della nicchia. Nella seconda parte, invece, verranno presentate alcune parole chiave tipicamente usate in questi ambiti ( Estensione e riduzione vs esternalizzazione e interiorizzazione, p. 46), come per esempio il termine estensione, che richiamano l'attenzione sul modo in cui corpi e tecnologie interagiscono. Tali termini molto spesso assumono - esplicitamente o implicitamente - una prospettiva antropocentrica, che invece verrà messa in discussione facendo ricorso a un paio di archeologie, quella dei media e quella cognitiva (Un paio di archeologie, p. 54). Questa mossa si radicalizzerà nel paragrafo finale (Metastati o della relazione, p. 61), quando - mediante i concetti di metaplasticità, mediazione radicale e individuazione - sosterrò che talvolta non c'è niente che si estende o che viene interiorizzato (retroazione), perché è il processo stesso di incontro che genera le entità (relazione).

Nel terzo capitolo offro una lettura personale dei problemi sollevati nel secondo. In prima battuta presenterò le 4E della cognizione (Le 4E della cognizione, p. 68), sigla con la quale viene etichettato un movimento eterogeneo nell'ambito delle scienze cognitive che riconosce un ruolo chiave al corpo (cognizione embodied/incarnata) e all'ambiente, seppur in misura variabile. Questa variabilità determina se la cognizione può essere extended/estesa, embedded/integrata, o enactive/enattiva. Mi concentrerò poi su quest'ultima E (E di enattivismo, p. 79), perché è l'unica a riconoscere la natura relazionale del processo di mediazione: per l'enattivismo la cognizione è qualcosa che emerge dalla relazione tra cervello, corpo e ambiente, dove nessuno di questi tre poli ricopre un ruolo privilegiato. Alla luce di ciò, proporrò che, in fin dei conti, abbiamo bisogno solo di due delle 4E (extended ed enactive), ovvero di quelle che descrivono gli aspetti retroattivi e relazionali (Di quante E abbiamo bisogno?, p. 85). Passerò poi in rassegna una serie di evidenze sperimentali che dovrebbero mostrare la naturale predisposizione dei corpi di essere modificati dagli strumenti (Strumenti, protesi, mani di gomma e gilet, p. 90). Questa modificazione deve essere letta temporalmente (Il tempo che ci vuole, p. 101), cioè deve essere osservata assumendo come principio di discriminazione non solo (e non tanto) le variabili spaziali (dentro, fuori), ma anche quelle temporali (prima, dopo): solo attuando questa strategia si può cogliere che i fenomeni estensivi precedono temporalmente, e sono condizioni necessarie per, i fenomeni interiorizzanti. Infine, proporrò una sintesi teorica cognitivamente e biologicamente orientata (Relazioni, retroazioni, metastati, p. 106).

Dal quarto capitolo in poi iniziano gli studi di caso. In esso, presenterò il problema del rapporto tra immagini e cognizione, rifacendomi esclusivamente al dibattito cognitivista (L'immagine della visione, p. 110). Successivamente (Il pittore paleolitico, p. 117), facendo ricorso ancora una volta all'archeologia cognitiva, esplorerò i nessi causali tra immagini fisiche e mentali, suggerendo che siano state (e siano tutt'ora) le prime a generare le seconde, non viceversa.

Nel quinto capitolo prenderò in esame come studio di caso gli strumenti di visione protesica. In primo luogo le superfici riflettenti, di cui lo specchio costituisce l'implementazione tecnica esemplare (Alle origini del doppio, p. 126). Dagli specchi si passerà alle lenti e alla loro capacità di magnificare aspetti del mondo, per capire come tale caratteristica sia stata usata quale espediente ausiliario all'esecuzione pittorica (Vermeer interiorizzò Keplero?, p. 133). Infine (L'immagine tecnica 1: chi sono?, p. 140) si vedrà come immagini, specchi e lenti - in quanto tecnologicamente integrati - producono l'immagine tecnica, ovvero quel tipo di immagine prodotta automaticamente obbedendo a leggi ottiche. Essa ha dato luogo a due tecnologie: la fotografia - di cui verranno discusse le implicazioni mediali - e il cinema.

È proprio dal cinema che parte il sesto capitolo. In quanto tecnologia non solo della visione - ma dell'esperienza, avendo introdotto il movimento e associato il suono alla precedente tecnologia fotografica - il cinema si candida come mediazione particolarmente potente nel radicalizzare fenomeni retroattivi e relazionali già presenti in nuce nell'immagine tecnica statica (L'immagine tecnica 2: dove mi trovo?, p. 150). Tuttavia, il principio di simulazione di mondi paralleli che il cinema ha inaugurato, si può rintracciare oggi in tecnologie che con il cinema hanno poco a che fare e che meglio assecondano il principio di duplicazione dell'esperienza. Mi sto riferendo in primo luogo ai visori di realtà virtuale e in secondo luogo ai videogiochi (L'immagine-ambiente e Super Mario, p. 159).

Nel settimo capitolo, infine, presenterò due studi di caso particolari: se fino a questo punto abbiamo discusso casi di ecomedia dando priorità alla componente mediale, qui la si darà agli aspetti ambientali. In casi del genere il soggetto sembra davvero essere in crisi, i suoi limiti scavalcati completamente e la sua distanza dal mondo colmata (Il soggetto sotto attacco, p. 169). Sono due tipi di "entità naturali" a causare questa profonda relazione: le sostanze psichedeliche (La scimmia stonata, p. 171) e l'elettricità (La rana e il cyborg, p. 177). In entrambi i casi, ci sono le condizioni per cui corpi e ambienti si fondano per generare qualcosa di completamente nuovo e inatteso.

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Pagina 169

Il soggetto sotto attacco


In un'intervista a "Playboy" Marshall McLuhan ha dichiarato: «L'incremento nell'uso della droga è intimamente connesso all'impatto dei media elettronici. [...] Ci si droga a seguito di una stimolazione causata dall'ambiente invadente creato dall'informazione istantanea d'oggi, il cui meccanismo a feedback alimenta il viaggio interiore. Questo viaggio interiore non è riservato unicamente al viaggiatore dell'LSD; è l'esperienza universale di tutti i telespettatori. Il ricorrere all'LSD non è altro che mimare il mondo invisibile dell'elettronica; esso libera colui che si è dato ad abitudini e reazioni acquisite, tanto visuali quanto verbali, e assicura la possibilità di un coinvolgimento istantaneo e totale, tutto nell' immediatezza e nell' unità. [...] Ciò che attira verso le droghe allucinogene è un mezzo per pervenire all'empatia con il nostro invadente ambiente elettrico che, in se stesso, non è altro che un viaggio interiore privo di droga» (McLuhan, 1982, p. 50).

Per lo studioso canadese, l'assunzione di droghe psichedeliche era una risposta all'ambiente elettrico, perché entrambe le esperienze contribuiscono a scardinare abitudini grazie a un immediato processo di fusione unitaria con il mondo circostante. Ho trovato questa citazione curiosamente utile, in relazione al discorso che vorrei portare avanti in quest'ultimo capitolo e che riguarda le sostanze psichedeliche e l'elettricità, come studi di caso esemplari. Tale esemplarità deriva dal rovesciamento dei rapporti dei due nomi primitivi che compongono la parola derivata ecomedia: se nei precedenti capitoli abbiamo investigato strumenti che mostrano le caratteristiche degli ambienti, adesso esploreremo entità reperibili nell'ambiente naturale che mostrano caratteristiche tipicamente mediali. Queste entità sono le sostanze allucinogene (in particolare l'LSD e la psilocibina) e l'elettricità, sia nella sua variante fisica (elettromagnetismo) sia nella sua variante biologica (elettrofisiologia).

Potrebbe sembrare una mossa al limite della provocazione, ma nei prossimi due paragrafi proverò a portare prove e argomentazioni sufficienti a dimostrare perché le sostanze psichedeliche e l'elettricità si candidino come ecomedia ideali per innescare processi metaplastici che producono effetti relazionali metastabilizzanti. Tutti e due gli ecomedia, infatti, producono effetti che - in modi diversi - inducono una profonda modulazione dell'interazione tra organismo e ambiente, pur essendo elementi non artefatti, ma appunto disponibili naturalmente. Ovviamente tale disponibilità, per quanto riguarda l'elettricità, è resa possibile da tecnologie che fungono da veicolo, ma si tratta di una forza naturale che esiste da molto tempo prima di noi: possiamo solo prenderci il merito di essere riusciti a imbrigliarla.

Sostanze psichedeliche ed elettricità, insomma, sono i campioni dell'idea che anima questo libro: siamo corpi integrati con la tecnologia e con l'ambiente tramite un processo di relazione temporalmente esteso. Il limite che ci separa dal mondo si determina in risposta alla radicalità della mediazione a cui siamo esposti. Il soggetto e l'oggetto non sono in opposizione, ma si compenetrano a vicenda, sicché nel caso delle sostanze psichedeliche il soggetto si dissolve momentaneamente in fenomeni psichici e fisiologici prorompenti; nel caso dell'elettricità, il soggetto e il mondo sono attraversati dalla stessa forza e pertanto l'uno e l'altro si mescolano senza soluzione di continuità.

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Pagina 171

La scimmia stonata


Nel 1992 l'etnobotanico e psiconauta Terrence McKenna pubblica un libro significativamente intitolato Food of the Gods (McKenna, 1992). La sua teoria è che l'assunzione di funghi allucinogeni è stata la causa dell'evoluzione che ha condotto dai primi ominidi fino al sapiens. La spiegazione si fonderebbe su almeno un paio di postulati: il primo è che noi siamo ciò che mangiamo, nel senso che sviluppiamo con il cibo un rapporto simbiotico che, quando si tratta di piante o funghi, produce effetti mutualmente vantaggiosi; il secondo è che l'ingestione di funghi allucinogeni ha direttamente influenzato la selezione modificando i pattern comportamentali su cui la selezione stessa ha agito. Questi pattern sarebbero riconducibili ad almeno tre livelli diversi di incremento sensomotorio e cognitivo: a dosaggi bassi, mangiati anche inconsapevolmente con altri cibi, i funghi migliorano l'acuità visiva, in particolare il riconoscimento dei bordi (comportamento di caccia); a dosaggi medi, producono sensazioni energizzanti e incrementano il desiderio sessuale (comportamento riproduttivo); a dosaggi elevati, la natura e l'intensità dell'esperienza allucinatoria può aver prodotto il pensiero magico e religioso.

Certo, è solo una teoria - che si unisce ad altre generalmente rintracciabili nell'alveo dello sciamanesimo (Eliade, 1983), delle origini psichedeliche dei comportamenti rituali (...) e dell'arte rupestre (Froese, 2015) -, ma non è difficile capire perché l'uso di sostanze psichedeliche possa essere studiato in una prospettiva archeologica. Lo sconvolgimento sensomotorio e cognitivo causato dall'assunzione di una di queste sostanze permette innanzitutto, come un vero e proprio strumento ottico, di vedere diversamente (Roseman et al., 2016), sebbene questo non sia l'unico effetto, come scopriremo tra poco. Nell'individuazione psichica, Simondon , giudica la percezione come un atto di individuazione da parte del vivente, che è chiamato a risolvere una tensione metastabile posta dall'oggetto percepito, di cui non deve solo conoscere la forma (Gestalt), ma anche la sua polarità rispetto a sé: «Se non vi fosse alcuna tensione preliminare, ovvero alcun potenziale, la percezione non potrebbe pervenire alla segregazione delle unità, che, a sua volta, corrisponde alla scoperta della polarità di dette unità» (Simondon, 2011, p. 320).

Ora, non c'è probabilmente medium più efficace delle sostanze psichedeliche per generare tensione metastabile. Tra esse, la "regina» è certamente la dietilamide dell'acido lisergico (LSD), sintetizzata dallo scienziato svizzero Albert Hofmann. Nel carteggio cinquantennale che egli ebbe con Ernst Jünger possiamo leggere una considerazione che l'intellettuale tedesco riporta a proposito del progresso delle tecniche, proponendo un parallelismo con le sostanze che alterano gli stati di coscienza. La considerazione che segue è la risposta a una lettera di Hofmann che chiedeva a Jünger quanto profondo potesse essere l'impatto di queste droghe sulla psiche umana, ovvero se potesse avere effetti sul «nucleo stesso del suo essere» (Hofmann, 1995, p. 136). Jünger replica così: «Nel campo della fisica, così come in quello della biologia, cominciamo a sviluppare delle tecniche che non devono essere più intese come progressi in senso tradizionale, ma che interferiscono nell'evoluzione e che esulano dallo sviluppo della specie [...]. Il vino ha prodotto già molti cambiamenti, ha portato nuovi dei e una nuova umanità. Ma il vino sta alle nuove sostanze come la fisica classica a quella moderna» (Jünger e Hofmann, 2017, pp. 69-70). Secondo la sua comparazione, quindi, le sostanze psichedeliche sono qualcosa di nuovo e paradigmaticamente diverso da qualunque altra forma di alterazione di coscienza.

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Pagina 177

La rana e il cyborg


Tra tutti gli ecomedia che hanno "esteso" il sapiens, uno occupa un posto speciale: l'elettricità. Questa eccezionalità non è passata inosservata, anzi, si può dire che gran parte della ricerca mediologica abbia prestato grande attenzione al ruolo svolto dalle tecnologie elettriche nel forgiare le forme dell'esperienza. Il Novecento è senza dubbio il secolo dell'elettricità: le note intuizioni di George Simmel (1995) sull'intensificazione della vita nervosa costituiscono un riferimento classico, così come il lavoro di Stephen Kern sulla percezione dello spazio e del tempo a cavallo tra Ottocento e Novecento. Quest'ultimo attribuisce alla luce elettrica e al cinema la responsabilità di aver reso più articolata la percezione nonché la concezione stessa del tempo (Kern, 1988, pp. 39-46; cfr. Casetti, 2005, cap. 5). In generale, per quanto concerne la storia dei media, il passaggio dal vapore all'elettricità è considerato di grande importanza per il riconfigurarsi delle logiche della mediazione, perché con esso si andava affermando una tecnologia che riuniva in sé differenti necessità: produzione di energia, trasporti e informazione (Briggs e Burke, 2002, cap. 3).

Ma è solo l'inizio di un atteggiamento critico nei confronti dell'elettricità che crescerà considerevolmente, man mano che l'impiego di questa tecnologia - anzi, di questa forza naturale - si distribuirà in differenti dispositivi. Per quanto concerne la riflessione mediologica (Pireddu e Serra, 2012), i casi sono diversi e illustri. Volendo seguire un criterio tematico e non rigidamente cronologico per una parziale ricostruzione, non si può non partire da Marshall McLuhan, che dedica praticamente la sua intera carriera all'analisi dei media elettrici, almeno da Gli strumenti del comunicare in poi. In questo libro scopriamo che l' energia ibrida derivante dall'incontro tra una società visiva e alfabetizzata con un ambiente elettrico e acustico crea delle liaisons dangereuses che ci colgono del tutto impreparati: «Le nostre vite personali e collettive sono diventate processi d'informazione proprio perché con la tecnologia elettrica abbiamo posto fuori di noi il nostro sistema nervoso centrale» (McLuhan, 2008, p. 67). L'elettricità è l'estensione finale, il medium-messaggio che non ha precedenti nella storia, e vedremo tra poco perché.

Anche l'opera di Derrick de Kerckhove è profondamente influenzata dai media elettrici, di cui l'autore ha colto - da buon discepolo della dottrina mcluhaniana - il carattere ibridante: in un primo lavoro lo studioso sottolinea il carattere estensivo dell'elettricità quando afferma che il suo impiego ha generato un cervello cibernetico, ovvero un cervello che «accentua l'interazione cibernetica [...] con il mondo esterno». Niente di nuovo, solo che mentre fino a oggi «ci voleva del tempo perché la reazione cibernetica del mondo retroagisse sul cervello» (de Kerckhove, 1993, p. 98), con la realtà virtuale resa possibile dall'elettricità, il mondo diventa esplorabile anche tattilmente (cioè agentivamente), mediante la sparizione dell'interfaccia. Queste idee vengono riprese nella Pelle della cultura, dove de Kerckhove vuole persuaderci del fatto che, tra le altre cose, l'elettricità ha creato le condizioni per l'insorgere di «ecologie cyborg» (de Kerckhove, 2000, cap. 16), ambienti che minacciano i nostri corpi sempre più confluenti in essi.

A metà degli anni Ottanta, quando la metafora del caro buon vecchio cyborg diventa cult grazie ai film Terminator (James Cameron, 1984) e Robocop (Paul Verhoeven, 1987), Joshua Meyrowitz dedica un ponderoso studio al modo in cui i media elettrici contribuiscono a determinare il comportamento sociale (Meyrowitz, 1995).

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Mi riferisco a un aspetto in particolare, in fin dei conti banale e forse responsabile dello scetticismo della ricerca che vede nel cyborg un'entità fantastica (nella migliore delle ipotesi) o una seria minaccia da evitare (nella peggiore). Delle quattro interazioni fondamentali individuate dalla fisica - interazione gravitazionale, nucleare forte e debole, elettromagnetica - solo quest'ultima può avere effetti diretti, apprezzabili e relativamente controllabili sulle attività del vivente. Pertanto, la forza che regola alcuni aspetti del mondo è la stessa che regola alcuni aspetti del funzionamento della vita. Questa fondamentale continuità energetica è, a mio avviso, ciò che colloca l'elettricità in una posizione assolutamente eccezionale tra le mediazioni su cui, come esseri sprovvisti (L'animale sprovvisto ma non sprovveduto, p. 24), abbiamo pensato bene di prolungarci (De Paoli, 2018); di conseguenza, essa può dar luogo a processi metaplastici eccezionalmente metastabilizzanti. Solo i processi simbiotici che abbiamo visto in precedenza tramite le sostanze allucinogene possono avere effetti simili (McLuhan ci aveva visto giusto dopotutto), ma di sicuro non controllabili finemente come possiamo e potremo fare con l'elettricità, in virtù della sua componente informazionale.

Forse queste mie considerazioni hanno evocato il noto romanzo di Mary Shelley , in cui il dottor Frankenstein è capace di dare la vita a un corpo morto composto da pezzi di cadavere tramite lo schiocco di una scintilla. Il mito dell'elettricità come presenza divina che anima la materia inerme è radicato nel nostro immaginario, ben prima di Frankenstein. Infatti, prima che elettricità e magnetismo venissero unificati da James Clerk Maxwell e Michael Faraday , i curiosi fenomeni che i corpi magnetizzati o elettrizzati producevano conciliavano descrizioni scientifiche e spiegazioni soprannaturali, almeno fino alla seconda metà del Settecento, tanto è vero che si può parlare di una vera e propria teologia dell'elettricità (Benz, 2013). È proprio nella seconda metà del Settecento che l'attenzione per i fenomeni elettrici cresce notevolmente, sia alimentando le fantasie metafisiche dei salotti borghesi, sia incoraggiando un eccezionale interesse scientifico in Europa e in quelli che di lì a poco sarebbero diventati gli Stati Uniti d'America. A dire la verità, però, a ispirare direttamente Mary Shelley fu un medico bolognese, suo malgrado al centro di una disputa scientifica tutta italiana, ma che ebbe una vasta eco internazionale: sto parlando di Luigi Galvani (...).

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Questi sono solo esempi tra i tanti, si potrebbe continuare a lungo. Tutto ciò è possibile solo grazie all'elettricità, una supermediazione senza precedenti nella storia dei sapiens (Parisi, 2017b). È così pervasiva che, progressivamente, ogni altra tecnologia ne sta venendo assorbita. Da medium estremamente efficace qual è, essa è diventata il nostro ambiente, sparendo di fatto sotto i nostri occhi: non ci accorgiamo di quanto le nostre vite dipendono da essa finché non è più disponibile. E allora cerchiamo disperatamente una presa, brancoliamo nel buio, buttiamo il cibo andato a male, non sappiamo come passare il tempo, giusto per parlare delle complicazioni più frivole. Se questa condizione si estendesse oltre un periodo critico, il mondo come lo conosciamo finirebbe, semplicemente: ricerca e sviluppo, trasporti, medicina, transazioni, illuminazione artificiale, tutto ritornerebbe all'era pre-elettrica.

Senza elettricità non avremmo codificato il DNA e non saremmo andati su Marte. Certo, non avremmo neppure dovuto subire la bomba atomica. Il fatto è che la controlliamo efficacemente da poco più di un secolo, un periodo che è sorprendentemente breve non solo da una prospettiva evolutiva, ma anche sociale, se paragonato alla storia millenaria della scrittura o delle immagini. Inoltre, di tutte le mediazioni possibili, l'elettricità è l'unica che permette ai nostri corpi e ai nostri ambienti di usare lo stesso codice, di scambiarsi la medesima fonte di energia e di informazione, di diventare una cosa sola.

Il fatto che ancora non abbiamo preso piena consapevolezza di questa situazione, significa che siamo ancora all'inizio, nella fase estensiva e acerba dei fenomeni di interazione. L'estensione è instabile, cangiante e costa poco in termini strutturali. Oggi ci accontentiamo di stare ricurvi a giocherellare su uno schermo che è fatto di circuiti elettrici, consuma elettricità ed è controllato dall'elettricità del nostro corpo: ci "limitiamo" insomma a usarla praticamente in ogni singolo momento della nostra vita. Non possiamo stabilire se da questo iniziale stadio estensivo si passerà all'interiorizzazione o all'incorporamento, ma se guardiamo alla storia del sapiens, non c'è ragione di credere che smetteremo di usare la più potente droga che la nostra specie abbia mai esperito.

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