Copertina
Autore Paolo Pasi
Titolo L'estate di Bob Marley
EdizioneTullio Pironti, Napoli, 2007 , pag. 250, cop.fle., dim. 14x21x1,8 cm , Isbn 978-88-7937-401-9
LettoreLuca Vita, 2007
Classe narrativa italiana
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Pagina 11

Uno


Se c'era un motivo per cui diffidava della pizza a cena, era che gli metteva una sete notturna senza tregua. Di nuovo l'insonnia. Percorse il corridoio con lentezza, strascicando le ciabatte. Pareti nude, stanchezza dentro e fuori, lui in bilico tra soggiorno e cucina.

Diede un'occhiata alla scrivania, all'angolo più luminoso della casa che al buio restituiva il profilo di oggetti spenti. Spento il computer. E poi i fogli ammucchiati, il bicchierino per il whisky, qualche mozzicone di sigaretta in un posacenere di metallo.

La provvisorietà di un lavoro in corso.

Neppure l'ultima stesura del finale lo aveva soddisfatto. Mancava qualcosa, era evidente, ma non era facile capire che cosa, e soprattutto con che parole. Mancava l'idea, e perfino la voglia. Mancava quasi tutto, compresa Elena, nonostante avesse fatto il possibile per essere lasciato. Ricordava i giorni svogliati, ma adesso che lei se n'era andata sembravano più importanti i ricordi migliori.

L'insonnia e un finale da trovare. Ecco la sintesi dell'ultimo mese. E poi la mezza età che diradava i traguardi, la noia, la solitudine, quella casa che ancora gli parlava di lei...

Adesso provò rabbia. Al diavolo i pensieri, si disse, ma pensò ancora. Ogni congettura era un passo più lento, faticoso. Di lato, la rastrelliera con le chitarre, una elettrica e una classica. A fianco lo stereo e la custodia di un cd.

Bob Marley riusciva ancora a emozionarlo. Sussurrò il motivo di Redemption Song, e immaginò lo stadio di San Siro, il concerto che si era perso per pigrizia o semplice indecisione nell'estate del 1980. A Milano Marley aveva raggiunto l'apice, ma lui aveva preferito dormirci sopra. Era un rimpianto musicale che aveva cercato di colmare nel tempo.

Belle anche le chitarre, pensò. Ma poi la rabbia si riaccese. Una ribellione interiore senza sbocco. La voglia di affondare le unghie nella pelle, l'urlo nella notte di un pazzo che chieda: «Haaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaai una sigaretta?».

Preferì entrare in cucina, silenzioso e assetato. La luce del frigorifero illuminò le dita secche, la pancia appena accennata. Quel genere di rivelazione che rende antipatiche certe notti.

Afferrò la bottiglia e scolò a canna. Acqua fredda per ripulire i cattivi pensieri. Ma quando ebbe finito di bere, Pietro si rassegnò. Altro che sete. Non aveva per niente sonno. Tanto valeva accendere la luce.

Piatti sporchi nel lavandino e briciole sparse. Perché aveva deciso di complicarsi la vita con la pretesa di un finale all'altezza?

Il giorno in arrivo si profilava già esausto, e le ore di sonno contavano, eccome. Se c'era una cosa da evitare, in situazioni del genere, era di sfidare il tempo, ma gli occhi erano già puntati sull'orologio a muro.

Le tre meno un quarto. Neppure così tardi, pensò, prima di accorgersi che qualcosa di strano stava accadendo nella notte. La lancetta dei secondi stava camminando all'indietro.

Tac, tic. Tac, tic.

Non era una corsa impazzita, ma un tempo che trascorreva normalmente, secondo dopo secondo. Solo che andava alla rovescia.

Tac, tic. Tac, tic.

Doveva essere la pila scarica. Da quanto tempo non la cambiava? Da quanto tempo la sua vita era così fuori controllo?

Tac, tic, tac tic, tactictactictactictactictactictactictactictactic...

Eppure le lancette erano cariche di energia, adesso anche quella dei minuti camminava all'indietro, sempre più veloce, e poi quella delle ore. Ripercorrevano rapide il quadrante come uomini in fuga nella direzione sbagliata. Pietro si sentì risucchiato in un vortice di rumori e da un'alternanza di luce e buio.

Luce buio luce buio luce buio...

La rabbia precipitò in ansia. Niente crisi di panico, perdio,sentiva che l'attacco era in agguato, e non sarebbe servito a niente.

Calmo, devo stare calmo.

Tactictactic luce buio luce buio giorno notte giorno notte...

Un fruscio lo fece trasalire, il cuore agitato, il terrore senza sudore. C'era qualcuno in casa. Uscì dalla cucina e si affacciò sul corridoio che era tornato buio. Riconobbe Elena, con la sua vestaglia corta, il viso insonnolito, il passo rapido e a scatti che ricordava l'attrice di un film muto.

«Elena... Elena... Sei tornata?... Ma che sta succedendo?».

Anche lei camminava all'indietro. Stava andando verso la camera da letto con tale sicurezza da far pensare a due occhi segreti sulla schiena. Sembrava l'immagine riavvolta da un videoregistratore.

«Elena! Che cosa fai?».

Adesso urlava davvero nella notte. Era spaventoso rivederla così, sospesa in un dormiveglia accelerato, una sonnambula che si allontanava in retromarcia invece di abbracciarlo. Elena gli rispose con una voce impastata e incomprensibile.

«...ongab ni odav».

Fu come ascoltare una frase alla rovescia, un registratore umano che si era incantato sul tasto di rewind. Il panico lo invase con un'ondata che partì dalle gambe e salì al cervello. Pietro si sentì spacciato. O il tempo si stava ribellando, oppure stava per morire e le allucinazioni erano il preludio al nulla.

Che giorno era adesso? Era ancora il 25 ottobre, o l'autunno stava tornando all'estate? Era sempre il 2005?

Sto morendo, aiuto, sto morendo, aiuto...

L'attacco fu violento. Gli sembrò di uscire dal proprio corpo, il cuoio capelluto insensibile, la pelle estranea al tatto. Forse urlò, forse pianse, forse non disse nulla. Ma prima di crollare sul pavimento, Pietro ricordò il dettaglio più importante, la conferma della sua fine. Quella sera non aveva mangiato la pizza.

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Pagina 14

Due


«Pietro? Pietro? Oohhh, sveglia...».

Una voce distante, appannata, poi più vicina e molesta. Dal sonno pesante al dormiveglia, il torpore da cui faticava a riemergere, la stanchezza persistente, il buio che si rischiarava.

«Pietro...Ma che cazzo fai, stai bene? Svegliati, è tardi...».

Uno scuotimento di corpo lo stava riportando a galla. Lui aprì lentamente gli occhi. C'era la luce del giorno in una stanza familiare. I mobili di legno scuro, la scrivania, le tende bianche, la chitarra appoggiata alla parete, il suo letto basso, stretto, a una piazza. E quella sensazione di vigore ritrovato dopo una lunga convalescenza.

«Pietro, mi senti? Ti vuoi alzare o no?».

La presa al braccio si strinse e lo scuotimento divenne rabbioso. Chi poteva essere così sadico da impone la sua voce ruvida e prepotente a uno che si era appena ristabilito?

Pietro lo guardò.

«Perché mi fissi con quello sguardo da ebete? Che è successo? Ti sei fatto un acido di prima mattina?».

Luca come non lo vedeva da anni. Luca con le fattezze di un giovane che con un filo di barba cercava di ingannare il tempo. Luca fratello maggiore che era tornato ad avere ventitré, ventiquattro anni al massimo. Pietro si guardò le mani, il pigiama. Poi si annusò e sentì il suo odore di ragazzo. Quella casa...

«Mi vuoi rispondere o no? Sei scemo?».

«Luca...».

«Sì, sì, sono Luca, brutto pirla, mi pigli anche per il culo? Sono Luca e tu mi stai rompendo le palle. C'è un biglietto in più per il concerto. Vuoi venire o no?».

«Luca, ascolta, mi è accaduta una cosa incredibile».

«Bravo, poi me la racconti. Adesso dimmi se vieni al concerto».

«Ma quale concerto?».

«Ma tu sei veramente andato di testa.... Oooooohh, svegliati. Ti interessa o no Bob Marley?».

«Bob Marley?».

«Basta. Adesso me ne vado».

Luca mollò la presa. Furibondo, impaziente, ma con un fondo di preoccupazione negli occhi. Due passi e tornò indietro.

«Si può sapere che cos'hai?».

«Luca, ascoltami ti prego. È come se avessi fatto un sogno lungo venticinque anni. Ero un uomo maturo, uno scrittore, avevo una moglie, ed ero in crisi dopo un periodo felice, e pensavo spesso al concerto di Bob Marley che mi ero perso, e tu mi rinfacciavi per anni di non essere venuto con te, e io sapevo di essermi perso qualcosa di grande, ma poi alla fine...».

«Che cos'è? L'ultimo numero di Urania? Secondo me leggi troppa fantascienza e ti fai un sacco di seghe mentali. Dai, sbrigati».

«Sono tornato indietro nel tempo. C'era un orologio in cucina che...».

«Adesso mi hai rotto il cazzo con le tue stronzate. Vieni o no?».

«Bob Marley era morto da un pezzo, ma i suoi dischi...».

«Forse è il caso di chiamare uno psichiatra».

«Ascoltami...».

«Tu ascolta me. Hai dieci minuti per ripulirti il cervello e fare colazione. Se vuoi è così. Altrimenti il tuo sogno si avvera. Te ne stai a casa e domani ti racconto tutto io. Va bene?».

Bob Marley era ancora vivo. Glielo dicevano la casa, il profumo di caffè, il rumore in sottofondo della pentola a pressione, il viso di Luca, l'aria... Aria d'estate.

«Che giorno è oggi?», chiese a Luca.

«Venerdì».

«Intendo la data».

«Andiamo bene. Non è che ti sei fatto veramente un acido?».

«Ma quale acido... Che giorno è?».

«Oggi ne abbiamo ventisette».

«Che mese?».

«Ma vaffanculo...».

Luca uscì dalla stanza. Pietro si scrollò di dosso il torpore e si alzò dal letto.

«Dai, scherzavo. Vengo. Aspettami».

Bob Marley a San Siro. Lo avrebbe visto. Aveva solo fatto un sogno realistico, forse accurato nei dettagli e nel tempo, ma un sogno. Anzi, un incubo che si era dissolto nella morbida concretezza della sua camera da letto. Sarebbe andato al concerto, nessun sonno prolungato avrebbe più potuto definire un futuro diverso.

«Luca, mi hai sentito? Arrivo».

«Sbrigati, Urania».

Sulla poltrona c'era un numero di Alan Ford ancora nuovo, e in copertina Superciuk, l'uomo dal fiato alcolico che rubava ai poveri per dare ai ricchi. Anche lui sembrava reduce da un viaggio nel tempo. Accanto, un libro di fantascienza della collana Urania: Le due facce del tempo di Robert Silverberg. Quel titolo suonava come un beffardo bentornato dal mondo dei sogni. Un romanzo quasi dimenticato, custodito in una zona d'ombra della memoria, come se riguardasse una lettura dell'infanzia. In copertina c'era la macabra illustrazione di uno scheletro, e più in basso una scritta striminzita: «giugno 1980».

Poi Pietro andò in bagno, si fermò davanti allo specchio e si rivide ragazzo. Un ventenne imbranato, perseguitato dagli esami universitari.

Troppo vero per essere un'allucinazione, pensò. Ho solo sognato. Non sono ancora invecchiato.

Ma quando riprese confidenza con il proprio corpo, sentì una presa innaturale al basso ventre, e si accorse che indossava un paio di slip. Di quelli che andavano nel giugno dell'Ottanta, quando i boxer facevano pensare più a un motorino che alle mutande. Era tutto molto strano.

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