Copertina
Autore Paolo Patui
CoautoreGianluca Buttolo [illustrazioni]
Titolo Volevamo essere i Tupamaros
Sottotitoloe altri racconti di pallone
EdizioneKappa Vu, Udine, 2005, Narrativa , pag. 110, ill., cop.fle., dim. 138x210x10 mm , Isbn 978-88-89808-08-5
PrefazioneSerse Cosmi
LettoreRiccardo Terzi, 2006
Classe narrativa italiana , sport
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Pagina 12

Siamo tutti fermi adesso. Immobili in mezzo a quel campo di calcio avvolto dalla polvere e dal sale. Io guardo da lontano i miei compagni, fermo sulla linea appena segnata della porta e ripenso a quella stessa innaturale immobilità che ci aveva accomunati pochi giorni prima, appena arrivati alla colonia. Anche allora eravamo tutti fermi, immobili, attorno a Lupo. Non conoscevamo ancora Lupo e Lupo non conosceva noi. E anche fra di noi del resto più o meno una ventina ci conoscevamo appena. Per quello ci guardavamo senza parole, ascoltando il chiasso delle cicale appese ai pini e un po' intimoriti dalla novità costituita non tanto dall'essere lì, a Lignano, ai bordi di quella spiaggia che frequentavamo fin da piccoli, protagonisti di fugaci fughe dalla città o dal paese. La novità era la colonia, un posto che sapeva di scuola e di preti, di suore e di pastasciutta scotta, un posto dove "il primo giorno ti fanno di sicuro la visita medica", come aveva previsto, scrupoloso e timoroso, un ragazzino dallo sguardo mite, nascosto dietro a un paio di occhiali fin troppo spessi e con un preoccupante accenno di pancia che fuoriusciva dai calzoni. Corti ovviamente. Lupo aveva sorriso a quella previsione e aveva ghignato: "E vedrai quando ti misurano il pisello".

La minacciosa previsione aveva messo tutti a tacere sotto l'incalzare del sorriso selvaggio di Lupo, l'assistente che la direzione aveva affidato alla nostra squadra.

Lupo si chiamava così perché tutti lo chiamavano così e a noi sembrava più alto dei pini che ci sovrastavano, forse per via della sua magrezza totale che sorreggeva una faccia scavata negli zigomi e una chioma di capelli così lunghi, ma così lunghi da arrivargli fin quasi alle spalle. Avevo già sentito parlare di quella strana moda, un'abitudine da femmine, che non per niente aveva preso piede in Francia.

"Vedi, eccoli lì i capelloni; quelli hanno la testa piena di idee strane e di pidocchi", aveva sentenziato mio padre dinanzi al grigiore del telegiornale.

Per questo a me Lupo aveva fatto subito una brutta impressione, tanto che, mentre ci conduceva dal grattacielo coloniale fin dentro alla pineta circostante, gli stavo distante per paura che qualcuno dei suoi pidocchi potesse cadere sui miei capelli a spazzola. Era il primo dei dieci giorni di vacanza che avremmo dovuto trascorre lì e per socializzare dovevamo riunirci sotto i pini, perché ogni gruppo si battezzasse con il proprio nome di riconoscimento. Di fatto però tutti tacevamo, aspettando che Lupo, l'assistente, buttasse lì, da bravo adulto, un nome a caso, che avremmo comunque accettato.

Ma Lupo ruppe il silenzio solo per dire: "Del nome non me ne frega niente. Affari vostri; però ogni estate il mio gruppo vince il torneo di calcio; quest'anno tocca a voi, se no son dolori!"

Chi poteva prendere la parola dopo la minaccia di Lupo, se non il ragazzino panciuto dallo sguardo mite?

"C'era quel film... quello di quei due attori... un western insomma... ", si guardava attorno il tizio scrupoloso, mite e panciuto, cercando con lo sguardo un consenso che non c'era affatto. Che cosa gli veniva in mente di tirare fuori quelle storie di cow boy, mica eravamo più bambocci che giocano a spararsi nei campi dietro casa con le pistole di legno fatte lì per lì con chiodi, martello e fantasia. Eravamo tutti freschi di esame di terza media e il west era roba da bambini!

"E allora?", gli ringhiai contro.

" un bel nome: I 4 dell'Ave Maria!"

Ci guardammo tutti e il silenzio che ci univa durò un frammento di tempo, subito sovrastato da una risata fragorosa.

"Di', Avemaria, sai contare? Ti sembra che siamo in quattro, qua?"

A parlare era stato Lucio.

Lucio, io e Giancarlo, lo conoscevamo. Abitava a due strade da casa mia, nelle case dei mutilati (le chiamavano così, ma io benché avessi cercato a lungo non vi avevo mai trovato né mani né pezzi di gambe o di braccia). Lucio non lo sapeva, ma aveva ormai battezzato il ragazzino panciuto e mite con un soprannome indelebile.

"Non mi chiamo Avemaria", provò a dire, mentre si alzava un coro pressoché blasfemo: "L'a-ve, l'a-ve l'a-vete in culo!"

Solo allora Lupo parlò: "Avete idee migliori? Tiratele fuori. Altrimenti muti e silenzio. E lasciate in pace la Madonna. Ha già le sue gatte da pelare".

"Le gatte da pelare non è un brutto nome!", si ostinava lo scrupoloso.

Provai inutilmente a intervenire per sedare il nuovo scoppio di risate condite con pernacchie; ormai l'idea di Lupo di lasciarci liberi di autobattezzarci stava miseramente degenerando, quando Lucio si alzò in piedi.

Quando Lucio si alzava in piedi emanava una sorta di solennità che tutti avvertirono.

"La mia proposta è Tupamaros. Noi siamo i Tupamaros!"

"E chi sarebbero?", chiese un tizio.

Fu Avemaria a spiegare, scrupoloso: "Sono dei ribelli sudamericani."

"E a cosa si ribellano?", dovetti chiedere.

"Agli americani che vogliono invadere il mondo".

"E anche la luna", aggiunse Lucio con gli occhi azzurri che parevano sfidare gli spazi celesti: "I Tupamaros non hanno regole, fanno quello che vogliono, quando vogliono, se gli va di combattere gli americani combattono gli americani, se gli va mangiano ghiaccioli, sennò giocano a pallone, oppure vanno a fare il bagno a mezzanotte anche se non si può. Noi saremo come loro".

Lupo fece fatica a interrompere l'ovazione che aveva accolto la proposta di Lucio.

"Lasciate perdere ragazzi. meglio!"

"Perché?", chiese Lucio.

"Perché è roba politica, quelli sono... insomma qui siamo in una colonia della chiesa... e se sai fare uno più uno...".

"Prima ci dice 'Fate voi ragazzi, fate voi ragazzi...' e dopo...": Lucio sembrava proprio un capo tupamaro, tanto fiero quanto destinato alla sconfitta, perché ribelle contro qualcuno di troppo grande e potente, contro Lupo, l'assistente adulto, il controllore con i capelli lunghi di una manciata di ragazzini dalla sfumatura alta.

Fu proprio al culmine della sommossa che dalla pineta di cicale e pece fece capolino il direttore della colonia, piccolo e abbronzato, cotto dal sole di un luglio sfavillante. Guardò Lupo e subito gli disse: "Quei capelli... credo non piacciano a nessuno. Meno che meno a noi. Procuri di tagliarseli. Non è mai troppo tardi".

Mentre il direttore si allontanava, Lupo non disse nulla e tra noi tornò di nuovo il silenzio, spezzato ancora una volta da Avemaria: "Potremmo metterci d'accordo: se lei si taglia i capelli, noi...", ma il capo tupamaro si appropriò brutalmente dell'idea altrui.

"Zitto tu! Facciamo così Lupo: se tu ti tagli i capelli noi cambiamo nome!"

Lupo non disse nulla, non si tagliò i capelli e noi ci iscrivemmo al torneo di calcio 1969 della Pontificia Opera di Assistenza con l'orgoglioso nome di Tupamaros, convinti di essere dei guerriglieri della vita, degli eroi del calcio e quasi certi della segreta approvazione di Lupo.

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Pagina 76

Fu una pallonata da rude terzino qual era di Lorenzo, convinto di essere Bonimba nel bel mezzo di Italia-Germania 4-3 a colpirla in piena faccia. Natalia cadde a terra come un portiere che ha fatto un volo inutile e per un attimo lì rimase. Lorenzo le corse subito accanto, mentre il pallone scivolava verso la sede stradale. Natalia non si muoveva e respirava piano, mentre la faccia sua era coperta da due mani piccole e nemmeno tanto belle. Quando Lorenzo le si accovacciò vicino e provò a scuoterla con un "Hei!", lei spalancò gli occhi azzurrissimi su una faccia superba e gli disse "Figlio de puta!"

Non so che cosa piacque a Lorenzo di lei, so solo che io rimasi stordito da quegli occhi azzurri come il ghiaccio, che sapevano di sconfitta e di voglia di vendetta. Ma Natalia non si accorse nemmeno della mia bocca aperta di stupore, della mia invidia per l'azzurro dei suoi occhi che avevo sempre sognato e desiderato al posto di quel banale colore nocciola che mi aveva convinto di essere un tipo insignificante. Guardò subito Lorenzo, riconoscendo in lui il colpevole di quella pallonata che adesso le stava gonfiando la guancia sinistra infuocata di dolore e di rabbia.

"Tutto bene?", le chiese Lorenzo, mentre lei si rimetteva in piedi; e io guardandola intuii che sotto a quella maglietta troppo succinta e a quei jeans dall'aria trasandata c'era il corpo di una ragazza in apparenza appariscente eppur dolente. Per questo quando Lorenzo la invitò a salire lì, nel suo appartamento di Viale Cadore, per sciacquarsi la faccia, io non feci quello che avrei dovuto. Avrei dovuto lasciarli salire assieme, da soli, e starmene su quell'aiuola ormai stracolma di persone di ogni tipo e cedere a Lorenzo il resto della vicenda. Invece, attratto più dalle mani stonate e addolorate di Natalia che dai suoi occhi chiari, ma non per questo trasparenti, salii anch'io accompagnato dall'estremo disappunto di Lorenzo: mentre lei se ne stava in bagno, Lorenzo iniziò a preparare la tavola per la cena. E la preparò per due persone. Mi dette fastidio quel decidere che Natalia era roba sua solo perché era stato lui l'autore di quella pallonata improvvida e balzana. Così senza dire nulla aggiunsi le posate e un piatto anche per me su quella tavola sfrontatamente preparata per due, proprio mentre Natalia usciva dal bagno.

Mi fu grata per questo.

Ma non per quello che decisi di fare subito dopo, ovvero accendere la TV. Per disgrazia e mia e sua e di Lorenzo dallo schermo uscirono prima le immagini della folla urlante sparsa per le piazze d'Italia e poi la notizia che di lì a poco in differita avremmo tutti potuto rivedere le gesta eroiche dei nostri 11 azzurri definiti brocchi solo fino a un quarto di giorno prima. Lorenzo si eccitò e cominciò a attraversare l'appartamento gridando: "Italiani si nasce, Argentini si diventa".

Spensi il televisore mentre provavo a dirgli: "Coglione, ma ti sei accorto che è Argentina? Non senti come ti ha chiamato prima: figlio de puta?"

Lorenzo rimase stordito come se un pugno di Carlos Monzon lo avesse colpito sotto il mento, mentre Natalia mi guardò per un attimo con quegli occhi di ghiaccio acuminati e affilati prima di dirmi: " che no sopporto el futbòl!"

E se ne andò.

Lorenzo disse solo: "A casa mia potrò fare quello che voglio?"; riaccese la televisione con rabbia e la lasciò accesa e sola, lontana dalla cena allestita in cucina. Non mi andava di mangiare, non mi andava di discutere con Lorenzo, e soprattutto non mi andava di fare come se nulla fosse successo.

Per questo uscii anch'io senza dire nulla, che tanto a Lorenzo sarebbe passato tutto ancora e sempre.

In realtà io speravo che il tutto gli potesse passare in tempo per la prossima partita dell'Italia, quella contro il Brasile, quella da vincere e basta per procedere in quei mondiali che parevano sempre più una via Crucis destinata a concludersi con una miracolosa resurrezione. Ma Lorenzo nei giorni successivi non si fece vivo e a me dispiaceva un po', perché lui aveva quel televisore a colori che in casa mia invece no; per questo mi misi a girare la città in cerca di un bar dove ci fosse un televisore grande e colorato, non ci fosse troppa puzza di fumo e non fosse frequentato dalla congrega dei saccenti seguaci di Gianni Brera e del suo pontificare un calcio astratto che invocava lo O a 0 come risultato perfetto (chi mai ricorda una partita finita 0-0?). Nel progressivo zittirsi di una città in attesa di una partita, mi misi alla ricerca del vecchio bar dove mi portava mio nonno a vedere come si gioca a briscola e a tressette. Lo ritrovai ancora lì, quasi identico, tra la mia scuola elementare e il campo del parroco dove battemmo Netzer e compagni e in cui per colpa di Chiquito il gol più bello della mia vita era desaparecido. Fu così che mentre Paolo Rossi resuscitava, mentre il miracolo prendeva corpo e sangue, tra i clienti urlanti e il tintinnio dei bicchieri comparvero dietro a una nuvola di fumo acre e pestifero gli occhi di ghiaccio di Natalia, appena offuscati dalla noia di essere lì a girare tra i tavoli, a raccogliere ordini e allusioni da gente di ogni tipo e di ogni età. Buttai giù la sorsata di birra che mi impediva di parlare e provai a chiamarla, mentre il cuore mi andava a mille più che dopo il secondo gol di Pablito, ma lei non mi sentì o fece finta di non sentirmi. Non me ne importò nulla: al diavolo il Brasile dei campioncini belli e perdenti, 'fanculo gli azzurri del miracolo, e Gentile aggrappato alla maglietta di Zico. All'improvviso mi interessava solo Natalia. Tra le grida di dolore degli italiani feriti a morte dal gol di Falcao la rincorsi spostando persone e cose, tavoli e sedie, mentre lei con i fianchi appariscenti e la maglietta troppo succinta, camminava, ignorandomi, verso il bancone del bar lurido di fondi di caffè e cenere. Non fece finta di non riconoscermi, ma non mostrò nemmeno entusiasmo. Mi disse subito: "Il Brasile ha pareggiato".

"Ti interessi di calcio, allora!"

"Trabajo aquì!", replicò secca con le labbra umide di birra appena spinata.

"Da quando?", le chiesi, ma non sentii alcuna risposta: il fragore che seguì il terzo gol di Paolo Rossi, il cadavere risorto, travolse ogni cosa. Non seppi trattenere un gesto di gioia piccolo e rappreso, cercai di nasconderlo dinanzi a Natalia che il calcio non sopportava, ma lei fece finta di nulla e sorrise ai clienti che le urlavano ogni cosa e anche più. Io accennai a un: "Quando finisci qui?" Non mi rispose, ma le scappò da ridere; stavo cercando di capire se era un sorriso di soddisfazione oppure di derisione, quando Zoff Dino da Mariano del Friuli abbrancò sulla linea di porta la palla del possibile pareggio, della nostra eliminazione, del trionfo brasiliano. Lo vidi con la coda dell'occhio e sentii che a quell'uomo dalle mani silenziose e grandi avrei voluto bene per sempre. Adesso però mi pareva di voler bene solo a Natalia, alle sue mani corte e infelici e basta. Così mentre la folla usciva nel delirio collettivo, urlando gioia e fiele, mentre il fiume in piena della follia umana prendeva il suo corso, mi tuffai anch'io nella corrente, ma prima di farlo presi Natalia per un braccio, così, senza dirle nulla, e la portai con me a seguire l'inerzia felice e gioiosa che in quel momento stava governando quel lembo di mondo.

Distesi sulla solita aiuola dove pochi giorni prima Natalia mi aveva fatto capire quanto caldo potesse essere uno sguardo ghiacciato, guardavamo il mondo che ci ruotava felice attorno: gente che correva per la pura soddisfazione di correre, partite a cui partecipavano squadre mutanti, formate da ragazzi, cani, bambini e persino da un signore anziano, fermo sulla linea di una porta immaginaria a dirigere la sua squadra con gli ampi gesti del bastone sospeso per aria. Circondato da questa insolita gioiosità urbana, sedotto dal bisogno di impugnare le mani corte e tristi di Natalia, di sfiorare la sua guancia insultata dalla pallonata di Lorenzo, le chiesi all'improvviso: "Perché sei scappata l'altra sera?"

"Ogni tanto tengo niedo, paura".

"Ma guarda che non è che io e Lorenzo si avesse chissà che strane intenzioni..."

"Los estadios. Mi fanno paura los estadios".

Natalia sapeva poco o nulla di calcio, ma conosceva segreti degli stadi che forse neppure il più smaliziato dei magazzinieri poteva sospettare. Li sapeva bene perché a Mendoza, in quel giugno di quattro anni prima, allo stadio suo padre ce lo avevano portato anche se lui non ne aveva voglia, mentre ci giocavano Iran e Olanda, o chissà quale altra stupida partita che un padre non avrebbe mai voluto vedere, né potuto vedere, messo lì, sotto il ventre di uno stadio paralizzato dal terrore di una dittatura assassina. E lì sotto i piedi dei calciatori ricchi di fama e di sventura, sotto quel manto erboso così bello da far apparire il mondo un tappeto di velluto verde, liscio da ipocrisie e da violenze di ogni tipo, sotto alla folla che urlava di calcio e delirava imbecillità, i desaparecidos venivano sventrati dalle mitragliate di militari divertiti, felici di un massacro concepito in modo così assurdo, evidente eppure invisibile agli occhi di un mondo accecato di calcio e di menzogna. Così era morto il padre di Natalia, assassinato nel ventre di uno stadio, mentre sulla sua testa non c'era alcun lembo di cielo, solo il cemento e l'erba e la folla urlante. Folla felice come quella di adesso, che circondava Natalia e me, ubriaco di notizie, trapassato dagli occhi di ghiaccio che quella ragazza aveva ricevuto in eredità da una madre venuta dal Friuli fino all'Argentina, per rimettere in piedi una vita segnata dalla miseria e uccisa anch'essa senza l'ombra di un rimorso.

"Sono figlia di desaparecidos, carajo queres de mì?", mi chiese di rabbia, mentre la gente abbandonava l'aiuola, le luci si affievolivano, e il calore dell'asfalto si espandeva in ogni dove, fin nelle nostre ascelle sudate di dolore e di passione. L'odore del sudore di Natalia mi provocava una attrazione devastante, l'ebbrezza per l'eliminazione del Brasile mi stordiva persino la lingua, in evidente contrasto con quello che Natalia stava provando, confusa in quel ricordo da dimenticare.

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