Autore Alan Pauls
Titolo Storia del pianto
SottotitoloTrilogia della perdita / 1
EdizioneSUR, Roma, 2018, n.s. 14 , pag. 124, cop.fle., dim. 13,8x21,4x1,1 cm , Isbn 978-88-6998-120-3
OriginaleHistoria del llanto
EdizioneAnagrama, Buenos Aires, 2007
PrefazioneLuciano Funetta
TraduttoreMaria Nicola
LettoreGiorgio Crepe, 2019
Classe narrativa argentina












 

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Pagina 15

All'età in cui i bambini sono sempre impazienti di parlare, lui potrebbe passare ore ad ascoltare. Ha quattro anni, o così gli hanno detto. Con stupore dei nonni e di sua madre, riuniti nel soggiorno di avenida Ortega y Gasset, l'appartamento di tre vani dal quale circa otto mesi prima suo padre, a quanto lui ricordi senza alcuna spiegazione, scompare portandosi via il suo odore di sigaretta, l'orologio da tasca e la collezione di camicie con le cifre della camiceria Castrillón, per poi tornare quasi ogni sabato mattina, certo non con la puntualità auspicata da sua madre, a premere il pulsante del citofono e a dire, a chiunque gli risponda, nel tono seccato che più tardi lui impara a riconoscere come l'inconfondibile marchio di quel che rimane dei rapporti di suo padre con le donne una volta che ha avuto dei figli da loro, e fallo scendere, una buona volta!, attraversa la sala di corsa, con indosso il patetico costume da Superman appena ricevuto in regalo e, le braccia tese in avanti in una rozza simulazione di volo, papero impacciato, mummia o sonnambulo, varca e manda in frantumi il vetro della portafinestra. Un attimo dopo torna in sé come da uno svenimento. Si ritrova in piedi fra i vasi del balcone, solo un po' accaldato e tremante. Si guarda le mani e vede disegnarsi due o tre filini di sangue che gli percorrono i palmi.

Non è il fisico d'acciaio del supereroe da lui imitato a salvarlo, come a prima vista verrebbe fatto di credere e come poi riporteranno i racconti destinati a tener viva la memoria di quell'impresa, la più spettacolare, se non la sola, di un'infanzia che per il resto, votata com'è fin dal principio a non attirare l'attenzione, preferisce spendersi in attività solitarie, lettura, disegno, la giovanissima televisione dell'epoca, segno che quel che si suole definire mondo interiore e che a quanto pare caratterizza creature piuttosto strane è in lui considerevolmente più sviluppato che nella maggior parte dei suoi coetanei. A salvarlo è stata la sua sensibilità, pensa, ma si guarda bene dal dirlo, come se temesse che questa spiegazione, una volta rivelata, oltre a contraddire la versione ufficiale, cosa che non lo preoccupa minimamente, possa neutralizzare l'effetto magico di cui vorrebbe rendere conto. Questa sensibilità lui non riesce ancora a considerarla un privilegio, come invece la ritengono i suoi familiari e soprattutto suo padre, che ne trae di gran lunga il maggior vantaggio, ma solo un attributo congenito, anomalo e naturale ai suoi occhi quanto la capacità di disegnare con entrambe le mani che, spesso esaltata da tutta la famiglia, non conosce precedenti e non tarda a dileguarsi. Perché di Superman, eroe assoluto, monumento perenne, le cui avventure lo assorbono al punto che, come un miope, incolla gli occhi alle pagine dei giornalini, non per leggere, perché ancora non sa leggere, ma per lasciarsi obnubilare da colori e forme, non sono le prodezze quel che più lo entusiasma, ma i momenti di cedimento, rari, è vero, e forse proprio per questo tanto più intensi di quelli in cui il supereroe, nel pieno dominio dei suoi superpoteri, blocca a mezz'aria il macigno che qualcuno lascia cadere su una fila di alpinisti per esempio, o costruisce in pochi secondi una diga per frenare un'inondazione devastante, o mette in salvo planando a volo radente la culla di un neonato che sta per essere travolta da un camion di traslochi sfuggito ai comandi.

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Pagina 34

Con suo padre, invece, ascolta meno di quanto non parli - e di quanto non pianga. Suo padre è il superiore dinanzi al quale compare regolarmente per fornire informazioni, certo, sebbene lui non riesca mai a capire fino a che punto gli interessino le storie che riferisce, ma soprattutto per garantirgli che ha, e avrà sempre in lui, un ascoltatore avido, una persona capace di far parlare chiunque in virtù della sua sola presenza fisica. Per dire la verità, a giudicare dall'aria distratta e a volte addirittura infastidita con cui il padre lo ascolta, non sembra che siano le storie quel che si aspetta da lui in quegli incontri nei quali gli sembra di fare rapporto, nemmeno quelle che racconta la madre, e che invariabilmente mettono suo padre in cattiva luce, non solo come padre ma anche come marito, come amante e come professionista, storie che invece di suscitare la sua indignazione, come lui si aspetterebbe, lo inteneriscono, lo raddolciscono al punto da renderlo quasi stucchevole, tanto che, lungi dallo smentirle, dal momento che dopo averle ascoltate lo prega ogni volta di non giudicare sua madre ma di comprenderla, di avere pazienza, pare piuttosto confermarle - non sono storie ma lacrime. Se la storia che suo figlio gli porta in dono è indizio della sua speciale sensibilità, del grado di vicinanza che riesce a stabilire con ogni adulto, il pianto è la prova suprema, il capolavoro, il monumento, da lui alimentato ed esaltato e protetto come se fosse una fiamma unica, di inestimabile valore, che se mai dovesse spegnersi non tornerebbe a riaccendersi più.

Difficile come sempre capire quale sia la causa e quale l'effetto, eppure quella straordinaria capacità di piangere al minimo stimolo, dolore fisico, delusione, tristezza, disgrazia, perfino dinanzi allo spettacolo fortuito costituito dai mendicanti o mutilati che incontra per la strada, lui ha l'impressione di metterla in pratica, o addirittura di possederla, solo e semplicemente quando è con suo padre. Lontano dal padre, in altri contesti, nella vita con sua madre, per esempio, o con i nonni, o perfino nella vita scolastica, così prodighe di crudeltà, umiliazioni e violenze che nemmeno i bambini più duri, o più sensibili al discredito sociale, riescono ad attraversare senza un piagnucolio, è necessario infliggergli un dolore disumano per strappargli una sola lacrima, e nelle rarissime occasioni in cui questo avviene non sarebbe neppure legittimo dire che piange, giacché quel poco che fuoriesce dai suoi dotti lacrimali è subito neutralizzato dall'impassibilità che conserva il resto del suo corpo. un fenomeno quasi patologico, come più tardi lo sarà la sua resistenza a sudare. Sua madre ha pensato di farlo visitare, ma le è bastato immaginarsi davanti al medico per rinunciare all'idea. Che cosa potrebbe dire? «Mio figlio non piange»? A chi mai potrebbe esternare una preoccupazione come questa? Non esistono ancora gli psicologi, o perlomeno non orbitano ancora come corvi intorno a una famiglia della media borghesia come faranno dopo, e la psicopedagogia è una scienza ai primordi che scalda i motori nel chiuso delle istituzioni scolastiche. Al medico di famiglia? Forse. Ma prima sua madre dovrebbe trovare un medico vero, uno che, a differenza del vecchio dottore ereditato da suo padre, macellaio di provata esperienza del quale solo in senso molto figurato si può dire che li curi, e per il quale nulla al di sotto di una polmonite acuta o di una peritonite merita di chiamarsi malattia né giustifica la perdita di tempo di una visita, sia disposto a stare a sentire una cosa del genere senza scoppiare a ridere, guardarla come se fosse una demente o inserirla nella lista dei pazienti che non intende più ricevere. Quel che non piange da una parte lo piange dall'altra. Semplice. Può correre nel cortile della scuola con le sue scarpe col plantare ortopedico, perché ha i piedi piatti o il pes planus, come dice il traumatologo progressista che a dodici anni gli sega via le cipolle di entrambi i piedi, può scivolare e sbucciarsi le ginocchia sulle mattonelle, ed è subito pronto a tirarsi su e a ripartire di corsa senza nemmeno guardarsi le ferite. Ma se sa che suo padre è nelle vicinanze e vede un cane randagio trascinarsi zoppicando fra le cassette della frutta al circolo è capace di piangere per venti minuti di fila. Da quando abbia questa capacità, non saprebbe dirlo. Ma gli è difficile immaginarsi in compagnia di suo padre senza vedersi in qualche modo interessato dal fenomeno del pianto: piangente, oppure nell'atto di soffiarsi il naso dopo un bel pianto, oppure assalito dal tremito, dalla congestione crescente che preannuncia il pianto. Giunge a stupirsi quando rivede le vecchie fotografie in cui appare con suo padre e si scopre con la faccia asciutta. «Non sono io», pensa.

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Pagina 82

L'11 settembre del 1973, in casa di un amico più grande di lui di due anni, una di quelle amicizie impari che sono state e saranno la sua specialità e nelle quali è sempre lui il più giovane, esce dalla stanza del suo amico per andare a prendersi una bella porzione del plumcake marmorizzato che gli piace da impazzire e quando torna dalla cucina, con quattro fette ufficiali nel piatto e due clandestine nello stomaco, lo trova seduto sul bordo del letto, sconsolato e in lacrime di fronte allo schermo del televisore in bianco e nero dove si vede il Palacio de la Moneda di Santiago, già quattro volte bombardato, quel giorno, da squadriglie di aerei ed elicotteri delle militari, esalare fumo da tutte le finestre mentre la voce compunta di uno speaker del telegiornale riferisce la notizia giunta da fonti non ufficiali secondo la quale Allende - l'ancora presidente Salvador Allende, come ora viene definito, chissà se per solidarietà o per scrupolo giuridico, dal momento che Allende rimarrà presidente del Cile non solo finché il palazzo che era sede del suo potere non sarà ridotto in cenere dal fuoco militare, ma finché non ce ne sarà un altro a occupare il suo posto, o forse per semplice diffidenza, per cautela professionale nei confronti delle fonti non ufficiali che l'insistenza dello speaker nel ripetere la notizia non fa che contraddire - si sarebbe tolto la vita, dopo aver resistito all'interno del palazzo con i suoi collaboratori più stretti, sparandosi in bocca con l'AK-47 regalatogli un tempo da Fidel Castro. Lo vede piangere, e prima ancora di capire fino in fondo perché, prima ancora di collegare tutto quello che sa sulle convinzioni politiche del suo amico, molto simili alle sue e tuttavia, se deve dar credito alla sensazione che l'ha sempre tormentato, tanto più convincenti, al punto che da quando lo conosce e ha familiarità con la sua posizione politica, come entrambi chiamano quella cosa che all'epoca è obbligatorio avere, che nessuno può prendersi il lusso di non avere, si è sempre sentito una specie di impostore, il doppio annacquato del suo amico, il ciarlatano che ripete in un linguaggio poco convincente, disseminato di riflessi automatici e formule di seconda mano, tutto ciò che dalle labbra del suo amico pare uscire nella lingua materna della verità - prima ancora di collegare tutto quello che sa del suo amico con le immagini che vede, e che mostrano fino a che punto le sue convinzioni politiche abbiano subito un colpo mortale, è travolto da un'ondata d'invidia che gli toglie letteralmente il fiato. Anche lui vorrebbe piangere. Darebbe tutto quello che ha pur di riuscire a piangere, ma non ci riesce. Lì, in piedi nella stanza del suo amico, mentre cerca di farsi tornare in mente in fretta e furia le tragedie, tutte virtuali, dalle quali confida di poter ricevere la benedizione di un dolore istantaneo, capisce che non piangerà. Non sa se siano le immagini, che per qualche strana ragione non lo toccano così tanto, o così profondamente, o così distintamente come toccano il suo amico, o se siano i due anni in meno, che così come gli conferiscono prestigio - consacrandolo come esempio di una tradizione di precocità politica, quella comunista, che vanta una lunga lista di notevolissimi precedenti, ovvero come uno che a tredici anni legge e capisce e addirittura discute con cognizione di causa certi classici della letteratura politica del Novecento capaci di mettere alle corde anche i militanti più esperti al tempo stesso lo ostacolano, limitano in lui la facoltà fisica o emotiva di sentire la politica che nel suo amico di quindici anni è già pienamente sviluppata. O non sarà forse che il dolore del suo amico, seduto davanti al televisore, con la faccia, come ogni buon miope, quasi incollata allo schermo, assorbe in modo così totale il significato e la forza dell'informazione irradiata dall'apparecchio che a lui non ne resta più nulla, non un misero avanzo né una briciola delle dimensioni di quelle che ha lasciato in cucina quando si è sbafato le ultime due fette di plumcake marmorizzato, nulla che possa toccarlo e tradurre in lui tutto quel che comprende - perché comprende tutto, certo molto più del suo amico, al quale solo quella mattina, tanto per dire, ha chiarito con tre o quattro pennellate di impertinente lucidità la catena di cause ed effetti che lega un banale sciopero di camionisti alla fine dei duemila giorni della prima esperienza di socialismo democratico in America Latina - nella lingua ultima, o prima, dei sentimenti? [...] Invidia il pianto, certo, l'incontenibilità del pianto e tutto quel che il pianto comporta, le congiuntive rosso sangue, il rossore ai viso, gli accessi di singhiozzo che scuotono il suo amico, la furia sconsolata con cui si stropiccia le mani, il modo in cui a intervalli si copre la faccia per soffocare, o forse per stimolare, una nuova ondata di lacrime. Ma più di ogni altra cosa invidia quanto sia vicino il suo amico alle immagini che lo fanno piangere - al punto che si direbbe sfiori lo schermo con la punta del naso, la facciata in fiamme del Palacio de la Moneda con la fronte, le colonne di fumo che salgono dalle finestre con le labbra infiammate, al punto che lui, standosene lì in piedi a guardarlo, con il piatto del plumcake marmorizzato in mano, comincia a chiedersi se una lacrima, una sola delle migliaia di lacrime che il suo amico, come chi conta i soldi davanti a un povero, non la finisce più di versare, non possa magari fulminarlo all'istante facendo contatto con lo schermo del televisore.

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Pagina 91

Per una settimana, mentre i militari golpisti ripuliscono le strade del Cile da ogni focolaio di opposizione, trasformano gli stadi in campi di prigionia e introducono il taglio delle mani come lezione per i cantanti di musica folk, a lui praticamente non capita altro che veder piangere la sua ex fidanzata. Non che lo voglia. Non può fare altrimenti: se i cinque mesi del loro fidanzamento sono stati il grande avvenimento sentimentale della prima liceo - cinque mesi di fidanzamento bianco, del resto, come c'è da aspettarsi da una ragazza cilena di una famiglia cattolica di destra e da un argentino frutto di una coppia di esitanti pionieri del divorzio, trepido e paziente, per il quale il desiderio comincia a non essere più un impulso ma la fase finale, inevitabile più che cercata, di un processo di saturazione che se dipendesse da lui potrebbe durare mesi, anni, secoli -, la rottura, soprattutto per la brutalità con cui ha deciso di consumarla, quando nulla nella loro relazione, e nemmeno in lui, fino ad allora di un comportamento impeccabile, poteva farla presagire, non può non cadere su tutti quanti come una bomba e occupare il centro della scena. La vede piangere durante la ricreazione, rannicchiata ai piedi delle scale, protetta da un cordone di amiche che amplificano la sua condizione di umiliata in un rosario di facce sussiegose; nel laboratorio di scienze naturali, versando lacrime nella sacca ventrale del rospo che un compagno compassionevole ha accettato di fare a pezzi per lei; in mensa, davanti a un piatto di pasticcio di patate ormai freddo; nel mezzo di una lezione di ginnastica, quando, accecata da un accesso di pianto che la coglie durante la rincorsa, travolge l'asticella che dovrebbe saltare; all'uscita da scuola, mentre si dirige a testa bassa verso l'automobile che la attende trascinando per terra il costosissimo cuoio di una cartella vuota quanto il suo cuore. La vede piangere perfino quando non la vede, quando lei rimane assente senza preavviso e qualcuno, uno o una di quelli che prima martoriavano con spilloni segreti la fotografia di quell'idillio scandalosamente longevo, gli riferisce che non dorme più, che non mangia più, che a forza di soffiarsi il naso ha le narici rosse, ruvide come la lingua di un gatto, e che i suoi genitori, pensando di prendere due piccioni in un colpo solo, pensano già di rientrare a Santiago, dove il Palacio de la Moneda ha smesso di fumare e dove una iena in uniforme, con baffi e occhiali fumé, ordina fucilazioni seduta sulla stessa poltrona dalla quale è appena stato deposto Allende.

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