Copertina
Autore Fernando Pessoa
Titolo Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares
EdizioneFeltrinelli, Milano, 1998 [1986], Impronte 40 , Isbn 978-88-07-05040-4
OriginaleLivro do desassossego por Bernardo Soares [1982]
CuratoreMaria José de Lancastre
TraduttoreMaria José de Lancastre, Antonio Tabucchi
LettoreRenato di Stefano, 1999
Classe narrativa portoghese , diari , biografie
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Pagina 29

Ah, ho capito! Il signor Vasques è la Vita. La Vita, monotona e imprescindibile, legiferante e sconosciuta. Quest'uomo banale rappresenta la banalità della Vita. Egli, all'esterno, è tutto per me, perché la Vita per me è tutta all'esterno.

E se l'ufficio di Rua dos Douradores per me rappresenta la Vita, questo secondo piano dove alloggio, nella stessa Rua dos Douradores, rappresenta per me l'Arte. Sì, l'Arte che alloggia nella stessa strada della Vita, però in un luogo diverso; l'Arte che allevia dalla Vita senza alleviare dal vivere, e che è tanto monotona quanto la vita, ma soltanto in un luogo diverso. Sì, questa Rua dos Douradores abbraccia per me l'intero senso delle cose, la soluzione di tutti gli enigmi, posto che esistano enigmi; fatto, questo, che non può avere soluzione.

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Pagina 39

La tragedia principale della mia vita è, come ogni tragedia, un'ironia del Destino. Rifiuto la vita reale come una condanna; rifiuto il sogno come una liberazione ignobile. Ma vivo la parte più sordida e più quotidiana della vita reale; e vivo la parte più intensa e più costante del sogno. Sono come uno schiavo che si ubriaca durante il riposo: due miserie in un unico corpo.

Sì, vedo nitidamente, con la chiarezza con la quale i lampi della ragione fanno risaltare dall'oscurità della vita gli oggetti vicini che ce la raffigurano, quanto di vile, di stracco, di abbandonato e di fittizio c'è in questa Rua dos Douradores, che è per me la vita intera: quest'ufficio sordido di gente fino al midollo, la mia camera affittata al mese, dove non succede niente di interessante oltre il fatto che ci vive un morto, questa drogheria dell'angolo di cui conosco il padrone come ci si conosce fra persone, quei ragazzi sulla porta dell'antica taverna, quest'inutilità laboriosa di giorni tutti uguali, questa ripetizione persistente degli stessi personaggi come un dramma che consista solo nello scenario e lo scenario sia alla rovescia...

Ma vedo anche che fuggire da tutto questo significherebbe dominarlo o ripudiarlo, e io non lo domino perché non lo travalico all'interno della realtà, e non lo ripudio perché, qualunque cosa sogni, rimango sempre dove sono.

E il sogno, la vergogna di fuggire verso me stesso, la codardia di avere come vita quella spazzatura dell'animo che gli altri hanno soltanto nel sonno, nella immagine della morte attraverso la quale russano, nella tranquillità, che li fa sembrare dei vegetali progrediti! Non poter avere un gesto nobile che non sia fatto in privato né un desiderio inutile che non sia veramente inutile!

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Pagina 48

Invidio - ma non so se è invidia - coloro dei quali si può scrivere una biografia, o che possono scrivere la propria. In questi miei appunti sconnessi, e che non ambiscono ad avere un nesso, racconto con indifferenza la mia autobiografia priva di avvenimenti, la mia storia priva di vita. Sono le mie confessioni, e se in esse non dico niente è perché non ho niente da dire.

Che cosa c'è da confessare che valga la pena o che sia utile? Quello che è successo a noi, o è successo a tutti o esclusivamente a noi; nel primo caso non è una novità e nel secondo caso non è una cosa che si possa capire. Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre di sentire. Quello che confesso non ha importanza perché niente ha importanza. Con ciò che sento costruisco dei paesaggi. Fabbrico delle vacanze con le sensazioni. Mi è facile capire le ricamatrici che ricamano per pena e coloro che fanno la calza perché esiste la vita. La mia vecchia zia faceva dei solitari durante l'infinito delle sere di veglia. Queste confessioni del sentire sono i miei solitari. Non li interpreto come chi interroga le carte per conoscere il destino. Non le scruto perché nei solitari le carte non hanno un valore preciso. Mi srotolo come una matassa multicolore oppure invento con me stesso delle figure di spago come quelle che fra bambini si tessono con le dita aperte e si passano da un bambino all'altro. L'unica cosa che mi sta a cuore è che il pollice non sbagli il laccio che gli spetta. Poi giro la mano e l'immagine cambia. E io ricomincio.

Vivere è fare l'uncinetto con l'opinione degli altri. Ma, mentre lo si fa, il pensiero è libero e tutti i principi incantati possono passeggiare nei loro parchi tra un tuffo e l'altro dell'uncinetto d'avorio. Uncinetto delle cose... intervallo... Niente...

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Pagina 55

10-11.9.1931

Lo svegliarsi di una città, che avvenga con la nebbia o altrimenti, per me è sempre più commovente dello spuntare del giorno in campagna. Ci sono molte più cose che tornano alla vita, ci sono molte più cose da aspettarsi quando il sole, invece di limitarsi a indorare (prima di luce oscura, poi di luce umida, infine di oro luminoso) i prati, le sporgenze degli arbusti, le palme delle mani delle foglie, moltiplica i suoi possibili effetti sulle finestre, sui muri, sui tetti [...]. Un'aurora in campagna mi fa star bene; un'aurora in città mi fa star bene e male, e perciò mi fa star meglio. Sì, perché la maggiore speranza che mi arreca possiede, come tutte le speranze, il sapore lontano e nostalgico di non essere realtà. Un mattino in campagna esiste; un mattino in città promette; il primo fa vivere; il secondo fa pensare. E io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere. 33 (154)

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Pagina 56

15.9.1931

Nuvole... Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa. Nuvole... Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno de i grandi pericoli del mio destino. Nuvole... Corrono dall'imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all'avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l'ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.

Nuvole... Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l'intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente, più il niente di me stesso. Nuvole... Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole... Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell'aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento, fredde,

Nuvole... Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né farò niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l'ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l'universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto. Nuvole... Esse sono tutto, crolli dell'altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indeserivibili del tedio che loro attribuisco; nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole... Sono come me, un passaggio sfigurato fra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l'oscurità, finzioni dell'intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.

Nuvole... Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

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Pagina 76

15.5.1930

Alzata di spalle


Di solito attribuiamo alla nostra idea dell'ignoto il colore delle nostre nozioni del noto. Se la morte la definiamo un sonno è perché essa ci sembra un sonno dal di fuori; se chiamiamo la morte una nuova vita è perché ci sembra una cosa diversa dalla vita. Attraverso piccoli malintesi nei confronti del reale noi costruiamo le fedi e le speranze, e così ci nutriamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano a essere felici.

Ma è così la vita; o almeno è così quel particolare sistema di vita che di norma è definito civiltà. La civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo, e poi sognare sul risultato. E in verità il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. L'oggetto diventa veramente altro, perché noi l'abbiamo reso altro. Fabbrichiamo realtà. La materia prima è ancora la stessa ma la forma che l'arte le conferisce la allontana da se stessa. Un tavolo di pino è legno di pino, ma è anche tavolo. Ci sediamo al tavolo e non al pino. Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l'istinto sessuale, ma presupponendo un altro sentimento. E quella supposizione è ormai, in effetti, un altro sentimento.

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Pagina 79

I sogni hanno questo di volgare: che tutti sognano. Nel buio pensa a qualcosa il garzone che durante il giorno si appisola appoggiato al lampione, nell'intervallo fra una vettura e l'altra. Io lo so che cosa pensa fra sé e sé: pensa alla stessa cosa nella quale mi inabisso fra un'addizione e l'altra nel tedio estivo dell'ufficio silenzioso.

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Pagina 84

13.6.1930

Vivo sempre nel presente. Non conosco il futuro. Non ho più il passato. L'uno mi pesa come la possibilità di tutto, l'altro come la realtà di nulla. Non ho speranze né nostalgie. Conoscendo ciò che è stata la mia vita fino ad oggi (tante volte e per tanti versi l'opposto di come avrei voluto), cosa posso presumere della mia vita di domani se non che sarà ciò che non presumo, ciò che non voglio, ciò che mi succede dal di fuori, perfino attraverso la mia volontà? Non c'è niente nel mio passato che mi faccia ricordare una cosa con il desiderio inutile di avere di nuovo quella cosa. Non sono mai stato altro che un residuo e un simulacro di me stesso. Il mio passato è ciò che non sono riuscito ad essere. Non ho nostalgia nemmeno delle sensazioni di momenti passati: quello che sentiamo esige il suo momento; quando il momento è passato si volta pagina, la storia continua ma non continua il testo.

Breve ombra scura di un albero cittadino, lieve rumore di acqua che cade nella fontana triste, verde dell'erba regolare (giardino pubblico sul far del crepuscolo): voi siete per me, in questo momento, l'universo intero, perché siete il contenuto pieno della mia sensazioni cosciente. Dalla vita non voglio altro che sentirla perdersi in queste sere impreviste, al suono di questi bambini estranei che giocano in questi giardini sbarrati dalla malinconia delle strade che li circondano, e incorniciati, oltre che dai rami alti degli alberi, dal vecchio cielo dove le stelle ricominciano.

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Pagina 192

Penso a volte con un certo piacere (a doppia sezione) alla possibilità futura di una geografia della nostra consapevolezza di noi stessi. A mio avviso lo storico futuro delle nostre sensazioni potrà forse ridurre a una scienza precisa il suo atteggiamento verso la consapevolezza della sua stessa anima. Per ora siamo agli inizi in quest'arte difficile: arte tuttavia; chimica delle sensazioni che per ora si trova in uno stadio alchemico. Questo scienziato del lontano futuro proverà uno scrupolo speciale verso la sua vita interiore. Da se stesso si fabbricherà lo strumento di precisione per ridurla a oggetto di analisi. Non vedo grande difficoltà nel costruire uno strumento di precisione per un uso autoanalitico, unicamente con acciaio e bronzo del pensiero. Mi riferisco ad acciaio e bronzo, veramente acciaio e bronzo, ma dello spirito. Forse esso dovrà essere forgiato proprio in questo modo. Bisognerà probabilmente procurarsi l'idea di uno strumento di precisione, vedendo materialmente quell'idea, per poter procedere a una rigorosa analisi intima. E naturalmente sarà necessario ridurre anche lo spirito a una specie di materia reale con una specie di spazio nel quale esso esiste. Tutto questo dipende dal fatto che le nostre sensazioni profonde siano aguzzate al massimo fino a che, spinte fino al limite del possibile, riveleranno senza dubbio o creeranno in noi uno spazio reale come lo spazio che esiste e nel quale è la materia, la quale è d'altronde irreale in quanto cosa.

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Pagina 199

Rileggo con lucidità, lungamente, testo dopo testo, tutto quanto ho scritto. E trovo che tutto è privo di valore e sarebbe stato meglio non averlo scritto. Le cose riuscite, siano esse imperi o frasi, proprio in virtù della loro riuscita posseggono l'aspetto più negativo delle cose reali: il fatto che sappiamo che sono periture. E tuttavia non è questo che sento e che mi addolora della mia opera, in questi indugiati momenti di rilettura. Mi dispiace che non sia valsa la pena scrivere, e che il tempo perso in ciò che ho scritto l'ho guadagnato soltanto nell'illusione, ora perduta, di aver creduto che valesse la pena scriverlo.

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Pagina 200

Frammenti di una autobiografia


Inizialmente mi sono dedicato a speculazioni metafisiche, in seguito alle idee scientifiche. Infine mi hanno attratto idee [...] sociologiche. Ma in nessun periodo di questa mia ricerca della verità ho trovato sicurezza e sollievo. Leggevo poco, qualsiasi fossero i miei interessi. E in quel poco che leggevo mi annoiava trovare svariate teorie, tutte contraddittorie e tutte ugualmente suffragate da convincenti argomentazioni, tutte ugualmente probabili e funzionanti secondo una selezione dei fatti che aveva l'arroganza di rappresentare tutti i fatti. Se alzavo dai libri i miei occhi stanchi, se rivolgevo al mondo esteriore la mia turbata attenzione, vedevo una cosa sola, che mi negava l'utilità di leggere e di pensare, strappandomi uno a uno tutti i petali dell'idea dello sforzo: l'infinita complessità delle cose, l'immensa somma [...], la prolissa irraggiungibilità di quei pochi dati che sarebbero necessari per la formulazione di una scienza.

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Pagina 202

Noi siamo la morte. Quella che crediamo vita è il sonno della vita reale, la morte di ciò che davvero siamo. I morti nascono, non muoiono. I due mondi per noi sono scambiati. Quando crediamo di vivere siamo morti; ci apprestiamo a vivere quando siamo alla fine.

Il rapporto esistente fra il sonno e la vita è identico fra ciò che chiamiamo vita e ciò che chiamiamo morte. Stiamo dormendo, e questa vita è un sogno, non in un senso metaforico o poetico, ma in un senso vero.

Tutto ciò che consideriamo superiore nelle nostre attività: tutto ciò che partecipa della morte, tutto questo è morte. Cosa sono gli ideali se non l'ammissione dell'inutilità della vita? Cos'è l'arte se non la negazione della vita? Una statua è un corpo morto, scolpito per fissare la morte con materia incorruttibile. Perfino il piacere, che sembra un'immersione nella vita, è piuttosto un'immersione in noi stessi, una distruzione dei rapporti fra noi e la vita, un'ombra agitata della morte.

Vivere è morire, perché non abbiamo un giorno in più nella nostra vita senza avere, al contempo, un giorno in meno.

Popoliamo i sogni, siamo ombre che errano attraverso foreste impossibili i cui alberi sono case, abitudini, idee, ideali e filosofie.

E non trovare mai Dio, non sapere addirittura se Dio esiste! Passare da un mondo all'altro, da un'incarnazione all'altra sempre nell'illusione che lusinga, sempre nell'errore che conforta.

Mai la verità, mai la quiete! Mai l'unione con Dio! Mai la pace vera, ma sempre un brandello di pace, sempre il desiderio di essa!

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Pagina 203

Vivere una vita raffinata e senza passioni, al riparo delle idee, leggendo, sognando e pensando a scrivere; una vita abbastanza lenta da poter essere sempre sul limite del tedio, sufficientemente meditata da non trovarvici mai. Vivere quella vita lontano dalle emozioni e dai pensieri, soltanto nel pensiero delle emozioni e nell'emozione dei pensieri. Indugiare al sole, doratamente, come un lago oscuro contornato di fiori. Avere, nell'ombra, quell'aristocrazia dell'individualità che consiste nel non insistere con la vita. Nel volteggiare dei pianeti, essere come un polline che un vento ignoto alza nell'aria della sera e il torpore dell'imbruníre lascia cadere in un luogo fortuito, fra cose più grandi. Essere questo con una ferma consapevolezza, senza allegria e senza tristezza, ma grati al sole per la sua luce e alle stelle per la loro lontananza. Non essere di più, non avere di più, non volere di più... La musica dell'affamato, la canzone del cieco, la reliquia del viandante sconosciuto, i passi nel deserto di un cammello digiuno e senza meta.

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Pagina 206

Estetica dell'indifferenza


Quello che il sognatore deve cercare di sentire di fronte a ogni cosa è la nitida indifferenza che essa, in quanto cosa, gli causa.

Essere capaci di distillare, con un istinto immediato, da ogni oggetto o avvenimento ciò che esso può avere di sognabile, lasciando morto nel Mondo Esteriore tutto quanto esso ha di reale: ecco che cosa l'uomo saggio deve cercare di realizzare.

Non vivere mai i propri sentimenti con sincerità ed esaltare il proprio pallido trionfo fino a poter guardare con indifferenza le proprie ambizioni, le proprie ansie e i propri desideri; sfiorare le proprie allegrie e le proprie angosce come come chi sfiora una persona che non gli interessa...

Il più grande dominio di noi stessi consiste nell'indifferenza verso noi stessi, il considerarsi, anima e corpo, come la casa e il parco dove il Destino ha voluto farci passare la vita.

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Pagina 219

8.4.1931

La giornata, in tutta la sua desolazione di nuvole leggere e tiepide, è stata occupata dalla notizia che era scoppiata la rivoluzione. Tali notizie, vere o false, mi riempiono sempre di uno speciale sconforto, unito al disprezzo e alla nausea. Mi ferisce l'intelligenza che qualcuno creda di modificare qualcosa agitandosi. La violenza, di qualsiasi tipo sia, è stata sempre per me una forma stralunata della stupidità umana. E poi tutti i rivoluzionari sono stupidi come lo sono, in grado minore perché in modo meno scomodo, tutti i riformatori.

Rivoluzionario o riformatore: l'errore è lo stesso. Incapace di dominare e di modificare il suo atteggiamento verso la vita, che è tutto, o verso se stesso, che è quasi tutto, l'uomo fugge volendo modificare gli altri e il mondo esterno. Ogni rivoluzionario, ogni riformatore, sono degli evasi. Combattere è non essere capace di combattere se stesso. Riformare significa essere incapace di correggersi.

L'uomo di giusta sensibilità e di integra ragione, quando è preoccupato per il male e per l'ingiustizia del mondo cerca naturalmente di correggerli, specialmente dove il male e l'ingiustizia sono più vicini a lui. Vale a dire dentro se stesso. E questa è un'impresa che occupa la vita intera.

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Pagina 225

La generazione a cui appartengo ha trovato un mondo privo di certezze per chi possegga un cuore e un cervello. Il lavoro di distruzione delle generazioni precedenti aveva prodotto come risultato che il mondo nel quale nascemmo era privo per noi di sicurezza sul piano religioso, di sostegno sul piano morale, di stabilità sul piano politico.

Siamo nati in piena ansia metafisica, in piena ansia morale, in piena inquietudine politica. Le generazioni precedenti, imbevute solo di formule esteriori, di meri procedimenti della ragione e della scienza, avevano smantellato le fondamenta della fede cristiana, poiché la loro esegesi biblica, trasformandosi da critica dei testi in critica mitologica, aveva ridotto i vangeli e la precedente ierografia degli ebrei a un ammasso incerto di miti, di leggende e di mera letteratura; e la loro critica scientifica aveva gradualmente individuato gli errori e le arcaiche ingenuità della "scienza" primitiva dei vangeli. E al contempo la libertà di discussione, nel processare ogni problema metafisico, si portò via anche i problemi religiosi che concernevano la metafisica. Ebbre di un incerto qualcosa che chiamarono "positività", quelle generazioni criticarono ogni tipo di morale, scandagliarono ogni regola di vita; e da questo conflitto di teorie non restò che la certezza che non c'erano teorie e il dolore per quella certezza. Evidentemente una società così confusa nelle sue basi culturali non poteva che diventare vittima, in politica, di quella stessa confusione. Così noi ci siamo affacciato su un mondo avido di novità sociali, che partiva allegramente alla conquista di una libertà di cui non conosceva il significato e di un progresso del quale non aveva mai dato una definizione.

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Pagina 236

L'esperienza diretta costituisce il sotterfugio o il nascondiglio di coloro che sono sprovvisti di immaginazione. Leggendo i rischi che ha corso un cacciatore di tigri, posseggo il quoziente di rischio che valeva la pena di correre, salvo quello dello stesso rischio, che non valeva tanto la pena di correre, che è passato.

Gli uomini di azione sono gli schiavi involontari degli uomini d'intelletto. Le cose non valgono se non nella loro interpretazione. Alcuni, dunque, creano cose affinché gli altri, convertendole in significato, le rendano esistenze. Narrare è creare, perché vivere è soltanto essere vissuto.

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Pagina 237

25.7.1930

Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l'idea che ci facciamo di qualcuno. E' un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo.

Questo discorso vale per tutta la gamma dell'amore. Nell'amote sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell'amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un'idea nostra. L'onanista è un essere abietto ma, in verità, è la perfetta espressione dell'amante. E' l'unico che non finge e non si sbaglia.

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Pagina 239

21.6.1934

Visto che possiamo considerare questo mondo come un'illusione e un fantasma, potremmo considerare tutto quello che ci accade come un sogno, una cosa che ha finito di esserci perché dormivamo. E allora nasce in noi una indifferenza sottile e profonda verso tutte le sconfitte e i disastri della vita. Coloro che muoiono hanno girato l'angolo e perciò abbiamo cessato di vederli; quelli che soffrono ci passano accanto, se sentiamo, come in un incubo; se pensiamo, come un vaneggiarnento sgradevole. E anche la nostra sofferenza non sarà altro che quel nulla. In questo mondo dormiamo sul lato sinistro e sentiamo nei sogni l'esistenza oppressa del cuore.

Nient'altro... Un po' di sole, un po' di brezza, alcuni alberi che incorniciano la distanza, il desiderio di essere felice, il dolore per i giorni che passano, la scienza sempre incerta e la verità sempre da scoprire... Nient'altro, nient'altro... Sì, nient'altro...

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