Copertina
Autore Adriano Petta
Titolo Assiotea
SottotitoloLa donna che sfidò Platone e l'Accademia
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2009, , pag. 345, cop.fle., dim. 15x21x2 cm , Isbn 978-88-6222-105-4
LettorePiergiorgio Siena, 2010
Classe narrativa italiana , storia antica , filosofia
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Indice


      PARTE PRIMA - Le miniere del Laurio         5

   I. Una statuetta di marmo nero                 7
  II. Il "Grande Ordinamento".                   17
 III. Un lenzuolo sporco di sangue               34
  IV. Tornerai in questo tempio                  46
   V. Forse non era un ladro qualunque           64
  VI. Inferiori per natura                       87
 VII. Demostene e Assiotea                       99
VIII. Il cerchio sacro della Pnice              111

      PARTE SECONDA -I giardini di Academo      141

   I. La statuetta della libertà                143
  II. Il baluginio delle lucciole               156
 III. Sangue ai piedi di Artemide Munichia      163
  IV. Uno scarto della natura                   178
   V. Il Divulgatore e il Guardiano             201
  VI. Brucia questa lettera                     215
 VII. Il Divulgatore getta la maschera          239
VIII. La casa del cielo: missione pericolosa    263
  IX. Religiose triremi da guerra               282
   X. Lastenia prende il calamo in mano         310

Epilogo                                         326
Nota dell'autore                                335
Glossario                                       338


 

 

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Pagina 17

II - Il "Grande Ordinamento"

Si erano appena conclusi i giochi di Argo. A Fliunte era l'anno dell'arconte Rintone, mentre ad Atene era l'anno di Teello. L'undicesimo giorno di Ecatombeone, avevo compiuto diciassette anni.

Era una tarda mattinata del mese di Metageitmione. Le mura robuste isolavano la casa dal caldo estivo che infuocava Fliunte. Mamma Antinoe e io passavamo quasi tutta la giornata nel gineceo, l'unica stanza con una finestra che dava sull'esterno, esposta a ponente, da cui entrava la luce del giorno fino al calar della sera. Le faccende di casa - compresa la spesa al mercato - le svolgeva quasi interamente la vecchia Demodice, zia di mia madre, vedova da una vita.

Avevo sette anni quando mamma m'insegnò a leggere e scrivere. Mio padre Piramo commerciava in papiro che acquistava in Egitto e in Trinacria, che poi rivendeva a Sparta, Mantinea, Corinto, Atene e un po' in tutta l'Ellade. Tranne i pochi mesi invernali - in cui le condizioni atmosferiche erano proibitive per la navigazione - stava via quasi tutto l'anno. Ogni volta che arrivava, consegnava mucchi di libri a mia madre affinchè ne facesse delle copie. Quando tornava, ne aveva altri, e poi altri ancora. E quando ripartiva, portava con sé le copie fatte, per consegnarle ai committenti. Mia madre vergava con una scrittura bellissima. Mentre trascriveva, non riusciva a liberarsi di me. Fin da bambina, le stavo appiccicata, e lei - sfinita - mi permetteva di sedere in un angolo del grosso tavolo, mi metteva davanti dei pezzetti di papiro, dandomi il permesso di copiare. Ma io non facevo altro che chiederle il significato di ogni parola che scrivevo. E lei, borbottando dolcemente perché la distraevo, mi accontentava. Si accorse, però, che ero capace di scrivere come lei, con una grafia altrettanto chiara. Allora mi permise di diventare la sua aiutante. Ma io continuai a farle domande. E lei, anno dopo anno, fece di tutto per rispondermi, occhi fissi sul lavoro, segretamente orgogliosa di me. Fu così che la mia bambola di lana rimase abbandonata nel cesto delle noci.

Quel giorno di Ares della prima settimana, stavo copiando un brano di Tucidide. Non potei frenare una domanda che mi bruciava dentro: "Mamma, perché mio padre non ci porta mai da copiare libri scritti da donne?".

Poggiato il calamo sull'astuccio delle pastiglie d'inchiostro, sollevò il capo fissandomi con occhi penetranti: "Semplicemente perché non esistono, tranne le poesie di Saffo e di Prassilla. la storia della specie umana, figlia mia, e riguarda non solo Fliunte e l'Argolide, ma l'Arcadia, la Beozia, l'Attica... l'intera Ellade. Ed è lo stesso fenomeno dall'Oriente alle colonne d'Eracle". I lineamenti del suo volto si erano incupiti. "Da sempre la storia l'hanno fatta, scritta e raccontata gli uomini. La stessa mano che ha retto la spada, ha usato anche il calamo. Re, faraoni, condottieri, arconti, strateghi, filosofi, attori, sacerdoti, cittadini, liberi, meteci e anche schiavi... intenti a pensare, programmare, fare solo e soltanto guerre. Guerre di conquista, guerre di difesa. Vinti che si alleano con i vincitori per conquistare altre terre, altri popoli. Per continuare a fare le guerre. Con la benedizione degli dèi." Piegò la bocca a un sorriso amaro. "I libri li scrivono gli uomini... perché sono gli uomini a fare la storia. Noi donne non contiamo niente nel cammino umano. Se non fosse che solo noi possiamo fare i figli, l'uomo ci avrebbe già eliminate."

Sorrise con amarezza: "Vengo accusata da tuo padre di avere influenza negativa su di te.

"Sono la ragazza più fortunata dell'Ellade, mamma."

Prese a ordinare tutti i fogli di papiro che aveva ultimato di copiare, li controllò con attenzione, me li porse dicendomi di sistemarli nella cassa - nella parte dove c'erano meno fogli - sotto la vecchia borsa di cuoio contenente 'un libro di dubbia appartenenza': usò quest'espressione. Però subito ci ripensò. Fu lei infatti ad alzarsi, ad afferrare la vecchia borsa dalla cassa e ad appenderla al gancio alla sinistra della finestra, accanto all'altra borsa. Poi sistemò i fogli.

"Che vuoi dire, mamma... di dubbia appartenenza?"

"Non c'è un vero titolo dell'opera, anche se all'inizio parla più volte di un Grande Ordinamento. L'autore potrebbe essere un filosofo, un signor sconosciuto... tale Leucippo... di cui lessi tempo fa solo un accenno in un commento di Aristotele. Ma più che filosofo, a me pare un commediografo."

"Perché dici questo?"

"Secondo questo pensatore, noi siamo composti da piccolissime particelle, invisibili ai nostri occhi."

"Gli atomi..."

Mamma Antinoe mi fissò stupita: "Per Athena! Oltre tutto il lavoro di lettura e di copiatura che ti assegno... tu leggi anche la mia parte! Oh Assiotea...". Mi venne accanto, mi strinse il capo al suo petto soffocandomi d'amore: "Con te gli dèi mi ricompensano di tutto...". Strinse il mio volto tra le sue mani sporche d'inchiostro rossigno, scosse il capo: "Bella come sei, tuo padre non tarderà a darti in moglie a qualcuno... Anzi, mi stupisco che non ci abbia ancora pensato... ormai hai diciassette anni, e hai raggiunto da un pezzo l'età adatta. Oh Assiotea, che darei per saperti felice.,.!".

"Lo sono, mamma."

"Ma dopo... dopo potrai rassegnarti, nel vedere che tuo marito ti userà solo per avere dei figli? E non è detto che non dovrai dividere la casa con una concubina. Ma nemmeno questo gli basterà, perché si accompagnerà quasi sempre con una etera. Ma anche questo non è detto che gli basti... e spesso e volentieri andrà con le prostitute..." E mi baciò la fronte. "Quante cose vedranno questi tuoi occhi, Assiotea, e poi... e poi, la loro grande passione, quella consacrata dai filosofi, il vero amore lo proveranno per un ragazzo..."

"Tu hai visto tutte queste cose, mamma?" Cercavo di frenare la mia commozione, non volevo che soffrisse ancora.

"Tutte, Assiotea. Ma sono stata meno sfortunata di tante altre, perché tuo padre finora non ha trascorso in casa mai più di quattro mesi l'anno." E mi sfiorò il capo con un bacio.

Le accarezzai una guancia. "Ci si può rifiutare di sposarsi?"

"No. Si può solo sperare che ti tocchi un uomo non molto feroce." E scrollava la testa con un gesto pieno di dolore e d'amore. Dovevo spezzare quell'atmosfera, allontanare quei pensieri dalla sua mente: "Perché Leucippo ti sembra un commediografo, mamma? Lessi anch'io la nota di Aristotele, ma non ne ricavai questa impressione...".

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Pagina 188

Con le dita tremanti, Fiatone sfiorò la sua ampia fronte solcata da rughe sottili. Incastonati in palpebre senza ciglia, i suoi fieri occhi chiari fissavano il volto di Aristotele seduto accanto a lui. Gli occhi scrutatori di quest'ultimo lanciarono un'occhiata obliqua verso di noi, poi fecero un impercettibile cenno al maestro.

La voce sommessa del vecchio mi giunse come una sferzata al volto: "Invoco il sommo Zeus che tutto compie di aiutarci a dare ospitalità ad Assiotea, lungo il corso di questa serie di studi. Avete avuto l'occasione di conoscervi, avrete tutto il tempo di frequentarvi. Ma oggi tocca a lei parlarci, dirci quali sono le sue aspettative". E senza fissarmi, ma con un tono di voce ancora più fioco: "Vieni a sedere accanto a me, Assiotea di Fliunte".

Il lucernario era quasi tutto ostruito dal gigantesco ippocastano i cui rami svettavano sopra di noi; la luce che filtrava pioveva intorno al tronco, davanti al quale erano seduti i due filosofi. La mano di Eudosso strinse la mia, rassicurante. Così mi feci forza e mi portai accanto a Platone. Aristotele mi indicò la sedia di marmo accanto al maestro.

Platone manteneva sempre il capo lievemente reclinato sul petto, non mi guardava, sembrava fissare il pavimento di marmo. Poi, mi fece un cenno con la mano.

Mi sentivo il cuore galoppare. "Molte volte" dissi "ho pensato a questo momento, signore, ma ora è tutto diverso perché questa è realtà, e io non posso correre il rischio di essere fraintesa, oppure di essere banale. Quindi, preferisco essere sincera fino in fondo, a costo d'infrangere le buone maniere che si addicono a una circostanza e a un luogo come questo. Tu sai, Platone, che io di professione faccio la copista; ma quando trascrivevo i libri, soprattutto i tuoi, oltre a copiarli con gli occhi, li leggevo con la mente. E talvolta ho scritto dei commenti a margine dei tuoi pensieri. Quello che non riuscivo a comprendere era come fosse possibile che un grande filosofo come te, Platone, potesse giustificare la schiavitù e la condizione della donna...". E fissai Aristotele, visto che il vecchio continuava a guardare nel vuoto. "Molte altre cose, signore, ho in mente di dirti, e se in futuro me lo permetterai, lo farò... ma i capisaldi sono questi: tu dici che si nasce schiavi, che gli schiavi sono inferiori ai cittadini liberi... per natura. Tu affermi, Platone, che la donna è inferiore all'uomo perché così ha stabilito Madre Natura..." Scrutavo il vecchio, con la speranza che mi guardasse, per tentare d'indovinare quello che gli passava per la testa. "Se questi stessi pensieri li manifestasse un povero pastore che vive isolato assieme a un gregge, su una montagna per l'intero anno, potrei anche non spaventarmi, perdonarlo... Ma queste idee sono state scritte e divulgate nel centro del sapere più importante del mondo, dal pensatore più grande che l'umanità abbia mai avuto finora, nella scuola in cui vengono a studiare i migliori uomini dell'Ellade, i più grandi politici dell'Attica, i migliori filosofi e scienziati esistenti sulla Terra. Maestro, niente è più importante e grave di questo fatto. Perché è in discussione il destino e il futuro non solo di Atene, ma di tutto il genere umano. "Tacqui, non sapevo se potevo proseguire o attendere un suo commento.

Senza degnarmi d'uno sguardo, il vecchio sollevò soltanto alcune dita d'una mano nella direzione di Aristotele.

L'uomo dai lunghi capelli rossi, la faccia minacciosa, mi parlò: "Innanzitutto, la posizione del maestro non è netta come vuoi far intendere tu, Assiotea. Se hai letto attentamente La Repubblica, avrai notato che Platone immagina una società in cui uomo e donna sono praticamente uguali nelle mansioni da svolgere...".

"Perdonami, Aristotele...", mentre lo interrompevo, il suo sguardo divenne ostile "... ma quel pezzo è come una favola! Somiglia alla fantastica storia di Atlantide!".

Sollevò appena i gomiti, protese lievemente le braccia: " bene che tu sappia che il maestro ha chiesto anche un mio parere sulla tua ammissione all'Accademia. Pur avendo una grande stima per me, non ha voluto ascoltarmi. Io ero contrario. Avevo letto i tuoi commenti su quella copia della Repubblica. Sapevo perfettamente che, con le tue stupidaggini sulla condizione femminile, ci avresti fatto perdere tempo prezioso: qui non si scherza, dèi e propilei! Qui stiamo cercando di mettere ordine nel Cielo e sulla Terra! Qui si studiano matematica, astronomia, filosofia, botanica, minerali, le stagioni, la storia dell'uomo, le guerre, la politica... La nostra è una società organizzata alla perfezione: ogni tassello costituisce un pezzetto del grande mosaico del nostro destino. Noi filosofi siamo superiori alle piccole vicende umane di oggi: il nostro è un progetto millenario. Per questo non possiamo perdere tempo dietro una smorfiosa che scimmiotta l'uomo..."

Mi veniva da piangere.

"Assiotea di Fliunte" riprese "tu sei qui solo perché il Maestro è diventato troppo buono, invecchiando. Il suo unico difetto è che vorrebbe il consenso di tutti... mentre chi si appresta a dirigere tutto il genere umano dev'essere spieiato, quando occorre". Strinse i pugni. "Ho la sgradevole sensazione che tu sia una donna che non s'arrende tanto facilmente. Sappi allora che, per quanto riguarda la condizione del sesso a cui appartieni, io sono molto più chiaro di Platone: la donna non è inferiore all'uomo per natura... perché il solo dire che è inferiore avvicina troppo questo essere alla nostra nobiltà!" Proprio in quel momento, tra i rami esplose un sole violento. Aristotele si alzò in piedi protendendo le mani al cielo: "La donna è uno scarto della Natura!" urlò. "Questo è il frutto dei miei studi...! Uno scarto... dèi e propilei! Io e il mio maestro stiamo perdendo tempo dietro uno scarto della natura! Ma voi... voi sopra l'Olimpo... come potete permettere tutto questo?" E rimase così, mani protese verso il fiotto di luce che prese a fuggire in alto.

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Pagina 264

Le fronde dell'ippocastano stormirono, fu come se una folata d'aria gelida ci attraversasse tutti, proprio mentre Platone e Aristotele entravano. Lo Stagirita aveva la faccia rosea più minacciosa che mai, mentre il maestro - accigliato e appoggiandosi all'allievo - girava il capo fissandoci tutti, come se volesse accertarsi della nostra presenza.

Sedettero di fronte a noi.

Platone biascicò con la bocca pastosa, poi, senza guardarci, con la voce più fioca che mai, parlò: "Invoco il sommo Zeus che tutto compie. Perché alcuni uomini, che hanno avuto l'arroganza di chiamarsi filosofi, hanno sentito il bisogno d'immaginare gli atomi? Mai nessuno aveva osato tanto. Questi due nemici dell'umanità e della vita, di cui ho nausea e orrore al solo pensiero del loro nome, questi due dannati Abderiti hanno cercato di spazzar via, con una sola idea empia e malefica, tutto quello che donava all'uomo luce e speranza. Questi due dannati, ed è indispensabile che teniamo a mente i loro nomi in modo da saperli riconoscere... Leucippo e Democrito...", il suo viso si trasformò in una maschera ridicola, nauseabonda, "... hanno inventato gli atomi e il vuoto per attaccare l'anima! Gli dèi! La vita oltre questa vita! Questi due esseri infernali hanno immaginato di distruggere la vita! Perché la vita... la vita vera non è questa, perché il nostro corpo altro non è se non una tomba! La vita vera è la nostra anima, è quello che ci aspetta dopo la nostra morte: il viaggio che farà la nostra anima verso l'immortalità! Ebbene, queste due bestie hanno osato immaginare che anche l'anima è fatta di atomi! Se il pensiero di questi due maledetti si diffondesse... la specie umana sarebbe cancellata dal mondo...".

Platone mosse il capo lentamente, gli occhi torvi. "Democrito ebbe la sfrontatezza di leggere un suo libro, pieno di empietà e di male, addirittura al teatro, qui, ad Atene... sotto lo sguardo adirato della nostra dea e della sua civetta! Alla presenza di migliaia di ateniesi ingenui e indifesi! L'arroganza e la malizia di quest'uomo non conoscevano limiti. E la gente lo ascoltò... e ne rimase stregata. L'irreparabile stava per accadere: quell'empio stava gettando il seme della morte in mezzo a noi. Ma gli dèi vennero in nostro soccorso: il figlio del male svanì e non se n'è più sentito parlare. Ho cercato di ringraziare gli dèi facendo quel poco che potevo... raccogliendo e bruciando tutti i suoi libri. Ma quando sembrava che tutte le opere di questi due dannati fossero svanite, ecco spuntare da Fliunte un testo di Leucippo... l'opera primordiale, da cui sono stati abortiti gli atomi: Il Grande Ordinamento. E dietro questo libro, si è lanciata Assiotea di Fliunte." Lentamente mosse gli occhi gettandomi un'occhiata malevola. "Sarei grato se Assiotea di Fliunte ci parlasse di tutto questo, e degli atomi... e cosa ne pensa lei di questi semi: se sono semi divini o infernali, se gli atomi possono aiutare a spiegare e raggiungere l'immortalità e gli dèi... oppure se possono far crollare l'architettura divina del mondo celeste." E restò qualche momento con lo sguardo a mezz'aria, sospeso.

Aristotele non batteva ciglio.

Lastenia mi sfiorò una mano. La guardai, aveva gli occhi tristi.

Mi alzai in piedi, non avevo paura, stava per finire tutto: "Non ho letto Il Grande Ordinamento... né altre opere di Leucippo... né di Democrito. Quel poco che so di questi due autori lo devo a due pagine che copiai a Fliunte, opera di Aristotele, in cui per sommi capi egli riassumeva la teoria atomica e il pensiero dei due filosofi...".

Aristotele raddrizzò la schiena, mi fissò con un'espressione di commiserazione sul volto, che si trasformò in indulgente amarezza. "I miei studi abbracciano tutto lo scibile, non esiste attività umana o divina che io non cerchi di capire e di spiegare." La sua voce era aspra come mai, non accettava repliche. "Per questo ho ritenuto che anche due stolti pieni di fantasia come Leucippo e Democrito meritassero una mia riflessione scritta. Certamente non sprecherò una sola riga per Assiotea di Fliunte." E disse questo senza degnarmi d'uno sguardo. "Tieni presente, comunque, che Democrito chiamava l'atomo idea: forse era lo stesso concetto dell'idea platonica... Di sicuro, però, c'è solo l'uomo prodotto dalla pochezza intellettuale del presuntuoso Abderita: un uomo completamente senza speranza, che come patria non aveva alcuna Città... ma la desolante vastità del mondo."

"Certo, i grandi uomini non si sentono soli al pensiero che ci troviamo immersi in mondi infiniti... mentre quelli piccoli come voi si sentono sicuri solo in una città-prigione come Atene, con le sue leggi spieiate dettate da voi filosofi, per poter controllare tutto e tutti." Mi sentivo incapace d'inventarmi nuove speranze, ma la mia rabbia mi offrì la forza di proseguire. "Soltanto io, da sola, a Fliunte, dall'età di sette-otto anni, credo di aver copiato quattromila o cinquemila fogli di Platone... che hanno tutti in comune una sola cosa: l'odio verso il mondo, verso questo mondo. Che possono sperare quelle due povere paginette su Leucippo e su Democrito... dinanzi alla ciclopica opera di Platone? Tu adesso mi dirai che la mia risposta non è attinente con la materia della lezione odierna... e invece credo proprio che lo sia. Pensa se oggi, al posto mio, ci fosse stato Democrito in persona: avrebbe avuto i tuoi stessi capelli bianchi, Platone, la tua saggezza, l'amore per le proprie idee... Pensa che disputa filosofica avrebbe avuto luogo! E invece le cose non sono andate così. Il popolo di Atene, non molti anni fa, ha potuto ascoltare, per pochi giorni, solo Democrito... e chi era presente ricorda che furono momenti memorabili. Mai si erano sentiti concetti così rivoluzionari, mai nessun uomo aveva suscitato una passione simile, un così grande amore per la vita. Uno degli ascoltatori era quello che tu definisci pezzente: Diogene di Sinope. Ma subito dopo Democrito venne assalito, sicuramente ucciso, le sue opere fatte sparire e bruciate, quasi certamente dai tuoi fedelissimi. Questo è stato il programma da te sbandierato e da te rabbiosamente messo in atto."

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