Copertina
Autore Harold Pinter
Titolo I nani
EdizioneEinaudi, Torino, 2005 [1993], Super ET , pag. 252, cop.fle., dim. 135x208x15 mm , Isbn 978-88-06-18205-2
OriginaleThe Dwarfs [1990]
PrefazioneGuido Davico Bonino
TraduttoreAlessandra Serra
LettoreGiovanna Bacci, 2005
Classe narrativa inglese
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Pagina 5

Uno


Andarono all'appartamento poco prima di mezzanotte. Era buio e gli avvolgibili erano abbassati. Len introdusse la chiave nella serratura e con una spinta apri la porta. C'era una pila di lettere sullo zerbino. Le raccolse e le posò sul tavolo dell'ingresso. Scesero per le scale. Pete apri la finestra del salotto e tirò fuori da una tasca un pacchetto di tè. Andò in cucina e riempi il bollitore.

Len si aggiustò gli occhiali e lo seguí. Tirò fuori un flauto dalla tasca interna. Ci soffiò dentro, lo guardò controluce e se lo portò alla bocca. Piegandosi, lo scosse con violenza e lo lucidò sui pantaloni, si rialzò, afferrò uno strofinaccio ruvido dal portasciugamani e si pulí le dita. Poi vi pulí il flauto e se lo rigirò tra le mani, lo portò alla bocca, copri i fori con le dita e soffiò. Non dava segni di vita.

Non esagerare.

Len si batté il flauto sulla testa.

Cos'ha che non va? disse.

La pioggia cadeva sul tetto della cucina. Pete aspettò che l'acqua bollisse, poi la versò nella teiera e portò tutto in salotto, dove sistemò due tazze sul tavolo. C'erano due poltrone accanto al caminetto, una di fronte all'altra. Lui si sedette su una delle due e si accese una sigaretta.

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Pagina 30

Tre


Avrei voglia di ballare stasera. abbastanza naturale.

Virginia era accovacciata sul sofà. La stanza era immobile. Una lama di sole attraversò il tappeto. Non c'era un rumore.

Lei si alzò in piedi. La prospettiva della stanza cambiò, la luce del sole si capovolse. La stanza si assestò. La luce del sole si rinnovò. Ma, pensò lei, appena mi alzo in piedi l'equilibrio viene turbato. Ho interrotto il ciclo. Ho violentato le forze naturale e immutabili. Ho invertito il ciclo.

Sorrise. Era un concetto, a cui Pete avrebbe certamente sorriso, e che avrebbe certamente elaborato. Cosa avrebbe detto? Come avrebbe cominciato? La stanza e il sole, avrebbe detto, erano quello che erano, cosí, e nient'altro. C'erano molte stanze, ma un unico sole. Una stanza può essere difettosa nel progetto e nella costruzione, e può essere criticata da quel punto di vista. Una fenditura nel tetto è un difetto. Una stanza idonea è solo e unicamente la dimostrazione della competenza del suo costruttore. Rimane statica finché la casa non viene demolita, poi, e solo poi, si verifica il processo di cambiamento drastico, difatti, cessa di essere una stanza. Il cambiamento all'interno della stanza, quando è ancora intatta, è da attribuirsi solo ai muri, al pavimento o al soffitto. Umido, deforme, o marcio secco. I mobili, l'arredamento, le suppellettili sono del tutto casuali, e in alcuni casi, null'altro che un'imposizione a discapito della stanza. Attribuire deviazioni alternative o desideri reali a una stanza è unicamente il progetto di una mente malata o delusa o il sintomo di un'euforia esaltata. Criticare il sole era assurdo. Il sole splendeva e la terra gli roteava intorno. Criticarlo o rivoltarsi contro di esso era altrettanto impossibile quanto adorarlo. Al sole non faceva nessuna differenza. Né valeva la pena di considerare il sole un avversario, né un alleato, né attinente alle nostre azioni come forza partecipe. Non si tratta di una forza partecipe. Quello di voler attribuire o imporre al sole o a una stanza altri concetti o condizioni, è l'ipocrisia intellettuale per eccellenza. Puoi gioire del sole o riparartene. Una stanza può piacerti, oppure no. Stai attenta a dove metti i piedi, Virginia.

Lei rise sonoramente. Stai attenta a dove metti i piedi, Virginia. Guardò di fronte all'angolo della strada dal quale Pete sarebbe sbucato. Era stata davvero onesta? Aveva svolto il tema proprio come lo avrebbe fatto lui, aveva esposto il caso in maniera veramente scrupolosa?

Era difficile dirlo. Lo conosceva da due anni, ma non era ancora in grado di ricordare, da un giorno all'altro, il suo modo di parlare, senza scetticismo. Era veramente cosí che parlava? Non poté che concludere che lo era. Poi, di colpo, le venne in mente che forse il suo scetticismo non era affatto scetticismo, bensí manifesta apprensione.

Se era vero, di che cosa aveva paura? Era stata quella forza e quella persuasione nelle sue parole ad attrarla verso di lui, all'inizio. Si erano conosciuti una settimana prima in biblioteca, e avevano passato due sere insieme, passeggiando. Quello era stato il primo giorno in cui lui le aveva parlato per telefono. Mio padre è morto. Vediamoci per un tè. Si erano incontrati in una caffetteria nella Hackney Road. Il pomeriggio era corto e pressante. Appena si sedettero, Pete cominciò a parlare. Lei lo guardava e lo ascoltava. La polizia pensava, lui le disse, che suo padre si fosse suicidato. Lui invece non lo pensava. Era più probabile che si fosse ubriacato e avesse lasciato acceso il gas. Pete stava aggiustando il lavello, in cucina, c'era qualcosa nel tubo che non funzionava, quando senti sua madre che chiamava. Era nella loro stanza, in piedi davanti al corpo. Suo padre era disteso sul tappeto e la stanza era piena di gas. Sua madre era andata a chiamare la polizia. Lui era rimasto lí, con suo padre. Sei mai stata accanto a un morto? Era morto quanto poteva essere morta la ringhiera del letto, e quello che piú importava era il niente, il niente assoluto. Si era sentito vuoto come un vecchio sacco. Tutto questo parlar di emozioni, cosa voleva dire? Un mucchio di bolle di sapone soffiate in una carbonaia. Era asciutto come un fastello. Aveva la chiave inglese ancora in mano, avrebbe potuto facilmente alzarsi e tornare ad aggiustare il lavello. E due piú due cosa fanno? Niente. Era stato per venti minuti assieme al corpo prima che arrivasse la polizia. Suo padre era piú morto di una formica cotta, e per quanto riguardava lui, quell'evento non lo toccava affatto.

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Pagina 71

Otto


Su richiesta di Pete lei si sedette. Lui le spiegò che aveva qualcosa da dirle che avrebbe fatto bene ad ascoltare, perché avrebbe potuto essere utile. Per cominciare, in piedi davanti al camino, la invitò a considerare il problema dell'aspetto fisico e quanto quest'ultimo fosse rilevante. Ciò che gli premeva di sapere era fino a che punto il corpo finiva di essere un incentivo per trasformarsi in uno svantaggio. Per esempio, c'era lui e c'era Mark. Azzardò l'ipotesi che il loro aspetto fisico avesse la precedenza, stabilendo il contatto, prima che le loro personalità fossero in grado di partecipare. A chi ha poco giudizio ciò può servire quale indice per quello che doveva ancora avvenire, ma fino a che punto era preciso quell'indice? Lui era un bel ragazzo, Mark aveva sempre l'aria di essere appena uscito o sul punto di infilarsi in un letto. E, sperava, che questi due aspetti fossero inconsistenti con i fatti in questione. Era, certamente, uno dei problemi che avevano in comune. Erano obbligati, tutti e due, a trovare un compromesso con il loro fisico e le soluzioni che avrebbero scelto per risolvere il problema avrebbero potuto essere decisive. A lui pareva che Mark fosse pienamente soddisfatto nell'assecondare i desideri del proprio corpo. L'adorazione del proprio aspetto fisico gli procurava, di per sé, l'appagamento. Ma aveva sicuramente di piú da offrire che non il profilo o le sue meccaniche prestazioni sessuali. Stava sottovalutando le proprie possibilità. Compiacendo cosí i capricci del corpo, non poteva mai sperare di salvaguardare un suo punto di vista critico e oggettivo, né verso se stesso né verso gli altri. Devi sempre mantenere la distanza fra quello che è stato l'istinto e la tua abilità di mettere sulla bilancia la realtà della situazione e degli eventi che ti si sono presentati. Mark era refrattario a qualsiasi modifica. Non accettava critiche.

Lei ascolta.

Len, è chiaro, non era tanto un essere umano, quanto un sintomo. Il suo comportamento, la maniera di esprimersi erano invalidati da qualcosa simile a una incontrollabile balbuzie. Non stava mai fermo, ma se ci stava, lo faceva per affettazione e per spirito di contraddizione. Ma non erano le sue fattezze a impressionare, era quello che veniva dopo; le difese che si creava, le manifestazioni di angoscia inerenti alla sua natura. Era possibile affrontarlo solo su quel territorio e criticare i suoi atteggiamenti era del tutto inutile, perché il suo corpo, come tale, non partecipava. I movimenti continui che si notavano, quando si era in sua compagnia, raggiungevano, dai suoi centri nervosi, le estremità del suo corpo e gli oggetti attaccati a quelle estremità: le mani e gli occhiali. L'attività dei suoi occhi era generata solo dai centri nervosi che non potevano essere considerati parte del suo corpo. E lí dove il sistema nervoso, di solito, viene considerato parte della somma, nel caso di Len, era la somma intera. E questo precorrere il suo corpo che, come tale, non era altro che un mezzo dentro quella scatola di trucchi e di misteri che costituivano la sua entità.

Virginia si adagia all'indietro.

In realtà, Len, anche lui, non sapeva mantenere la distanza tra istinto e realtà piú di quanto non lo sapesse fare Mark, ma per ragioni diverse. Nessuno dei due riusciva a distinguere fra quello che veniva loro dato da prevedere e le conclusioni conseguenti, ma mentre Mark era troppo pigro per tentare di distinguere, a Len mancava la fiducia nel suo stesso giudizio. Doveva mantenersi fedele all'istinto e adeguarlo al pensiero, finché il pensiero non divenisse istinto, perché non era capace di affrontare la vera natura del pensiero e le esigenze di quest'ultimo. Ma mentre Mark era prevenuto nei riguardi delle critiche, anche se a volte scopriva in tempo i suoi errori ed era portato ad apprezzarli come esempi, Len era disposto ad accettare l'insegnamento e l'aiuto.

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Pagina 127

Quindici


Virginia sedeva in poltrona, con un bicchiere appoggiato sul grembo. Con il cucchiaino premeva sulla fettina di limone, ricoperta di foglie di tè, e guardava il sole che si muoveva tra i vasi. Gli altri parlavano. Si lisciò la gonna all'altezza delle ginocchia, si piegò in avanti per mettere il bicchiere sul gradino del camino, si riappoggiò all'indietro e chiuse gli occhi.

I nostri intellettuali e le masse? stava dicendo Pete. Fanno una di queste quattro cose. O le ignorano, o le compatiscono, o le ricreano facendole diventare qualcos'altro, oppure se ne lamentano. Se adotti la prima, limiti i tuoi scopi e sei un idiota. Se adotti la seconda, non sei un intellettuale. Se adotti la terza, stai perdendo il tuo tempo. E se adotti la quarta, fai quello che faccio io.

Che cos'è una massa? chiese Mark.

Smettila. Non hai mai sentito parlare dei poveri, dei bisognosi, degli oppressi, degli schiavi, del cumulo di cristi polverizzati che ci dicono ciò che dobbiamo fare?

Girano solo in macchine d'affitto, disse Len. non ne ho mai visto uno.

Mark fini quel che era rimasto nel bicchiere.

Ottimo questo tè, Virginia.

Bene.

Senti, disse Len, ti dirò una cosa senza chiederti niente in cambio. L'altro giorno sono entrato nel gabinetto, al lavoro, e il capostazione, il big boss, il re del castello, era piegato sul lavandino che si lavava le mani, vestito di tutto punto. Non credevo ai miei occhi, sono rimasto lí a guardarlo con una terribile tentazione di dargli un calcio in culo.

E lo hai fatto? chiese Mark.

No. E sai perché? Non riesci a intuirlo? Se lo avessi preso a calci in culo e sbattuto contro lo specchio, lo sai cosa mi avrebbe fatto? Si sarebbe girato e avrebbe detto, mi scusi tanto, e asciugate le mani, sarebbe uscito. Come Dio. Proprio come si sarebbe comportato Dio. logico.

Sí, disse Pete, dopo un po', tutto è possibile, ma bisogna saper contenere i nostri impulsi, in quei posti. Bisogna essere ben corazzati. Ci sarebbe molto da fare e da dire se mi comportassi da uomo e perdessi la calma. Ma a che serve? Mi taglierei la gola piuttosto che discutere con la feccia che incontro. Certo è, che questa gente non capisce che non è necessario spiare tra le mie crepe. Sono un tipo aperto e scoperto, io. Anche il diavolo può tenermi d'occhio senza passare da sfacciato.

Cosa? disse Mark.

Virginia prese i bicchieri e li portò in cucina.

E va bene, disse Pete, in tutta sincerità vi dirò quanto segue. L'arte di trattare con gli altri non è altro che, uno: saper guardare attraverso le persone, e, due: tenere il becco chiuso. Se hai abbastanza cervello per il primo e abbastanza controllo per il secondo, sei un uomo completo.

Lei lavò, asciugò e ripose i bicchieri nella credenza.

Tempo da croquet, disse Len. tempo da croquet.

La duchessa disse: «Il duca ci mette molto tempo a venire», girando il suo tè con l'altra mano, disse Mark sbadigliando.

Sí, disse Pete, non c'è un autentico clima a Londra. Londra non ammette stagioni. Londra è una condizione fine a se stessa. Sai cosa voglio dire?

Virginia guardò giú il prato.

Il punto è, naturalmente, disse Pete, che non siamo nati in un mondo fatto di spazi, bensí, in una noce. Solo i migliori fra noi riescono a scrostarne i lati. Dài, su, Weinblatt. Metticela tutta e prova a concentrarti. Passo alla metafisica ora.

Virginia ritornò nella stanza e si sedette.

Ho scoperto una nuova arte, disse Mark, quella di cercare di trovare l'elaborazione mentale nel culo.

Non lo escluderei, disse Len.

No, disse Pete, questa cultura da cesso ha i suoi limiti. Essere un attendente letterario di un istituto di merda, non è il solo scopo nella vita. Cristo, per esempio, poteva avere il suo valore in altre direzioni.

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