Copertina
Autore Michele Prospero
Titolo Il libro nero della società civile
SottotitoloCome vent'anni di nuovismo hanno distrutto la politica in Italia
EdizioneEditori Riuniti, Roma, 2013 , pag. 144, cop.fle., dim. 12,4x18,5x0,8 cm , Isbn 978-88-359-9299-8
LettoreLuca Vita, 2014
Classe paesi: Italia: 2010 , politica , media , sociologia , destra-sinistra
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Indice


1.  I tre comici

    1. Dalla Repubblica dei partiti
       ai non-partiti di Repubblica            5
    2. Le toghe e il biscione                 13
    3. Il Corriere e il lavoro antipolitico
       come professione                       19
    4. Ricomincio da tre?                     25

2.  La mistica dei gazebo

    1. Il mito fondativo                      29
    2. Un partito unico                       32
    3. Le aporie delle primarie               40
    4. L'implosione                           46

3.  La lingua dell'antipolitica

    1. L'ascesa del comico                    53
    2. Cittadini punto e basta                55
    3. Con il corpo oltre il probare          61
    4. Metafore mortuarie                     68
    5. Il pubblico di Grillo                  72

4.  Con il giubbotto di Fonzie

    1. Iscritti corsari                       85
    2. Il partito macchina                    90
    3. Metafore fiacche                       96
    4. Il destinatario                       101
    5. La costruzione del sé                 107

5.  I costi dell'anticasta

    1. Gazebo e capannone                    115
    2. I tecno-populismo                     121
    3. Risvegli nuovisti                     128
    4. Comico o moderno Principe?            134


 

 

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4. Ricomincio da tre?

Nel ciclo lungo che va dal crollo del muro al panico delle borse, il partito personale, attraverso il quale il comico irrompe in scena per fare della politica un momento di delectatio, è l'emblema della irrazionalità: il sistema precipita in una crisi organica ma non ha alternative al capo imbelle che resiste arroccato al comando. Al crollo dell'antipolitica che con Berlusconi era al governo, i poteri forti rispondono con l'invenzione di un altro comico, incaricato di guidare la rivolta in nome di una nuova e radicale forma di antipolitica che procede con un basso tono concettuale per amplificare la carica di destrutturazione. Le elezioni del 2013 svelano la persistenza dei processi involutivi. Il trionfo di Grillo è l'espressione della stessa crisi che portò al potere Berlusconi nel 1994. In una eccezione che sospende la logica della politica come mediazione, emergono le forme mitiche di seduzione affidate al comico che si propone con esibizioni spesso prive di senso come l'unica risposta alla decadenza. La differenza è che nel 1994 due società (quella dei ceti della produzione materiale e quella della mobilitazione cognitiva) entrarono in contrasto. Oggi le due società sono state in certa misura ricomposte ma nelle forme di una alienazione. La frattura tra società civile riflessiva e ambiti periferici della produzione materiale è stata riassorbita ma sotto una metafisica del risentimento che copre le molteplici fenomenologie dei disagi, della rabbia, delle frustrazioni, delle esclusioni.

L'iperdemocrazia della rete contagia il prosaico calcolo del capitalismo dei territori e dei lavori indipendenti. Il lettore di Repubblica e persino quello del Giornale, l'acquirente di Libero e quello del Fatto quotidiano votano per lo stesso non-partito. La doppia società come fonte di poli alternativi non esiste più, è stata unificata sotto il mantello del comico che mescola le appartenenze. In un sistema senza più canali di mediazione, la costruzione di un leader diventa un gioco che trascende analisi, gruppi dirigenti e qualsiasi intrattenitore può essere proposto al pubblico irrelato come capo pseudo carismatico. La straordinaria potenza di fuoco dei media unificati (da Repubblica al Corriere, dal Fatto ai fogli della destra) sforna centinaia di articoli per costruire una nuova leadership della sinistra che si ridefinisca non più nelle obsolete vesti novecentesche dell'autonomia culturale ma nelle forme del comico. Con il rigore che solo le categorie storiografiche riescono a raggiungere, Ernesto Galli della Loggia certifica che «l'Italia era completamente innamorata di Matteo Renzi: con lui il Pd avrebbe di sicuro vinto le elezioni alla grande». Una politica senza pensiero e votata al nichilismo è spacciata come il segno del tempo nuovo nel quale basta ripetere con ossessiva regolarità davanti ai media che si è un leader forte per essere ritenuti davvero baciati dal sacro carisma.

I media lavorano per un triangolo politico a sfondo comico: una scena surreale di politica recitata come prova di fascinazione senza la fatica del pensiero. Berlusconi utilizza gli schemi del comico per nullificare il significato costruttivo della politica, ridotta in pubblico a un irriflessivo gioco che copre interessi occulti definiti nel palazzo. Grillo, per afferrare la tragicità della condizione umana, batte la strada comica e usa la satira come contropotere e medium dello scoprimento del vero. Tragica diventa però la condizione di una leadership politica che opera in nome del vero disvelato dal comico quale artefice del denudamento delle finzioni del potere. Renzi vede nella politica un flusso emozionale continuo, privo di ogni referente semantico e sguarnito di qualsiasi valore identitario. E per cavalcare l'onda emozionale di un pubblico post-ideologico con leggerezza e disimpegno, persegue l'integrale riduzione della politica a intrattenimento, a chiacchiera prolungata che affascina solo se sprigiona un inevitabile effetto comico. L'effetto comico, per Bergson, è sempre prodotto dallo stacco visibile tra una eccessiva pretesa («il ragazzo tarantolato con la passione per il potere») e la condizione reale. Renzi si autodefinisce un Messi della politica ma il politologo Sartori lo reputa solo un «peso piuma». E per questo scarto la richiesta dello scettro per un uomo solo al comando («espressione bellissima, poetica e romantica», dice) si scontra con un ethos personale che non consente di giocare credibilmente con il dono carismatico.

Ai media, che costruiscono il leader sul nulla, e per questo odiano gli apparati che filtrano e sono in grado di valutare le effettive capacità del capo, il rottamatore piace perché, nella sua assoluta normalità, non ha agganci con il politico di Machiavelli, con l'etica della responsabilità di Weber. Il campione della ruota della fortuna non c'entra nulla con la politica europea che in origine incrocia la polarità virtù-fortuna. Gli manca la tragicità della politica moderna («Ho fatto il tifo anche quando il governo lo guidava quell'altro»), e per questo suo aderire al tratto di un pubblico senza qualità diventa l'eroe dei media incantati da un politico che distilla emozioni e predilige la recitazione soporifera nei teatri d'Italia sul merito e la bellezza, sul futuro e la gentilezza. Nel regno dell'immediatezza, e nel vuoto di organi capaci di organizzare le domande trionfa il momento teatrale e la politica scivola lungo un piano nichilistico («Da Berlusconi sono stato a pranzo, non a cena. bene precisarlo»). Il concreto, la realtà, il discorso evaporano in immagini, in recitazioni, in simbolismi deteriori, in banali parole. E i gazebo sono il nuovo palcoscenico di una politica che in prossimità del baratro va in cerca di rappresentazione.

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Pagina 36

L'iperdemocrazia per i ceti riflessivi capaci di discorso e argomentazione informata (rete, democrazia deliberativa, primarie) e l'apatia per i ceti produttivi e per i condannati ai ruoli periferici: questa sembra la radiografia dell'esistente divisione dei compiti fra due società polarizzate. Una ipertrofia della partecipazione convenzionale e non convenzionale cara ai ceti urbani secolarizzati (con tempo, istruzione e denaro) convive con un abbandono dei riti della cittadinanza da parte dei ceti subalterni e periferici. La democrazia (persino nella Grecia che brucia) conserva il suo involucro minimale-competitivo, quello esaltato da Schumpeter. Smarrisce però la sua peculiare ossatura novecentesca, quale agenzia di integrazione fra pubblico e privato, diritti e crescita, società e potere, Costituzione e lavoro. La prevalenza dello spirito capitalistico acquisitivo (con i grandi poteri dell'economia che tendono a fuggire dallo spazio pubblico e dagli oneri della fiscalità statale) ha sbiadito il costituzionalismo incardinato sul valore inclusivo del lavoro.

E con l'emarginazione del lavoro è inevitabile anche l'eutanasia della democrazia, che rimane in piedi, ma solo come una asfittica procedura. Tra gazebo e retoriche per cui uno vale uno, la democrazia effettiva si riduce a un nucleo sempre più minimalistico di tecniche impotenti nel mitigare la rudezza dei rapporti di potere annidati nella sempre più diseguale società di mercato. Ai processi di spoliticizzazione di per sé indotti dal capitalismo finanziario, che rinverdisce i fasti dell'individualismo possessivo con il dominio incontrastato della ricchezza, si aggiunge una inaudita de-politicizzazione condotta dalla politica medesima. Trionfano manifesti con slogan banali, e gli aspiranti sindaci nascondono le tracce dell'appartenenza. Una rifondazione identitaria dei partiti, con un ritrovamento di grandi principi ispiratori, è ormai una esigenza per la sopravvivenza della democrazia.

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Pagina 67

Nei non-comizi che procedono con immagini libere da vincoli razionali per lui insopportabili, Grillo rivendica il «diritto a fare un processo pubblico ai politici, con una giuria popolare estratta a sorte». Come il commediografo Giannini, oltre a punizioni rieducative e a sacrifici umani inevitabili per la rinascita, egli adotta una curvatura stilistica che ama alterare le parole per storpiare il nome degli avversari più infami (il governatore lombardo diventa «Forminchioni», Casini «Azzurro Caltagirone»). Talvolta acciuffa un politico per enfatizzarne un deteriore aspetto fisico («Il nanetto», «Gargamella», «Fassino ha tre globuli, 10 mila euro a globulo», «Morfeo»). Non esita a sbarazzarsi di un politico con l'accostarlo alla follia («Cirino Pomicino, uno psichiatra che va in cura con se stesso», Renzi diventa «ebetino»), con il ridurlo a escremento («Ferrara? Un container di merda»; «Casini? Uomo tutto di un pezzo di...»; «Berlusconi senza trucco? Spazzatura cosmica»). Il bagaglio creativo dell'abile ricamo metaforico nel comico che si dà all'agitazione di piazza è molto scadente e con immagini deformi produce solo la dissipazione del rigore dell'arte politica. Nella sua politica degradata a kitsch e a febbre euforica non c'è alcuno sforzo per ricorrere a similitudini sottili, a tocchi di fioretto. Grillo non disdegna anzi il triviale e per questo suo insistito aderire alla percezione più grossolana, con tagli di sciabola la struttura della frase pronunciata all'aperto è approssimativa, confusa, sgraziata.


4. Metafore mortuarie

Contro il politico di professione (che per Grillo, in vena di un pigro delectare, «non fa un cazzo dalla mattina alla sera»; se è moglie di qualcuno: «Chi cazzo è la moglie di Fassino, che ce la dobbiamo mantenere noi») usa a gettito continuo trite metafore mortuarie. A tutti coloro che non apprezza per le loro funzioni pubbliche, dedica l'espressione «morto», «stramorto», «sepolcro», «anime morte», «zombie». Parla di «rigor Montis» e lo associa ad un triste pensiero cimiteriale. La coppia discorsiva abituale nella sua trama narrativa vede da una parte la vita (lui, eroico nuotatore dello stretto) e dall'altra la spettrale morte (i politici dormienti alla Casini servono solo «per vecchie mignotte»). Abbondante è poi il repertorio blasfemo che però lui definisce un «lessico aristocratico». In un solo non-comizio dice: «La cosa che più mi fa incazzare»; «Vai a fargli un culo così»; «Un cazzo di niente»; «Porca puttana»; «Televisioni di merda»; «Vaffanculo»; «Porca di una puttana, si toccavano i coglioni, cazzo»; «Ci hanno fatto un culo»; «Basta presa per il culo». solo la ricchezza accumulata e la celebrità mediatica che accompagna il corpo del comico che trasformano in attestati di carisma le sue immagini scurrili. Si tratta di suoni cattivi che nella bocca di qualsiasi altra persona sarebbero considerati solo come la fastidiosa intemperanza di un attempato sporcaccione. Con la agitata mimica che spesso in Grillo sostituisce la pacata logica, fa prevalere la provocazione, e con il gesto plateale in piazza accompagna il cattivo odore dell'imprecazione e della denigrazione.

Solo chi si reputa un capo assoluto, in grado di tirare le fila di una folla manipolabile, può permettersi di divagare nel non-senso e di trascurare così a lungo le esigenze del probare con metafore di morte, con evocazioni di una imperfezione fisica come istantanea conferma di una minorità etico-politica. La costruzione del sé in Grillo è molto curata, nel descrivere la propria soggettività privata come qualcosa di pubblico somiglia in parte al repertorio già da altri utilizzato per spiegare la mitica discesa in campo.

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Pagina 83

Il tasto comico di Grillo, al di là del nervosismo stilistico che lo pervade nelle piazze diverse della sua rappresentazione, non consiste nella comunicazione che deforma il dato e lo abbellisce con le tecniche del marketing. E invece rimanda all'espressione del disagio che cova ovunque contro le funzioni di dominio. Con l'invenzione linguistica della rabbia, con la cronaca del quotidiano rancore, con la retorica della disperazione Grillo raccoglie il potenziale di rivolta e lo esprime senza alcun'altra dimensione salvifica che non sia l'apocalisse della rappresentanza, di ciò che nelle istituzioni sopravvive come inutile mediazione. La carenza di socialità, visibile nella inopinata diserzione della piazza, rende non univoco il linguaggio del politico, lo mostra incapace di tradurre in termini di governo la sofferenza della massa. All'antipolitica che travolge i luoghi della mediazione, la sinistra ha risposto con una a-politica, cioè con una forma astratta perché priva di ogni sociale potenza. L'antipolitica, con la promessa di un risolutivo duello finale già in atto («Tra me e il nano, uno solo resterà»), annuncia la fine stessa della politica come momento del conflitto. Nel duello apocalittico in cui uno solo resta in vita si consuma l'arresto del conflitto, spento nel delirio di potenza del vincitore che promette un (impotente) e inequivocabile esito dispotico alle sue gesta, con la soppressione dell'altro e la morte del mediatore. Al comico che parla il linguaggio della tragedia la sinistra si appresta a rispondere con la velleità di interpretare la tragedia con la leggerezza del comico maestro di opacità che con i simboli pop si illude di costruire una potenza sociale.

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Pagina 85

4. Con il giubbotto di Fonzie



1. Iscritti corsari

Con Renzi la società civile non è quella arrabbiata (e anche informata) catturata nella rivolta di Grillo. un'entità pacificata che viene costruita in maniera civettuola, nei modi e nelle immagini cioè della tv commerciale, da un politico che dosa simboli (il giubbotto di Fonzie), luoghi (trasmissioni di intrattenimento) di un repertorio post-ideologico ed evita accuratamente la esplorazione di questioni che dividono. Senza essere un grande oratore, il sindaco è pur tuttavia loquace. E con delle espressioni sbrigative ma efficaci è di casa nella politica ridotta ad arena mediatica. In essa serve un intreccio calcolato di gesto, immagine, parola, battuta comica. Gli schemi di Renzi rientrano in un repertorio comico che annulla il conflitto, lo espelle dal vocabolario minimo. L'ambizione è quella di portare la società civile come mondo del fare purificato dalle identità della sinistra al controllo del partito veicolo incolore di un capo («Voglio far le cose, non mi interessa la forma partito», è il grido di battaglia di Renzi). In Tv concede battute a raffica, imita il Cavaliere, annuncia la pubblicità. E' a suo agio nella post-politica che trascura la precisione del linguaggio (la formula canonica della centralità del parlamento si converte in lui in quella di centralismo parlamentare) e consente di trascendere ogni confronto serrato, supportato da sottili argomentazioni logiche.

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Pagina 92

Ascoltando Renzi, con le sue dormienti metafore che si ravvivano solo quando devono sprigionare la messa in scena dei simboli della rottamazione (« finito il tempo nel quale la linea veniva imposta da Roma»), è invece proibitivo cercare degli stimoli per decodificare il mondo reale, che sussiste dietro le cavalcate fantastiche del sindaco («Prima o poi il futuro tornerà»). La sua predilezione per il semplicismo linguistico è connessa all'idea di una politica vuota di pensiero. Se è vero che senza idee politiche non è possibile comunicazione, in Renzi la povertà semantica della lingua rinvia alla voluta angustia del pensiero che lascia il posto a divagazioni, a movimenti sul palco sotto gli occhi dello spettatore. Egli fondendo il puro intrattenimento e il discorso persuasivo crea atmosfere, rappresenta il dramma della redenzione tramite la rottamazione, sparge suggestioni con luci, cartoni animati e giochi cromatici, vezzi della tecnologia. Si propone al pubblico con asserzioni così generali che non dividono mai, non sollecitano una riflessione e momenti di analisi. Ricorre con insistenza a metafore sportive (Monti è arrivato quarto, cioè «giù dal podio»; parla di «fare il tifo», di «saltare un giro», di «calci di rigore», di «non giocare di rimessa»). Nel suo discorso il generico (da qui il linguaggio comune o sportivo impiegato a piene mani) prevale sullo specifico (univocità, vocaboli tecnici e riferimento a un qualche contesto identitario).

Rompendo i moduli semantici della politica tradizionale, Renzi si concede con la camicia bianca e con la cravatta al vento, sceglie di camminare da solo sul palco con i pantaloni attillati. Con la nobile camicia bianca assunta quale veicolo di significato, Renzi non ha un programma, è una sensazione di un corpo nuovo che decostruisce il vecchio. Quando una proposta ce l'ha, non la esplicita perché potrebbe risultare divisiva. Per questo si trattiene dall'avanzare proposte che demarchino il campo con il metro della antica razionalità politica. Potrebbe scrivere qualsiasi cosa. Il risultato sarebbe identico.

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Pagina 118

Per la sinistra, mezzi espressivi e fini ideali sono indissociabili. Civettare con la favola, e introiettare i simboli dell'antipolitica e del populismo significa perdere le componenti semantiche specifiche che rendono individuabile la sinistra politica. Non serve la rincorsa degli strumenti dell'avversario (che sono anche i suoi fini, e quindi non può esserci un antipolitica di sinistra che non renda ancor più penetrante lo sfondamento delle destre). Ma per questo è indispensabile la capacità di esprimere con le forme della politica le condizioni sociali di alienazione e disagio. Il problema per la sinistra non è l'aderenza a un astratto stile corretto in una età di decadimento che predilige fughe o la rincorsa del contenutismo primitivo dei populismi (l'elettore preferisce sempre l'originale), ma la costruzione di una ricca forma espressiva capace di indicare significati sociali decifrabili. A conferire forza alla favola magica del fisco manipolabile c'è una sofferenza reale, quella di una vasta microimpresa che si sente malversata da uno Stato amministratore che non paga per i lavori compiuti, che con ritardi mette le piccole e medie aziende in difficoltà e così le getta fuori dalla capacità di competere e persino di sopravvivere. Con le strizzate d'occhio all'evasione fiscale, proprio l'antipolitica prosciuga l'amministrazione e la rende insolvente. Distruggendo la sfera pubblica, essa condanna alla decrescita, alla marginalità, al declino. La favola antipolitica che porta al potere la gente comune è in realtà una tragedia già vista che costringe il paese a un interminabile dopoguerra. I costi dell'anticasta sono spaventosi: centinaia di miliardi per la decrescita, l'evasione fiscale, la corruzione, l'economia in nero o sommersa.

La sinistra avrebbe dovuto smontare la favola dei pifferai magici come fonte di guai e per questo non le occorrevano fughe fantastiche ma una proposta con significati semantici univoci, decodificabili dalla sua parte di società. Non un eccesso di razionalità politica in quanto tale ha pesato, ma la cautela astratta propria della ragione fredda (non ci sarà mai un montismo di massa). Non l'univocità dei significati programmatici avrebbe dovuto accantonare in un effimero soprassalto di populismo ma il richiamo alla coerenza della proposta doveva procedere pur sempre con la forza travolgente di chi conosce il linguaggio del disagio sociale e sa governarlo. Il Pd doveva mostrare cioè di avere in mente le parole di chi lavora e proprio per questo è povero, di chi con il salario paga con difficoltà il mutuo e poi si vede aggiungere anche il salasso dell'Imu, di chi ha uno stipendio divorato dall'inflazione, del pensionato che non arriva a 600 o 1000 euro e campa senza nessuna tutela dai rincari dei servizi pubblici essenziali, del precario a elevato bagaglio cognitivo che ha spezzato la gabbia d'acciaio della rigidità del mercato del lavoro ma solo per ritrovarsi liquido e libero come un diseredato, dell'insegnante che salva una scuola devastata per motivi ideologici, del medico o dell'infermiere ultimi presìdi di una sanità pubblica residuale, dell'impresa che innova e che costruisce opportunità di lavoro. La sinistra non doveva rinunciare allo stile e al pensiero. Però, senza lasciarsi intrappolare nelle alture della ragione severa che non cura il disagio sociale, avrebbe dovuto esprimere una lingua politica capace di penetrare negli odierni bassifondi della società (scuole, fabbriche, ospedali, università, uffici, laboratori, centri commerciali) per offrire uno spiraglio di giustizia nella modernizzazione cieca bloccata dall'obbligo del rigore.

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