Copertina
Autore Thomas Pynchon
Titolo L'incanto del lotto 49
EdizioneEinaudi, Torino, 2005, Stile libero , pag. 178, cop.fle., dim. 120x195x11 mm , Isbn 978-88-06-17858-1
OriginaleThe Crying of Lot 49 [1965]
TraduttoreMassimo Bocchiola
LettoreLuca Vita, 2006
Classe narrativa statunitense
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Pagina 3

Un pomeriggio d'estate Mrs Oedipa Maas, rincasando da un party Tupperware in cui la padrona di casa aveva messo forse un po' troppo kirsch nella fonduta, scoprí che lei, Oedipa, era stata nominata esecutore o meglio, a suo parere esecutrice testamentaria di un certo Pierce Inverarity, un magnate immobiliare californiano che una volta nel tempo libero aveva perso due milioni di dollari, ma possedeva ancora beni in quantità, e abbastanza aggrovigliati da renderne l'inventariazione tutt'altro che una passeggiata. Oedipa restò li nel soggiorno, in piedi, fissata dal verdognolo occhio morto del televisore, nominò il nome di Dio, si sforzò di sentirsi piú ubriaca che poteva. Ma non funzionò. Pensò a una stanza d'albergo a Mazatlán la cui porta era appena stata sbattuta, a occhio e croce per sempre, risvegliando duecento uccelli nell'atrio; a un'alba in cima alla salita della biblioteca della Cornell University, che nessuno dal posto poteva vedere perché il pendio guarda a ovest; a un motivo secco e sconsolato del quarto movimento del Concerto per Orchestra di Bartók; a un bianco busto a calce di Jay Gould che Pierce teneva sopra il letto, su una mensola cosí angusta in confronto al soprammobile, che lei aveva sempre avuto l'incombente paura che prima o poi crollasse loro addosso. Era morto cosí?, si domandò: fra i sogni, schiacciato dall'unica icona della casa? Il pensiero la fece solo ridere, sonoramente e irresistibilmente. Sei davvero malata, Oedipa, disse fra sé, o alla stanza, che lo sapeva.

La lettera veniva dallo studio legale Warpe, Wistfull, Kubitschek & McMingus di Los Angeles, ed era firmata da un certo Metzger. Diceva che Piece era morto in primavera e avevano trovato il testamento solo adesso. Metzger doveva fungere da coesecutore e consigliere speciale in caso di controversie. Oedipa era stata designata come esecutrice testamentaria in un codicillo datato a un anno prima. Cercò di ricordare se in quel periodo fosse accaduto qualcosa di insolito. Per il resto del pomeriggio, durante il suo giro al supermercato del centro di Kinneret-Among-The-Pines per comprare la ricotta e ascoltare la muzak (quel giorno aveva varcato la soglia con tenda a perline sulla battuta 4 dell'edizione «artisti vari» del Concerto per Kazoo di Vivaldi, solista Boyd Beaver); e poi durante l'assolata raccolta di maggiorana e basilico dolce nell'orto, la lettura delle recensioni dei libri nell'ultimo numero di «Scientific American», l'allestimento a strati delle lasagne, l'agliazione del pane, lo sminuzzamento delle foglie di lattuga romana e infine, a forno acceso, la mescolatura dei whiskey sours crepuscolari in vista del ritorno dal lavoro di suo marito Wendell («Mucho») Maas, si interrogò, si interrogò, rimischiando un pigro mazzo di giorni che sembravano (non sarebbe stata la prima ad ammetterlo?) piú o meno tutti uguali o volti nella stessa direzione, sottilmente, come il mazzo di un prestigiatore, con qualsiasi esemplare atipico da subito evidente all'occhio esperto. Ci mise fino a metà del notiziario di Huntley e Brinkley per ricordare che l'anno prima, verso le tre del mattino, era arrivata quell'interurbana, non avrebbe mai saputo da dove (a meno che lui avesse lasciato un diario), con una voce che aveva esordito in forte accento slavo, presentandosi come il vice-segretario del Consolato Transilvano alla ricerca di un pipistrello fuggitivo; quindi rimodulandosi in negro-comico, e in un astioso vernacolo pachuco infarcito di chingas e maricones; poi nelle strida di un ufficiale della Gestapo che le chiedeva se aveva parenti in Germania, e finalmente nella sua voce alla Lamont Cranston, che aveva sempre usato nel viaggio fino a Mazatlàn -. Pierce, ti prego... - era riuscita a interromperlo, - credevo che fra noi...

- Ma Margo... - tutto serio, - sono appena stato dal Commissario Weston, e quel vecchio nel tunnel dell'orrore è stato ucciso dalla stessa cerbottana che ha stecchito il professor Quackenbush... - o roba del genere.

- Dio santo, - disse Oedipa. Mucho si era voltato e la stava guardando.

- Perché non riappendi e la fai finita? - le suggerí assennatamente Mucho.

- Ho sentito tutto, - fece Pierce -. Credo sia ora che Wendell Maas riceva una visitina dall'Ombra -. Piombò il silenzio, inoppugnabile e completo. E fu l'ultima volta che Oedipa senti le sue voci. Lamont Cranston.

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Pagina 14

Per come andarono le cose, Oedipa di rivelazioni ne avrebbe avute di ogni tipo. Non tanto su Pierce Inverarity, né su se stessa; ma su quello che restava e tuttavia prima, in un modo o nell'altro, era stato assente. Aveva aleggiato un senso di cuscinetto, di isolamento, lei aveva colto una mancanza d'intensità, come se guardasse un film appena percettibilmente sfuocato che l'operatore non voleva regolare. E si era anche dolcemente ingannata attribuendosi il ruolo curioso, alla Raperonzola, della malinconica fanciulla finita prigioniera per magia tra i pini e le nebbie salmastre di Kinneret, in cerca di qualcuno che le dicesse: ehi, sciogliti i capelli. Quando il qualcuno si era rivelato Pierce, Oedipa si era lietamente levata spilli e bigodini e i capelli si erano riversati giù, nella loro valanga mormorante, squisita; senonché quando Pierce era giunto forse a metà dell'ascesa le belle chiome di lei si erano trasformate, mediante qualche sinistra stregoneria, in una gran parrucca disancorata e lui era caduto a terra, sul sedere. Ma l'impavido Pierce, forse utilizzando come zeppa una delle sue numerose carte di credito, aveva dischiuso il lucchetto della porta della sua torre e salito la scala a conchiglia: cosa che, se la vera furbizia gli fosse stata piú congenere, avrebbe fatto fin dall'inizio. Ma tutto quello che c'era stato fra loro in realtà non si era mai affrancato dalla segregazione di quella torre. A Città del Messico erano finiti a una mostra di quadri della bellissima esule spagnola Remedios Varo: nel pannello centrale di un trittico intitolato Bordando el Manto Terrestre c'erano alcune delicate fanciulle con i visi a cuore, gli occhi grandi e i capelli simili a fili d'oro, prigioniere nella stanza in cima a una torre circolare, che ricamavano una specie di arazzo traboccante dalle feritoie nel vuoto, cercando disperatamente di colmare quel vuoto: poiché in quell'arazzo erano contenute tutte le altre costruzioni e le creature, tutte le onde, navi e foreste della terra, e l'arazzo era il mondo. Perversa, Oedipa si era fermata li, davanti al quadro, e aveva pianto. Nessuno se n'era accorto: portava un paio di occhiali a bolla verde scuro. Per un momento si era chiesta se la tenuta del bordo attorno alle sue orbite fosse sufficiente per consentire alle lacrime di continuare fino a riempire l'interno della lente senza asciugarsi mai. Cosí avrebbe potuto portare per sempre con sé la tristezza del momento, vedere il mondo rifratto in quelle lacrime, quelle particolari lacrime, come se fra un pianto e l'altro variassero in misura rilevante parametri ancora incogniti. Si era guardata i piedi e aveva saputo, allora, grazie a un dipinto, che ciò su cui poggiava era soltanto stato tessuto a tremila chilometri di distanza nella sua torre, che solo casualmente era noto come Messico, e allora Pierce non l'aveva portata via da niente, non c'era stata fuga. Da che cosa bramava di fuggire? Una tale donzella prigioniera, con anche troppo tempo per pensare, capisce presto che la sua torre, l'altezza e la struttura della torre, sono soltanto accidentali, come il suo ego: che a trattenerla davvero dove si trova è una magia, anonima e maligna, venuta a visitarla dall'esterno e immotivatamente. Non disponendo di altra attrezzatura che una paura viscerale e la scaltrezza femminile per scandagliare questa magia informe, per comprendere come agisca e come se ne stimi il potere sul campo, e calcolarne le linee di forza, potrebbe ricadere nella superstizione o darsi a un passatempo utile, come il ricamo, oppure impazzire, o sposare un disc-jockey. Se la torre è dovunque e il cavaliere liberatore non è a prova del suo incantesimo, cosa resta?

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Pagina 54

- Come, di grazia, - domandò Oedipa, - esistono costruttori di strade in grado di vendere ossa?

- Si è dovuto sventrare dei vecchi cimiteri, - spiegò Metzger. - Come quello sul percorso della East San Narciso Freeway, che non aveva il diritto di essere lí per cui abbiamo spianato e via, tutto a posto.

- Né bustarelle, né freeway, - scosse il capo Di Presso. - Quelle ossa venivano dall'Italia. Una vendita chiara come il sole. In parte, - con un cenno verso il lago, - stanno lí sotto, ad abbellire il fondale per i sub dilettanti. Era questo, che stavo facendo prima: esaminavo i beni in controversia. Cioè, fino a quando Tony ha cominciato a inseguirmi. Il resto delle ossa sono state impiegate nella fase di ricerca e sviluppo del programma del filtro: parlo ancora dei primi anni Cinquanta, molto prima del cancro. Tony Jaguar dice che le ha raccolte tutte dal fondo del Lago di Pietà.

- Dio mio, - interloquí Metzger appena ebbe riconosciuto il nome. - Soldati americani?

- Piú o meno una compagnia,- rispose Manny Di Presso. Il Lago di Pietà si stendeva nei pressi della costa tirrenica, tra Napoli e Roma, ed era stato teatro di una oggi obliata (nel 1943 tragica) battaglia di attrito in una piccola sacca formatasi nel corso dell'avanzata verso Roma. Per settimane un pugno di soldati americani, tagliati fuori e privi di comunicazioni, erano rimasti acquattati sull'angusta riva del lago terso e tranquillo, mentre dagli scogli a precipizio sulla spiaggia i tedeschi li martellavano giorno e notte con un fuoco d'infilata. Le acque del lago erano troppo fredde per nuotare: sarebbero morti assiderati prima di raggiungere una sponda sicura. Non esistevano alberi con cui fabbricare zattere. Nessun aereo li sorvolò tranne, ogni tanto, qualche Stuka per scopi punitivi. Fu straordinario che avessero resistito cosí a lungo cosí in pochi. Tennero fino a quando la spiaggia rocciosa glielo consente: lanciarono piccole sortite tra le rocce, che per lo piú vennero annientate, ma una volta riuscirono a impadronirsi di una mitragliatrice. Alcune pattuglie andarono in cerca di vie di fuga, ma i pochi che tornarono dissero di non aver trovato niente. Fecero di tutto per rompere l'accerchiamento: non riuscendoci, si attaccarono alla vita finché poterono. Ma morirono tutti, fino all'ultimo, muti, senza una traccia né una parola. Un giorno i soldati tedeschi scesero dalla scpgliera e buttarono nel lago tutti i cadaveri che erano sulla spiaggia, insieme con le armi e i materiali che non sarebbero piú stati utilizzabili né dall'una né dall'altra parte. I corpi affondarono subito e restarono lí fino all'inizio degli anni Cinquanta, allorché Tony Jaguar, il quale era stato caporale in un'unità italiana aggregata ai tedeschi sul Lago di Pietà e sapeva cosa c'era sul fondo, d'accordo con alcuni colleghi decise di verificare se si poteva recuperare qualcosa. Non trovarono altro che ossa. A seguito di qualche lugubre catena di pensieri, forse comprendente il fatto acclarato che i turisti americani, i quali cominciavano a essere legioni, avrebbero pagato buoni dollari per quasi tutto; e le storie di Forest Lawn e del culto americano dei morti; forse qualche confusa speranza che il senatore McCarthy e altri che ne condividevano le idee, vantando all'epoca un certo ascendente sui ricchi scemi di oltreoceano avrebbero in qualche modo riportato l'attenzione sui caduti della Seconda Guerra, in particolare quelli di cui non si era mai trovato il cadavere; a seguito di tale labirinto di presunti motivi, Tony Jaguar decise che avrebbe potuto scaricare impunemente il raccolto d'ossa in qualche buco americano, mediante i suoi contatti nella «famiglia», oggi nota come Cosa Nostra. Non sbagliava. Una ditta di import-export comprò le ossa e le rivendette a un'impresa di fertilizzanti che forse usò un paio di femori per test di laboratorio, ma poi invece decise di procedere solo con pesci menhaden e trasferí le tonnellate in avanzo in una holding, la quale le immagazzinò nelle vicinanze di Fort Wayne, Indiana, forse per un anno prima che nascesse l'interesse della Beaconsfield.

- Aha, - si intromise Metzger. - Quindi è stata la Beaconsfield a comprarle. Non Inverarity. Lui aveva azioni solo nella Osteolysis Inc., la ditta costituita per sviluppare il filtro. Mai nella Beaconsfield vera e propria.

- Lo sapete, figlioli? - osservò una delle ragazze, un'adorabile brunetta dalla lunga schiena in calzamaglia nera e scarpe da ginnastica puntute, - la faccenda presenta una rassomiglianza alquanto curiosa con quella scellerata, scellerata tragedia di vendetta giacobita che abbiamo visto la settimana scorsa.

- La Tragedia del Corriere, - precisò Miles. - vero. Stesso livello di morbosità, no? Ossa di un battaglione perduto in un lago, ripescate e trasformate in carbone...

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Pagina 78

- I brevetti, - disse Oedipa. Koteks spiegò che ogni tecnico, alla firma del contratto con la Yovodyne, in pratica cedeva anche i diritti di brevetto su qualunque sua eventuale invenzione.

- Il che tarpa le ali ai tecnici davvero creativi, - spiegò Koteks, postillando amaro: - dovunque siano.

- Non credevo esistessero ancora degli inventori, - disse Oedipa, sentendo che lo avrebbe lusingato. - Ecco... in realtà chi abbiamo avuto dopo Thomas Edison? Adesso non è tutto lavoro di gruppo? - Quella mattina nel discorso di benvenuto Carogna Chiclitz aveva messo l'accento sul lavoro di gruppo.

- Lavoro di gruppo... - ringhiò Koteks. - Be', lo si può chiamare anche cosí. Ma in realtà è solo un modo per scansare le responsabilità. Un sintomo della mancanza di attributi della società nel suo insieme.

- Santo Cielo, - commentò Oedipa. - Ma... lei è autorizzato a dire queste cose?

Koteks guardò a destra, poi a sinistra, quindi scarrellò piú vicino con la sedia. - Lei conosce la Macchina Nefastis? - Oedipa si limitò a sgranare gli occhi. Bene, e' stata inventata da John Nefastis, che attualmente sta su a Berkeley. John è uno che inventa ancora. Ecco qui. Ho una copia del brevetto -. Tirò fuori da un cassetto un mazzo di fotocopie con le immagini di una scatola che aveva all'esterno il ritratto schematico di un vittoriano barbuto, e dalla cui sommità spuntavano due pistoni collegati a un albero a manovella e a un volano.

- Chi è quello con la barba? - chiese Oedipa. James Clerk Maxwell, rispose Koteks, un famoso scienziato scozzese che fra le altre cose aveva postulato l'esistenza di una minuscola intelligenza nota come Demone, o Diavoletto, di Maxwell. Il Diavoletto poteva stare in una scatola fra le molecole d'aria che si muovevano tutte a diverse velocità fortuite, e dividere le molecole veloci da quelle lente. Le molecole veloci hanno piú energia di quelle lente. Concentrandone a sufficienza in un punto, si avrà una zona di temperatura elevata. Dopodiché, si può usare la differenza di temperatura tra la zona calda e qualunque zona piú fresca della scatola per alimentare un motore a calore. Dato che il Diavoletto non faceva altro che stare li e fare la cernita, non sarebbe stato necessario introdurre nel sistema nessun vero lavoro, e cosí si sarebbe violata la Seconda Legge della Termodinamica ottenendo qualcosa senza far niente, ottenendo il moto perpetuo.

- Ma la cernita non è un lavoro? - chiese Oedipa. - Vada un po' a dirlo in posta, e si ritroverà in un sacco postale indirizzato a Fairbanks in Alaska, senza nemmeno l'etichetta FRAGILE.

- lavoro in senso mentale, - replicò Koteks, - ma non in senso termodinamico -. Proseguì spiegando che la Macchina Nefastis conteneva un autentico Diavoletto di Maxwell. Bastava guardare la foto di Clerk Maxwell e concentrarsi sul cilindro, il destro o il sinistro, entro cui si voleva che il Diavoletto elevasse la temperatura. L'aria si sarebbe espansa spingendo un pistone. La celebre foto della Società per la Propagazione della Conoscenza Cristiana, che ritraeva Maxwell di profilo destro, sembrava la piú efficace.

Oedipa si guardò bene attorno dietro gli occhiali, cercando di non muovere la testa. Nessuno faceva loro caso: il condizionatore continuava a ronzare, le macchine da scrivere IBM spulciottavano, le sedie girevoli cigolavano, voluminosi manuali tecnici venivano sfogliati e risfogliati, mentre lassú i lunghi e silenziosi tubi fluorescenti tripudiavano di luce: alla Yoyodyne tutto era normale. Salvo li dove Oedipa Maas, fra altre mille persone da scegliere, aveva dovuto, senza coercizioni, presentarsi in presenza della follia.

- Ovviamente non tutti possono farla funzionare, - le stava dicendo Koteks, che si era scaldato nella spiegazione. - Solo chi ha il dono. I «sensitivi», come li chiama John.

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