Copertina
Autore Jonathan Raban
Titolo Passaggio in Alaska
SottotitoloDa Seattle a Juneau
EdizioneEinaudi, Torino, 2003, Supercoralli , pag. 412, dim. 140x222x28 mm , Isbn 88-06-16585-2
OriginalePassage to Juneau. A Sea and Its Meanings [1999]
TraduttoreMarco Bosonetto
LettoreRenato di Stefano, 2003
Classe narrativa inglese , mare , viaggi , storia letteraria , paesi: Canada
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Indice


     Passaggio in Alaska

  7     I. Armamento

 40    II. Acque profonde

 89   III. Navigare nel sublime

175    IV. Potts Lagoon

234     V. Rito di passaggio

276    VI. I resti carbonizzati

339   VII. Sulla spiaggia

398  VIII. Komogwa

407  Nota del traduttore

 

 

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Pagina 7

Capitolo primo

Armamento


Camminava sulla banchina con un sacco a pelo arrotolato in spalla, i capelli gialli legati a coda di cavallo con un bandana rossa e l'aria un po' spersa del ragazzone tonto. Il giaccone a scacchi sembrava un'interessante area di ricerca per entomologi poco schifiltosi. Pensai che fosse un ragazzo di campagna sbandato, uno scandinavo del Wisconsin o del Minnesota alla deriva nel nuovo mondo del Nordovest pacifico. Aveva un foglietto ripiegato a triangolo, grande come un francobollo, in modo che il messaggio restasse ben chiuso all'interno. Lo spiegò con cautela, in punta di dita, per quella che era evidentemente la centesima volta, e fissò le due parole scritte in stampatello vacillante con una penna a sfera.

- Pacific Venturer? - chiese. Il sole di fine marzo (era il primo giorno di alta pressione e cielo azzurro a Seattle dopo settimane di nuvole basse) luccicò sulle sue guance coperte di barba incolta e pallida. - Sto cercando una barca, il Pacific Venturer -. Pronunciò il nome sillaba per sillaba. Lo immaginai in prima elementare: un bambino robusto, distratto e scoordinato, già indietro rispetto al resto della classe. - Non è che l'ha vista?

Al Fishermen's Terminal c'erano tre o quattrocento barche ormeggiate scafo contro scafo. Sembravano un boschetto spoglio esteso su venti ettari d'acqua, alberature, pertiche da traina, antenne a frusta, radar, ghinde e gru da carico. Lessi i nomi tutt'attorno: Vigorous, Tradition, Paragon, Sea Lassie, Peregrine, Resolute, Star of Heaven, Cheryl G., Cheerful, Immigrant (un trifoglio verde a decorare la cabina di pilotaggio), Paramount, Memories. C'era una Pacific Breeze, ma nessun Pacific Venturer.

- Che cos'è, un purse-seiner?

La prese per una domanda trabocchetto, mi fissò come si guarda un esaminatore ostile. Aveva degli occhi blu da Barbie. - Non so. È una barca da salmoni -. Consultò il foglietto che teneva in mano. - Sí. Una barca da salmoni, ho sentito dire.

Puzzava di strada, di autostop sulle interstatali, di passaggi sui camion d'immondizia, di notti trascorse fra scatole di cartone sotto i cavalcavia, di gargarismi con il Thunderbird.

- Sono qui dalle sette.

Erano le due del pomeriggio. Uomini indaffarati ci passavano accanto, vestiti nell'uniforme locale (giubbe larghe con cappuccio e berretto nero a punta), le braccia cariche di arnesi, spazientiti dai due ficcanaso che si trovavano fra i piedi.

- Ti conviene chiedere a uno di loro.

- Già fatto.

Si trascinò via - Alla prossima, amico - verso il pontile successivo. Vidi che muoveva le labbra leggendo le parole stampate a poppa dell' Oceania, della Prosperity, della Stella Marie, dell' Enterprise, della Quandary, smarrito fra nomi di donna e astrazioni altisonanti. Gli uomini al lavoro lo scansavano. Sperando di essergli d'aiuto, tenni anch'io gli occhi aperti nel caso m'imbattessi nel Venturer; che però, se mai era esistito, probabilmente era già in rotta per Ketchikan, sbuffando verso nord.


Le imbarcazioni si stavano armando, all'ultimo minuto, come al solito, per la migrazione primaverile verso le acque pescose dell'Alaska. L'odore di vernice e pittura fresca (resina e olio di lino) stagnava denso nell'aria immobile del porto, assieme all'allegro fracasso incessante di seghe e levigatrici elettriche, martelli, trapani e fiamme ossidriche. I motori diesel venivano precipitosamente sventrati, le interiora nere sparse ovunque sui ponti di poppa, mentre i loro proprietari insanguinati parlavano da soli arrovellandosi su alberi a camme e il gioco di certi ingranaggi. Pickup carichi fino all'orlo si accostavano alle barche quasi pronte a partire, e le ghinde issavano a bordo scatole e scatole di stufato Dinty Moore e di Campbell's soup e balle di carta igienica avvolte nella plastica. Sull'ampio spiazzo destinato al rammendo delle reti, un uomo e una donna «tessevano la tela»: infilavano galleggianti bianchi a forma di sigaro distanziati a una sessantina di centimetri gli uni dagli altri lungo il bordo superiore della loro rete da pesca lunga quattrocento metri. Le maglie verde giada luccicavano leggere ai loro piedi come un fiume.

A Seattle, la città della realtà virtuale, era sempre un piacere visitare quest'ultimo bastione dei lavori all'antica, con le reti, le pentole di granchi, i pennelli e la carpenteria, le facce da gente che vive all'aperto, solcate dall'esperienza, l'aria di famiglia, le generazioni che si susseguono nella stessa attività. Anche i nonni ormai troppo tremolanti sulle gambe per prendere il mare diventavano una risorsa importante al momento di armare la barca. Guidavano i furgoni, lucidavano le finiture metalliche, riparavano le reti, controllavano i circuiti; diversamente da quasi tutti i loro coetanei, avevano competenze che non scadevano col tempo. E oltre alla presenza dei nonni aleggiava quella spettrale delle comunità di pescatori europei sparse lungo i fiordi, le baie e gli stretti della Norvegia, della Svezia, della Danimarca, della Scozia, dell'Irlanda, terre d'origine della maggior parte di queste famiglie, come ricordavano molti nomi di barche: Cape Clear, Stavanger, Solvorn, Lokken, Tyyne, Thor, Saint Patrick, Uffda, American Viking. Un brillante parodista, stanco dell'imperante nostalgia scandinava, aveva battezzato il suo gill-netter Edsel Fjord.

Secoli di andar per mare convergevano al Fishermen's Terminal. Benché gli edifici d'acciaio corrugato dipinti di azzurro pastello e beige fossero nuovi, quel posto sembrava piú antico della città che l'ospitava. Aveva una lunga storia alle spalle, come i pescatori. Le barche, costruite per affrontare il Pacifico, erano discendenti dirette dei motopescherecci a strascico, degli smack e dei trabaccoli del Mare del Nord e del Baltico. La prua svasata verso l'alto e la curvatura ripida del ponte che avevano servito bene nelle acque infestate dal Maelström delle isole Lofoten erano state ricreate qui per navigare al largo delle Aleutine. I troller con le pertiche di abete lunghe quindici metri inclinate verso l'alto, erano vecchie conoscenze: avevo visto i loro antichi cugini olandesi e danesi. Al Fishermen's Terminal, il passato, talvolta assai remoto, era ancora vivo e utile, come in ben pochi altri luoghi di un paese ossessionato dal futuro come gli Stati Uniti. Per uno della mia età era una sensazione confortante. Cercavo una scusa per passare di li quasi tutti i giorni. Mi piacevano le barche dai nomi evocativi, i capitani fieri di tenerle in ordine e il gradevole chiacchiericcio sommesso del mare.

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Pagina 10

Negli Stati Uniti, ovunque si riunissero un po' di uomini giovani, dai campus universitari ai ricoveri per senzatetto, circolava una storia: se riuscivi ad arrivare a Seattle e a farti prendere a bordo da un peschereccio diretto in Alaska, potevi guadagnare mille dollari al giorno. Anche di piu. C'era sempre qualcuno che conosceva qualcuno che si era portato a casa centomila dollari, o persino duecentomila, per due mesi di lavoro.

Con una cifra del genere potevi dare una svolta alla tua vita: comprare una casa, mettere in piedi un'attività, diventare capitano di una barca dalle uova d'oro tutta tua. Nel paese della reinvenzione di sé, le acque pescose dell'Alaska passavano per essere luoghi magici capaci di trasformare di colpo un poveraccio in riccone. Bastavano otto settimane per mettere insieme un mucchio di soldi.

In primavera a Seattle fioccavano giovani in cerca di fortuna. Percorrevano i docks tentando di ingraziarsi ogni capitano che rivolgesse loro la parola. Erano una piaga, un'accozzaglia stagionale di ragazzini del college, drogati, alcolizzati, fuggitivi, programmatori di computer disoccupati, impiegati d'albergo, camerieri, corrieri di pizza a domicilio. L'esperienza marinara di molti di questi speranzosi aspiranti non superava la traversata occasionale su un traghetto.

Ciò nonostante, i novellini piu persistenti riuscivano a farsi prendere a bordo, a compenso dimezzato (il 5 per cento del guadagno netto della barca a fine stagione) o intero (1O per cento). Tra questi, un'esigua minoranza finiva col guadagnarsi un malloppo non abissalmente distante dalle cifre favolose di cui aveva sentito parlare. Lavoro duro e soldi ce n'erano giusto a sufficienza perché i rinforzi di ragazzi di belle speranze continuassero ad affluire copiosi.

Il richiamo del denaro era quello che si faceva sentire di piu, ma c'era anche quello del mare, con la sua promessa atavica di evasione e avventura. Molti novellini venivano dalle città di pianura dell'interno, e le uniche onde che conoscessero si increspavano sui campi di grano. Ma avevano letto C. S. Forester e si struggevano, felicemente ignoranti, per l'esultanza della vita in mare. A Des Moines è facile sognare ardentemente un ponte beccheggiante, gli spruzzi gelidi, la lotta con la rete nel vento a cinquanta nodi, perché non si è mai visto niente del genere in Iowa.

Inoltre, la pesca in Alaska era l'ultima autentica avventura western. Alla fine del XX secolo, le acque alskane si presentevano come un'anomalia romantica, un mondo armato e maschio dove la libera iniziativa non aveva briglie, dove un cane sciolto, un Huck Finn dei giorni nostri in fuga dalle vedove Douglas della civilizzazione, poteva ancora camminare a testa alta. Per i ragazzi (e anche per qualche ragazza) che erano sempre stati gli ultimi della classe, senza titoli da aggiungere al cognome, la pesca era la possibilità estrema di conquistare uno stile di vita tipicamente americano, fatto di viaggi, emozioni e ricchezza.

L'Alaska pubblicizzava se stessa come «L'ultima frontiera», slogan che suonava decisamente autoironico da quando aveva cominciato ad apparire sulle targhe delle automobili, grazie al dipartimento della motorizzazione alaskano. Posto che una frase del genere avesse ancora un significato, riguardava il mare, non la terra; e il mare dell'Alaska era un'autentica distesa incontaminata, selvaggia e solitaria quanto nessun territorio dell'America, neppure in passato.

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Pagina 18

Anch'io tornai alla mia barca, che era ormeggiata sullo Ship Canal, quattrocento metri a est del Fishermen's Terminal. Era un piccolo ketch da crociera costruito in Svezia nel 1972 e dispendiosamente equipaggiato con
[...]

 


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