Autore Lidia Ravera
CoautoreMarco Lombardo-Radice
Titolo Porci con le ali
SottotitoloDiario sessuo-politico di due adolescenti
EdizioneSavelli, Roma, 1976, Il pane e le rose 1 , pag. 208, cop.fle., dim. 11x18,5x1,4 cm
LettoreAngela Razzini, 1976
Classe narrativa italiana , erotica









 

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Indice


        Presentazione
        di Lidia Ravera, Marco Lombardo-Radice, Giaime Pintor 7


        PORCI CON LE ALI

I.      Il piacere è tutto mio 13
II.     Primo giorno di scuola: avventure di noia e paranoia 20
III.    Rocco cerca al cesso la sua rifondazione morale e culturale 32

IV.     Dove si scopre che la musica pop è metalinguaggio 37
V.      Dove si scopre che la musica pop è un equivalente masturbatorio 45
VI.     Rocco va a una manifestazione, pensa alla morte, incontra l'amore 55

VII.    Se son rose sbocceranno 63
VIII.   Antonia cerca di innamorarsi e si addormenta 72
IX.     Un gianduiotto gigante, una chiavata, una fiaba femminista e una poesia 78

X.      Mettiti la maglietta, Vladimir Ilic! 89
XI.     Oltre la sodomia, l'amore... 102
XII.    Maternalismo 111

XIII.   Anche su questo cazzo batte un cuore 116
XIV.    Io sto bene e tu come stai? 124
XV.     Rocco e Roberto e Antonia e Lisa 135

XVI.    Pentita e confusa Antonia arrossì 153
XVII.   Da un 'piccolo gruppo' un grande amore 158
XVIII.  Rocco prova a pensare 167

XIX.    Due birre scure, due uova fritte e un fallimento 171

        Epilogo 177


        Dialogo a posteriori
        di Annalisa Usai e Giaime Pintor 187


 

 

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Pagina 13

1. Il piacere è tutto mio


Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. Fregna ciorgna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzarella. Figa di puttanella.

Niente. Una volta con le filastrocche ci venivo, o almeno mi veniva voglia. Dicevo le parolacce e poi ridevo, se ero con i miei amichetti. Se ero sola le pensavo, le dicevo a mezza voce e poi mi infilavo le mani nelle mutandine, rapida rapida, con un occhio alla porta e le orecchie così tese che sentivo fischiare le scale. Era un grande spavento. E la mano poi me la sarei tagliata, ma era bello, una grande felicità bagnata, strappata, un urletto soffocato. Adesso, anche se sono sola è come se fossi in mezzo alla gente: mi viene da ridere. Cioè non è che mi viene da ridere, rido perché non sono mai sola, c'è sempre qualcuno, anche se non c'è nessuno, qualche maledetto coglione che mi giudica.

Cazzo gonfio, cazzo duro, con la sua pelle, pelle pellosa e la sua cappella spellata: ne ho toccati già sette. Non mi hanno fatto grande impressione. Però non sono tutti uguali, c'è n'è che sembrano malati e che sembrano sani. Quelli tutti rugosi e quelli belli levigati. Uffa, tanto non mi viene: mi levo il pigiama e mi sdraio sulla schiena, come se fossi morta.

Obitorio: tavolo di marmo.

Odore spesso di disinfettanti. Luce fissa. Silenzio pesante. Antonia P. di anni sedici, nazionalità italiana, sesso femminile, giace cadavere. (Mi tiro il lenzuolo sulla faccia). Rumore di passi: si avvicina, in composto dolore, un gruppo di persone, le guida un uomo piuttosto bello col camice bianco e l'aria spenta del raccattacadaveri (uno che vive in mezzo alla morte deve essere molto spirituale). Dietro vengono nell'ordine: mamma con quel tailleur nero che si è fatta l'anno scorso (orribile, ma spero che avrà il buon gusto di non cercare di assomigliarmi almeno quando starò all'obitorio), è pallidissima, finalmente senza trucco. Papà, che ansima leggermente, si tampona il collo taurino con un fazzoletto bianco e sembra prossimo al collasso. Zia Bice, secca e fregnona che non perde un particolare (che diavolo ci sarà venuta a fare se non mi può soffrire?) e poi, in ultimo, l'unico cuore veramente spezzato, Lui: blue-jeans e maglietta (non volevano farlo entrare ma Lui, risoluto, «o me la fate vedere o mi ammazzo qui, su due piedi». Gli fanno ala e lo guardano con rispetto). L'uomo col camice tira su il lenzuolo. I miei capelli sono morbidamente sparsi sul marmo. Li hanno lavati per levarci le incrostazioni di sangue e adesso stanno lì biondi e solari come seta. La mia faccia è pallidissima e distesa, senza un solo brufolo (non mi pare che i morti ne abbiano). Il silenzio crepita di singhiozzi. Solo Lui non piange: tipo Bogart stringe i pugni (mi pare che le nocche in questi casi diventino bianche), capisce di avermi amata da sempre, il sesso gli si gonfia nei pantaloni, se lo tocca guardandomi, stordito dai disinfettanti e mi trova bellissima. Lì promette a se stesso e a me di rubare il mio cadavere e possederlo. Due, tre, mille volte fino a morire spremuto dagli orgasmi, come sciogliersi in rivoli di morte da vivo, penetrando la morte. (Mi incomincia un calorino in basso fra le reni e una specie di stanchezza in fondo alla schiena e capisco che ci siamo). «Com'è successo?» chiede mio padre, con una voce collassata. «Girava a cavallo per villa Borghese, le hanno sparato da una macchina, il cavallo è crollato, lei è caduta, ha battuto la testa». Mamma rompe in sgangherati singhiozzi, la zia Bice la porta via, giaculando, pronta da domani a sostenere che chi ha sofferto di più è stata lei, che comunque l'aveva detto di non farmi andare a cavallo al parco.

Mi fisso sulla faccia di Lui. Lo imbellisco: la barba gli è cresciuta, meno rossa dei capelli, gli occhi scuri, cerchiati, gli stanno bene. Lo fanno profondo e maturo, sul ventre piatto dove appena una fila di peli dal pube arriva all'ombelico preme una mano. Si slaccia i pantaloni, se lo prende in mano e incomincia a tirarlo con rabbia, senza staccare gli occhi dal mio cadavere e finalmente piange. Anzi urla. Muore. Soffre. Viene sbattuto in carcere, torturato, lo accusano di rubare cadaveri di giovani donne per i suoi esperimenti satanici, lo condannano a morte, ma prima gli strappano... ah, finalmente ci siamo: il letto mi brucia sotto, con un dito teso seguo gli urli della mia fighetta, avanti e indietro e sempre più a fondo, finché non sento come uno sciacquettio, poi salgo fino alla montagnetta (il pulsante, il grilletto: come mi piacciono questi giri di parole, più sporchi ancora delle parole) e la muovo da destra a sinistra, orizzontale, con dolcezza, pazienza, avidità, sempre di più, fino a correre, mentre la schiena mi si inarca come i gatti e continuo a pensare a me morta, ai fiori, ai funerali, a Lui che per un mese non andrà a scuola, agli altri che parleranno di me abbassando la voce.

Quando è tutto al colmo chiudo gli occhi per vergognarmi meno.

Sobbalzo sentendo mia madre ciabattare di là. Spengo la luce. Troppo tardi: entra (anzi inzuppa la testa nella porta) e dice: «'ncora sveglia?» (mi scuso difensiva: sai non riesco a prendere sonno.) «Domani ricomincia la scuola, bella mia, hai finito coi grilli» (quali grilli? oddio, sono tutta un sudore). «Sarà per questo che sono nervosa?», butto là, con il tono tremante del peccatore (un ladro di polli che divide il bottino in elemosine). Mamma si insospettisce e piomba come un falco sul letto: «Qualcosa che non va?», azzarda, tutta molliccia di confidenze (Dio come odio questi vampiri degli affetti!).

E' sempre così, fa la tenera per farmi parlare, tutta sorrisi con quel suo eterno odore di deodorante :«La mia bambina non ha più confidenza nella sua mamma (impersonale, ma di effetto sicuro, tipo vecchio saggio indiano intento a lustrarsi il calumet); e poi: «ma io ti capisco sai?» (sospiro) «capisco anche quello che non mi dici» (logica ermetica, assolutamente uterina). Poi tutto finisce sempre, uguale, in un piantarello mio, in un consiglio suo (una cosettina geniale tipo «alla tua età non bisogna prendersela»), o se il piantarello rischia di andare per le lunghe, scivolando sulla china dell'isteria, l'offerta di un mogadon (varianti: librium, valium, camomilla, bicchiere di latte caldo), dispensatore onnipotente di «un buon sonno, ecco quello che ti ci vuole».




No, stasera no, non lo faccio. Non ha senso, cristo, non ha veramente senso. E poi non mi piace neanche più tanto, neanche quello. Poi c'è Marco che dorme a tre metri. Dio mio, pericolo che si svegli non ce n'è molto, a dormire con un fratello in stanza si diventa molto silenziosi. E lui dorme come un bufalo. Dev'essere il lavoro di massa che funziona da sonnifero, che dio lo maledica quell'idiota.

Però se non lo faccio non riesco ad addormentarmi. Sto metà della notte a rigirarmi e domani mattina arrivo a scuola palliduccio e smunto e allora si comincia male anche quest'anno. Ma come cazzo faccio a dormire se il panzone continua a rimbambire quella povera donna di là. Non si stanca mai quello? Se almeno non usasse le virgolette. Ogni volta decido di star calmo, che tanto litigare non serve a niente, però cristo quando cita le ultime genialità di Napolitano e usa le virgolette, allora scoppio. Si capisce lontano un miglio che usa le virgolette fa una pausa, prende fiato, sorriso idiota e poi vai con le masse popolari e l'importanza dello studio. E le chiude anche largo sorriso formato nove milioni di voti e grande partito delle masse. Dio, come si fa a mettere Cossutta fra virgolette! Va be', è inutile, lo faccio, se no continuo a pensare. Quando sono di questo umore ci vuole tre ore solo a farlo diventare duro. Ah, il kleenex. Non c'è ovviamente. Però il letto domani non mi va di farlo. Usiamo un calzino? Meglio le mutande, tanto le devo cambiare.

Niente,non è proprio aria. Certo, se continuo a pensare a Cossutta dixit sarà difficile. Non è molto erotico. Potrei provare col fondamentale articolo in quinta pagina di «Rinascita». Ah, ah, ah. Troviamo qualcosa a cui pensare. No, quella volta che son stato con Elisa non è decisamente utilizzabile. Troppo sfruttato, decisamente abusato. Non si può utilizzare l'unica scopata fatta per più di cinque seghe, e quasi immorale. Cominci quasi a dubitare di averla fatta veramente, quella scopata. Poi dio mio quanto a erotismo non è stato un gran che. Va beh, non perdiamo tempo. Panzone per pietà taci.

No, quello no. Ma chissà perché continua a tornarmi in mente. Cazzo, son passati anni. Insomma, mica tanti. Però no, decisamente no. Non che ci sia stato niente di male, ma insomma no. Se lo uso per farmi una sega ci divento paranoico. Basta, cambiamo tasto. Vuoi restar duro, cristo?

Non resta che lasciare libero spazio alla creatività. Politicamente giusto, per altro. Dunque allora torniamo al genere «quello che avrei potuto fare e non ho fatto (naturalmente perché sono un inetto)». Anna, mi pare proprio si chiamasse Anna. Tutta sabbiosa e piena di aghi di pino. Bellina, proprio bellina. Bikini blu, se non sbaglio. Capelli pieni di sale. Proprio carina. La mia età direi, un quindici anni. Allora come è stato. Lei ha detto «vuoi un po' di caffè» e si è accoccolata accanto al fornelletto per versare da quel bricco nauseabondo l'acqua calda in quelle tazze lercie con un cucchiaino di immondo nescafè (però se mi soffermo sui particolari igienici non ci riuscirò mai). Dunque lei si è accoccolata e il pezzo di sotto del bikini è scivolato nel solco del culo. Che sederino meraviglioso. Tutto tondo e liscio, quasi da mangiare. E non se lo è messo a posto! Niente, come niente fosse, tranquillissima. La mignotta! E allora io ho allungato la mano... Io mi sono tragicamente accoccolato a due metri di distanza pensando solo a nascondere la prossima inevitabile erezione e l'inevitabile sbucare dal minicostume alla paraculo (affamato sì, questi festival pop sono un inno all'astinenza, non solo non si fa l'amore ma siccome siamo tanti belli buoni e rivoluzionari non c'è neanche un angoletto per farsi una sega: cristo, non perderti in chiacchiere!) e ho disperatamente chiesto «che ne dici del dibattito sulla droga?». Veramente tragico.

Io, invece, mi sono accoccolato dietro di lei, così vicino che la toccavo, e silenziosamente le ho baciato il collo. Lei ha continuato a versare il caffè ma ho sentito un brivido che era tutto un programma. Le ho poggiato le mani sulla schiena, poi le ho fatte scivolare avanti verso i seni fino a tenerli tutti e due in mano, massaggiandoli dolcemente. Pian piano ho infilato le dita sotto il costume, fino a trovare i capezzoli piccoli e duri. Li ho sfregati pian piano, più forte, pizzicati fino a farla gemere. Poi una mano l'ho fatta scivolare giù lungo il ventre e l'ho infilata nel costume, fino al ciuffetto di peli salati, il suo bozzetto quando l'ho carezzato l'ho sentita fremere il solco bagnaticcio e caldo. Ci ho infilato un dito, su su. Con l'altra mano le ho abbassato il costume di dietro, ho trovato il buchetto del suo culo, l'ho carezzato a lungo, ci ho infilato un dito. Lei allora è caduta in ginocchio. Io ho tirato fuori dal costume il mio membro enorme, ho poggiato la punta contro il suo buchetto e pian piano l'ho infilato nel suo culo, tutto fino in fondo. Io spingevo, spingevo mentre lei gemeva «come è grosso, come è grosso»...

Anche questa è fatta.

Ho disperatamente chiesto «che ne dici del dibattito sulla droga?». Lei ha risposto: «non l'ho sentito, son stata in tenda a farmi una canna». La cretina!

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